Umanesimo napoletano: storia, caratteristiche e protagonisti

Umanesimo napoletano: storia, caratteristiche e protagonisti A cura di Vincenzo Lisciani Petrini.

Soria e caratteristiche dell'umanesimo napoletano, il rifiorire culturale che coinvolse anche il Regno di napoli nel '400. Protagonisti ne sono Pontano, Sannazzaro, Beccadelli, Salernitano.

1Cos’è l’umanesimo napoletano?

Giovanni Pontano, massimo esponente dell'umanesimo napoletano del quattrocento
Giovanni Pontano, massimo esponente dell'umanesimo napoletano del quattrocento — Fonte: getty-images

Napoli è una città unica nel suo genere. Bella, disperata, affascinante come tanti artisti l’hanno dipinta; piena di intrighi e di storie, di personaggi brillanti e di maschere. Ebbene l’Umanesimo non poteva non lasciare traccia anche qui e anzi andare ad assumere dei tratti molto particolari grazie ad autori come Giovanni Pontano, Antonio Beccadelli detto il Panormita (cioè di Palermo), Iacopo Sannazaro, il famoso autore dell’Arcadia, e Masuccio Salernitano, autore del Novellino. Non dimentichiamo anche il grande filologo Lorenzo Valla che vi soggiornò a lungo e proprio a Napoli smascherò la falsa donazione di Costantino.  

Com’era l’assetto politico di Napoli? Dunque, il Regno di Napoli aveva un assetto politico molto precario a causa del potere feudale dei baroni che si opponevano all’autorità del re, appoggiandosi ad altre signorie o a elementi esterni come il Papato o il Regno di Francia.

Il periodo in questione è segnato prima dalla figura di Alfonso I che rese la corte di Napoli una delle più raffinate e aperte alle novità culturali del Rinascimento e poi dalla figura del Re Ferdinando I, detto Don Ferrante, (re dal 1458 al 1494), il quale dette un forte impulso all’Accademia Pontaniana e fu il protettore del grande poeta Jacopo Sannazaro. La fine di questo movimento è databile al 1516, quando il regno passò sotto il controllo dei re spagnoli. 

2Caratteristiche dell’Umanesimo napoletano

Francesco Petrarca
Francesco Petrarca — Fonte: ansa

Come sappiamo, l’Umanesimo e un’attività di recupero e di studio dei classici – gli studia humanitatis, da cui facoltà “umanistiche” come Lettere, Storia etc. – da parte degli intellettuali che prendono così il nome di umanisti: uno dei primissimi umanisti è stato Francesco Petrarca, che aveva avuto il ruolo di pioniere degli studi classici

Tuttavia l’Umanesimo riguarda da vicino quella che si può definire «una filosofia della vita e della realtà». Vale a dire che gli studi devono riflettersi in un modello di vita, aderendo alla particolare situazione socio-culturale, in questo caso del regno di Napoli. 

Gli umanisti napoletani, infatti, dovendo fronteggiare continui sconvolgimenti politici causati dalla dinastia aragonese, dal clima di incertezza, promuovono un rinnovamento della cultura napoletana offrendo rimedi e metodi efficaci per sopperire ai difetti strutturali della dinastia angioina e cercano di trovare un equilibrio di massima in questa sfortunata situazione. Uno dei pensieri cardine dell’Umanesimo in generale è trovare la misura umana nelle cose e quindi agire con buon senso e disincanto. Politicamente sarà questa la riflessione di Machiavelli

Allora questi umanisti impongono un modello di azione che segua ‘ragione’ e ‘prudenza’ pur di fare fronte ai capricci dell’indomabile ‘fortuna’. La dinastia aragonese promuove la cultura e si accorge di averne quanto mai bisogno per creare quel collante ideologico che in quel particolare frangente stava mancando.

Miniatura da un manoscritto di Giovanni Pontano, Italia XV secolo
Miniatura da un manoscritto di Giovanni Pontano, Italia XV secolo — Fonte: getty-images

I modelli presi dagli umanisti napoletano fanno riferimento a quanto già si stava vedendo nelle corti centro-settentrionali, da Firenze a Ferrara, da Milano a Venezia. Si crea quindi un’emulazione del modello. Infatti i sovrani e gli umanisti da una parte cercavano di collegarsi alla cosiddetta cultura italiana (cioè quella delle corti più importanti che, facendosi concorrenza, un po’ si assomigliavano), dall’altra, però, cercavano di napoletanizzare la cultura importata, allargando gusti e modelli dalla corte alla città e ai diversi ceti della società (in particolare ai ceti alti, borghesia e nobiltà). 

