Zerocalcare si racconta: dal blog alla mostra, il percorso del fumettista della Profezia dell'Armadillo

Di Veronica Adriani.

Dalle prime strisce sul blog alla mostra personale al MAXXI. Zerocalcare racconta: ecco come si diventa fumettisti (o almeno come ha fatto lui)

ZEROCALCARE: LA MOSTRA AL MAXXI

Uno scorcio della mostra "Scavare fossati, nutrire coccodrilli", dal profilo Instagram del MAXXI di Roma
Uno scorcio della mostra "Scavare fossati, nutrire coccodrilli", dal profilo Instagram del MAXXI di Roma — Fonte: photo-courtesy

Ci sono voluti otto anni, ma alla fine è arrivata: la prima mostra di Zerocalcare è finalmente in esposizione al MAXXI di Roma. L'affluenza è stata tale da richiedere addirittura una proroga fino al 31 marzo, anche se Michele Rech, in arte Zerocalcare, sembra non badarci più di tanto: "Non mi sarei mai aspettato di avere una mostra al MAXXI" racconta "tanto che quando me l’hanno proposta è stata più mia madre che si è emozionata e l’ha vissuta come una grande consacrazione. Io non mi ero nemmeno reso conto di quello che significava, ero piuttosto tranquillo".

Eppure di lavoro alle spalle prima di quella mostra ce n'è tanto: otto anni, per essere precisi, dal primo post sul blog omonimo che inizia a farlo rimbalzare sui social, finché le sue strisce arrivano sul tavolo di un altro grande fumettista, Marco d'Ambrosio - Makkox, che produce il suo primo libro, La profezia dell'armadillo.

ZEROCALCARE, FUMETTI

Di libri, da quel momento, ne seguono altri otto: storie personali, soprattutto - Un polpo alla gola, Ricordati il mio nome, fino al più recente Macerie prime, diviso in due volumi usciti l'uno a distanza di sei mesi dall'altro. Ci sono poi le raccolte dei fumetti del blog - Ogni maledetto lunedì su due, L'elenco telefonico degli accolli - reportage come Kobane calling o storie di fantasia, come Dodici. E ancora, collaborazioni con riviste e giornali, locandine politiche, video. Un successo che presto esce fuori dai confini della "sua" Rebibbia e viene riconosciuto su scala nazionale, consacrando definitivamente il suo come un lavoro a tutti gli effetti. "Ho accettato che questo fosse un mestiere abbastanza tardi" spiega Michele "Lo è diventato da 8 anni ma io ho iniziato ad accettarlo 3 anni fa circa, quando mi sono accorto che avevo smesso di fare ripetizioni e traduzioni perché la mia fonte di reddito principale era ormai questa".

Per i primi cinque anni, infatti, lavori saltuari e produzione di fumetti proseguono di pari passo. Certo, la mole di lavoro in tema di fumetti da un certo momento in poi inizia a crescere: "Ho praticamente accettato bulimicamente tutto, soprattutto nella fase iniziale" spiega Michele "perché pensavo che sarebbe durata pochissimo, quindi avrei dovuto prendere tutto quello che potevo prima che si sgonfiasse la bolla". Ma le cose non vanno esattamente come previsto: non solo la bolla non si sgonfia, ma le consegne diventano sempre di più e più pressanti.

Quello del fumettista inizia a diventare un lavoro a tutti gli effetti e, come in ogni lavoro, è necessario tenere conto del pubblico: "Non potevo sperimentare più di tanto" racconta Zerocalcare. Finché, ad un certo punto, non riesce a trovare un compromesso fra quello che gli viene richiesto e quello che lui desidera raccontare. Inizia allora provarla, quella sperimentazione, sempre cautamente, "mantenendomi sul sicuro e cercando di andare avanti a piccoli passetti", spiega. E finalmente acquista un certo margine di libertà come autore: "Ho cercato ogni volta, all’interno delle consegne che avevo, di mettere qualcosa di cui volevo parlare".

COME SI DIVENTA FUMETTISTI

Zerocalcare intervistato da Studenti.it al MAXXI di Roma
Zerocalcare intervistato da Studenti.it al MAXXI di Roma — Fonte: redazione

Certo, il successo non arriva senza preparazione. E per un fumettista c'è una cosa che conta più di tutte: "disegnare un sacco e fare quello che non faresti in maniera spontanea" spiega. Lui stesso, a cui proprio non vanno a genio macchine e cavalli, deve imparare a rappresentare anche quelli: "Se avessi dovuto disegnare solo a casa mia, tutte queste cose non le avrei mai fatte" racconta "però se un fumetto senza cavalli lo puoi anche fare, uno senza macchine è già un po’ più difficile. Insomma, ti devi sforzare di fare anche le cose che non ti piacciono, perché quando dovrai consegnare il fumetto dovrà starci tutto".

È in quegli anni che impara anche a sfatare un po' di miti sul mestiere del fumettista. La regola principale, ad esempio, è che le consegne non ammettono ritardi: "Quando dovrai consegnare 10 pagine un tale giorno, dovrai fare 10 pagine. Devi farlo se sei ispirato, se ti operi, se è una bella giornata: è un lavoro". Un lavoro, spiega, che ha molto a che fare con l'autodisciplina, "non con qualche tipo di estro bohémien".

Naturalmente, molto del percorso di un fumettista dipende anche dall'obiettivo: diventare disegnatore per una grande casa editrice è diverso dal fare l'autore. "Nelle grandi case editrici si entra tutto sommato in modo abbastanza tradizionale" spiega Zerocalcare: "si fanno vedere i portfolio, portandoli agli editori alle fiere oppure mandandoli per mail". Alcune case editrici come la Disney hanno delle vere e proprie accademie, mentre altre sono sempre alla ricerca di bravi disegnatori. Diverso è il caso di chi vuole pubblicare qualcosa di suo: "Per fare il fumettista è fondamentale avere una presenza su internet, ma non è condizione sufficiente" racconta ancora. "Essere su web non è una formula magica, però senza è molto difficile fare autopromozione".

Di tutto questo Zerocalcare ha parlato anche nel corso di una lezione al liceo Ripetta di Roma, dove ha scoperto qualcosa che non immaginava: "Rispetto a quando ero ragazzino io, sono molti meno i ragazzi che leggono fumetti. Questa cosa mi stupisce un sacco, perché io pensavo che il fumetto fosse un medium che funzionava. Invece forse oggi c’è altro, nel quotidiano dei pischelli" dice.

Di cose di cui parlare, Michele-Zerocalcare ne ha ancora tante: "Ho raccontato un sacco di cose di me stesso, invece in futuro vorrei raccontare di più gli amici, le persone con cui sono cresciuto". E se gli chiedi se ha mai pensato di mollare, ti risponde così: "Tutti i giorni, pure più volte al giorno. Però più volte al giorno mi ripeto che io non so fare nient’altro nella vita, ho 35 anni e se mai la mia generazione vedrà la pensione la vedrà molto tardi: non mi pare proprio il caso di mollare". Decisamente no, soprattutto se quello che fai lo fai così bene.