Traduzione Le Confessioni, Sant'Agostino, Versione di Latino, Libro 12; 01-16

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 12; paragrafi 01-16 dell'opera Le Confessioni di Sant'Agostino

LE CONFESSIONI: TRADUZIONE DEL LIBRO 12; PARAGRAFI 01-16

[1.1] Quante cose mi affollano il cuore colpito dalle parole della tua Sacra Scrittura, in questa povertà della mia vita. È così che la penuria dell'intelligenza umana si manifesta di solito con un fiume di parole: perché il cercare è più loquace del trovare, e il chiedere più lungo dell'ottenere e la mano più attiva nel bussare che nell'accogliere. Abbiamo una promessa: chi potrà vanificarla? Se Dio è a nostro favore, chi è contro di noi? Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché a chiunque chiede sarà dato e chi cerca troverà e a chi bussa sarà aperto. Sono promesse tue, e come temere di essere ingannato quando è la verità stessa a promettere. [2.2] Confessa alla tua sublimità l'umiltà della mia lingua che tu hai creato il cielo e la terra, questo cielo che vedo e la terra che calco, da cui viene anche questa terra che mi porto addosso; tu li hai creati. Ma dov'è mio Signore il cielo del cieli, di cui ci è giunta la voce del salmo: Il cielo del cielo al Signore: ma la terra la diede ai figli degli uomini ? Dov'è il cielo a noi invisibile, rispetto al quale è terra tutto questo che vediamo? Questo mondo materiale che ha per fondo la nostra terra non ha ricevuto tutto e dovunque, nelle sue parti ultime, visibile bellezza: ma perfino il cielo della nostra terra è terra rispetto a quel cielo del cielo. E non sarebbe assurdo chiamare terra tutt'e due i grandi corpi, rispetto a quel cielo ignoto che appartiene al Signore, non ai figli degli uomini. Il cielo e la terra. La materia amorfa [3.3]. E questa terra appunto era invisibile e informe, una sorta di profondo abisso sul quale non v'era luce, perché non ne traluceva alcuna idea: perciò hai voluto fosse scritto che le tenebre erano al di sopra dell'abisso; e che cos'è questo se non l'assenza della luce? Perché dove altro sarebbe stata la luce, se ci fosse stata, che al di sopra, alto dominio della chiarità? Dove ancora non era la luce che cos'era dunque la presenza delle tenebre se non l'assenza di luce? Così al di sopra erano le tenebre perché là la luce era assente, come dove non c'è suono è il silenzio. E che altro è l'essere del silenzio se non il non essere del suono. Non sei stato tu, mio Signore, a insegnarlo a quest'anima che lo confessa, non sei stato tu a insegnarmi come prima che tu dessi forma e discretezza a questa materia amorfa non c'era singola cosa. Né colore, né figura, né corpo, né spirito? E tuttavia non è che non ci fosse assolutamente nulla: c'era una sorta di caos, privo di definite sembianze. [4.4]. E come chiamarlo, in modo da darne l'idea anche ai più tardi di mente, se non con un termine d'uso comune? Ma che cosa si può trovare in tutte le parti dell'universo che si avvicini a una completa assenza di forma più della terra e dell'abisso marino? Questi, occupando il grado più basso, sono infatti meno appariscenti delle cose superiori, tutte splendide e scintillanti. Perché allora non dovrei accettare che per indicare agli uomini la materia informe, da te creata priva d'ogni sembianza per farne un mondo pieno di belle forme, fosse un termine appropriato quello di terra invisibile e informe? [5.5] Così, in essa il pensiero va cercando qualcosa di afferrabile, e si dice: "Non è una forma intelligibile come la vita, come la giustizia, perché è materia di corpi, e non è una forma sensibile, perché nell'invisibile e informe non c'è alcunché da vedere o da sentire". Che, parlando a se stesso in questo modo, il pensiero umano lotti per sapere senza sapere, o per ignorare senza ignoranza? [6.6] Ma io, mio Signore, se debbo confessarti con le labbra e la penna tutto ciò che di questa materia mi hai insegnato: prima la sentivo sì nominare, ma non capivo, e siccome era gente che a sua volta non capiva a parlarmene, la pensavo sotto innumerevoli forme e aspetti e perciò non la pensavo veramente; mi vorticavano nella mente forme sconce e