Traduzione Le Confessioni, Sant'Agostino, Versione di Latino, Libro 11; 01-15

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 11; paragrafi 01-15 dell'opera Le Confessioni di Sant'Agostino

LE CONFESSIONI: TRADUZIONE DEL LIBRO 11; PARAGRAFI 01-15

[1.1] Forse perché è tua l'eternità tu ignori, mio Signore, ciò che ti dico, o vedi in successione temporale ciò che avviene nel tempo? Perché ti faccio allora una cronaca fitta di tanti avvenimenti? Non certo perché tu da me li apprenda: ma a questo modo io risveglio il sentimento di te in me stesso e negli altri che li leggeranno, finché diremo tutti - grande è il Signore e ben degno di lode. L'ho già detto , e lo voglio dire ancora: è per amore dell'amore di te che faccio questo. Del resto noi preghiamo anche se la verità stessa dice: il padre vostro sa cosa vi occorre prima ancora che glielo domandiate. Noi dunque riveliamo la nostra disposizione d'animo nei tuoi confronti confessando le nostre miserie e i doni della tua misericordia, perché tu porti a compimento la nostra liberazione, visto che le hai dato principio, perché cessi la miseria che troviamo in noi e cominci la felicità d'essere in te. Sei tu che ci hai chiamato a esser poveri per lo spirito e miti e piangenti e affamati e assetati di giustizia e pietosi e candidi e pacifici. Ecco, è una lunga storia che io ti ho narrato, per quanto ho potuto e voluto - perché sei stato tu il primo a volere che mi confessassi a te, Dio mio Signore, perché sei buono, perché dura nei secoli la tua misericordia. [2.2]. Ma quando basterà la lingua della mia penna a dirli tutti, i tuoi conforti e i tuoi terrori e le consolazioni e le ingiunzioni con cui tu mi hai infine portato a predicare la tua parola e a dispensare il tuo sacramento al tuo popolo. E anche se io basto a dirli, e in ordine, ogni stilla di tempo mi è preziosa. E già da molto brucio dal desiderio di dedicarmi alla meditazione della tua legge, e di confessarti quanto ne conosco e quanto ne ignoro, i primi accenni delle tue illuminazioni e i resti delle mie tenebre, finché la tua forza divori l'incostanza. E non voglio vedermi scorrer via come l'acqua in altre occupazioni le ore che mi ritrovo libere: dalle necessità fisiche del riposo e da quelle dell'impegno intellettuale e dai servigi che dobbiamo agli uomini e da quelli che rendiamo loro anche senza averne affatto il dovere. [2.3] Signore Dio mio, ascolta la mia preghiera, e la tua compassione presti orecchio alla mia nostalgia, di cui non per me solo mi consumo, ma per servire all'amore fraterno: e tu lo vedi nel mio cuore, che è vero. Lascia che io sacrifichi a te il mio pensiero e la mia lingua, mettendoli al tuo servizio, e fammi doni che io possa offrirti. Perché sono povero e senza mezzi, e tu hai ricchezze per tutti quelli che ti invocano, tu che stando sicuro ti prendi cura di noi. Circoncidi la mia bocca, che sia pura di ogni menzogna e di ogni presunzione, dentro e fuori. Siano le tue Scritture le mie caste delizie: fa' che io non m'inganni e non inganni gli altri nell'esporle. Presta attenzione mio Signore e abbi pietà, Dio, luce dei ciechi e potenza dei deboli che subito ti fai luce dei veggenti e potenza dei forti, presta attenzione all'anima che ti chiama dal profondo, ascolta. Perché se non avessi orecchie anche al profondo, dove andremmo noi. In quale direzione lanceremmo il nostro appello? Tuo è il giorno e tua è la notte; a un tuo cenno s'involano i minuti. Concedi dunque il tempo necessario a queste meditazioni intorno ai segreti della tua legge, e non sbarrarla di fronte a chi bussa. Perché se non invano hai voluto che fossero scritte tante pagine di misteri impenetrabili, quelle