La vita di Giacomo Leopardi

La vita di Giacomo Leopardi A cura di Chiara Tognarelli

Vita di Leopardi: l'infanzia e la giovinezza, i rapporti famigliari, le città in cui visse, difficoltà, amicizie e amori

1L'infanzia e la famiglia

La vita di Leopardi iniziò il 29 giugno 1798 a Recanati, un piccolo borgo rurale dello Stato pontificio.   

È il figlio primogenito del conte Monaldo e della marchesa Adelaide degli Antici. Nel 1799 nasce il fratello Carlo e nel 1800 la sorella Paolina; negli anni successivi sarebbero nati altri sette fratelli, tutti, ad eccezione dell’ultimo, Pierfrancesco, morti nell’infanzia o nella giovinezza. 

Quella dei conti Leopardi è una famiglia della piccola aristocrazia, conservatrice e retrograda. Il padre è appassionato di letteratura: negli anni ha creato una grande biblioteca, nella quale Giacomo farà le sue prime letture.

Il padre Monaldo, la madre Adelaide ed il giovane Giacomo
Il padre Monaldo, la madre Adelaide ed il giovane Giacomo — Fonte: ansa

La madre è una donna rigida, fredda e bigotta: nello Zibaldone Giacomo ne ricorderà l’estrema durezza. La condizione economica dei Leopardi è precaria: gli investimenti scriteriati del conte Monaldo hanno compromesso il patrimonio; cerca di porvi rimedio la marchesa Adelaide, che dal 1803 gestisce i beni della famiglia: imponendo al marito e ai figli una vita più austera (risparmiavano fino all’osso, anche sul cibo), riesce a ripristinare una situazione economica dignitosa. 

2La prima formazione

Giacomo viene istruito insieme ai fratelli Carlo e a Paolina da precettori casalinghi: il canonico Joseph Anton Vogel, originario dell’Alsazia, e il gesuita Sebastiano Sanchini.

Più di questi istitutori, a segnare la sua prima formazione sono soprattutto le letture che fa, da solo, nella biblioteca paterna: una biblioteca ricca, composta da 15.000 volumi, nella quale può trovare soprattutto testi di erudizione, libri religiosi e i grandi autori classici, ma anche molte opere dei principali autori contemporanei, fra i quali gli illuministi francesi.

Già all’età di dieci anni Giacomo scrive versi, in latino e in italiano, e brevi trattazioni d’argomento filosofico. Il padre Monaldo gli fa leggere queste sue prime opere nelle riunioni letterarie che organizza nel proprio palazzo: di fronte a visitatori d’eccezione, nobili ed ecclesiastici, italiani e stranieri, Giacomo si esibisce come un enfant prodige.

31809-1816: «sette anni di studio matto e disperatissimo»

La biblioteca di casa Leopardi
La biblioteca di casa Leopardi — Fonte: ansa

Tra il 1809 e il 1816 Giacomo si dedica completamente allo studio: sono – per usare le sue stesse parole – «sette anni di studio matto e disperatissimo» (Zibaldone). In solitudine, trascorre giorno e notte sui libri della biblioteca del padre: acquisisce un’erudizione straordinaria e ben presto dimostra una piena padronanza della filologia, delle lingue antiche (dal greco all’ebraico), della filosofia, ma a prezzo di  irreversibili danni alla sua salute fisica (un aggravamento della sua deformità – era nato con una forte scoliosi; un affaticamento della vista destinato a diventare cronico e a peggiorare drammaticamente negli anni successivi).  

A questo periodo risalgono le sue prime composizioni poetiche, due tragedie, alcune opere erudite, altre filosofiche. Alla scrittura creativa affianca la pratica della traduzione dai grandi autori classici (Omero, Esiodo, Orazio, Virgilio).  