orrende, sconvolte nel loro proprio ordine, ma pur sempre forme: e io chiamavo informe non ciò che era privo di forma, ma ciò che ne aveva una tale da apparire strano e assurdo fino a destare ripugnanza, fino a sconvolgere la mia instabile natura d'uomo; in effetti ciò che io avevo in mente era informe non per mancanza assoluta di forma, ma solo relativamente a cose più armoniosamente conformate; e la vera ragione tentava sì di convincermi a far del tutto a meno di qualunque residuo di forma, se volevo concepire l'assolutamente informe: e però questo non mi riusciva. Mi era più facile pensare che non esistesse nulla di totalmente privo di forma, piuttosto che concepire qualcosa fra la forma e il nulla, che non fosse né l'uno né l'altro, un informe quasi niente; e la mente allora smise di interrogare lo spirito affollato di immagini e figure di corpi, che giocava a trasformare variamente a suo capriccio, e fissai l'attenzione sui corpi stessi per indagare più a fondo la loro capacità di mutamento, in virtù di cui essi cessano di essere quello che erano e cominciano ad essere quello che non erano, e cominciai a sospettare che proprio quel passaggio di forma in forma si producesse attraverso un che di informe, e non attraverso un assoluto nulla. Ma io aspiravo alla conoscenza, non a qualche sospetto: e se dovessi confessarti con la voce e con la penna tutti i nodi di questa questione che tu mi hai sbrogliato, ben pochi lettori continuerebbero a seguire. Non per questo il cuore rinuncerà a renderti l'omaggio di un canto di lode anche per quello che non saprebbe tradurre in chiare formule. Infatti è proprio la mutevolezza delle cose mutevoli che è capace di tutte le forme in cui le cose mutevoli si cambiano. Ma essa stessa che cos'è? È corpo? È mente? È un aspetto della mente o del corpo? Se si potesse dire "un niente che è qualcosa" oppure "è e non è", ne parlerei in questi termini; eppure doveva in qualche modo esistere, per assumere queste sembianze visibili e ordinate. La creazione dal nulla [7.7]. Ma comunque fosse, qual era l'origine del suo essere se non tu, da cui derivano tutte le cose, in quanto sono? Ma più dissimili sono da te, e più sono lontane: e non di lontananza spaziale si tratta. E tu dunque, Signore, che non sei qui una cosa e là un'altra, ma uno e identico, santo, santo, santo, Signore Dio onnipotente, nel principio, che è da te, nella sapienza nata dalla tua sostanza, tu hai fatto qualcosa e l'hai fatto dal nulla. Hai fatto il cielo e la terra: ma non traendoli da te, altrimenti ci sarebbe qualcosa di uguale al tuo unigenito e di conseguenza a te - dato che non poteva assolutamente essere giusto che ti fosse uguale qualcosa di non generato da te. E non c'era altro all'infuori di te, da cui potessi trarli, Dio, trinità unica e unità trina, e perciò appunto dal nulla hai fatto il cielo e la terra, una grande e una piccola cosa, perché tu sei onnipotente e buono fino a fare ogni cosa buona, grande il cielo e piccola la terra. C'eri tu, altro non c'era: e da questo niente hai fatto il cielo e la terra, due ben diverse cose: l'uno vicino a te, l'altra vicina al nulla, così che l'uno sopra di sé avesse te soltanto, l'altra sotto di sé soltanto il nulla. [8.8] Ma quel cielo dei cieli era per te, Signore; la terra invece, che hai dato da vedere e da toccare ai figli degli uomini, non era quale ora la possiamo vedere e toccare; era invisibile e informe, era abisso su cui non c'era luce, e tenebre levate sull'abisso, che è più che dire nell'abisso. Perfino l'abisso marino, quello visibile di ora, anche in profondità ha una sua parvenza di luce, in qualche modo percepibile dai pesci e dagli animali che strisciano sul fondo; ma quello era un tutto prossimo al nulla, perché era ancora assolutamente informe: eppure era già un che di pronto a ricevere una forma. Infatti tu, Signore, hai fatto il mondo dalla materia amorfa, questo quasi niente che hai fatto da niente, per poi poterne trarre le grandi cose che destano meraviglia in noi, i figli degli uomini. Meraviglioso invero è questo cielo fisico, il firmamento stabilito fra le acque superiori e inferiori, che nel secondo