Traduzione Le Confessioni, Sant'Agostino, Versione di Latino, Libro 13; 01-10

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 13; paragrafi 01-10 dell'opera Le Confessioni di Sant'Agostino

LE CONFESSIONI: TRADUZIONE DEL LIBRO 13; PARAGRAFI 01-10

[1.1] Io ti invoco Dio mio, somma indulgenza, che mi hai fatto essere e non hai dimenticato chi ha dimenticato te; ti chiamo entro quest'anima che tu hai svegliato al desiderio per prepararla a contenere te. E non abbandonarla ora che chiama, tu che l'hai prevenuto, quest'appello: che con voce numerosa, in un crescendo di richiami mi hai incalzato perché ti udissi da lontano e mi volgessi a te che mi chiamavi, e ti invocassi. Perché tu, mio Signore, hai cancellato tutte le mie colpe per non retribuire l'opera delle mie mani, la defezione dal tuo essere, e hai prevenuto tutti i miei meriti per retribuire quella delle tue mani, che mi hanno fatto essere. Perché prima che io esistessi tu eri, e io non ero già prima che tu mi accordassi di esistere: eppure esisto, in grazia della tua bontà che precede tutto ciò che mi hai fatto essere e ciò da cui hai tratto questo essere. E tu non avevi bisogno di me, né io sono un bene tale che tu ne possa cavare vantaggio, tu che sei il mio Signore e mio Dio non perché il mio servizio ti risparmi la fatica di agire, o perché la tua maestà non possa fare a meno del mio ossequio, e neppure perché io ti coltivi quasi tu fossi come la terra, e restassi incolto senza il mio culto: no, ma devo servirti e coltivarti per stare bene, perché da te mi viene tutto il ben-essere di cui io sia capace. Creazione e formazione [2.2] Dalla pienezza della tua bontà la tua creatura acquistò sussistenza, affinché un bene, sia pure a te non proficuo, non venisse meno - e non perché la sua provenienza da te lo rendesse pari a te, ma perché per tua grazia era venuto all'esistenza. Già, che titolo di merito avevano nei tuoi confronti il cielo e la terra, da te creati in principio? Lo dicano, le nature di spirito e di corpo, che hai fatto nella tua sapienza, che titoli di merito avevano per riceverne sia pur quell'abbozzo informe d'essere, ciascuna nel suo genere, lo spirito e il corpo, sconfinanti oltre limiti e misura fino a perdersi lontano da te, nelle regioni della difformità; anche se essere spirito sia pur informe val sempre meglio che esser corpo pur dotato di forma, ed esser corpo informe meglio che essere nulla affatto; e così informi, appunto, rimarrebbero sospese alla tua parola, se quella stessa parola non le richiamasse alla tua unità e non ne ricevessero forma fino a essere, derivando dall'uno e bene sommo che tu sei, tutte molto buone. Che titoli di merito avevano per esistere anche allo stato amorfo, se non esistono altrimenti che per grazia tua? [2.3] Che titoli di merito aveva la materia dei corpi per esistere anche solo invisibile e informe, dato che neppure questo sarebbe stata, se non fossi stato tu a crearla? E dunque non poteva, non esistendo, meritare ai tuoi occhi di esistere. E che titoli di merito aveva quell'abbozzo di creatura spirituale anche solo per fluttuare buia e simile all'abisso, dissimile da te? Se non addirittura per essere dalla parola stessa indotta a volgersi verso il suo stesso autore, e da lui illuminata farsi luce: e per uguale forma a te conforme, ancorché non eguale. Perché come per il corpo essere non è lo stesso che esser bello - altrimenti non potrebbe esser deforme - così anche per lo spirito creato la vita non è necessariamente vita sapiente - altrimenti lo spirito sarebbe in possesso di un sapere immutabile. Ma per lui è cosa buona l'adesione continua a te, per non perdere volgendoti la schiena quel lume che aveva trovato rivolgendosi a te, e non ricadere in una vita simile al buio dell'abisso. Perché ci fu una vita anche per noi creature spirituali quanto all'anima, in cui volgemmo la schiena al nostro lume, a te - e fummo un tempo tenebre, e ora ci dibattiamo fra gli avanzi della nostra oscurità, finché saremo la tua giustizia nel tuo unigenito come montagne di Dio: già fummo infatti, come abisso profondo, la tua condanna. [3.4] Le parole Sia la luce, e la luce fu, che pronunciasti all'inizio della creazione, non mi pare erroneo intenderle riferite alla dimensione spirituale del creato: infine una qualche vita c'era già perché tu la potessi illuminare. Ma