Ulisse e le sirene: mito, riassunto e parafrasi del Libro XII dell'Odissea

Di Redazione Studenti.

Ulisse e le sirene: riassunto, testo e parafrasi del Libro XII dell'Odissea di Omero. Il mito delle sirene nel racconto e spiegazione dettagliata

Odissea, libro XII: spiegazione

Ulisse (Odisseo) e le sirene: illustrazione
Ulisse (Odisseo) e le sirene: illustrazione — Fonte: istock

Il libro XII dell'Odissea di Omero è il libro dedicato alle sirene

La prova delle sirene è la terzultima che Odisseo affronta con i suoi compagni. Odisseo ha combattuto con il ciclope Polifemo, vincendolo con l’astuzia, si è scontrato con il potere sovrannaturale di Circe, scampando grazie all’aiuto di un Dio, e si trova ora a confronto con un genere di prova diverso da tutte le altre: non il canto delle sirene in sé, ma il confronto con se stesso.

Che cosa promettono a Odisseo le Sirene? In che cosa consiste il loro terribile potere di ammaliare gli uomini attirandoli a sé?

Odissea, le sirene

Quando Odisseo decide di turare le orecchie ai suoi compagni con la cera, ma di farsi legare all’albero della nave, senza alcuna protezione contro il canto delle sirene, dimostra una sua caratteristica che lo accompagna per tutto il poema: la voglia di conoscere e di sapere, la voglia di provare cose nuove che nessun altro uomo ha mai provato. Ne parla anche Dante nel XXVI canto dell'Inferno, dove racconta la storia di Ulisse - non Odisseo - che tornato ad Itaca sceglie di ripartire per oltrepassare coi compagni le Colonne d'Ercole, spingendosi così oltre i confini consentiti all'uomo e andando infine incontro alla morte.

E sarà proprio su questo che le Sirene faranno forza per spingere Odisseo a raggiungerle: lo tenteranno promettendo di rivelargli “...quanto accade sulla terra feconda.” Odisseo riesce a resistere solo grazie alla sua proverbiale saggezza che gli aveva consigliato di farsi legare nel caso la sua forza di volontà non fosse bastata da sola a opporsi al canto ammaliatore delle Sirene.

Non è dalle Sirene che Odisseo deve difendersi, ma da se stesso, dai suoi desideri e dalle sue passioni più forti. La prova e la figura delle sirene, che sarà poi ripresa da molte correnti di pensiero per farne allegorie sulla vita e sul mondo, è il simbolo dell’uomo a confronto non con una forza esterna contro cui deve combattere, ma con qualcosa di molto più terribile: è l’uomo che è costretto a controllare e mettere in dubbio il suo stesso modo di essere.

Il detto greco γνῶθι σεαυτόν (conosci te stesso) è alla base di questa prova, è l’arma grazie alla quale Odisseo riesce a superare l’isola delle sirene. Odisseo, consapevole di non poter resistere alle promesse delle Sirene, sapendo fin dove può arrivare con la sua forza di volontà, decide di farsi legare all’albero.

La tremenda forza delle sirene sta proprio in questo: parlare a ogni uomo in modo diverso, scovare i desideri più segreti e forti degli uomini e tentarli su questo piano. A Odisseo le sirene promettono la celebrazione del suo passato eroico e il sapere di tutte le cose del mondo. Solo conoscendo queste debolezze del suo animo, e prevenendole, Odisseo riesce a salvarsi. 