giorno dopo la creazione della luce hai col tuo "fiat" chiamato all'essere - e quello fu. Quel firmamento l'hai chiamato cielo, ma cielo di questa terra e questo mare, che hai fatto il terzo giorno dando forma visibile alla materia informe, fatta da te prima di tutti i giorni. Prima di tutti i giorni in realtà avevi fatto anche il cielo, ma il cielo di questo cielo appunto: perché in principio avevi fatto il cielo e la terra. E quella terra che avevi fatto non era che materiale amorfo, perché era invisibile e informe e tenebre sopra l'abisso. Per fare da questa terra invisibile e informe, da questa assenza di forma, da questo quasi niente tutte le cose in cui questo universo mutevole consiste e non consiste: questo universo che mostra la sua mutevolezza, la stessa che permette di sentire e di calcolare il tempo. Perché è il mutare delle cose a generare il tempo, provocando il variare e la successione delle forme visibili, la cui materia è la terra invisibile. [9.9]. E così lo spirito che il tuo servo aveva per dottore, mentre narra che in principio hai fatto cielo e terra, tace del tempo e non parla di giorni. Il fatto è che il cielo dei cieli, che hai fatto in principio, è creatura intellettuale. Che pur non essendo a te, la trinità, coeterna, è tuttavia partecipe della tua eternità, e con forza contiene la sua mutevolezza, di fronte alla felicità dolcissima di immergersi nella tua contemplazione. E senza mai decadere da questa condizione, da che fu fatta, a forza di aderire intimamente a te vive oltre i vortici delle vicende temporali. [10.10] O verità, luce del mio cuore, tu non lasciare che mi parli il mio buio. Come l'acqua sono colato fin quaggiù e m'avvolge il buio. Ma anche da qui, anche da qui ti ho amato. Andavo errando, e mi sono ricordato di te. Ho udito la tua voce alle mie spalle che mi richiamava indietro: l'ho udita a malapena nel frastuono delle dispute inconcludenti. E ora eccomi, che torno arso e assetato alla tua fonte. E nessuno mi sbarri la via, io voglio bere e vivere. Non voglio essere più io la mia vita: male ho vissuto di me stesso, e a me stesso sono stato morte, e in te rivivo. Parlami tu, tu insegnami. Ho creduto ai tuoi libri, ma sono scritti in una lingua arcana. [11.11]. Già me lo hai detto, con voce risonante all'orecchio interiore, che tu sei eterno: tu, mio Signore, il solo a possedere l'immortalità, poiché non muti in alcun modo aspetto né ti muovi, e la tua volontà non varia nel tempo - non è infatti immortale una volontà che sia diversa di momento in momento. Davanti ai tuoi occhi questo mi è chiaro, e ti prego di farmelo di giorno in giorno più chiaro e che io persista in questa luce di evidenza senza deliri, sotto le tue ali. Mi hai anche detto, con voce risonante all'orecchio interiore, che tutte le nature e le sostanze che pur non essendo ciò che tu sei esistono, sei stato tu a crearle: e non è da te solo ciò che non è; come pure il moto della volontà da te che sei a ciò che ha meno essere, perché questo moto è defezione e peccato, e non c'è peccato che possa nuocerti o turbare l'ordine del tuo impero, dal vertice alla base. Davanti ai tuoi occhi questo mi è chiaro, e ti prego di farmelo di giorno in giorno più chiaro e che io persista in questa luce di evidenza senza deliri, sotto le tue ali. La corte angelica [11.12] Ancora me lo hai detto con voce risonante all'orecchio interiore, che non ti è coeterna neppure quella creatura che ha in te il suo unico piacere, e che nell'assoluta perseveranza e purezza della sua adesione a te non tradisce mai, in nessun modo, la sua natura mutevole: ma avendoti sempre presente e tenendosi a te con totale passione, senza un futuro da attendere e un passato dove indugiare coi ricordi, non subisce mutamento di vicende né dispersione nel tempo. Felice lei, se una creatura tale esiste, aggrappata alla tua felicità, felice lei che tu perennemente abiti e illumini! E non vedo che cosa più vorrei chiamare "cielo dei cielo per il Signore" che questa tua corte assorta in contemplazione del tuo piacere, che non vien meno e non divaga in altro, intelligenza pura e unita nella perfetta concordia fondata