Traduzione De oratore, Cicerone, Versione di Latino, Libro 03; 11-20

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 03; paragrafi 11-20 dell'opera De oratore di Marco Tullio Cicerone

DE ORATORE: TRADUZIONE DEL LIBRO 03; PARAGRAFI 11-20

[XI] [40] E per parlare in buon latino non si deve solo badare a usare quei termini che nessuno possa a giusta ragione rimproverargli, e a rispettare i casi, i tempi, il genere e il numero, in modo che non ci sia confusione, stonatura o disordine, ma anche regolare la pronunzia, il respiro e perfino il timbro della voce. [41] Non mi piace chi parla con troppa affettazione, né chi si esprime confusamente con negligenza; non mi piace chi parla debolmente, quasi senza fiato; né chi urla con le gote gonfie e con un respiro affannoso. Circa la pronunzia, io non dico ancora ciò che è proprio del gesto, ma solo ciò che mi sembra, per dir così, legato col discorso: ci sono certi difetti, che tutti naturalmente desiderano evitare: ad esempio, una pronunzia delicata o femminea o fortemente stonata e sgradevole. [42] Vi è invece un difetto in cui alcuni cadono a bella posta: infatti alcuni si compiacciono di una pronunzia rozza e contadinesca, per dare al loro discorso, con un simile timbro, un tono di arcaismo; come il tuo amico o Cotta, o Catulo, mi sembra che egli si compiaccia ad usare una pronunzia dura e un accento contadinesco, ed è convinto che il suo discorso abbia uno schietto tono di arcaismo, quando è somigliantissimo a quello dei contadini. Ciò che a me piace, o Catulo, è la purezza del tuo accento, anche se tralascio per il momento la precisione del linguaggio, che pure è la cosa principale: ma questa si acquista col buon metodo e con lo studio letterario e si consolida con l’abitudine del leggere e del parlare); alludo a quella dolcezza di pronunzia che per il greco è propria degli Attici e per il latino è propria cli coloro che sono nati e cresciuti a Roma. [43] Da lungo tempo ormai Atene non è più la patria dei dotti, ma solo il domicilio della scienza: i cittadini la trascurano, ma la coltivano gli stranieri, attratti in certo modo dal nome e dal fascino della città; tuttavia un qualunque ateniese privo di cultura supererebbe di gran lunga il più dotto degli asiatici, non dico nella precisione dei termini e nella bontà del discorso, ma nella pronunzia e nella dolcezza del linguaggio. I Romani sono meno colti dei Latini: tuttavia tra questi abitanti di Roma che tu ben conosci, così poveri di cultura, tu non troveresti nessuno che non supererebbe di gran lunga, nella dolcezza, modulazione e tono della pronunzia, il più dotto tra tutti i nostri connazionali, Q Valerio Sorano. [XII] [44] Siccome c’è una determinata pronunzia propria dei Romani, anzi meglio di coloro che sono nati e cresciuti a Roma, in cui tu non trovi nulla che ti riesca fastidioso e spiacevole, nulla che si possa biasimare, nulla che abbia sentore di forestiero, cerchiamo di usare tale pronunzia e di fuggire non solo l’asprezza della parlata contadinesca, ma anche la stranezza delle lingue forestiere. [45] In verità, quando ascolto mia suocera Lelia -le donne conservano meglio la schiettezza della parlata antica, per il fatto che, abituate a parlare con pochi, mantengono sempre quell’accento che hanno appreso per primo- ma quando io sento la voce di quella così che mi pare di sentire la voce di Plauto o di Nevio, la sua pronunzia è così precisa e schietta, che tu non vi trovi nulla che sappia di ostentato o di imitato: per questo io credo che così parlassero suo padre e i suoi antenati; non aspramente come quello di colui che ho ricordato, né troppo larga o rozza o a scatti, ma stretta, eguale e dolce. [46] Direi perciò che questo L Cotta, di cui tu, o Sulpicio, spesso imiti quella larga pronunzia, tanto da abolire la lettera I e pronunziare in sua vece una E larghissima, sia un imitatore non degli antichi oratori, ma dei mietitori. Avendo Sulpicio riso, Crasso così continuò: Dal momento che avete voluto che io parlassi, io non mi asterrò dal mettere in evidenza qualcuno dei vostri difetti. E Sulpicio: Benissimo! – disse - proprio questo noi vogliamo, e se tu ci darai ciò che prometti, io credo che ci libereremo oggi stesso da molti difetti. [47] Ma io non posso, ribatté Crasso, rimproverarti senza mio scorno, poiché Antonio ha detto che tu gli sembri somigliantissimo a me. E Sulpicio: Che diremo allora del consiglio che ci ha dato il medesimo Antonio, cioè di imitare ciò che troviamo di meglio in ciascuno; da quanto dici temo di averti imitato solo nel battito del piede, in poche determinate parole e, se mai, in qualche gesto. Dunque, rispose Crasso, io non ti posso rimproverare questi atteggiamenti che hai preso da me, perché non voglio mettere in ridicolo me stesso (bada però che questi sono più numerosi e più rilevanti di quanto tu dici); in quanto però ai difetti veramente tuoi, o che tu hai preso da altri, io non nasconderò la mia disapprovazione, se ne presenterà l’occasione. [XIII] [48] Tralasciamo dunque di illustrare in che cosa consista la purezza di lingua: essa s’impara nell’insegnamento che si riceve da bambini, si alimenta con un serio studio letterario o con l’uso quotidiano della conversazione familiare, si irrobustisce con la lettura delle opere degli antichi oratori e poeti; e non credo che sia necessario intrattenerci a lungo sul secondo punto, per illustrare in che modo si ottenga la chiarezza del linguaggio: [49] il che evidentemente si ottiene usando il puro idioma latino, termini nell’uso vivo, che indichino esattamente i concetti che noi vogliamo realmente esprimere, parole e frasi esenti da ambiguità, periodi non eccessivamente lunghi, moderazione nell’impiego delle metafore, continuità di pensiero, tempi e persone esatti, e giusto ordine. E perché dilungarmi? Tutto ciò è così facile, che spesso mi sembra strano che la parola dell’avvocato debba riuscire più oscura della parola del cliente, se questi potesse espone i suoi casi. [50] I nostri clienti ci illustrano quasi sempre i fatti con una chiarezza tale, che tu non potresti desiderare maggiore; Fufio o il vostro coetaneo Pomponio, trattando gli stessi argomenti, non sono egualmente chiari; ed io non riesco a capirli, se non li ascolto con molta attenzione; i loro discorsi sono talmente confusi e disordinati, che tu non puoi dire quale sia il primo concetto, quale il secondo; il discorso, che dovrebbe illuminare i fatti, è reso da quel fiume di strane parole oscuro e impenetrabile: si potrebbe dire che essi, coi loro discorsi, non pensino ad altro che a fare strepito. [51] Dunque col vostro permesso, poiché penso che una tale materia sembrerà, per lo meno a quelli di voi che sono più avanti cogli anni, fastidiosa e pedantesca, passiamo agli altri argomenti, che non sono certo più gradevoli. [XIV] Tu vedi, disse Antonio, come ti ascoltiamo malvolentieri; noi che saremmo capaci (lo deduco da quello che io stesso provo) di abbandonare ogni altra occupazione, per ascoltare la tua parola: talmente sei bravo nel rendere lucidi gli argomenti opachi, rigogliosi quelli poveri, e nell’infondere un certo sapore di novità a cose notissime. [52] Questo perché, o Antonio, rispose Crasso, i due temi che dianzi ho trattato, o meglio sfiorato, e cioè la purezza di linguaggio e la chiarezza di espressione, sono facili; gli altri invece sono importanti, complessi, diversi e difficili: ed è per essi che noi ammiriamo l’ingegno di un oratore e lodiamo la sua eloquenza; nessuno infatti ha mai ammirato un oratore perché usa lo schietto idioma latino: se non parlasse in buon latino, tutti lo deriderebbero, e non solo non lo stimerebbero un oratore, ma neanche un uomo; nessuno ha mai coperto di lodi colui che ha parlato in modo da farsi intendere dai presenti, ma ha provato disprezzo per colui che non sia riuscito a fare ciò. [53] Quale oratore, dunque, gli uomini ascoltano con un fremito? Quale oratore, mentre parla, li costringe a guardare sbalorditi? O a lanciare esclamazioni di entusiasmo? Chi essi stimano, per dir così, un dio in terra? Chi sa parlare con precisione, con chiarezza, con ricchezza, con splendore di concetti e cli parole e adopera pur nella prosa un certo