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Libro XII Odissea, testo

Poiché la nave uscì dalle correnti
Del gran fiume Oceàno, ed all'Eèa
Isola giunse nell'immenso mare,
Là 've gli alberghi dell'Aurora e i balli
Sono, e del sole i lucidi Levanti,
Noi dalla nave, che fu in secco tratta,
Scesi, e corcati su la muta spiaggia,
Aspettammo dell'alba il sacro lume.
Ma come del mattin la bella figlia
Colorò il ciel con le rosate dita,
Di Circe andaro alla magione alcuni,
Che dell'estinto Elpenore la fredda
Spoglia ne riportassero. Troncammo
Frassini e abeti, e all'infelice amico,
Dolenti il core, e lagrimosi il ciglio,
L'esequie femmo, ove sporgea più il lido.
Né prima il corpo e le armi ebbe arse il foco,
Che noi, composto un tumulo, ed eretta
SOpravi una colonna, il ben formato
Remo infiggemmo della tomba in cima.
Mentr'eravamo al trist'ufficio intenti,
Circe, che d'Aide ci sapea tornati,
S'adornò e venne in fretta, e con la dea
Venner d'un passo le serventi ninfe,
Forza di carni e pan seco recando,
E rosso vino, che le vene infiamma.
L'inclita tra le dee stava nel mezzo,
E così favellava: "O sventurati,
Che in carne viva nel soggiorno entraste
D'Aide, e di cui la sorte è due fiate
Morir, quando d'ogni altro uomo è una sola.
Su via, tra i cibi scorra ed i licori
Tutto a voi questo dì su le mie rive.
Come nel ciel rosseggerà l'Aurora,
Navigherete; ma il cammino, e quanto
Di saper v'è mestieri, udrete in prima,
Sì che non abbia per un mal consiglio
Grave in terra, od in mare, a incorvi danno".
Chi persuaso non sarìasi? Quindi
Tra lanci piene e coronate tazze,
Finché il sol si mostrò, sedemmo a mensa.
Il sol celato ed imbrunito il mondo,
Si colcaro i compagni appo la nave.
Ma Circe me prese per mano, e trasse
Da parte, e a seder pose; indi, seduta
Di contra, interrogommi, ed io su tutto
La satisfeci pienamente. Allora
Tai parole sciogliea l'illustre diva:
"Tu compiesti ogni cosa. Or quello ascolta,
Ch'io vo' manifestarti, e che al bisogno
Ti torneranno nella mente i numi.
Alle Sirene giungerai da prima,
Che affascìnan chïunque i lidi loro
Con la sua prora veleggiando tocca.
Chïunque i lidi incautamente afferra
Delle Sirene, e n'ode il canto, a lui
Né la sposa fedel, né i cari figli
Verranno incontro su le soglie in festa.
Le Sirene sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D'ossa d'umani putrefatti corpi
E di pelli marcite, un monte s'alza.
Tu veloce oltrepassa, e con mollita
Cera de' tuoi così l'orecchio tura,
Che non vi possa penetrar la voce.
Odila tu, se vuoi; sol che diritto
Te della nave all'albero i compagni
Leghino, e i piedi stringanti, e le mani;
Perché il diletto di sentir la voce
Delle Sirene tu non perda. E dove
Pregassi o comandassi a' tuoi di sciorti,
Le ritorte raddoppino ed i lacci.
Poiché trascorso tu sarai, due vie
Ti s'apriranno innanzi; ed io non dico,
Qual più giovi pigliar, ma, come d'ambo
Ragionato t'avrò, tu stesso il pensa.
Vedrai da un lato discoscese rupi
Sovra l'onde pendenti, a cui rimbomba
Dell'azzurra Anfitrite il salso fiotto.
Gl'Iddii beati nella lor favella
Chiàmanle Erranti. Non che ogni altro augello,
Trasvolarle non sanno impunemente
Né le colombe pur, che al padre Giove
Recan l'ambrosia: la polita pietra
Sempre alcuna ne fura, e della spenta
Surroga invece altra colomba il padre.
Nave non iscampò dal periglioso
Varco sin qui: ché de' navigli tutti
Le tavole del pari e i naviganti
Sen porta il vincitor flutto, e la pregna
Di mortifero foco atra procella.
Sola quell'Argo che solcava il mare,
Degli uomini pensiero e degli dèi
Trapassar valse, navigando a Colco:
E se non che Giunon, cui molto a cuore
Giasone stava, di sua man la spinse,
Quella non meno avrìan contra le vaste
Rupi cacciata i tempestosi flutti.