sulla pace dei beati spiriti cittadini della tua città, negli altissimi azzurri al di sopra di questo. [11.13]. Mi intenda l'anima che se ne va peregrinando, lontana ormai, se ha già sete di te, se già sono il suo pane le sue lacrime, e giorno dopo giorno le dicono: "Dov'è il tuo Dio?" ; se già una sola cosa ti chiede, ed è questa, di abitare nella tua casa tutti i giorni della sua vita. E che cos'è la sua vita se non tu? E che sono i tuoi giorni se non la tua eternità, come i tuoi anni, che non vengono meno, perché tu permani identico? Intenda dunque l'anima, se può, quanto remoto e alto sopra il tempo tu viva eterno, se quella parte della tua casa che non s'è sviata all'avventura, grazie alla sua adesione a te, ininterrotta e indefettibile, non soffre le vicissitudini del tempo: eppure non ti è coeterna. Davanti ai tuoi occhi questo mi è chiaro, e ti prego di farmelo di giorno in giorno più chiaro e che io persista in questa luce di evidenza senza deliri, sotto le tue ali. [11.14]. Sì, c'è un che d'informe in queste mutazioni delle cose estreme e infime, e chi - se non un cuore girovago e vacuo, smarrito dietro ai suoi fantasmi - chi verrà a dirmi che una volta smangiata ogni forma visibile fino alla sua dissoluzione, quando restasse la pura assenza di forma per cui passa una cosa nel corso delle sue successive metamorfosi, questa presenterebbe qualcosa come una vicenda temporale? Non è assolutamente possibile, perché senza varietà di movimenti non si dà tempo, e non c'è varietà dove non esistono forme. [12.15] Considerato tutto questo, dato che tu, Dio mio, me lo concedi, dato che mi inviti a bussare e mi apri se busso, due cose trovo che tu hai creato non soggette al tempo, benché nessuna delle due ti sia coeterna: una, benché di natura mutevole, di forma tale da fruire - senza mai calo d'intensità contemplativa né pausa di cambiamento - della tua eternità e immutabilità; l'altra all'opposto così informe da non aver di che mutarsi da una forma all'altra, da uno stato o da una configurazione mobile a un'altra, e quindi da non esser neppur lei soggetta al tempo; ma quest'ultima tu non hai lasciato che restasse informe, dato che prima dell'inizio dei giorni hai creato in principio il cielo e la terra: appunto le due cose che dicevo. Ma la terra era invisibile e informe e le tenebre erano al di sopra dell'abisso. Sono parole che suggeriscono l'idea dell'amorfo, per catturare a poco a poco quelli che non riescono a concepire, senza confonderla col nulla, una totale assenza di forma visibile. Ma è ben da questa che doveva generarsi un altro cielo e una terra visibile e ordinata e lo specchio delle acque e tutto ciò che in seguito, non senza successione di giorni, fu creato come si tramanda durante la costituzione di questo mondo. Cose tutte che sono soggette alle vicissitudini del tempo, in quanto lo sono a un ordine di successione dei movimenti e delle forme. [13.16] Questo intanto io credo, mio Dio, quando ascolto le parole della tua Scrittura: In principio Dio creò il cielo e la terra: e la terra era invisibile e informe e le tenebre erano al di sopra dell'abisso; così parla, e non dice in quale giorno hai fatto questo, e così io intendo che sia il cielo dei cieli quello di cui parla, il cielo intellettuale, dove all'intelligenza è dato conoscere tutto insieme, non pezzo a pezzo, non in enigma e attraverso uno specchio, ma tutto in una volta, senza veli, faccia a faccia; conoscere non ora questo ora quello, ma come si è detto, tutto simultaneamente, senza avvicendamento temporale; e parimenti per terra invisibile e informe intendo priva di vicissitudini temporali, che di solito portano ora questo ora quello, perché dove non c'è alcuna forma non si danno particolari come questo e quello. Di queste due cose - l'una formata all'origine l'altra radicalmente informe, l'una che è il cielo, sì, ma il cielo del cielo, l'altra che è la terra, ma quella invisibile e informe - di queste due cose io intendo parli la tua Scrittura quando dice senza menzione di giorni: In principio Dio creò il cielo e la terra. Perché subito aggiunge di quale terra si tratti. E poiché nel secondo