come non aveva ai tuoi occhi alcun titolo per meritare di esserci, questa vita da illuminare, così neppure una volta che ci fu meritava di essere illuminata; e la sua condizione informe non avrebbe incontrato il tuo favore se non si fosse fatta luce: e non limitandosi a esistere, ma fissando la fonte della luce fino a confondersi in lei. Dovendo solo alla tua grazia e il vivere, e la felicità di vivere: per quella decisione in cui s'è volta al meglio e a quello che non muta né in meglio né in peggio. E questo sei tu solo, perché tu solo sei, semplicemente: e per te vivere non è altro che vivere felice, perché la tua felicità sei tu. [4.5]. E allora che cosa mancherebbe al bene che tu sei per te stesso, anche se fossero rimaste nel nulla o informi le creature: tu non le hai fatte perché ne avessi bisogno, ma per la tua bontà sovrabbondante, con la sua forza di coesione, di organizzazione verso la forma: e non perché fosse incompleta la tua beatitudine. Già, nella tua perfezione a te dispiace la loro imperfezione, al punto di volerle rendere più compiute per fartele piacere: non certo perché tu sia imperfetto, come se nella loro perfezione tu dovessi trovare la tua. Perché il tuo spirito di bene si muoveva sopra le acque: vi si muoveva sopra, non ne era mosso, come se posasse su di loro. Quando si dice che il tuo spirito riposa in una persona, si dovrebbe dire che la fa riposare in sé. Ma era la tua volontà incorruttibile e immutabile che si muoveva, sufficiente a se stessa, sopra la vita che tu avevi creato: vita che non coincide con la felicità di vivere, onda buia di vita, che deve ancora volgersi al suo autore e avvicinarsi sempre più alla fonte della vita e vedere nella sua luce la luce per trarne perfezione, splendore e beatitudine. Lo Spirito Santo e il suo ruolo [5.6] Ecco: mi appare in enigma la trinità del tuo essere, Dio: perché tu, Padre, nel principio della nostra sapienza, che è la Sapienza da te nata, a te uguale e coeterna, hai creato il cielo e la terra - nel Figlio, dunque. E a lungo abbiamo parlato del cielo dei cieli e della terra invisibile e informe e dell'abisso di buio, quasi vagando fra rigiri e svanimenti dietro lo spirito informe, - come sarebbe rimasto se non si fosse rivolto verso l'autore di ogni forma di vita, che lo investisse di luce per farne vita di splendore e cielo: cielo di quel cielo che poi fu creato a separare le acque dalle acque. E già disponevo del Padre nel nome del Dio autore del cielo e della terra, e del figlio nel nome del principio in cui li creò; e credendo come credevo nella Trinità del mio Dio, la cercavo nelle sue parole sacre. Ed eccolo, il tuo spirito, che si muoveva sopra le acque. Ecco il mio Dio Trinità, Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore dell'universo. [6.7]. Ma per quale motivo, lume di verità - e il cuore non mi sia maestro di illusioni, ora che lo avvicino a te, tu scrollane via il buio, ti prego, in nome della tenerezza sua madre - dimmi, per quale motivo la tua Scrittura fa menzione dello Spirito Santo solo dopo aver parlato del cielo e della terra invisibile e informe e delle tenebre sopra l'abisso? Forse perché occorreva suggerire l'idea del suo librarsi sopra qualche cosa? E questo non si poteva dire se prima non si fosse ricordato appunto su che cosa si dovesse intendere sospeso il tuo spirito. Perché certo non sul Padre e sul Figlio: e d'altra parte sarebbe sbagliato dire "si muoveva sopra" se non c'era niente sopra cui potesse muoversi. Prima dunque bisognava dire sopra che cosa si muoveva, e poi parlare di lui, dato che non occorreva menzionare altro che questo suo muoversi al di sopra di qualcosa. Ma perché non occorreva suggerire di lui altra idea che questa? [7.8]. D'ora in avanti segua chi può con la sua intelligenza l'Apostolo che dice come il tuo amore si riversa nel centro di noi stessi per mezzo dello Spirito Santo datoci in dono, e spiega la natura dei doni dello spirito e indica la via trascendente dell'amore e piega per noi davanti a te il ginocchio perché ci conceda la conoscenza trascendente dell'amore di Cristo. Ecco perché, fin dal principio trascendente, si muoveva al di sopra delle acque. A chi, con quali parole dire il peso dell'amore di sé che pende verso il fondo dell'abisso e la levità dell'amore di te, del tuo spirito che si librava sulle acque. A