Dall'altra parte havvi due scogli: l'uno
Va sino agli astri, e fosca nube il cinge
Né su l'acuto vertice, l'estate
Corra o l'autunno, un puro ciel mai ride.
Montarvi non potrebbe altri, o calarne,
Venti mani movesse e venti piedi:
Sì liscio è il sasso e la costa superba.
Nel mezzo, vôlta all'occidente e all'orco,
S'apre oscura caverna, a cui davanti
Dovrai ratto passar; giovane arciero
Che dalla nave disfrenasse il dardo,
Non toccherebbe l'incavato speco.
Scilla ivi alberga, che moleste grida
Di mandar non ristà. La costei voce
Altro non par che un guaiolar perenne
Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce
Mostro, e sino ad un dio, che a lei si fesse,
Non mirerebbe in lei senza ribrezzo.
Dodici ha piedi, anterïori tutti,
Sei lunghissimi colli, e su ciascuno
Spaventosa una testa, e nelle bocche
Di spessi denti un triplicato giro,
E la morte più amara in ogni dente.
Con la metà di sé nell'incavato
Speco profondo ella s'attuffa, e fuori
Sporge le teste, riguardando intorno
Se delfini pescar, lupi, o alcun puote
Di que' mostri maggior che a mille a mille
Chiude Anfitrite nei suoi gorghi e nutre.
Né mai nocchieri oltrepassaro illesi:
Poiché quante apre disoneste bocche,
Tanti dal cavo legno uomini invola.
Men l'altro s'alza contrapposto scoglio
E il dardo tuo ne colpirìa la cima.
Grande verdeggia in questo e d'ampie foglie
Selvaggio fico; e alle sue falde assorbe
La temuta Cariddi il negro mare.
Tre fiate il rigetta, e tre nel giorno
L'assorbe orribilmente. Or tu a Cariddi
Non t'accostar mentre il mar negro inghiotte;
Ché mal saprìa dalla ruina estrema
Nettuno stesso dilivrarti. A Scilla
Tienti vicino, e rapido trascorri.
Perder sei de' compagni entro la nave
Torna più assai, che perir tutti a un tempo".
Tal ragionava; ed io: "Quando m'avvegna
Schivare, o Circe, la fatal Cariddi,
Respinger, dimmi il ver, Scilla non deggio,
Che gli amici a distruggermi s'avventa?"
"O sventurato", rispondea la diva
Dunque le pugne in mente ed i travagli
Rivolgi ancor, né ceder pensi ai numi?
Cosa mortal credi tu Scilla? Eterno
Credila, e duro, e faticoso, e immenso
Male, ed inespugnabile, da cui
Schermo non havvi, e cui fuggir fia ìl meglio
Se indugi, e vesti appo lo scoglio l'armi,
Sbucherà, temo, ad un secondo assalto,
E tanti de' compagni un'altra volta
Ti rapirà, quante spalanca bocche.
Vola dunque sul pelago, e la madre
Cratèi, che al mondo generò tal peste,
E ritenerla, che a novella preda
Non si slanci, potrà, nel corso invoca.
Allora incontro ti verran le belle
Spiagge della Trinacria isola, dove
Pasce il gregge del Sol, pasce l'armento:
Sette branchi di buoi, d'agnello tanti,
E di teste cinquanta i branchi tutti.
Non cresce, o scema, per natale o morte,
Branco; e le Dive sono i lor pastori
Faetusa e Lampezie il crin ricciute
Che partorì d'Iperïone al figlio
Ninfe leggiadre, la immortal Neera.
Come l'augusta madre ambo le ninfe
Dopo il felice parto ebbe nodrite,
A soggiornar lungi da sé mandolle
Nella Trinacria; e le paterne vacche
Dalla fronte lunata, ed i paterni
Monton lucenti a custodir lor diede.
Pascoleranno intatti e a voi soltanto
Calerà del ritorno? il suol nativo,
Non però senza guai, fiavi concesso.
Ma se giovenca molestaste od agna,
Sterminio a te predìco, al legno e a' tuoi
E pognam, che tu salvo ancor ne andassi,
Riederai tardi, e a gran fatica, e solo".
Disse; e sul trono d'ôr l'Aurora apparve.
Circe, non molto poi, da me rivolse
Per l'isola i suoi passi; ed io, trovata
La nave, a entrarvi e a disnodar la fune
Confortava i compagni; ed i compagni
V'entraro, e s'assidean su i banchi, e assisi
Fean co' remi nel mar spume d'argento.
La dea possente ci spedì un amico
Vento di vela gonfiator, che fido
Per l'ondoso cammin ne accompagnava:
Sì che, deposti nella negra nave
Dalla prora cerulea i lunghi remi,
Sedevamo, di spingerci e guidarci
Lasciando al timonier la cura e al vento.
Qui, turbato del core: "Amici", io dissi,
Degno mi par che a tutti voi sia conto
Quel che predisse a me l'inclita Circe.
Scoltate adunque, acciocché, tristo o lieto,
Non ci sorprenda ignari il nostro fato.
Sfuggire in pria delle Sirene il verde
Prato e la voce dilettosa ingiunge.
Vuole ch'io l'oda io sol: ma voi diritto
Me della nave all'albero legate
Con fune sì, ch'io dar non possa un crollo;
E dove di slegarmi io vi pregassi
Pur con le ciglia, o comandassi, voi
Le ritorte doppiatemi ed i lacci".
Mentre ciò loro io discoprìa, la nave,
Che avea da poppa il vento, in picciol tempo
Delle Sirene all'isola pervenne.
Là il vento cadde, ed agguagliossi il mare,
E l'onde assonnò un demone. I compagni
Si levâr pronti, e ripiegâr le vele,
E nella nave collocarle: quindi
Sedean sui banchi ed imbiancavan l'onde
Co' forti remi di polito abete.
Io la duttile cera, onde una tonda
Tenea gran massa, sminuzzai con destro
Rame affilato; ed i frammenti n'iva
Rivoltando e premendo in fra le dita.
Né a scaldarsi tardò la molle pasta;
Perocché lucidissimi dall'alto
Scoccava i rai d'Iperïone il figlio.
De' compagni incerai senza dimora
Le orecchie di mia mano; e quei diritto
Me della nave all'albero legaro
Con fune, i piè stringendomi e le mani.
Poi su i banchi adagiavansi, e co' remi
Batteano il mar, che ne tornava bianco.
Già, vogando di forza, eravam quanto
Corre un grido dell'uomo, alle Sirene
Vicini. Udito il flagellar de' remi,
E non lontana omai vista la nave,
Un dolce canto cominciaro a sciorre:
"O molto illustre Ulisse, o degli Achei
Somma gloria immortal, su via, qua vieni,
Ferma la nave; e il nostro canto ascolta.
Nessun passò di qua su negro legno,
Che non udisse pria questa che noi
Dalle labbra mandiam, voce soave;
Voce, che innonda di diletto il core,
E di molto saver la mente abbella.
Ché non pur ciò, che sopportaro a Troia
Per celeste voler Teucri ed Argivi,
Noi conosciam, ma non avvien su tutta
La delle vite serbatrice terra
Nulla, che ignoto o scuro a noi rimanga".
Cosi cantaro. Ed io, porger volendo
Più da vicino il dilettato orecchio,
Cenno ai compagni fea, che ogni legame
Fossemi rotto; e quei più ancor sul remo
Incurvavano il dorso, e Perimede
Sorgea ratto, ed Euriloco, e di nuovi
Nodi cingeanmi, e mi premean più ancora.
Come trascorsa fu tanto la nave,
Che non potea la perigliosa voce
Delle Sirene aggiungerci, coloro
A sé la cera dall'orecchio tosto,
E dalle membra a me tolsero i lacci.
Già rimanea l'isola indietro; ed ecco
Denso apparirmi un fumo e vasti flutti,
E gli orecchi intronarmi alto fragore.
Ne sbigottiro i miei compagni, e i lunghi
Remi di man lor caddero, e la nave,
Che de' fidi suoi remi era tarpata,
Là immantinente s'arrestò. Ma io
Di su, di giù, per la corsìa movendo,
E con blanda favella or questo, or quello
De' compagni abbordando: "O", dissi, "meco
Sin qua passati per cotanti affanni,
Non ci sovrasta un maggior mal, che quando
L'infinito vigor di Polifemo
Nell'antro ci chiudea. Pur quinci ancora
Col valor mio vi trassi, e col mio senno,
E vi fia dolce il rimembrarlo un giorno.
Via, dunque, via, ciò ch'io comando, tutti
Facciam: voi, stando sovra i banchi, l'onde
Percotete co' remi, e Giove, io spero,
Concederà dalle correnti scampo.
Ma tu, che il timon reggi, abbiti in mente
Questo, né l'obblïar: guida il naviglio
Fuor del fumo e del fiotto, ed all'opposta
Rupe ognor mira e ad essa tienti, o noi
Getterai nell'orribile vorago".
Tutti alla voce mia ratto ubbidiro.
Se non ch'io Scilla, immedicabil piaga,
Tacqui, non forse, abbandonati i banchi,
L'un sovra l'altro per soverchia tema