ritmo e cadenza poetica: in altre parole chi usa un linguaggio ornato. Se poi costui sa anche esprimersi in modo conforme agli avvenimenti e alle persone, lo possiamo ritenere degno di quella particolare lode che io chiamo opportunità e convenienza. [54] Antonio ha detto di non avere visto ancora nessun oratore parlare così e ha aggiunto che, a suo parere, solo a un tale uomo potremmo attribuire il vanto dell’eloquenza. Perciò vi autorizzo a deridere e a disprezzare tutta questa gente che è convinta di avere acquistato la piena padronanza dell’eloquenza, attraverso i precetti che ha appreso da coloro che oggi vengono chiamati retori e ancora non sa quale parte essa rappresenti nella vita e che genere di arte professi. In verità l’oratore deve indagare, ascoltare, leggere, discutere, trattare, esaminare tutto ciò che ha attinenza alla vita degli uomini; perché di una tale vita l’oratore s’interessa e da essa derivano gli argomenti sui quali egli s’intrattiene. [55] L’eloquenza è una delle più alte virtù; è vero che tutte le virtù sono eguali e di pari grado: tuttavia per la sua apparenza una ci può sembrare più bella e illustre di un’altra, come avviene di questa capacità che, abbracciando in sé la scienza universale, esprime con le parole i sentimenti e i pensieri della nostra anima, in modo da potere spingere dove vuole gli uditori; e quanto maggiore è tale forza , tanto più deve essere unita all’onestà e alla più alta saggezza; e se daremo la bravura oratoria a uomini privi di senso morale, non possiamo dire di avere fatto degli oratori, ma di avere dato, per dir così, le armi a uomini privi di ragione. [XV][56] Questa capacità di pensare, di esprimersi e di parlare con vigore ed efficacia fu dagli antichi Greci denominata sapienza; essa fu la caratteristica di quei famosi Licurgo, Pittaco e Solone, e presso di noi di uomini come Coruncanio, Fabrizio, Catone e Scipione, a loro tanto somiglianti, inferiori, forse, per dottrina, ma eguali per forza d’intelligenza e volontà. Altri forniti di eguale saggezza, ma di idee diverse riguardo al modo come condurre la vita, preferirono la quiete e la libertà, come Pitagora, Democrito, Anassagora, e per questo rinunziarono al governo dello Stato, per dedicarsi interamente allo studio della natura; questo tipo di vita, per la sua tranquillità e per la dolcezza stessa della scienza, di cui non c’è nulla di più piacevole per gli uomini, attrasse un numero di uomini maggiore di quanto sarebbe stato utile per il bene dello Stato. [57] Pertanto uomini di altissimo ingegno si dedicarono a un tale studio, con la mente sgombra da preoccupazioni e disponendo della più ampia libertà; siccome erano dottissimi e potevano disporre di moltissimo tempo libero ed avevano un meraviglioso ingegno 46, pensarono di interessarsi, di indagare e di esaminare un numero di problemi maggiore di quanto sarebbe stato necessario. Infatti quella famosa antica saggezza sembra che insegnasse nello stesso tempo e ad agire bene e a parlar bene; e non vi erano due maestri distinti, ma la stessa persona che insegnava a vivere insegnava anche a parlare, come quel famoso Fenice che s’incontra in Omero, che dice di essere stato dato dal padre Peleo come compagno di guerra al giovane Achille, perché lo rendesse valente nel parlare e nell’operare. [58] Gli uomini che sono avvezzi a un lavoro assiduo e quotidiano, quando sono impediti dal loro lavoro, per qualche speciale circostanza, si dànno al giuoco della palla o degli ossicini o dei dadi, oppure inventano, non sapendo che fare, qualche altro nuovo giuoco per distrarsi, così gli uomini di cui stiamo parlando, esclusi dalla vita politica, che costituiva la loro occupazione, per opera delle circostanze, o allontanatisi loro stessi di propria volontà, si dedicarono interamente chi alla poesia, chi alla geometria, musica, altri ancora, come i cosiddetti dialettici, sono una nuova occupazione, che fosse capace di distrarli: inventarono dunque delle arti dirette ad educare gli animi dei fanciulli al culto della fine e completa cultura e della virtù, e ad esse dedicarono tutto il