selve hanno pure i loro cervi, che vi trovano riparo e ristoro, vagando e pascolando e sdraiandosi a ruminare. Rivelami le selve, e fammi uomo compiuto. Ecco, la tua voce è la mia gioia, la tua voce che sovrasta cascate di piaceri. Dammi quello che amo: perché io amo. E già questo è tuo dono. Non dimenticare i tuoi doni, non trascurare la tua erba assetata. Che io possa confidarti ogni cosa che avrò scoperto nei tuoi libri, e udire una voce di lode, e bere del tuo essere e contemplare le meraviglie della tua legge dal principio, in cui facesti il cielo e la terra, fino al regno come te perenne della tua città santa. [2.4] Abbi pietà di me mio Signore, da' ascolto alla mia nostalgia. Perché io credo che non nasca dalla terra, come quella dell'oro e dell'argento e delle pietre preziose o dell'eleganza o degli onori e del potere o dei piaceri carnali o dei beni necessari al corpo e ai vagabondaggi di questa vita: cose tutte che ci verranno date in sovrappiù se cerchiamo il regno della tua giustizia . Vedi Dio mio come nasce questa nostalgia. Uomini ingiusti mi hanno narrato i loro piaceri, ma non eran conformi alla tua legge. Ecco l'origine della mia nostalgia. Vedi, Padre, guarda e vedi e approva, e piaccia agli occhi della tua misericordia che io trovi grazia davanti a te, perché si apra al mio bussare l'interno delle tue parole. Ti porgo questa supplica mediante il Signore di noi Gesù Cristo tuo figlio, uomo della tua destra, figlio dell'uomo che hai istituito mediatore fra te e noi, per cui mezzo tu hai cercato noi che non ti cercavamo, e ci hai cercato affinché ti cercassimo; la tua parola, per cui mezzo hai fatto tutte le cose e me tra queste; il tuo Unico, per cui hai adottato il popolo dei credenti , e me fra loro. Per suo mezzo ti porgo questa supplica, per lui che siede alla tua destra e intercede per noi presso di te; in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza. Sono questi che cerco nei tuoi libri. Di lui scrisse Mosè, lui stesso lo dice, la verità lo dice. La parola e la creazione [3.5] In principio hai fatto il cielo e la terra: fa che io intenda e comprenda come. È Mosè che lo ha scritto: l'ha scritto e se ne è andato per tornare là da dove era venuto, da te: era di passaggio in questo mondo e ora non è qui di fronte a me. Già, perché se lo fosse non me lo lascerei sfuggire e lo tempesterei di domande e nel tuo nome lo scongiurerei di spiegarmi queste parole, e starei con le mie orecchie di carne protese ad afferrare ogni suono gli uscisse dalle labbra. Ma se parlasse ebraico invano busserebbe alla porta del mio udito, e non arriverebbe quindi a sfiorarmi la mente: se parlasse latino allora sì, il senso delle sue parole lo saprei afferrare. Ma come farei a sapere se le cose dette sono anche vere? Se sapessi anche questo, è forse da lui che lo sarei venuto a sapere? No: dentro di me, nella dimora del pensiero, non ebraica né greca né latina né barbara, senza labbra né lingua, senza rumore di sillabe, la verità mi direbbe: "Dice il vero" e io subito rassicurato fiduciosamente direi a quell'uomo tuo: "Dici il vero." Dunque non potendo interrogare lui io chiedo a te, Verità, di cui doveva essere pieno lui che disse il vero, a te, Dio, chiedo: risparmiami la pena dei miei peccati, e concedi a me di comprendere queste parole, tu che hai concesso a quel tuo servo di dirle. [4.6]. Ecco, il cielo e la terra esistono, e gridano che sono stati fatti, perché sono soggetti a mutamenti e variazioni. Invece tutto ciò che esiste ma non è stato fatto non ha costituenti che prima non c'erano: il che appunto vuol dire esser soggetti a mutamenti e variazioni. E gridano anche di non essersi