Della nave cacciassersi nel fondo.
E qui, di Circe, che vietommi l'arme,
Negletto il disamabile comando,
Io dell'arme vestìami, e con due lunghe
Nell'impavida mano aste lucenti
Salìa sul palco della nave in prua,
Attendendo colà, che l'efferata
Abitatrice dell'infame scoglio
Indi, gli amici a m'involar, sbalzasse:
Né, perché del ficcarli in tutto il bruno
Macigno stanchi io mi sentissi gli occhi,
Da parte alcuna rimirarla io valsi.
Navigavamo addolorati intanto
Per l'angusto sentier: Scilla da un lato,
Dall'altro era l'orribile Cariddi,
Che del mare inghiottia l'onde spumose.
Sempre che rigettavale, siccome
Caldaia in molto rilucente foco,
Mormorava bollendo; e i larghi sprazzi,
Che andavan sino al cielo, in vetta d'ambo
Gli scogli ricadevano. Ma quando
I salsi flutti ringhiottiva, tutta
Commovéasi di dentro, ed alla rupe
Terribilmente rimbombava intorno,
E, l'onda il seno aprendo, un'azzurrigna
Sabbia parea nell'imo fondo: verdi
Le guance di paura a tutti io scôrsi.
Mentre in Cariddi tenevam le ciglia,
Una morte temendone vicina,
Sei de' compagni, i più di man gagliardi,
Scilla rapimmi dal naviglio. Io gli occhi
Torsi, e li vidi che levati in alto
Braccia e piedi agitavano, ed Ulisse
Chiamavan, lassi!, per l'estrema volta.
Qual pescatore che su pendente rupe
Tuffa di bue silvestre in mare il corno
Con lunghissima canna, un'infedele
Esca ai minuti abitatori offrendo,
E fuor li trae dall'onda, e palpitanti
Scagliali sul terren: non altrimenti
Scilla i compagni dal naviglio alzava
E innanzi divoravali allo speco,
Che dolenti mettean grida, e le mani
Nel gran disastro mi stendeano indarno.
Fra i molti acerbi casi, ond'io sostenni,
Solcando il mar, la vista, oggetto mai
Di cotanta pietà non mi s'offerse.
Scilla e Cariddi oltrepassate, in faccia
La feconda ci apparve isola amena,
Ove il gregge del Sol pasce e l'armento;
E ne giungean dall'ampie stalle a noi
I belati su l'aure ed i muggiti.
Gli avvisi allor mi si svegliaro in mente
Del Teban vate e della maga Circe,
Ch'io l'isola schivar del Sol dovessi,
Di cui rallegra ogni vivente il raggio.
Ond'io: "Compagni, lor dicea, per quanto
Siate angosciati, la sentenza udite
Del Teban vate e della maga Circe,
Ch'io l'isola schivar debba del Sole,
Di cui rallegra ogni vivente il raggio.
Circe affermava che il maggior de' guai
Quivi c'incoglieria. Lasciarla indietro
Ci convien dunque con la negra nave".
Colpo tai detti fûr quasi mortale.
Né a molestarmi Euriloco in tal guisa
Tardava: "Ulisse, un barbaro io ti chiamo,
Perché di forze abbondi, e mai non cedi,
Né fibra è in te che non sia ferro, a' tuoi
Contendi il toccar terra, e di non parca
Cena sul lido ristorarsi. Esigi
Che in mezzo le notturne ombre su questo
Pelago a caso erriam, benché la notte
Gravi produca disastrosi venti.
Or chi fuggir potrà l'ultimo danno
Dove repente un procelloso fiato
Di Mezzodì ci assalga, o di Ponente,
Che de' numi anco ad onta, il legno sperda?
S'obbedisca oggi alla divina notte,
E la cena nell'isola s'appresti.
Come il dì spunti, salirem di nuovo
La nave, e nell'immensa onda entreremo".
Questa favella con applauso accolta
Fu dai compagni ad una; ed io ben m'avvidi
Che mali un genio prepotente ordìa:
"Euriloco", io risposi, "oggimai troppa,
Tutti contra ad un sol, forza mi fate.
Giurate almeno, e col più saldo giuro,
Che, se greggi troviam, troviamo armenti,
Non sia chi, spinto da stoltezza iniqua,
Giovenca uccida, o pecorella offenda:
Ma tranquilli di ciò pasteggerete,
Che in don vi porse la benigna Circe".
Quelli giuraro, e non sì tosto a fine
L'invïolabil giuro ebber condotto,
Che la nave nel porto appo una fonte
Fermâro, e ne smontaro, e lauta cena
Solertemente apparecchiâr sul lido.
Paga delle vivande e de' licori