giorno è menzionata la creazione del firmamento e questo viene chiamato cielo, si suggerisce quale sia il cielo di cui si parlava prima, senza indicazione di giorni. Obiezioni. Sulla natura dell'esegesi [14.17] Meravigliosa profondità delle tue parole, che ecco, in superficie sanno incantare i bambini: ma che profondità, Dio mio, che meraviglia. Sgomento di penetrarla con gli occhi, timore reverenziale e amoroso tremore. Violento è l'odio che provo per i suoi nemici: oh se tu li uccidessi con la spada a due tagli, finché di nemici non ne esistessero più! Sì, come vorrei vederli uccisi a se stessi, affinché vivano per te. Ma eccone degli altri, dei cultori e non dei detrattori del libro della Genesi: "Non è così che lo spirito di Dio, scrivendo per mezzo di Mosè suo servitore, volle essere inteso: non è così come tu dici, ma in un altro modo, come diciamo noi". A te il giudizio, Dio di tutti noi: a loro io così rispondo. [15.18]. Volete forse dichiarare falso ciò che la verità mi dice ad alta voce all'orecchio dell'anima sulla vera eternità del creatore, e cioè che la sua sostanza non può mai subire variazioni nel tempo e che la sua volontà non è altra cosa dalla sua sostanza? Ma ne segue che egli non vuole ora una cosa ora l'altra, ma una volta per tutte e per sempre e tutto in una volta vuole ciò che vuole; non vuole una cosa alla volta e neppure vuole cose diverse in diversi momenti, né vuole prima e poi disvuole, o viceversa, perché una volontà simile sarebbe mutevole, e niente che sia mutevole è eterno; ma il nostro Dio è eterno. E ancora, non vorrete negare quanto mi dice all'oreccho interiore, che l'attesa delle cose a venire si fa visione, quando sono presenti, e la visione si fa memoria quando sono passate; ora ogni atto intenzionale che sia così soggetto a variazione è mutevole, e nulla di mutevole è eterno: ma il nostro Dio è eterno. Io raccolgo e connetto queste verità e vedo che il mio Dio, il Dio eterno, non ha istituito il creato con un nuovo atto di volontà, e che la sua conoscenza non ammette alcunché di transitorio. Ancora sugli angeli [15.19]. E allora voi oppositori che cosa direte? È falso tutto questo? "No", rispondono. Ma forse è falso quest'altro: che ogni natura formata o materia formabile non ha esistenza se non da quello che è massimamente buono, perché ha il massimo di esistenza? "Neppure questo neghiamo", rispondono. E allora? Forse negate l'esistenza di un tipo sublime di creatura, unita al Dio vero e veramente eterno con amore così puro da non sciogliersi mai da lui - benché a lui non coeterna - per scorrere col fiume del tempo attraverso le sue varie vicende. Una creatura che riposa, invece, nella contemplazione di lui solo, la più veridica - perché tu, Dio, ti mostri a chi ti ama quanto esigi, e gli basti, e perciò non decade da te, verso se stesso. Questa è la casa di Dio, che non è di questa terra né della massa fisica dei cieli, ma spirituale e partecipe della tua eternità, perché non vacilla in eterno. Tu l'hai fondata per i secoli dei secoli / hai dato una legge che non passerà. Eppure non ti è coeterna, perché non è priva di inizio: è stata fatta. [15.20] Anche se prima di essa non si trova alcun tempo - poiché prima di tutte le cose è stata creata la sapienza (e naturalmente non intendo quella Sapienza che è semplicemente coeterna a te, Dio nostro e padre suo, che ti è eguale e per cui mezzo sono state create tutte le cose e nel cui principio hai fatto il cielo e la terra, ma intendo quella sapienza creata che è la natura intellettuale, lume che contempla il Lume: perché anch'essa, benché creata, si chiama sapienza; ma fra la sapienza che crea e questa che è stata creata c'è la stessa differenza che intercorre fra ciò che splende di luce propria e ciò che la riflette, o fra la giustizia giustificante e la giustizia del giustificato; e in effetti anche noi siamo stati denominati "tua giustizia": dice infatti uno dei tuoi servi: ..affinché noi siamo la giustizia di Dio in lui stesso) - poiché, dicevo, ciò che è stato fatto prima di tutte le cose è una forma di sapienza creata, la mente razionale e intellettuale della tua città