Vita e morte in Foscolo e Leopardi: tema

Di Redazione Studenti.

Analisi e confronto del senso della vita e della morte in Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi

LA MORTE IN FOSCOLO E LEOPARDI

Ugo Foscolo
Ugo Foscolo — Fonte: ansa

Il senso della morte in Leopardi e Foscolo è la logica conseguenza del primo grande romanticismo tedesco che aveva visto l’uomo, sulle premesse kantiane, non solo passare al centro dell’universo ma ritenersi l’essere perfetto, creatore di tutte le cose. Così per Foscolo, che seguì prima l’illusione della gloria, poi quella della patria e infine quella dell’amore per la donna, quando vide che ciò che desiderava non era raggiungibile, pensò di uccidersi. La gloria non era raggiungibile se non con il passare del tempo e molti sacrifici:

  • la patria era stata tradita a Campoformio
  • l’amore viene meno quando il poeta ha la certezza che non avrà più la donna amata

Insomma, tutte le illusioni vagheggiate fino a quel momento, vengono distrutte dalla realtà e non resta che uccidersi.

VITA E MORTE NE LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS

In quello che può essere chiamato il primo romanzo autobiografico italiano, “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” è lo stesso Foscolo a parlare. La ragione essenziale del suicidio è dunque “morire libero”.
Il contrasto tra l’Io e la realtà finisce nel nulla e nella tomba, ma se l’idea della morte lo attrae, qualche cosa nel suo intimo si ribella: E so invocare e non so darmi morte. Un pensiero arresta la mano del Foscolo: Morire? E poi? Jacopo Ortis ha forse ritrovato la sua pace? Insomma è la ragione che gli impedisce di suicidarsi. Alla convulsa esaltazione succede una stoica rassegnazione e il pensiero della morte diventa un'altra spinta verso le creazioni dello spirito. Nasce così il carme dei sepolcri: la morte con i suoi sepolcri è fonte di vita, spinge l’uomo ad agire, ad illudersi ancora. La morte è l’illusione stessa, il motore della vita.

IL PROBLEMA DELLA MORTE RISOLTO NELLA POESIA

Ma se tutti i valori della vita dell’uomo sono illusioni, se anche la fiducia in un'altra vita dopo quella terrena, nonché nella corrispondenza fra vivi e defunti è un illusione, a che pro vivere? Ma non sono proprio le illusioni che stabiliscono un perpetuo legame tra gli spiriti e i viventi? “A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti”; e quando il tempo con le sue ali spazza i sepolcri, le rovine e le reliquie, allora i luoghi stessi nudi e deserti, conservano la memoria dei fatti illustri, rappresentando una spinta verso nuovi eroismi e nuove glorie. Infine, quando uomini, sepolcri, memorie, tutto sparisce, allora è la poesia che, ridestando con il suo eterno canto la memoria delle antiche illusioni degli esseri umani, li incita a perpetuare gesta gloriose. Ecco dunque come Ugo Foscolo risolve il problema della morte: nella poesia, nel canto.

IL SENSO DELLA VITA E DELLA MORTE IN LEOPARDI

Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi — Fonte: redazione

Lo stesso in definitiva avverrà con Giacomo Leopardi che, preso dalle stesse passioni che avevano trascinato il Foscolo - ma più volenteroso nell’ indagare con il pensiero i problemi della vita e della morte - e fin da giovinetto, quando consumava il suo fisico in quello che chiama “lo studio matto e disperato”, aveva un indistinto senso di dolore e uno strano desiderio di morte. Lentamente il pensiero della morte di Silvia distrugge tutte le illusioni, tutte le speranze, corrode la fede, la virtù, la gloria. Né il poeta si accontenta, come invece aveva fatto Foscolo, delle illusioni che costituiscono “il piacere più solido di questa vita”, pur considerandole cose sostanziali.

Neppure l’amore per la natura, da lui per un certo tempo tanto amata, riesce a soddisfare il suo spirito in quanto la natura è, come scrive in una delle sue Operette Morali, “inimica, fredda, come i ghiacci eterni”. Anche Giacomo Leopardi, però, non si uccide e continua ad indagare: “sono forse io solo ad essere infelice? O anche gli altri sono come me? Ancora una volta l’indagine è negativa: tutti gli uomini sono infelici, ma tanti fra essi non se ne accorgono; tutti gli uomini sono soggetti alla legge della realtà capace di distruggere ogni fede, ogni speranza. “Dunque perché viviamo? Voglio dire perché consentiamo a vivere? La risposta del poeta è questa volta consolante:ogni uomo ha dentro di sé il gusto dell’essere, come Plotino dice a Porfirio in un’altra delle Operette morali leopardiane. Vivere è necessario, così come per il marinaio è necessario navigare; ed anche noi uomini dobbiamo navigare dal triste vero alla divina illusione, dal sogno alla realtà. L’arte soltanto riesce ad appagare il mondo desiderato dal poeta che si rinchiude in un suo universo, costruito da lui e per lui, riuscendo così a dare, infine, quel senso creativo che aveva sempre desiderato. Il pensiero della morte sembra superato e, nelle Ricordanze, e ancora più in Aspasia, Leopardi riesce a dar vita ai suoi fantasmi poetici. Si chiude così, con questi due sommi poeti, la fase del primo Romanticismo in Italia.