fatti da soli: "Se esistiamo è perché siamo stati fatti: dunque prima di esserlo non c'eravamo, in modo da poterci fare da soli". È l'evidenza stessa che parla per loro. Tu dunque li hai creati, che sei bello, perché son cose belle; tu che sei buono, perché son cose buone; tu che esisti, perché esistono. Ma non sono cose belle né buone né esistenti come lo sei tu, loro autore, al cui confronto non sono belle né buone e neppure esistono. Questo sappiamo grazie a te, e il nostro sapere paragonato al tuo è ignoranza. [5.7] Ma in che modo hai fatto il cielo e la terra, qual è il meccanismo di un'operazione tanto grandiosa? Perché certo non hai fatto come l'artefice umano che forma un corpo da un altro corpo secondo il capriccio della mente, la quale è capace di riprodurre qualunque forma distingua in se stessa con l'occhio interiore - e come ne sarebbe capace, se non perché l'hai fatta tu. La mente impone appunto una forma a qualcosa di già esistente e dotato di quanto basta a sussistere, come ad esempio la terra o la pietra o il legno o l'oro o qualunque altra cosa del genere. E queste da dove verrebbero all'essere, se non ve le stabilissi tu? Tu hai fatto all'artefice un corpo e al corpo una mente atta a comandarlo, tu la materia del suo lavoro, tu l'ingegno per intender la sua arte e veder dentro di sé la cosa da attuare fuori. Tu hai fatto gli organi dei sensi per tradurre in termini materiali l'opera che ha in mente, e riferire alla mente il lavoro già fatto, perché consultando la verità che la dirige veda se è ben fatto. E tutto questo canta lode a te, creatore di ogni cosa. Ma cos'è il tuo fare? In che modo, Dio, hai fatto il cielo e la terra? Non è certo nel cielo o in terra che hai fatto il cielo e la terra, e neppure nell'aria o nell'acqua, dato che anch'esse fanno parte del cielo e della terra, e neppure è nell'universo che hai fatto l'universo, perché non c'era spazio per alcun fatto, prima che fosse un fatto anche lo spazio. E neppure avevi in mano qualche cosa, da cui ricavare il cielo e la terra: perchè da dove lo avresti preso, se non lo avessi fatto, il materiale della creazione. Ed esiste qualcosa, se non perché tu esisti? Dunque tu hai parlato ed ecco furono tutte le cose, ed è con la parola che le hai fatte. [6.8]. Ma come hai parlato? Forse come quando risuonò dalle nuvole una voce che diceva: "Questo è il mio figlio diletto?" Ma il suono di quella voce si produsse e svanì, ebbe un inizio e una fine. Le sillabe risuonarono e passarono, la seconda dopo la prima, la terza dopo la seconda, e così via nel loro ordine, finché dopo tutte le altre venne l'ultima e dopo l'ultima fu silenzio. È quindi perfettamente evidente che quella voce fu una tua creatura a esprimerla, con un'azione posta al servizio della tua volontà eterna, ma di per sé temporale. E queste tue parole formate nel tempo l'orecchio esteriore le annunciò alla mente ragionevole, che protende il suo orecchio interiore alla tua parola eterna. Ma lei confrontò quelle parole risonanti nel tempo con il silenzio della tua parola eterna e disse: "Ben altra cosa è, è totalmente altra". Queste parole sono molto al di sotto di me, anzi neppure sono, perché fuggendo se ne vanno: la parola del mio Dio invece dura eterna sopra di me". Se dunque pronunciasti parole sonanti e fuggitive perché fossero fatti cielo e terra, e così li creasti, allora esisteva già prima del cielo e della terra una qualche creatura dotata di corpo, che potesse con una successione temporale di azioni protrarre nel tempo quella voce. Ma prima del cielo e della terra non esisteva alcun corpo, o se esisteva per fornirti di una voce transitoria con cui ordinare che si