La naturale avidità pungente,
Risovvenìansi di color che Scilla
Dalla misera nave alto rapiti
Vorossi, e li piangean, finché discese
Su gli occhi lagrimosi il dolce sonno.
Già corsi avea del suo cammin due terzi
La notte e dechinavano le stelle,
Quando il cinto di nembi Olimpio Giove
Destò un gagliardo, turbinoso vento,
Che la terra coverse, e il mar di nubi,
E la notte di cielo a piombo cadde.
Ma come poi l'orocrinita Aurora
Colorò il ciel con le rosate dita,
Tirammo a terra il legno, e in cavo speco
De' seggi ornato delle ninfe, ch'ivi
I lor balli tessean, l'introducemmo.
Subito io tutti mi raccolsi intorno
E: "Compagni", diss'io, "cibo e bevanda
Restanci ancor nella veloce nave.
Se non vogliam perir, lungi, vedete,
La man dal gregge e dall'armento; al Sole,
Terribil dio, che tutto vede ed ode,
Pascono i monton pingui e i bianchi tori".
Dissi; e acchetârsi i generosi petti.
Per un intero mese Austro giammai
Di spirar non restava, e poscia fiato
Non sorgea mai, che di Levante o d'Austro.
Finché il pan non fallì loro ed il vino,
Ubbidïenti e della vita avari,
Rispettavan l'armento. E già la nave
Nulla contenea più. Gìvano adunque,
Come il bisogno li pungea, dispersi
Per l'isola, d'augelli e pesci in traccia,
Con archi ed ami, o di quale altra preda
Lor venisse alle man; però che forte
Rodeali dentro l'importuna fame.
Io, dai compagni scevro, una remota
Cercai del piede solitaria piaggia,
Gli eterni a Supplicar, se alcun la via
Mi dimostrasse del ritorno, e in parte
Giunto, che d'aura non sentìasi colpo,
Sparsi di limpid'onda, e a tutti alzai
Gli abitanti del cielo ambo le palme.
Né guari andò, che d'un tranquillo sonno
Gli occhi ed il petto rïempièrmi i numi.
Eurìloco frattanto un mal consiglio
Pose innanzi ai compagni: "O da sì acerbe
Sciagure oppressi, la mia voce udite.
Tutte odïose certo ad uom le morti;
Ma nulla tanto, che il perir di fame.
Che più si tarda? Meniam via le belle
Giovenche, e sagrifici ai numi offriamo.
Ché se afferrar ci sarà dato i lidi
Nativi, al Sole Iperïone un ricco
Tempio illustre alzeremo, appenderemo
Molti alle mura prezïosi doni.
E dov'ei, per li buoi dalla superba
Testa crucciato, sperder voglia il legno,
Né alcun dio gli contrasti, io tolgo l'alma
Pria tra i flutti esalar, che, su deserta
Isola stando, intisichir più a lungo".
Disse: e tutti assentìano. Incontanente
Del Sol cacciate le più belle vacche
Di fronte larga e con le corna in arco,
Che dalla nave non pascean lontane,
Stavano ad esse intorno, e, côlte prima,
Per difetto che avean di candid'orzo,
Tenere foglie di sublime quercia,
Voti féano agli dèi. Compiuti i voti,
Le vittime sgozzaro e le scoiaro,
E, le cosce tagliatene, di zirbo
Le copriro doppiate, e i crudi brani
Sopra vi collocaro. Acqua, che il rosso
Vino scusasse, onde patìan disagio,
Versavan poi su i sagrifici ardenti,
E abbrostìan tutti gl'intestini. Quindi,
Le cosce omai combuste, ed assaggiate
Le interïora, tutto l'altro in pezzi
Fu messo, e infitto negli acuti spiedi;
E a me uscì delle ciglia il dolce sonno.
Sorsi, e alla nave in fretta io mi condussi.
Ma vicina del tutto ancor non m'era,
Ch'io mi sentii dall'avvampate carni
Muovere incontro un odoroso vento,
E gridai, lamentando, ai numi eterni:
"O Giove padre, e voi, dèi sempre stanti,
Certo in un crudo e fatal sonno voi
Mi seppelliste, se doveasi intanto
Compier da cotestoro un tal misfatto".
Nunzia non tarda dell'ucciso armento,
Lampezie al Sole andò, di lungo peplo
Coperta. Il Sole, in grande ira montato,
Si volse ai numi e: "Giove", disse, e voi
Tutti, immortali dèi, paghino il fio
Del Laerzìade Ulisse i rei compagni,
Che le giovenche trucidarmi osaro,
Della cui vista, o ch'io per la stellata
Volta salissi, o discendessi, nuovo