Nel biennio 1815-16 Giacomo vive una prima 'crisi', da lui stesso definita una «conversione dall’erudizione al bello», una «conversione letteraria»: la passione per l’erudizione, per l’accumulo di conoscenze e competenze, diminuisce, mentre cresce l’interesse per i valori artistici dell’opera d’arte. Nel corso di questo biennio alla lettura dei grandi classici aggiunge quella di Alfieri, Parini, Foscolo e Monti. La sua curiosità lo spinge anche a leggere autori stranieri: Goethe – ad impressionarlo fu soprattutto il romanzo I dolori del giovane Werther –, Chateaubriand, Byron e Madame de Staël

Intanto cerca di inserirsi nel dibattito culturale italiano sul Romanticismo, e invia alla «Biblioteca italiana», una importante rivista classicista milanese, una risposta polemica al saggio di Madame de Staël De l'esprit des traductions ["L'essenza delle traduzioni"].  

41817-18: l'amicizia con Giordani, il primo amore, la letteratura

Per più ragioni, il 1817 è un anno di capitale importanza nella vita di Leopardi.

Nel febbraio del 1817 inizia una fitta corrispondenza epistolare con Pietro Giordani, un letterato di Piacenza, laico e illuminista: nasce così un'amicizia che sarà determinante per la crescita intellettuale e personale di Giacomo, e che lo porterà a rifiutare con forza dalle idee cattoliche e reazionarie della sua famiglia. 

Nell’estate di questo stesso anno inizia a scrivere i primi appunti in quella specie di ‘diario’ che sarà poi lo Zibaldone.   

A dicembre s’innamora per la prima volta: la ragazza alla quale rivolge i suoi pensieri è sua cugina, ospite dei Leopardi a Recanati. Questo sentimento per lui nuovo e trova subito voce nella scrittura: Giacomo compone un’elegia, poi inclusa nei Canti col titolo Il primo amore, e scrive il cosiddetto Diario del primo amore, nel quale annota quali effetti sorprendenti avesse su di lui questo sentimento del tutto ignoto.

Nell’autunno del 1818 Giacomo scrive il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica e le due ‘canzoni civili’ All’Italia e Sopra il monumento di Dante, che vengono pubblicate all’inizio dell’anno successivo a Roma.  

5Pensieri di fuga e prigionia

Dopo una visita di Giordani a Recanati, Giacomo prende coraggio e pianifica una fuga da casa: vuole sottrarsi alla vita opprimente che lì è costretto a vivere. È il luglio del 1819: il padre lo scopre alla vigilia della partenza, il tentativo di fuga fallisce, Giacomo piomba in uno stato di profonda depressione.

Casa Leopardi a Recanati
Casa Leopardi a Recanati — Fonte: ansa

Iniziano così anni di duri e aperti contrasti familiari: i genitori vorrebbero avviarlo alla carriera ecclesiastica, lui, con tutte le forze che ha, si oppone a questo destino.

Anche la salute vacilla: una malattia agli occhi gli impedisce di leggere e scrivere, gettandolo nello sconforto. È, questo, il periodo più difficile della vita di Leopardi.

Sono mesi penosi e disperati, durante i quali – così Giacomo scrive nello Zibaldone – vive un’autentica «conversione filosofica» che lo porta ad elaborare una visione materialistica e atea della vita. Di questa nuova visione del mondo reca traccia la sua poesia, che conosce una stagione creativa molto intensa: Giacomo scrive gli idilli (L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, Il sogno, La vita solitaria) e, parallelamente, alcune delle sue canzoni civili (Ad Angelo Mai, Bruto minore, Ultimo canto di Saffo, ecc.).   

I padri sogliono giudicare dei loro figli più favorevolmente degli altri, ma Ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente d'ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche.

Lettera al padre (1819)

6A Roma

Finalmente, nel novembre del 1822 Giacomo ottiene dal padre il permesso di lasciare Recanati. Va a Roma, dove è ospite degli zii materni; vi rimarrà fino al maggio dell’anno successivo. Ma è l’ennesima delusione: tutte le aspettative che Giacomo aveva nutrito vengono disattese. Deludente è Roma, deludente l’ambiente letterario romano, deludenti i suoi protagonisti: la Roma reale cancella rapidamente la Roma che Giacomo, dall’arretrata provincia recanatese, aveva a lungo desiderato conoscere. Gli sembrano mediocri i letterati romani, e li sente a lui ostili; non riesce a trovare un impiego; i suoi tentativi di fare ricerche filologiche vengono ostacolati da uomini invidiosi; soltanto gli intellettuali stranieri gli paiono persone di valore.