facessero il cielo e la terra, certo non è con una voce transitoria che l'avevi creata a sua volta. Qualunque cosa insomma potesse produrre quella voce, se non era stata fatta da te non era al mondo. E allora per creare il corpo necessario a produrre quelle parole, in che modo hai parlato? [7.9] Così ci chiami all'intelligenza della Parola, Dio presso Dio, che eternamente viene detta e per lei tutto si dice eternamente. Là nessuna cosa finisce d'esser detta perché un'altra la segua, cosí che una per una si possan dire tutte: si dicon tutte insieme, eternamente. E se così non fosse ci sarebbero già tempo e mutamento, non vera eternità e vera immortalità. Questo lo so, Dio mio, e te ne rendo grazie. Lo so e te lo confesso mio Signore, e come me lo sa e ti benedice chiunque sa apprezzare la verità accertata. Sappiamo almeno questo, sì, sappiamo che in quanto una cosa non è ciò che era ed è ciò che non era, in tanto muore e nasce. Di conseguenza nella tua parola nulla può venir meno o venir dopo, dato che è veramente immortale ed eterna. Ed è così, con questa parola a te coeterna che dici tutto insieme, eternamente ciò che dici, e che si fa tutto ciò che si fa quando parli - e tu non crei altrimenti che parlando -: e tuttavia non vengon tutte insieme all'essere, e non durano eterne le cose che parlando tu fai essere. [8.10] Perché, di grazia, mio Dio e Signore? In qualche modo lo vedo, ma non so come esprimerlo in parole, se non forse dicendo che per ogni cosa la cui esistenza ha un inizio e una fine il momento esatto in cui la sua esistenza deve cominciare o finire è conosciuto in una norma eterna, dove nulla comincia né finisce. E questa è la tua parola, che è per noi principio, perché parla anche a noi. Così nel Vangelo parlò attraverso la carne e risuonò all'esterno, alle orecchie degli uomini, perché vi credessero e la cercassero in se stessi e la ritrovassero nella verità eterna, dove tutti i discepoli apprendono da un solo buon maestro. Lì sento la tua voce dirmi che mi parla davvero soltanto chi sa illuminarmi: chi non m'insegna nulla, anche se parla non è a me che parla. Ma chi ci illumina? Soltanto la verità che permane. Perché anche quando riceviamo una lezione da una creatura mutevole, ne siamo rinviati alla verità che permane: e allora stiamo fermi ad ascoltare e impariamo davvero, e ci riempiamo di gioia alla voce dello sposo, come chi torna al suo paese d'origine. Ecco perché è detto il principio: e se non restasse saldo noi, nel nostro errare, non avremmo una casa a cui tornare. Ma quando recediamo da un errore, è perché abbiamo imparato qualcosa; e affinché noi impariamo lui ci insegna, perché è il principio e si rivolge a noi. [9.11]. In questo principio, Dio, hai fatto il cielo e la terra: nella tua parola, nel figlio tuo, nella tua potenza, nella tua sapienza, nella tua verità, miracolo di un dire che è creare. Chi lo comprenderà, chi saprà raccontarlo? Che cos'è questa luce che balena e mi colpisce al cuore, senza ferire? E m'agghiaccia e mi accende: di terrore per esserne dissimile e del fuoco per cui le sono simile. È la sapienza, la sapienza stessa che balena attraverso queste nubi. E non appena da lei mi distoglie il carcere di nebbia delle mie angosce, in queste nubi io mi riavvolgo: perché è così fiaccato dalla miseria il mio vigore che non sono in grado di sopportare il mio bene, finché tu, come Signore che si faccia indulgente verso tutte le mie ingiustizie, mi guarisca anche da tutti i miei svanimenti. Tu che riscatterai la mia vita dalla fossa e porrai sul mio capo una corona di benevolenza e di misericordia e sazierai di bene la mia nostalgia, quando sarà rinata l'aquila della