chi dirlo, in che modo? Affondiamo e riemergiamo. Ma non nello spazio. Niente è più simile, niente è così diverso. Sono entrambe passioni, sono amori: la sporcizia del nostro spirito che scola verso il basso con le sue care angosce, la santità del tuo che ci solleva col desiderio della calma interiore, perché ci si levi in alto il cuore verso te, là dove il tuo spirito si libra sopra le acque, e giungiamo alla pace della trascendenza, quando l'anima avrà varcato le acque che non hanno sostanza. [8.9] E come l'acqua l'angelo si perse, si perse l'anima dell'uomo: e rivelarono l'abisso dell'intera dimensione spirituale del creato, il buio profondo in cui sarebbe se non avessi detto dall'inizio: sia la luce, e non si fosse fatta luce, e non si fossero tenute a te tutte le intelligenze della tua città celeste - quelle che hanno obbedito, voglio dire - per riposare nel tuo spirito, alto ed immobile sopra tutto il mutevole. Perfino il cielo dei cieli, altrimenti, sarebbe il buio abisso che è in se stesso: e ora invece è luce nel Signore; perfino nell'inquietudine grama di quegli spiriti che si dispersero - e rivelarono l'oscurità celata sotto la veste di luce - tu mostri la grandezza cui l'avevi destinata, la creatura razionale. Perché alla sua felicità, alla pace, nulla basta che sia meno di te - tanto meno se stessa. Perché tu, il nostro Dio, inonderai di luce il nostro buio: da te sorgerà lo splendore delle nostre vesti, e quel nostro buio sarà gloria meridiana. Dammi te stesso Dio mio, restituiscimi te stesso; io amo, e se non basta fammi amare più forte. Come faccio a sapere - non posso misurarlo, io! - quanto manca d'amore perché corra a incontrarti la mia vita, e non si strappi più dalle tue braccia, finché sarà nascosta all'ombra del tuo volto. Questo e non altro so, che mi fa male tutto: tutte le cose che non sono te, e non fuori di me soltanto, ma perfino in me, e ogni ricchezza che non sia il mio Dio m'è povertà. [9.10] Ma il Padre e il Figlio non si muovevano sopra le acque? Se si pensa a un corpo in moto nello spazio, neppure lo Spirito Santo si muoveva; se invece si intende il levarsi della divinità immutabile al di sopra di tutto il mutevole, allora Padre e Figlio e Spirito Santo si muovevano sopra le acque. Perché allora questo è detto soltanto del tuo spirito? Perché di lui soltanto si parla come fosse in qualche luogo ciò che non ha luogo, ed è il solo che viene chiamato dono tuo? È il dono in cui troviamo pace: è là che godiamo di te. È questa nostra pace, il nostro luogo. L'amore ci solleva, e il tuo spirito buono fa volare la nostra umile terra alta sopra i cancelli della morte. Nella volontà buona sta la pace. Il corpo tende con tutto il suo peso al luogo che gli è proprio. Non sempre verso il basso pende il peso, ma verso il luogo che gli è proprio. La pietra scende come il fuoco sale. Li porta il loro peso, tendono al loro luogo. L'olio versato nell'acqua risale, l'acqua versata sull'olio va a fondo: li porta il loro peso, tendono al loro luogo. Minore è l'ordine, maggiore l'inquietudine: al loro posto le cose s'acquietano. Il mio peso è il mio amore: da lui son mosso dovunque io muova. Il tuo dono ci accende e ci rapisce in alto: prendiamo fuoco e andiamo. Saliamo su per i pendii del cuore e cantiamo un canto di ascensione. È del tuo fuoco, del tuo fuoco soave che bruciamo, andando in alto, verso la pace di Gerusalemme. M'ha assalito la gioia quando mi hanno detto: andremo alla casa del Signore. Là saremo insediati dalla volontà buona: allora non avremo altro volere - che dimorarvi per l'eternità. [10.11] Felice la creatura che non conosce altro stato! Lei che in un altro stato ora sarebbe, se appena creata non l'avesse innalzata la grazia del tuo dono che si libra sopra tutto il mutevole: senza intervallo di tempo, nell'atto stesso delle tue parole: sia la luce - e se non si fosse in quell'atto fatta luce. Già, per noi il tempo in cui eravamo tenebre non è lo stesso che ci rende luce. Di lei invece si dice quello che sarebbe se non fosse illuminata, e se ne parla come se fosse stata prima labile e buia, solo per rendere evidente la causa del suo essere qual è: luce, perché rivolta al lume inestinguibile; e capisca chi può, lo chieda a te; e perché viene a importunare me, come fossi io a illuminare anche un solo uomo che viene in questo mondo!