Traduzione dei Carmi, Catullo, Versione di Latino, Quod mihi

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino, parte Quod mihi, dell'opera Carmi di Catullo

CARMI: TRADUZIONE DELLA PARTE QUOD MIHI

Quello che mi mandi, colpito dalla sorte e da acerbo frangente, questa lettera composta di lacrime, perché ti risollevi, naufrago rigettato dalle spumanti onde del mare e ti restituisca dalla soglia della morte, mentre neppure la sacra Venere ti permette riposare di morbido sonno, abbandonato su vedovo letto, né le Muse ti allietano del dolce canto degli antichi poeti, mentre il cuore ansioso vigila: ciò mi è gradito, perché mi chiami amico di te, e di qui chiedi i doni delle Muse e di Venere. Ma perché non ti siano ignoti i miei affanni, Manio, e non creda che io rifiuti il dovere di ospite, ricevi, chi, proprio io, sia sommerso dai flutti della sorte, che tu non chieda più da uno sfortunato doni felici. Prima, nel tempo in cui mi fu consegnata la pura veste, quando la fiorente età portava una piacevole primavera, giocai molto, a sufficienza: non è ignara di noi la dea, che mesce dolce amarezza agli affanni. Ma la morte del fratello mi sottrasse con tale lutto tutta la passione. Oh, fratello, sottratto a me infelice, tu morendo, tu spezzasti i miei sogni, fratello, con te, insieme, fu sepolta tutta la nostra casa, con te, insieme, perirono tutte le nostre gioie, che il tuo dolce amore alimentava in vita. Ma con la tua morte cacciai da tutto il cuore queste passioni e tutti i piaceri dell'animo. Perciò, quel che scrivi E' brutto che Catullo sia a Verona, perché qui chiunque di stampo migliore scalderebbe le fredde menbra nel letto deserto, questo, Manio, non è brutto, piuttosto è sfortuna. Perdona dunque se, quei doni, che mi tolse il lutto, non te li rendo, poiché non posso. Il fatto che non ci sia da me grande possibilità di libri, accade per questo, che viviamo a Roma: quella casa,quella dimora per me, là mi vien colta la mia età; qui tra le molte mi segue una cassetta.Stando così le cose, non vorrei tu pensassi che io faccio questo per istinto malvagio o per un cuore non troppo buono,perché non fu data nessuna possibilità a te che chiedevi: io avre aggiunto di più, se ci fosse stata una possibilità. Non posso tacere, dee, in quale cosa Allio m'abbia aiutato o in quanti inpegni m'abbia aiutato,perché il tempo che fugge, mentre le ere dimenticano, non copra di cieca notte questo suo impegno:ma lo dirò a voi, voi poi ditelo a molte migliaia e fate che questa carta parli (ancora) da vecchia. ed anche se morto sia sempre più noto,né il ragno tessendo in alto la tela leggera compia l'opera sul nome deserto di Allio. Quale affanno m'abbia recato la duplice Amatusia, lo sapete, ed in quale genere m'abbia inaridito,mentre io bruciavo tanto quanto la rupe trinacria e l'acqua Malia nelle Termopili etee,né i mesti occhi cessavano dal continuo pianto. Le guance s'inzupparono di triste pioggia.Come un ruscello scintillante sulla cima di aereo monte balza dalla muscosa pietra,che gettatosi a precipizio lungo una valle declinante, passa in mezzo al percorso di un denso popolo, dolce sollievo per il viandante stanco nel sudore, quando la pesante calura spacca i campi bruciati:allora, come in una nera bufera tra marinai sbattuti giunge spirando più dolcemente l'aria propizia,implorata sia dalla preghiera di Polluce che di Castore, tale aiuto fu per noi Allio.Egli ci aperse per largo tratto la piana chiusa, egli diede la casa a noi ed alla padrona (mia),presso cui vivessimo i reciproci amori. Là si recò la mia candida dea col morbido piede e sulla battuta soglia, appoggiandosi, la vivace suola poggò la splendente pianta,come un tempo bruciando per amore del coniugeLaodamia giunse alla casa protesileainvano iniziata, non avendo ancora la vittima pacificato col sacro sangue i celesti padroni.Che non mi piaccia nulla così tanto, vergine ramnusia, da intraprenderlo