mia giovinezza. Perché è la speranza che ci ha salvati e con pazienza aspettiamo quello che hai promesso. Chi può ti ascolti parlare nel suo intimo: io fiduciosamente esclamerò con il tuo oracolo: grandiose sono le tue opere, Signore, tutte le hai fatte nella tua sapienza! Il problema del tempo: "prima" della creazione [10.12]. Ecco. Non sono carichi di vecchiaia quelli che ci chiedono: "Che cosa faceva Dio prima di fare il cielo e la terra? Se infatti non aveva occupazioni e non faceva nulla," dicono, "perché non ha anche dopo mantenuto questo stato, in cui si asteneva da ogni operazione? Ma se si è avuto un nuovo impulso in Dio e una volontà nuova, di istituire un creato che non aveva mai istituito prima, che vera eternità può essere quella in cui nasce una volontà che prima non c'era? D'altra parte la volontà di Dio non è qualcosa di creato, ma è prima di ogni creatura, perché nulla sarebbe creato se non fosse preceduto dalla volontà di un creatore. Dunque è alla stessa sostanza di Dio che appartiene la sua volontà. Ma se nella sostanza divina sorge qualcosa che non c'era prima, non è vera l'asserzione che questa sostanza è eterna; se invece la volontà divina che esistesse il creato era eterna, perché non sarebbe eterno anche il creato?" [11.13] Quelli che parlano così non ti comprendono ancora, sapienza divina, luce delle menti: non capiscono ancora in che modo si faccia ciò che per te e in te si fa, e si sforzano di giungere alla conoscenza dell'eterno, ma intanto il loro cuore ancora svolazza fra il passato e il futuro agitarsi delle cose, e ancora è vano. Chi riuscirà a tenerlo fermo un attimo, a fargli carpire un istante dello splendore dell'eterno stare, che lo confronti con il tempo instabile e veda che non hanno misura comune; veda che la lunghezza di un intervallo di tempo anche lunghissimo non è fatta che di molti momenti che passano, e che non possono durare simultaneamente; mentre nell'eterno nulla passa, ma tutto è presente. Che nessun intervallo di tempo può essere tutto presente: e sempre il passato è cacciato dal futuro e il futuro deriva dal passato, e che ogni passato e ogni futuro è creato da ciò che sempre è presente, e da questo decorre. Chi tratterrà il cuore dell'uomo, che stia fermo e veda come in questo stare l'eternità comandi passato e futuro, lei che non passa e non è mai a venire. E come avrà questo potere la mia mano, o la mano della mia eloquenza, per riuscire in un'impresa così grande! [12.14]. Ecco come rispondo a chi domanda che cosa faceva Dio prima di fare il cielo e la terra. Non come fece quel tale che eluse con una battuta di spirito l'aggressività della domanda, rispondendo, dicono: "Preparava la Geenna per chi indaga gli abissi". Ridere non basta per capire. No, non rispondo a questo modo: preferirei allora una risposta come "Quello che non so, non lo so", che almeno risparmia la facile ironia per chi solleva una questione profonda e il plauso per chi dà una risposta falsa. Invece io affermo che tu, nostro Dio, sei il creatore d'ogni cosa creata, e se per cielo e terra s'intende ogni cosa creata, oso affermare: "Prima di fare il cielo e la terra, Dio non faceva cosa alcuna". Perché che cosa avrebbe fatto se non una cosa creata? Magari sapessi tutte le cose che vorrei, che mi sarebbe utile sapere, così come so questa: che nessuna creatura venne fatta prima che fosse fatta una qualche creatura. [13.15]. Ma se qualcuno è tanto leggero di mente da fantasticare di tempi più remoti ancora, e si meraviglia che tu, un Dio che tutto può e tutto crea e sostiene, artefice del cielo e della terra, abbia atteso innumerevoli secoli prima di metter mano a un'opera così grandiosa - si svegli e apra bene gli occhi, perché è irreale ciò di cui si meraviglia. E come potevano passare innumerevoli secoli se non li avevi fatti tu, l'autore di tutti i secoli, tu che li instauri? E come può esistere un tempo che tu non hai instaurato? E come può esser passato, se non è mai esistito? Se insomma tutto il tempo è opera tua, e se c'è stato un tempo prima che tu facessi il cielo e la terra, perché si dice che ti astenevi da ogni opera? Quel tempo precedente, appunto, l'avresti istituito tu, e non un solo momento di tempo poteva passare, prima che tu istituissi il tempo. Se invece non esisteva il tempo prima che fossero fatti il cielo e la terra, perché chiedersi che cosa tu facessi allora? Non c'è un allora dove non c'è il tempo. [13.16] Non è nel tempo che tu precedi il tempo: altrimenti non precederesti ogni tempo. Ma dalla vetta dell'eterno presente tu precedi tutto il passato e sovrasti tutto l'avvenire, appunto perché è avvenire, e una volta avvenuto sarà passato; tu invece sei sempre lo stesso, e i tuoi anni non si dilegueranno. Non vanno e vengono i tuoi anni, come fanno questi nostri, che se ne vanno tutti perché ciascuno possa venire. Stanno tutti insieme, i tuoi anni: appunto perché stanno lì e non se ne vanno, non si fanno cacciare da quelli che sopravvengono, non passano. Questi nostri invece ci saranno tutti quando non ce ne sarà più alcuno. Un solo giorno sono i tuoi anni, e il tuo giorno non è ogni giorno, ma oggi, perché il tuo oggi non cede al domani, come non succede al giorno di ieri. L'oggi è l'eternità, per te: per questo generi coeterno quello a cui tu dici oggi io ti ho generato. Hai fatto tu ogni tempo e sei prima del tempo, e non c'è mai stato un tempo in cui non c'era ancora il tempo. Sulla natura del tempo [14.17] Mai dunque, in nessun tempo, tu sei rimasto senza fare nulla, perché il tempo stesso sei tu che l'hai fatto; e non c'è periodo di tempo che possa dirsi a te coevo, perché tu permani: ma un tempo permanente non sarebbe tempo. Già, che cos'è il tempo? Chi ce ne darà una definizione breve e facile? Chi riuscirà ad afferrarne almeno col pensiero tanto da poterne parlare? Eppure, che cosa c'è che noi, quando parliamo, diamo per tanto scontato e familiare quanto il tempo? E senza dubbio capiamo quello che diciamo, capiamo anche quando ne sentiamo parlare da un altro. Che cos'è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più. E tuttavia io affermo tranquillamente di sapere che se nulla passasse non ci sarebbe un passato, e se nulla avvenisse non ci sarebbe un avvenire, e se nulla esistesse non ci sarebbe un presente. Ma allora in che senso esistono due di questi tempi, il passato e il futuro, se il passato non è più e il futuro non è ancora? Quanto al presente, se fosse sempre presente e non trascorresse nel passato, non sarebbe tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per far parte del tempo, in tanto esiste in quanto trascorre nel passato, in che senso diciamo che esiste anch'esso? Se appunto la sua sola ragion d'essere è che non esisterà: in fondo è vero, come noi affermiamo, che il tempo c'è solo in quanto tende a non essere. [15.18] E tuttavia noi lo diciamo lungo o breve, il tempo, benché così chiamiamo solo il passato o il futuro. Ad esempio cent'anni passati fino a oggi fanno un passato che chiamiamo lungo, e lo stesso vale per un futuro di cent'anni a partire da oggi; invece dieci giorni - poniamo - precedenti o successivi fanno un passato e un futuro che diciamo brevi. Ma come fa a esser lungo o breve ciò che non è? Il passato non è più e il futuro non è ancora. Del passato dunque non dovremmo dire "è lungo", ma "è stato lungo", e