«Non ho ancora potuto conoscere un letterato romano che intenda sotto il nome di letteratura altro che l’Archeologia... La bella è che non si trova un romano il quale realmente possieda il latino o il greco... La letteratura romana è così misera, vile, stolta, nulla, ch’io mi pento d’averla veduta e di vederla, perché questi miserabili letterati mi disgustano della letteratura...»

Dopo cinque mesi, nel maggio del 1823 fa ritorno a Recanati.

Dato l’addio alla poesia con la canzone Alla sua donna (settembre 1823), si dedica a progettare e scrivere una serie di prose e dialoghi filosofici, le Operette morali, nelle quali demolisce con l’arma dell’ironia l’ottimismo imperante nel suo tempo e rappresenta la propria visione disincantata della condizione umana. Intanto, nel 1824 pubblica a Bologna le Canzoni del conte Giacomo Leopardi

7A Milano e Bologna

Nel luglio del 1825 Leopardi lascia di nuovo Recanati: destinazione, Milano.

A chiamarlo là è stato l’editore milanese Antonio Fortunato Stella, che lo impiega in alcuni importanti progetti editoriali: all’incarico di sovrintendere all’edizione delle opere di Cicerone sarebbero seguiti quelli di realizzare un commento al Canzoniere di Petrarca e due Crestomazie (antologie) della letteratura italiana, una di prosatori, l’altra di poeti. Per Giacomo ciò significa soprattutto avere uno stipendio e quindi potersi emancipare dalla famiglia. Dando anche lezioni private, fra il luglio del 1825 e il novembre del 1826 riesce a mantenersi da solo e a vivere prima a Milano, poi a Bologna. Intanto alcuni amici, fra i quali Giordani, cercano invano di procurargli un’occupazione stabile: ma ogni tentativo fallisce.  

Sono mesi di incontri: nell’estate del 1825 Giacomo era riuscito a far visita al vecchio Vincenzo Monti nella sua abitazione milanese; a Bologna frequenta con assiduità Pietro Giordani e si innamora della contessa Teresa Carnieri Malvezzi.

Con la stesura di un’Epistola dedicata al conte bolognese Carlo Pepoli, Giacomo mette fine al silenzio poetico degli ultimi anni.

8A Firenze

Dopo aver trascorso l’inverno a Recanati, nel giugno del 1827 Giacomo si trasferisce a Firenze, dove viene accolto dall’editore Giovan Pietro Vieusseux ed entra in contatto col gruppo di intellettuali d’orientamento liberale dell’«Antologia». A Firenze Giacomo conosce e frequenta molti letterati, i più di orientamento cattolico-moderato: fra questi c’è Alessandro Manzoni, arrivato allora da Milano per «sciacquare i panni in Arno», ossia per adeguare al fiorentino parlato la lingua dei Promessi sposi.  

A Firenze conosce anche Antonio Ranieri, un giovane intellettuale napoletano di tendenze democratiche, laiche e razionaliste: tra i due sarebbe poi nata una fraterna amicizia.

9L’inverno pisano e l’ultimo soggiorno a Recanati

Nel novembre del 1827 Leopardi si trasferisce a Pisa, città dal clima più mite, dove trascorre l’inverno. Sono mesi sereni, che favoriscono il ritorno alla poesia: nell’aprile del 1828 scrive Il risorgimento e A Silvia, dando così l’avvio al ciclo pisano-recanatese dei canti. Dopo un breve ritorno a Firenze per l’estate, privo oramai dell’assegno dello Stella, fa ritorno nell’odiata Recanati: sarà l’ultima volta.   