loro tempo e tutta la loro vita [XVI] [59] Ma mentre vi erano molti i tra quali basta ricordare Temistocle, Pericle e Teramene, primeggiavano nello Stato per mezzo di questa doppia abilità nell’operare e nel parlare, che non può scindersi, o che, senza interessarsi delia vita politica, erano tuttavia dei maestri di questa medesima saggezza, come Gorgia, Trasimaco e Isocrate, se ne incontravano altri che, ricchi d’ingegno e di dottrina, provavano una sincera avversione per la vita pubblica e per gli affari, condannando e disprezzando queste esercitazioni della parola, il primo dei quali fu Socrate. [60] Costui che, per testimonianza di tutti i dotti e a giudizio di tutta la Grecia fu veramente il primo fra tutti non solo per saggezza, acutezza di mente, amabilità e finezza, ma anche per varietà e ricchezza di eloquenza, qualunque fosse stato il tema della discussione, tolse a coloro che discutevano e insegnavano questa sulla quale noi adesso indaghiamo, il nome di filosofi (infatti tutti costoro si dava un solo nome, perché l’intera scienza delle più nobili arti e gli esercizi che in essa vengono fatti venivano chiamati col solo nome di filosofia) e separò con le sue discussioni lo studio della sapienza da quello dell’elegante eloquenza, che in realtà sono inseparabili; l’ingegno e i vari discorsi di quest’uomo Platone immortalò nei suoi dialoghi, dal momento che egli non ci lasciò scritto. [61] Questa separazione davvero assurda, biasimevole di lingua, per dir così, e di cuore si è sempre mantenuta da allora: per questa ragione alcuni ci hanno insegnato a pensar bene, altri a ben parlare. Siccome Socrate ebbe numerosi discepoli, che svilupparono chi i chi in un altro le diverse, opposte e ampie indagini del maestro, ebbero origine, per dir così, delle famiglie filosofiche discordi tra di loro, molto lontane e diverse una dall’altra, per quanto tutti quei filosofi amassero di essere chiamati Socratici e credessero di essere i veri continuatori dì Socrate. [XVII] [62] Innanzi tutto da Platone derivarono Aristotele e Senocrate, dei quali il primo diresse la scuola peripatetica, il secondo l’Accademia; da Antistene, che tra le varie idee esposte da Socrate, nei suoi discorsi, aveva dato la preferenza a quelle riguardanti la sopportazione e fermezza, derivarono dapprima la scuola cinica e poi la stoica, quando da Aristippo, che era stato maggiormente colpito da quelle famose discussioni sul piacere, derivò la scuola Cirenaica, che costui e i suoi discepoli difesero con semplicità, questi che ora fanno dipendere tutte le cose dal piacere, agiscono con una certa titubanza e perciò da una parte non salvano i diritti della virtù, che non intendono respingere, dall’altra non sostengono le ragioni del piacere, che affermano di seguire. Vi furono anche altre scuole filosofiche, che dicevano quasi tutte di discendere da Socrate, cioè l’Eretriese, l’Erillia, la Megarica, la Pirroniana: ma esse sono state già da tempo vinte e disperse dalle accese discussioni delle scuole che oggi sopravvivono. [63] Tra le scuole filosofiche rimaste, quella che ha assunto la difesa del piacere, benché a qualcuno possa apparire conforme alla verità, tuttavia non si addice a quel tipo di uomo su cui stiamo indagando, e che deve essere, a nostro giudizio, ispiratore delle deliberazioni di una pubblica assemblea, capo dello Stato, primo per saggezza e per eloquenza in Senato, nelle assemblee del popolo e nelle cause di interesse politico generale. Non verrà da noi nessuna offesa a una tale filosofia; siccome non la scacceremo da quei luoghi ove desidera andare, se ne stia tranquilla nei suoi giardini, se così le piace, dove rimanendo mollemente e delicatamente sdraiata, ci invita ad abbandonare i Rostri, i tribunali e il Senato: e un tale invito non è forse privo di saggezza, specialmente nella presente situazione politica. [64] Ma ora io non indago sulla dottrina filosofica che sia più conforme alla verità, ma su quella che sia maggiormente legata all’eloquenza; perciò lasciamo andare costoro senza alcuna offesa; sono infatti delle brave persone e anche