Diletto ciascun dì prendea il mio core.
Colpa e pena in lor sia d'una misura:
O calerò nella magion di Pluto,
E al popol morto porterò mia luce".
E il nimbifero Giove a lui rispose:
"Tra gl'Immortali, o Sole, ed i mortali
Vibra su l'alma terra, e in cielo, i raggi.
Io senza indugio d'un sol tocco lieve
Del fulmine affocato il lor naviglio
Sfracellerò del negro mar nel seno".
Queste cose Calipso un giorno udìa
Dal messaggier Mercurio; e a me narrolle
La ricciuta il bel crin ninfa Calipso.
Giunto alla nave, io rampognavo or questo
De' compagni, ed or quel: ma vïolato
L'armento fu, né avea compenso il male.
Strani prodigi intanto agl'infelici
Mostravano gl'iddii: le fresche pelli
Strisciavan sul terren, muggian le incotte
Carni e le crude, agli schidoni intorno,
E de' buoi lor sembrava udir la voce.
Pur del fior dell'armento ancor sei giorni
Si cibaro i colpevoli. Comparsa
La settim'alba, il turbinoso vento
Stancossi: e noi ci rimbarcammo, e, alzato
L'albero prontamente, e dispiegate
Le bianche vele, ci mettemmo in mare.
Di vista già della Trinacria usciti,
Altro non ci apparìa che il cielo e l'onda,
Quando il Saturnio sul veloce legno
Sospese in alto una cerulea nube,
Sotto cui tutte intenebrârsi l'acque.
La nave non correa che un tempo breve;
Poiché ratto uno stridulo Ponente,
Infurïando, imperversando, venne
Di contra e ruppe con tremenda buffa
Le due funi dell'albero, che a poppa
Cadde; ed antenne in uno, e vele e sarte
Nella sentina scesero. Percosse
L'alber, cadendo, al timoniere in capo,
E l'ossa fracassògli; ed ei da poppa
Saltò nel mar, di palombaro in guisa,
E cacciata volò dal corpo l'alma.
Ma Giove che tonato avea più volte,
Scagliò il fulmine suo contra la nave,
Che si girò, dal fulmine colpita
Del Saturnio, e s'empieo di zolfo tutta.
Tutti fuor ne cascarono i compagni,
E ad essa intorno l'ondeggiante sale,
Quai corvi, li portava; e così Giove
Il ritorno togliea loro, e la vita.
Io pel naviglio su e giù movea,
Finché gli sciolse la tempesta i fianchi
Dalla carena, che rimase inerme.
Poi la base dell'albero l'irata
Onda schiantò: ma di taurino cuoio
Rivestìalo una striscia, ed io con questa
L'albero e la carena in un legai,
E sopra mi v'assisi; e tale i venti
Esizïali mi spingean su l'onde.
Zefiro a un tratto rallentò la rabbia:
Se non che sopraggiunse un Austro in fretta,
Che, noiandomi forte in ver Cariddi
Ricondur mi volea. L'intera notte
Scorsi su i flutti; e col novello Sole
Tra la grotta di Scilla, e la corrente
Mi ritrovai della fatal vorago,
Che in quel punto inghiottia le salse spume
Io, slanciandomi in alto, a quel selvaggio
M'aggrappai fico eccelso, e mi v'attenni,
Qual vipistrello: ché né dove i piedi
Fermar, né come ascendere, io sapea,
Tanto eran lungi le radici, e tanto
Remoti dalla mano i lunghi, immensi
Rami, che d'ombra ricoprìan Cariddi.
Là dunque io m'attenea bramando sempre,
Che rigettati dall'orrendo abisso
Fosser gli avanzi della nave. Al fine
Dopo un lungo desìo vennero a galla.
Nella stagion che il giudicante, sciolte
Varie di caldi giovani contese,
Sorge dal foro, e per cenar s'avvìa,
Dell'onde usciro i sospirati avanzi.
Le braccia apersi allora, e mi lasciai
Giù piombar con gran tonfo all'onde in mezzo,
Non lunge da que' legni, a cui m'assisi
Di sopra, e delle man remi io mi feci.
Ma degli uomini il padre e de' Celesti
Di rivedermi non permise a Scilla;
Ché toccata sarìami orrida morte.
Per nove dì mi trabalzava il fiotto,
E la decima notte i dèi sul lido
Mi gettâr dell'Ogigia isola, dove
Calipso alberga, la divina ninfa,
Che raccoglieami amica, e in molte guise
Mi confortava. Perché ciò ti narro?
Tai cose, Alcinoo illustre, ieri le udivi,
Le udìa con teco la tua casta donna,
E ciò ridir, ch'io dissi, a me non torna".