del futuro "sarà lungo". Mio Signore, mia luce, forse anche qui la tua verità si fa beffe dell'uomo. Questo passato che è stato lungo, lo è stato una volta che era già passato o quando era ancora presente? In effetti per essere lungo doveva essere: dunque poteva esserlo solo finché c'era. Ma il passato non era più e non essendo affatto non poteva nemmeno essere lungo. Perciò non dovremmo dire neppure, del passato, "è stato lungo" - infatti non troveremo mai che cosa sarebbe stato lungo, proprio perché non è, dal momento che è passato - ma dovremmo dire, piuttosto: "È stato lungo quel tempo presente", perché era lungo mentre era presente. Finché non era ancora passato e non aveva ancora cessato di essere, era appunto qualcosa, e quindi, eventualmente, anche lungo; ma una volta che fu passato, smise anche d'essere lungo, nel momento stesso in cui smise d'essere affatto. [15.19] Vediamo allora se il presente possa essere lungo, anima umana: perché a te è dato sentire e misurare la durata. Che cosa mi rispondi? Dimmi: è lungo un presente che dura cent'anni? Ma vedi prima se cento anni possano essere presenti. Dunque: se è in corso il primo di essi, è questo che è presente, gli altri novantanove son futuri e quindi non ci sono ancora; ma se è in corso il secondo, un anno è già passato, l'altro presente, i restanti futuri. E così, qualunque sia fra questi cento l'anno che supporremo presente: quelli che lo precedono nell'ordine saranno passati, quelli che lo seguono futuri. Perciò cento anni non possono essere presenti. Vedi se possa almeno esser presente l'anno che è in corso. Ora se corre, di questo, il primo mese, tutti gli altri sono futuri, se il secondo, il primo è già passato e gli altri non ci sono ancora. Dunque neppure l'anno in corso è tutto presente, e se non è tutto presente, non è l'anno che è presente. Perché un anno è fatto di dodici mesi, e di questi è presente soltanto quello in corso, quale che sia, gli altri sono passati o futuri. Benché neppure il mese che è in corso sia presente, in effetti: solo un giorno lo è, se è il primo, sono futuri tutti gli altri, se l'ultimo, sono tutti passati, e uno qualunque degli intermedi sta fra i mesi passati e quelli futuri. [15.20] Eccolo qui il presente, il solo tempo che avevamo trovato possibile chiamare lungo, ridotto appena allo spazio di un giorno. Ma esaminiamo anche questo, perché neppure un giorno è mai tutto presente: delle ventiquattr'ore che, fra notte e giorno, lo costituiscono, la prima ha tutte le altre a venire, l'ultima le ha tutte alle spalle, e ciascuna delle intermedie ne ha di precedenti, passate, e di successive, future. E ciascuna singola ora è una fuga di minute particelle: quante han già preso il volo son passate, e futuro è quel che resta. Se è concepibile una frazione di tempo che non si possa più dividere ulteriormente in parti, per piccole che siano, questa soltanto può dirsi presente: ma anche questa balza così rapida dal futuro al passato, che non ha la più piccola durata. Perché se ne avesse, si dividerebbe in passato e futuro: ma il presente non ha alcuna estensione. Dov'è insomma un tempo che possiamo chiamare lungo? Forse il futuro? Non diciamo certamente che è lungo, perché ancora non è, ciò che deve esser lungo: diciamo piuttosto "sarà lungo". Quando lo sarà? Se anche allora sarà ancora futuro, non sarà lungo, perché non sarà ancora niente del tutto. Forse sarà lungo allora, quando dal futuro che ancora non esiste avrà preso a essere e si sarà fatto presente (così da poter esser anche eventualmente lungo)? Ma se risuona ancora nelle parole appena dette la voce del presente stesso, che nega di poter durare a lungo!