felici, dal momento che credono di esserlo; basta solo avvertirli di tenersi per sé, come se fosse la formula di un mistero , questo concetto, anche se è del tutto conforme a verità, che non si addice al saggio prendere parte alla vita politica; infatti, se essi riuscissero a convincere di ciò noi e tutti i migliori cittadini, non potrebbero vivere la loro vita libera e spensierata, che è la cosa che maggiormente desiderano. [XVIII] [65] Tralascio gli Stoici, che io mi guardo bene dal condannare, la cui collera io non temo, perché essi non sanno neppure cosa sia la collera, e sono loro grato, perché sono i soli tra tutti i filosofi che hanno detto che l’eloquenza è virtù e saggezza. Però indubbiamente c’è in loro qualcosa che è in pieno contrasto con la figura dell’oratore che noi vagheggiamo; infatti essi affermano che tutti coloro che non sono saggi sono schiavi, banditi, nemici, pazzi e aggiungono che nessuno è saggio: e veramente sarebbe un’assurdità far parlare in un’assemblea politica o in Senato o in una qualsiasi adunanza un uomo che crede fermamente che nessuno di coloro che ascoltano è sano di mente, nessuno è cittadino e libero. [66] Si aggiunga il fatto che il loro genere di eloquenza se da una parte è preciso e penetrante, per un oratore è povero, strano, sgradito alle orecchie della moltitudine, oscuro, vuoto, arido; insomma tale che non si può affatto usare col popolo: infatti diverso è il concetto che del bene e del male hanno gli Stoici e gli altri cittadini, anzi tutta l’altra gente; lo stesso dicasi per l’onore, l’infamia, i premi, i castighi; se la concezione di questi filosofi sia giusta o no, non c’interessa per il momento; dico solo che, se noi seguiamo questa dottrina, non risolviamo con la nostra parola, nessuna questione. [67] Non rimangono che i Peripatetici e gli Accademici; una è l’Accademia, ma due sono le sue correnti; infatti Speusippo, figlio di una sorella di Platone, Senocrate, che fu discepolo di Platone, Polemone e Crantore, che furono discepoli di Senocrate, non differiscono molto da Aristotele, che era stato loro condiscepolo alla scuola di Platone: se badiamo però alla ricchezza e alla varietà dell’eloquenza, risultano forse inferiori: per primo Arcesilao, che aveva ascoltato le lezioni di Polemone, trasse dai vari dialoghi di Platone e dalle discussioni di Socrate principalmente il concetto che né i sensi né laniamo possono darci la certezza; si dice che egli facesse uso, nel parlare, di una incomparabile grazia e che respingesse ogni giudizio dell’intelletto e dei sensi; si dice anche che per primo introducesse il metodo, che del resto fu tanto caro a Socrate, di non rivelare il proprio pensiero, ma di confutare le opinioni degli altri. [68] Da lui deriva questa nuova Accademia, in cui incontriamo Carneade, uomo d’ingegno veramente superiore e di meravigliosa abilità oratoria; molti uditori del quale io ho conosciuto in Atene; però potrei citare come testimoni autorevolissimi mio suocero Scevola, che da giovane lo sentì a Roma, e il mio illustre Q Metello, figlio di Lucio, che diceva di averlo sentito da giovane per molti giorni in Atene, quando era già assai avanti con gli anni. [XIX][69] Come i fiumi che discendono dalla cresta dell’Appennino prendono opposte direzioni, con le varie scienze, pur derivando dalla comune sorgente della sapienza, presero due strade diverse, la filosofia discese, per dir così, verso il mare Adriatico, ricco di porti, che si può considerare un mare greco; l’eloquenza invece discese verso questo mare Tirreno, etrusco e barbaro, pieno di scogli e pericoloso, dove perfino Ulisse si era smarrito. [70] Perciò, voi vi contentate di quel genere di eloquenza e di quel tipo di oratore che sappia che è necessario respingere le colpe che sono ascritte all’imputato, o, se ciò non è possibile, mostrare che egli ha agito bene, o ha agito per colpa di altri o perché offeso da un altro o al di fuori della legge o senza violare la legge o per ignoranza o per necessità, o che l’imputazione merita un nome diverso da quello che stato adoperato, o che il dibattito svolto avrebbe