Parafrasi Libro XII Versi 151-200

Di seguito, la parafrasi dei versi principali del componimento: quelli dedicati al canto delle sirene e alla resistenza di Odisseo alla tentazione di ascoltarlo.

Noi, manovrati velocemente i paranchi, stavamo seduti
lungo la nave; la dirigevano il vento e il pilota.
Ma io, sconvolto in cuore, dicevo ai compagni:
“Oh cari, non dobbiamo essere in pochi a conoscere il futuro
che mi ha svelato Circe, la dea luminosa,
ma li dirò affinché possiamo o morire sapendolo,
oppure scampare, evitando la morte e le Chere.
Per prima cosa, ordinava di fuggire dalla voce canora
che le Sirene inviano dal loro prato fiorito.
Solo a me ha ordinato di ascoltare quel canto;
ma voi con legami strettissimi dovete legarmi, perché resti fermo,
in piedi sulla base dell’albero: attaccatemi là con le corde.
E se vi pregassi e vi ordinassi di sciogliermi,
voi stringetemi con più nodi!”

Mentre spiegavo le istruzioni di Circe ai compagni
la nave spinta da un vento favorevole arrivò rapidamente
all'isola delle Sirene.
Immediatamente il vento cessò,vi fù una calma 
improvvisa,un dio addormentava le onde.
I compagni levarono e piegarono le vele,
le deposero nella stiva della nave e una volta posizionati 
ai remi, con foga iniziarono a remare.
Io invece, con un' affilata lama di bronzo 
avevo tagliato un disco di cera a pezzetti 
e li stavo premendo tra le mani con forza.
Per la forte pressione e il calore del sole
la cera si ammorbidì e la spalmai 
sulle orecchie di tutti i miei compagni.
Loro mi legarono mani e piedi con le funi
e mi fissarono saldamente all'albero della nave,
poi sedettero e remarono con forza. 
Ma, nonostante fossimo veloci
la nave non passò inosservata alle sirene
e non appena fummo a una distanza che ci consentiva udirle
intonarono un canto soave:
" Vieni, famoso Ulisse, eroe dei greci,
ferma la nave, così potrai ascoltarci.
Nessuno è mai passato di qui senza
fermarsi ad ascoltare il dolce suono del nostro canto,
chi si è fermato se ne è andato dopo avere provato piacere
e acquisito più conoscenza.
Noi sappiamo quante sofferenze patirono a Troade
gli Achei e i Troiani per il volere degli dei;
sappiamo tutto quello che è successo su quella fertile terra".
Dissero queste parole cantando con voce soave:
tutto me stesso voleva ascoltarle,
facendo segno con gli occhi 
ordinai ai miei compagni di slegarmi,
ma loro remavano curvi.
Prontamente Perimede ed Euriloco si alzarono 
e strinsero di più le funi che mi legavano.
Quando oltrepassarono le sirene 
e non si poteva più sentire nè la loro voce nè il loro canto,
i fidati compagni si tolsero la cera
dalle orecchie e mi slegarono.