Traduzione De provinciis consularibus, Cicerone, Versione di Latino, Parte 21-30

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino, parte 21-30, dell'opera De provinciis consularibus di Marco Tullio Cicerone

DE PROVINCIIS CONSULARIBUS: TRADUZIONE DELLA PARTE 21-30

[21] Forse quel celebre M Lepido, che per ben due volte fu console e pontefice massimo, non solo in base alla dichiarazione della memoria degli uomini, ma anche dei registri dei nostri annali, e insieme, dalla voce del nostro sommo poeta, per il fatto che nel giorno in cui egli fu fatto censore, nel Campo Marzio egli si riconciliò subito con il suo collega Marco Fulvio, uomo che era suo accanito nemico, allo scopo di esercitare l’incarico comune della censura con un animo ed un proposito comune? E, se non vogliamo considerare gli episodi più vecchi, che pure sono tanto numerosi, tuo padre, o Filippo, non si accomodò con tutti coloro con i quali era stato in cattivissimi rapporti? Lo stesso interesse per lo Stato, che lo aveva distaccato da costoro, lo spinse a riprendere buoni rapporti con essi. [22] Voglio tralasciare molti altri esempi, perché li vedo qui presenti, luce e segno di distinzione della Repubblica, Q Servilio e M Lucullo. Volesse il cielo che anche M Lucullo si trovasse qui a sedere fra voi! Quante avversioni vi furono mai in Roma, ben più profonde di quelle dei Luculli e dei Servili? Ed esse non solo furono smorzate dall'interesse supremo dello Stato e dalla coscienza della loro stima, ma cambiarono subito in rapporti di amicizia profonda. Perché mai successe questo? Q Metello Nepote, console, nel tempio di Giove Massimo, persuaso non solo dalla forza di voi senatori, ma anche dalla straordinaria forza dell'eloquenza di un P Servilio, durante la mia lontananza non è forse ritornato in ottimi rapporti con me rendendomi uno dei favori più grandi? E come potrei io, essere nemico di questa persona, di cui attraverso le sue lettere, le mie orecchie si colmano ogni giorno della sua reputazione, di annunci, di nomi sconosciuti, di popoli, di luoghi sottomessi? [23] Io sono infiammato, o senatori, fidatevi, come voi pensate concretamente di me, e come lo sentite voi stessi, da un assurdo amor di patria; amore che mi sospinse un tempo ad affrontare i più gravi pericoli che la avvertivano, a rischio della mia stessa vita, e poi ancora, quando io vidi tutte le armi puntate da tutte le parti contro il mio paese, mi sentii mosso verso di esse per mostrare me stesso ai loro colpi, io, da solo, a tutela di tutti i cittadini. E questa mia antica e perenne disposizione per lo Stato, ora mi congiunge e mi pacifica, ristabilendo l'amicizia con C Cesare. [24] In breve, pensino anche gli uomini, ciò che a loro piace; io non posso non essere amico di chi è un meritevole dello Stato. In realtà, se io contro coloro i quali hanno voluto annientare questa città col ferro e col fuoco, non solo ho giurato tutto il mio odio, ma ho anche detto e mosso guerra aperta, pur accogliendosi in parte di miei amici, ed alcuni, grazie alla mia protezione, fossero stati assolti nei giudizi capitali, per quale causa, lo stesso Stato che pure riuscì a rendermi un nemico per i miei amici, non potrebbe ora farmi pacificare con i miei nemici? Quale motivo avevo io per odiare P Clodio, se non quello di ritenerlo un possibile cittadino rischioso per lo Stato specialmente perché egli, infiammato da una vergognosissima sofferenza, aveva calcato con il medesimo reato due valori solenni, la religione e la morale? Si può forse esitare, considerando queste colpe che egli ha commesso e sta compiendo ogni giorno, che io con i miei appigli contro di lui mi occupavo più degli interessi dello Stato che della mia stessa pace, mentre altri che lo custodivano pensavano più alla loro calma che alla pubblica pacificazione? [25] Non vi nascondo che, in politica, in quel periodo avevo pareri diversi da quelle di Cesare, e che ero d'accordo con tutti voi; ora sono ancora a vostro favore, come lo sono stato un tempo. E voi, cui L Pisone non ha avuto il coraggio di inviare le relazioni sulle sue imprese, voi che avete bollato col marchio bruciante dell'infamia ben conosciuta a tutti e senza precedenti le lettere di Gabinio, avete decretato a favore di C Cesare invocazioni pubbliche in numero tale, come non è mai avvenuto prima d'ora a qualcuno per una sola campagna di guerra, e come a nessun altro quanto ad dignità. Perché dunque dovrei aspettare che un uomo proceda facendomi riappacificare con lui? Questo ordine meritevole del massimo riguardo ha fatto da intermediario fra noi due; quest'ordine, che è insieme ispiratore e guida suprema dei pubblici avvisi e di tutte le mie decisioni personali. Vi seguo, o senatori, vi ascolto, sono del tutto d'accordo, perché per tutto il tempo che non avete avuto una opinione propensa nei riguardi della politica di C Cesare, anch'io, lo avete notato, gli sono stato vicino molto poco; ma da quando voi avete mutato le vostre opinioni ed i vostri sentimenti in seguito alle sue famose imprese, mi avete visto non solo dividere i vostri pareri, ma anche dare ad essi tutto il mio onore. [26] Ma qual è il motivo per cui, in questa possibilità, gli uomini si stupiscono tantissimo e subito contestano le mie idee, dal momento che anche in passato ho fatto molte offerte e