dovuto e potuto svolgersi; se voi ritenete che bastino le norme che insegnano codesti scrittori di retorica (che Antonio ha illustrato con parola molto più ricca e ornata di quanto quelli sappiano fare); se dunque vi contentate di tali norme, alle quali potete anche aggiungere i consigli che da voi costretto, vi ho dato, allora voi portate via l’oratore da una vasta e sterminata pianura e lo chiudete dentro una stretta lizza. [71] Se invece volete seguire quel famoso antico Pericle o questo Demostene, familiare a causa del gran numero di scritti, mente la nobile e splendida figura e la pura bellezza del perfetto oratore, allora siete costretti d’impossessarvi dell’arte possente di questo Carneade o di quell’antico Demostene. [72] Come ho già detto, quegli antichi filosofi anteriori a Socrate consideravano strettamente legato con l’arte del dire lo studio delle dottrine morali e politiche; dopo che Socrate e i suoi discepoli spezzarono, come vi ho spiegato, que stunità, i filosofi disprezzarono l’eloquenza e gli oratori la filosofia; gli uni non s’interessarono più dei problemi degli altri, se non per quello che gli uni potevano prendere in prestito dagli altri: e invece avrebbero attinto tutti alla stessa fonte, se fossero rimasti nella primitiva unione. [73] Ma come gli antichi pontefici, per il gran numero delle cerimonie religiose, pretesero l’istituzione di tre magistrati che presiedessero ai banchetti sacri, benché Numa avesse affidato proprio a loro il compito di allestire il solenne banchetto che si teneva in occasione dei ludi , così i discepoli di Socrate separarono da loro gli oratori, negando ad essi il nome di filosofi, di cui prima avevano goduto, pur gli antichi avendo sempre voluto quella magnifica unione dell’eloquenza e della saggezza. [XX] [74] Stando così le cose, cercherò di allontanare da me un piccolo sospetto e vi prego di credere, che quello che dico non lo dico in riferimento a me stesso, ma al perfetto oratore. Benché da ragazzo io mi sia applicato seriamente allo studio, grazie al vivo interessamento di mio padre, ed abbia portato nel foro quel po’ d’ingegno che io sento di avere, non quello che voi forse mi attribuite, tuttavia non posso affermare di avere studiato quelle norme che vi sto illustrando, così come io vorrei che fossero studiate; anzi, io ho iniziato la carriera forense più presto di ogni altro, tanto che a ventun anni citai in giudizio un uomo nobilissimo ed eloquentissimo; la mia scuola è stata il foro, i miei maestri l’esperienza, le leggi, le istituzioni del popolo romano e le consuetudini degli antichi. [75] Benché bramoso di imparare, io ho appreso poco di quelle arti di cui vi parlo, quando ero questore in Asia, ove ho incontrato un maestro di retorica di scuola accademica, quasi mio coetaneo, cioè quel famoso Metrodoro, a cui ha accennato Antonio; e di là sono passato ad Atene, dove mi sarei trattenuto più a lungo, se non mi fossi adirato con gli Ateniesi, perché non volevano ripetere la celebrazione dei misteri, alla quale io ero giunto con due giorni di ritardo; perciò, se io sostengo l’esigenza di una cultura profonda ed efficace, parlo non per me, ma contro di me infatti io non indago su quello che posso fare io, ma su quello che può fare il perfetto oratore e contro tutti questi maestri di retorica, gente davvero ridicola; infatti costoro dissertano sui vari generi dei processi, sugli esordi e sulle narrazioni; [76] e invece la forza dell’eloquenza è così vasta da abbracciare l’origine, l’essenza e l’evoluzione di tutte le cose, delle virtù e dei doveri, insomma di tutto quel complesso di leggi che regolano i costumi, gli animi e la vita degli uomini, e da illustrare i costumi, le leggi e il diritto, governare gli Stati, esporre con parola ornata e ricca qualunque concetto su qualunque argomento. [77] In tali studi io mi muovo così come posso, sulla base di quel modesto ingegno, di quella scarsa cultura e di quell’esperienza che ho: ciononostante nelle discussioni io non resto molto al di sotto di coloro che hanno fatto della filosofia lo scopo principale della loro vita