Un ruolo decisivo è svolto dalla famosa Accademia pontaniana favorita dal Re Alfonso. Dopo il crollo della dinastia aragonese, l'Accademia pontaniana e le libere riunioni dei cittadini furono sciolte da Pietro di Toledo e in seguito addirittura proibite. Ma l’umanesimo è un fenomeno lungo e questo processo creò una svolta nella città che infatti sarebbe ulteriormente fiorita nel 1600 generando intellettuali dal calibro di Giambattista Vico

3L’accademia pontaniana

Lorenzo Valla, umanista e filosofo italiano. Incizione di fine XVI secolo
Lorenzo Valla, umanista e filosofo italiano. Incizione di fine XVI secolo — Fonte: getty-images

Come abbiamo detto in precedenza, tra 1400 e 1500 rifioriscono gli studia humanitatis in tutta Italia e Napoli si adegua al cambiamento generale che si stava verificando nelle grandi corti italiane. Anche il nuovo ruolo del filologo colpisce molto la Napoli del ‘400, dove soggiornerà addirittura Lorenzo Valla, che aveva dimostrato la falsità della donazione di Costantino. Cerchiamo però di capire meglio che cos’è l’accademia e perché riveste un ruolo cruciale in questo periodo.  

L’accademia è un’istituzione culturale propria dell’Umanesimo: è un ambiente protetto dove studiare e fare ricerca, dove scambiare idee e ascoltare lezioni. È un centro di produzione e ricezione culturale. Qui si cerca di ottenere una maggior consapevolezza delle capacità dell’intelletto umano e della conoscenza più elevata delle scienze.  

Il 1458 è l’anno in cui viene fondata l’Accademia pontaniana, la più antica d’Italia, da Antonio Beccadelli meglio noto come il Panormita, autore dell’Hermaphroditus un’opera molto licenziosa di contenuto erotico. 

A Napoli diede prova delle sue capacità e delle sue risorse: l’amore per gli studi e per le attività umanistiche, la viva esperienza di letterato e di uomo di corte, la colta e brillante conversazione che ne fecero il centro della vivace vita culturale dell'umanesimo cortigiano nella Napoli alfonsina. Ma vi manifestò anche apertamente il suo carattere ombroso e difficile, insofferente, talvolta incline agli intrighi e alla polemica. 

Jacopo Sannazaro
Jacopo Sannazaro — Fonte: getty-images

Lo splendore dell’accademia, allora, arrivò con la direzione di Giovanni Pontano, letterato e organizzatore delle diverse riunioni e banchetti durante i quali venivano declamati ad alta voce le opere latine. Il latino è, non dimentichiamolo, la lingua ufficiale dell’umanesimo. Numerosi intellettuali napoletani partecipano alle riunioni discutendo sulla filosofia, l’arte e la letteratura e dando il loro prezioso contributo all’accademia. 

Tra questi vi è anche Jacopo Sannazaro, autore dell’Arcadia, che a sua volta divenne poi il direttore e Masuccio Salernitano, il talentoso novelliere epigono di Boccaccio. La parabola storica della letteratura napoletana si sottoscrive nel periodo aragonese tra il 1442 e il 1502. 

La produzione letteraria è legata all’esistenza della corte regia, non a caso i maggiori letterati prima citati svolgevano in qualche modo ruoli di funzionari del sovrano stesso, proprio come era accaduto alla corte di Federico II di Svevia con i poeti siciliani. Alla caduta del governo aragonese e l’instaurazione stabile del regime spagnolo segnò un netto calo della produzione di opere artistiche in volgare

4Gli autori: il poeta Sannazaro, l’umanista Pontano, il novelliere Masuccio Salernitano

4.1Jacopo Sannazaro

Jacopo Sannazaro (1455/56-1530) è insieme con Pontano la figura più significativa dell'umanesimo napoletano. Compose l’Arcadia un prosimetro ed è considerato il fondatore del romanzo pastorale (riprende il Virgilio delle Bucoliche e Teocrito), un genere letterario oggi non praticato ma che all’epoca, proprio grazie alla ripresa dei classici, ebbe una grandissima fortuna e si diffuse in tutta Europa.  

L'Arcadia (in greco antico: Ἀρκαδία, Arkadía) è infatti una regione storica dell'antica Grecia, corrispondente al Peloponneso centrale e avente come capitale Tripoli. Prende il nome da Arcade, personaggio mitologico e per Sannazaro diventa il simbolo della civiltà greca che era poi la base culturale di quella partenopea (colonia greca appunto prima dei Romani).  