scelto a favore di fatti relativi più la stima dell'uomo che la certezza dello Stato? Io ho fatto approvare una gratitudine pubblica di quindici giorni su mia proposta personale. Sarebbe stato sufficiente, per il bene dello Stato, che il numero dei giorni fosse simile a quello decretato a favore di C Mario; per gli dei immortali non sarebbe stata misera una riconoscenza uguale a quello celebrato in loro onore dopo le più grandi guerre mai confuse. In conclusione, quel numero ben più alto di giorni fu assegnato alla stima dell'uomo. [27] A questa avvertenza, durante il mio consolato, e in seguito ad una mia richiesta, per la prima volta vennero sancite cerimonie di riconoscenza di dieci giorni a favore di Cn Pompeo dopo la morte di Mitridate e la fine della guerra contro di lui; sempre per la prima volta, su mio consiglio, furono intensificate le preghiere pubbliche per i consolari, (infatti voi foste tutti pienamente d'accordo, quando, in seguito alla lettura in pubblico delle relazioni di Pompeo, e venendo a sapere che tutte le guerre, sia per mare sia sulla terraferma si erano concluse bene, voi decretaste una preghiera di ringraziamento di dodici giorni), io apprezzai il valore e la grandezza d'animo di Cn Pompeo per il fatto che mentre egli stesso era stato gioiosamente scelto a tutti gli altri uomini per tutti i generi di onori, egli allora stava dando ad un'altra persona onori più ampi rispetto a quelli che egli stesso aveva accettato, con quell’omaggio pubblico che io proposi allora fu reso onore sia agli dei immortali sia agli usi dei nostri avi, sia alla stima dello Stato; ma la stima del linguaggio con cui fu presentato il decreto, e l'onore e la novità delle circostanze, come anche il numero dei giorni fissati, andò ad decoro e notorietà dello stesso Cesare. [28] Di recente è stata presentata, a noi senatori, una richiesta riguardante la paga dei soldati; io non solo ho votato in suo favore, ma mi sono anche impegnato attivamente per indurvi a dare anche voi il vostro voto; ho risposto molto minuziosamente a quanti avevano sollevato critiche, e sono stato presente alla redazione del verbale. In quella possibilità ho attribuito maggiore importanza all'uomo, che a qualunque altra contesa. Infatti ritenevo che egli, anche senza questo ausilio straordinario di denaro, fosse in grado di reggere il suo esercito grazie al bottino che si era già provocato, portando a conclusione le operazioni belliche; ero convinto, però, che non si dovesse ridurre la vastità del trionfo con lo spirito di controllo da parte nostra. Ci fu anche una discussione circa i dieci luogotenenti che egli desiderava fossero nominati; alcuni tendevano a non darli affatto, altri andavano alla ricerca di esempi analoghi, altri ancora cercavano di rinviare la decisione ad altra occasione, altri davano la loro approvazione, ma senza alcuna parola di elogio; ma anche in quella situazione ho parlato in modo tale che tutti comprendessero ciò: quello che io sentivo per lo Stato, lo facevo anche con maggiore impegno per rendere onore alla persona di Cesare. [29] Ora, nel proporre il decreto per l'assegnazione delle province vengo bloccato, io che ho discusso con la vostra taciturna attenzione tutte quelle questioni scorse, le quali costituivano un omaggio dovuto all'uomo, mentre ora non ho altro obiettivo se non il buon sviluppo della guerra ed il supremo interesse dello Stato. Riguardo allo stesso Cesare, che motivo può esserci perché egli desideri restare più a lungo nella provincia, se non quello di dare allo Stato, portate del tutto a conclusione, tutte quelle opere già da lui cominciate? E' forse la natura bella del paese e dei luoghi, il fascino delle città, la civilizzazione e la galanteria degli abitanti e di tutte quelle popolazioni, il desiderio di vittoria, l'aumento dei confini dell'impero, è questo che lo ferma. In realtà, cosa c'è di più impervio di quelle terre, più barbaro di quelle città, più crudele di quei popoli; oltretutto, cosa si può immaginare più gradevole delle vittorie già ottenute, cosa si può scoprire più distante dell'oceano? Forse il ritorno in patria potrebbe essere sgradito a qualcuno? Sgradito forse al paese, dal quale gli fu ordinato di partire, oppure al Senato, dal quale è stato ricoperto di onori? Forse il tempo rafforza il desiderio di rivedere il proprio paese, o piuttosto l'oblio e gli allori che egli si è guadagnati in mezzo a tanti pericoli, hanno forse perso la loro giovinezza? Perciò, se vi sono coloro i quali non provano accordo per quell'uomo, non c'è criterio per citarlo dalla provincia, in realtà lo invitano alla fama, al trionfo, a ricevere i complimenti, a ricevere le gratitudini dell'ordine equestre e quelli del popolo devoto. [30] Ma se egli non ha fretta di abusare dei suoi successi così grandi per l'interesse dello Stato, per portare a termine tutte quelle azioni, perché mai dovrei spostarlo io, in qualità di senatore, io che dovrei pensare solo agli interessi dello Stato, mentre egli desiderebbe ben altro? Personalmente la penso così, o senatori, in questo istante, nell'assegnazione delle province è idoneo non perdere di vista la pace perenne. In effetti, chi c'è qui che non sia consapevole di come tutte le altre nostre proprietà siano al sicuro da ogni rischio e pure da qualsiasi dubbio di guerra.