Piazza Leopardi a Recanati
Piazza Leopardi a Recanati — Fonte: ansa

A Recanati rimane per 16 mesi: mesi lunghi, faticosi, in cui si alternano furiosamente depressione e slanci creativi. Durante questo su ultimo soggiorno nella casa paterna, soprattutto nei mesi del 1829, Giacomo si dedica alla scrittura poetica e compone altri quattro grandi canti: Le ricordanze, La quiete dopo la tempestaIl sabato del villaggio e il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.  

10Di nuovo a Firenze

Finalmente, nell’aprile del 1830, grazie all’aiuto economico di alcuni suoi amici vicini a Vieusseux, può far ritorno a Firenze: e proprio qui, nella capitale del Granducato, sarebbe uscita nel 1831 la prima edizione dei suoi Canti. Intanto nel novembre del 1830 va a vivere con l’amico Antonio Ranieri.

Durante questo nuovo soggiorno fiorentino conosce un’affascinante nobildonna, Fanny Targioni Tozzetti, della quale si innamora, non ricambiato. Alla passione per Fanny è legato un gruppo di liriche, il cosiddetto ‘ciclo di Aspasia’ o dei ‘canti dell’amore fiorentino’: Il pensiero dominante, Amore e Morte, A se stesso e Aspasia, straordinarie per originalità e intensità sentimentale.  

Dopo un breve soggiorno a Roma (ottobre 1831-marzo 1832) con Ranieri, Giacomo ritorna a Firenze, dove scrive gli ultimi due dialoghi delle Operette (Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere e Dialogo di Tristano e di un amico); nel dicembre del 1832 scrive il suo ultimo appunto nello Zibaldone

11A Napoli

Nell’ottobre del 1833 Giacomo si trasferisce a Napoli con l’amico Antonio Ranieri: le sue condizioni di salute negli ultimi mesi sono molto peggiorate e spera di poter trarre giovamento dal clima della città partenopea.

È problematico il rapporto che stabilisce con gli ambienti intellettuali napoletani, in cui è forte quella tendenza spiritualistica e ottimistica a lui del tutto estranea. Da questo attrito scaturisce un desiderio nuovo e intenso di intervenire nel dibattito culturale contemporaneo: scrive la satira I nuovi credenti (1835), scagliata contro gli spiritualisti napoletani, la Palinodia al marchese Gino Capponi (1835), ironico attacco al mito del progresso, e porta a termine la stesura del poemetto in ottave Paralipomeni della Batracomiomachia (edito postumo).

Intanto Giacomo deve far fronte a nuove difficoltà editoriali: la censura borbonica sequestra i primi due volumi delle sue opere (le Operette morali e la seconda edizione ampliata dei Canti), pubblicate dall’editore Starita di Napoli. Anche l’ipotesi di un’edizione parigina curata dall’amico e filologo svizzero Louis De Sinner tramonta; così, l’edizione definitiva delle opere di Leopardi avrebbe visto la luce soltanto nel 1845, postuma, a cura di Antonio Ranieri.

12Gli ultimi anni

Tra il 1836 e il 1837 trascorre assieme a Ranieri e alla sorella di lui, Paolina, lunghi soggiorni in una villetta ai piedi del Vesuvio, tra Torre del Greco e Torre Annunziata: qui, lontano da Napoli, dove infuria un’epidemia di colera, scrive gli ultimi canti, La ginestra e Il tramonto della luna.    

La tomba di Leopardi a Napoli
La tomba di Leopardi a Napoli — Fonte: ansa

A febbraio rientrano a Napoli. Le condizioni di salute di Giacomo si aggravano rapidamente: muore il 14 giugno, a soli 39 anni d’età. Il suo corpo viene tumulato nella chiesetta di San Vitale; a dettare l’epitaffio per la lapide è l’amico di sempre, Giordani:

Giacomo Leopardi recanatese
filologo ammirato fuori d'Italia
scrittore di filosofia e di poesie altissimo
da paragonare solamente coi greci
che finì di XXXIX anni la vita
per continue malattie miserissime

Nel 1938, a un secolo di distanza, i resti vengono traslati nel Parco Vergiliano di Perdigrotta, sulle pendici della collina che separa Mergellina da Fuorigrotta, luogo in cui, secondo la tradizione, si trova la tomba di Virgilio.