pura, madre nostra, che sta in alto ed è libera ed eterna nei cieli (e quali cieli, se non quei cieli dei cieli che ti rendono lode, perché son ben questi che son detti cielo del cielo riservato al Signore); anche se non si trova tempo alcuno prima di quella sapienza, dato che se fu creata prima di tutte le cose precede anche la creazione del tempo, resta pur vero questo, in conclusione: prima di lei c'è l'eternità del creatore stesso, dal quale ebbe con la creazione il proprio esordio, non nel tempo che ancora non c'era, ma nella sua condizione stessa [15.21]. Procede dunque da te, Dio nostro, ma in modo tale da esser palesemente altro da te, e non la stessa cosa: e questo anche se non si trova tempo alcuno non soltanto prima di lei, ma anche in lei stessa. Perché è fatta per vedere continuamente la tua faccia, e non se ne distoglie mai; e per questo non subisce mutamenti. Eppure la mutevolezza è insita in lei, tanto che si farebbe tenebra e gelo se non fosse per il grande amore che la tiene assorta in te e l'accende del tuo splendore e ardore come un'eterna luce meridiana. O casa luminosa e bella, ho amato la tua magnificenza e il luogo dove abita la gloria del mio Signore, tuo artefice e padrone! A te giunga il sospiro dei miei vagabondaggi, a colui che ti ha fatta chiedo d'essere in te posseduto anche io, poiché anche me egli ha fatto. Io sono andato errando come pecora smarrita, ma sulle spalle del mio pastore, di chi ti ha costruito, spero di esser riportato a te. [15.22]. E voi cui mi rivolgevo come a degli oppositori, ma che pure credete Mosè un servo devoto di Dio, e i suoi libri oracoli dello Spirito Santo, voi che cosa mi dite? Non è questa la dimora di Dio, non a Dio coeterna, certo, ma a suo modo eterna nei cieli, dove invano cerchereste le vicissitudini del tempo, perché non vi si trovano? Svetta al di sopra di ogni dispersione e di ogni volgere di stagioni della vita ciò che ha il suo bene nell'adesione senza fine a Dio. "È vero", rispondono. Che cosa allora dichiarate falso di quello che il mio cuore gridò al mio Dio, mentre udiva levarsi dal suo intimo una voce in sua lode? Forse che vi fosse una materia informe là dove, mancando ogni forma, non c'era ordine alcuno? Ma dove non c'era ordine non poteva esserci alcuna successione di tempi; eppure questo quasi-niente, in quanto non era un assoluto niente, veniva certo da quello da cui viene all'essere tutto ciò che in qualche modo esiste. "Anche questo", ribattono, "noi non lo contestiamo". [16.23]. Sì, voglio discutere davanti a te con questi che riconoscono per vero tutto quello che la tua verità non cela nell'intimo silenzio della mente. Quanto a quelli che lo negano, che abbaino pure a piacer loro fino a stordirsi: tenterò di persuaderli, perché stiano zitti e aprano così alla tua parola la via verso se stessi. E se non vogliono e mi respingono, tu non fuggire da me col tuo silenzio, mio Dio, te ne prego. Parla dentro il mio cuore con verità, come tu solo sai parlare: e io li lascerò fuori a soffiare nella polvere e a gettarsi la terra negli occhi, e rientrerò nella mia stanza segreta a dedicarti le canzoni d'amore e i pianti inenarrabili del mio vagabondare, e mi ricorderò Gerusalemme, in alto verso lei proteso il cuore, Gerusalemme mio vero paese, Gerusalemme che è la madre mia, e te su lei sovrano, luce, padre, tutore e sposo, sua forte e pura voluttà, solida gioia e simultaneo dono di ogni bene ineffabile, tu che sei l'unico, il supremo, il vero bene. E non me ne farò strappare fin quando non avrai raccolto tutto il mio essere nella sua pace di madre dolcissima, dove son le primizie del mio spirito e queste certezze che ne traggo, e non lo avrai sottratto a questa dispersione e difformità per rendergli uniformità e fermezza in eterno, Dio mio, misericordia mia; io mi rivolgo dunque a quelli che, pur non dichiarando false tutte le cose che abbiamo detto esser vere, anzi onorando la tua Sacra Scrittura trasmessaci dal divino Mosè, e ponendola come noi al vertice dell'autorità da seguire, hanno tuttavia qualcosa da obiettarci. Sii tu, Dio nostro, arbitro fra le mie confessioni e queste loro obiezioni.