sconsideratamente, contrari i padroni.Quanto l'altare digiuno desidera il pio sangue, fu istruita Laodamia, perduto il marito, costretta prima a lasciare il collo del nuovo coniuge, e quanto, giungendo un primo e secondo inverno ancora,nelle lunghe notti avrebbe saziato l'avido amore, da poter vivere, troncate le nozze, e lo sapevan le Parche che entro non molto tempo starebbe lontano, se fpsse partito guerriero contro le mura iliache.Allora col rapimento di Elena Troia aveva iniziato a chiamar a sé i primi eroi degli Argivi,Troia (orribile!) comune sepolcro d'asia ed Europa, Troia crudele cenere ditutti, eroismi ed eroi, forse portò puer miserevole morte a nostro fratello. Ahi, fratello strappato a me misero,Ahi, piacevole luce strappata al misero fratello, con te, insieme, fu sepolta tutta la nostra casa,con te, insieme, perirono tutte le nostre gioie, che il tuo dolce amore alimentava in vita.Ora tanto lontano tra sepolcri non noti né raccolto vicino ceneri famigliari,ma Troia nemica, Troia ti trattiene miseramente sepolto, terra straniera in suono lontano. Ad essa allora si dice che da ogni parte la gioventù della Grecia abbandonò i focolari famigliari,perché Paride, sequestrata la puttana, godendoli trascorresse liberi riposi su letto tranquillo.Allora per quel destino, bellissima Laodamia, ti furon tolte le nozze più dolci della vitae dell'esistenza: assorbendoti da tale vertice d'amore la fiamma ti aveva spinto in un baratro scosceso,quale, dicono i Grai, presso Peneo di Cillene il grasso suolo secca, prosciugatasi la palude, che un tempo, si sente dire, scavò, tagliate le viscere del monte, l'anfitrioniade dal falso padre,al tempo in cui trafisse con freccia sicura i mostri di Stinfalo per ordine di un padrone inferiore,perché la porta del cielo si aprisse a più dei, ed Ebe non fosse di lunga virginità.Ma il tuo amore profondo fu più profondo di quel baratro, che tuttavia t'insegnò, indomita, a portare il giogo.Né l'unica figlia cresce il caro capo di un tardo nipote per il padre abbattuto dall'età, ed egli finalmente ritrovato a stento con le ricchezze famigliari mise il nome nelle tavole testamentarie,togliendo le empie gioie del parente deriso, scaccia dal bianco capo l'avvoltoio:Nessuna compagna godette tanto del bianco colombo, si dice che ella molto più malignamentesempre strappa col becco mordente i baci, quanto la donna che è specialmente vogliosa.Ma tu sola vincesti grandi furori di questi, appena ti sei riconciliata col biondo marito. Degna allora di unirsi a le o poco o per nulla la mia luce si getto nel mio grembo,e Cupido correndole attorno or qua or là brillava candido nelle tunica di croco.Ella tuttavia anche se non è contenta del solo Catullo, sopporteremo i rari furti della vereconda padronaper non esser troppo molesti, alla moda degli stolti. Spesso anche Giunone, la maggiore dei celesti,digerì l'ira bruciante nella colpa del coniuge, conoscendo i tantissimi furti dell'onnivolente Giove. Ma non è giusto confrontare gli uomini agli dei, sopporta l'ingrato peso d'un genitore tremante.Né tuttavia ella condotta dalla destra del padre mi vene in una casa fragrante di profumo assiro,ma diede furtivi regalucci in una notte stupenda, toltasi dallo stesso grembo del marito stesso.Perciò quello è sufficiente, se è dato a noi quell'unico giorno, che ella segna con un sassolino più candido.Questo regalo, che potei, racchiuso in poesia, Allio, viene reso per i molti favori, perché con la rozza ruggine non tocchi il vostro nome questo giorno e quello e un altro ancora ed un altro.Qui aggiungeranno gli dei tantissimi doni, che Temi un tempo era solita portare agli antichi pii.Siate felici, tu insieme e la tua vita, e la casa in cui giocammo e la padrona,e chi ci toglie la terra che all'inizio diede, dal cui autore tutti i beni sono nati,e più di tutti quella che è per me più cara di me stesso, la luce mia, lei viva, il vivere mi è dolce.