Così Arcadia è un nome programmatico perché si tratta di una terra mitica dove è ancora possibile – almeno nell’immaginazione – incontrare i pastori cantati da Virgilio e da Teocrito operando una straordinaria elaborazione letteraria, un romanzo in cui, alternando parti in prosa e in versi (prosimetro), Sannazaro racconta il suo viaggio alla scoperta di questo luogo ideale dove si trovano solo la gioia, la pace e la bellezza. Con un ritmo leggero e musicale, frutto di un abilissimo uso degli artifici del linguaggio, il poeta, nelle vesti del pastore Azio Sincero (pseudonimo del poeta), canta la nostalgia per l’età dell’oro a cui è impossibile fare ritorno, utilizzando motivi e materiali presi dalla tradizione classica e volgare (Dante, Petrarca, Boccaccio). In cosa allora Sannazaro napoletanizza l’umanesimo? Un esempio potrebbe essere nelle Fabulae piscatoriae, storie di pescatori sempre sul modello delle ecloghe virgiliane: a Napoli, infatti, non ci sono tanto i pastori, quanto i pescatori…  

4.2Giovanni Pontano

Andiamo a Giovanni Pontano che è un umanista straordinario e rappresenta con la sua opera più famosa, il “De amore coniugali”, una vera e propria innovazione per la lirica amorosa italiana. Difatti, prima di Pontano, tutti i poeti hanno sempre elogiato l’amore per un’amante, quindi un amore adultero e proibito dai dettami della società e della religione. Invece qui Pontano canta l’amore per sua moglie: anche questa è in fondo una grande novità. Tuttavia scrisse anche delle nenie, ovvero delle ninne nanne per i suoi figli. 

Mi soffermerei però sul suo trattato De sermone, composto tra il 1499 e il 1503, durante i suoi ultimi anni di vita. In questo libro Pontano riprende la trattazione retorica e si sofferma anche sul “comico del discorso”, cioè il perché e il per come un discorso susciti il riso. Si cerca di elaborare «una grammatica del comico, del discorso comico (…), quanto meno per normalizzare la sua pratica sociale, prima che letteraria» (Borsellino, La tradizione del comico, 41). 

Pontano quindi segna un punto di raccordo fondamentale tra la retorica classica del riso, operata da Cicerone e Quintiliano, e la riflessione filosofica sul riso e sul comico di Aristotele, il tutto però orientato alla pragmatica del discorso comico all’interno della società poiché esso consacra «l’ideale di convivenza cui si ispira l’etica mondana del Rinascimento» (Borsellino, 41). La società ridente e gaudente del Rinascimento è l’obiettivo da ottenersi attraverso l’immaginazione utopistica di un mondo diverso: un mondo nuovo e ideale. 

Pontano esalta l’urbanitas e la facetudo e loda quegli uomini che ne sono capaci, poiché essi sono illuminati dalla ragione, dal quel buon senso di cui abbiamo discusso a lungo e che sarebbe la ricerca di una verità senza cieco idealismo. L’urbanitas permette di arrivare alla veritas, mentre la facetudo di servirsene con leggerezza e affabilità, di indagarla senza paraocchi, senza lasciarsi fuorviare. 

L’essere faceti significa innanzitutto avere grazia nel discorso e la grazia nel discorso non è mero esercizio retorico, ma un dono dell’intelligenza e della sua fantasia. È con questo autore che la visione comica della realtà diventa misura dell’intelligenza umana: perché saper essere urbani e faceti è il massimo valore cui può aspirare l’uomo. Senza la ragione, la parola sarebbe vuota, ma senza l’arte della parola, la ragione non riuscirebbe a perfezionarsi in una verità condivisibile. Dunque essere faceti diventa per Pontano una condizione imprescindibile dell’essere intellettuali. E non è forse curioso che proprio dalla città di Napoli si originano le maschere più famose, come Totò, e la commedia all’italiana di De Filippo? Non credo. 

4.3Masuccio Salernitano

Xilografia raffigurante Masuccio Salernitano (1410-1475) che presenta il suo "Novellino" ad una nobildonna
Xilografia raffigurante Masuccio Salernitano (1410-1475) che presenta il suo "Novellino" ad una nobildonna — Fonte: getty-images

Tommaso Guardati detto Masuccio Salernitano (1410-1475) invece con il suo Novellino si pone come successore del grande Giovanni Boccaccio, ma presto il suo libro a causa dell’eccessiva vivacità espressiva riguardo determinate questioni religiose, viene inserito e censurato nell’Indice dei libri proibiti. Se ai tempi di Boccaccio si poteva parlare molto liberamente di frati e monache licenziose, i tempi cominciano in parte a cambiare proprio verso il 1500. 

A Masuccio Salernitano va il merito di avere dato un forte impulso alla narrativa, non soltanto imitando il grande modello di Boccaccio, ma cercando di attraversarlo e di napoletanizzarlo, come detto prima. Allora ecco che le scene risentono dell’oscurità notturna partenopea, i vicoli pullulano di gente, nella notte la città si anima, la comicità sfiora la farsa, subentrano le atmosfere gotiche. A lui anche il merito di avere ripreso una storia, quella di Mariotto e Giannozza, che, viaggiando per tempo e spazio, sarà di ispirazione niente meno che per il Romeo e Giulietta di Shakespeare. Sebbene si tratti di un tema molto abusato (i due amanti ostacolati dalle famiglie), ci sono numerose somiglianze (e anche molte differenze quindi).