Traduzione De oratore, Cicerone, Versione di Latino, Libro 03; 01-10

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 03; paragrafi 01-10 dell'opera De oratore di Marco Tullio Cicerone

DE ORATORE: TRADUZIONE DEL LIBRO 03; PARAGRAFI 01-10

[I] [1] Mentre mi accingevo, o fratello Quinto, a scrivere per questo terzo libro il discorso che Crasso tenne dopo Antonio, la tristezza dei ricordi ha rinnovato l’antico e profondo dolore del mio animo. Il grande ingegno di L Crasso, che meritava davvero di sfuggire alla morte, la sua profonda cultura, la sua virtù sono stati stroncati da una improvvisa morte, solo dieci giorni dopo quell’incontro in cui furono pronunziati i discorsi contenuti in questo libro e nel precedente. [2] Tornato a Roma nell’ultimo giorno dei ludi scenici, egli rimase profondamente colpito dal discorso che Filippo, come tutti dicevano, aveva pronunziato davanti al popolo: un discorso in cui quell’uomo aveva detto (ne erano tutti testimoni) che ormai doveva pensare a formare un altro Senato, perché con quello non gli era più possibile curare gli affari dello Stato; il giorno dopo, giorno delle Idi di settembre, Crasso venne in Senato su invito di Druso , insieme a numerosissimi senatori; qui Druso si lamentò vivamente per il comportamento di Filippo, e poi aprì la discussione sul fatto che un console in un’assemblea del popolo si era scagliato con estrema violenza contro il Senato. [3] Ho sentito spesso dire da uomini autorevolissimi che a Crasso era sempre capitato, tutte le volte che aveva parlato con impegno, che il suo discorso fosse giudicato il migliore fra tutti quelli da lui pronunziati fino allora: in quell’occasione però tutti espressero concordemente il giudizio che Crasso aveva sempre superato tutti, ma in quel giorno aveva superato se stesso. Egli deplorò la sventura e l’abbandono del Senato, la cui dignità veniva calpestata dal console, come da un infame predone, da quel console che avrebbe dovuto svolgere le funzioni di un buon padre e di un onesto tutore; non cera veramente da stupirsi se, dopo avere rovinato lo Stato con i suoi disegni, volesse ora privarlo dell’assistenza del Senato. [4] Filippo uomo focoso, eloquente e incredibilmente pugnace nel reagire agli attacchi, colpito, per dir così, dal fuoco di quel discorso, non seppe resistere; acceso di sdegno richiese dei pegni e si accinse a ridurre al silenzio Crasso. Si diceva che fu proprio in quella occasione che Crasso pronunziò un lungo e stupendo discorso, dopo aver detto che non poteva ritenere console colui per il quale egli i un senatore. Ora che tu hai abbassato il prestigio dell’intero Senato al livello di un bene da sequestro e l’hai umiliato al cospetto del popolo romano, credi forse che io mi lasci spaventare da tali pegni? Non questi pegni tu devi distruggere, se vuoi ridurre Crasso al silenzio, ma la sua stessa lingua; ma quandanche questa mi sarà strappata, il mio andito di libertà soffocherà col solo respiro la tua prepotenza. [II][5] Constatava che in quella occasione a lungo, impegnando tutte le risorse del suo animo, del suo ingegno e delle sue forze fisiche, fu pronunciata quella sentenza che fu approvato dalla grande maggioranza del Senato con queste parole bellissime e ricche di significato, che per il bene del popolo romano giammai sono mancati allo Stato il consiglio e la fedeltà del Senato, e vi appose la sua firma, come risulta dagli atti del Senato. [6] Quel discorso fu come il canto del cigno di quell’uomo incomparabile, che quando noi, dopo la sua morte, venivamo in Senato, per vedere il posto dove si era seduto per l’ultima volta, ci sembrava quasi di doverlo riascoltare: infatti avevano detto che quella volta, mentre parlava, gli era venuto un dolore in un fianco, seguito da abbondante sudore; poi era stato colto da brividi, e tornato a casa con la febbre dopo sette giorni era morto di pleurite. [7] O fallaci speranze, o fragile fortuna, o sforzi degli uomini, che spesso s’infrangono e falliscono nel mezzo della corsa o sono travolti nel pieno svolgimento di essa, prima di potere raggiungere la mèta! Finché Crasso dovette lavorare intensamente per ottenere le cariche pubbliche, la sua fama restò legata più alla sua privata attività e al suo fervido ingegno che alla sua influenza o alle cariche pubbliche ricoperte; quell’anno poi che, primo dall’inizio della sua carriera politica, gli aveva dato per unanime consenso il più alto prestigio, fu proprio quello che troncò con la morte ogni sua speranza e tutti i progetti della sua vita. [8] Fu un avvenimento tristissimo per i suoi familiari, doloroso per la patria, assai spiacevole per tutti i buoni; ma le sventure che in séguito colpirono lo Stato mi inducono a credere che gli dèi immortali non abbiano tolto la vita a L Crasso, ma gli abbiano fatto dono della morte. Egli non vide l’Italia in preda alle fiamme della guerra , né il Senato oggetto di odio, né i più illustri cittadini accusati di un terribile delitto, né il lutto della figlia, nè l’esilio del genero, né la dolorosissima fuga di C Mario, né la strage che costui fece dopo il suo ritorno, la più feroce fra tutte, né la cittadinanza sconvolta in ogni sua classe, quella cittadinanza che egli aveva visto fiorentissima e nella quale si era distinto più di ogni altro. [III][9] Siccome ho accennato alla forza e alla volubilità della fortuna, non andrò troppo lontano col mio discorso, ma lo limiterò quasi esclusivamente a quegli uomini che presero parte a quella discussione che stiamo esponendo. Chi non giudicherebbe, e a ragione, felice questa morte di L Crasso, che pure è stata spesso compianta da molti, se pensasse solo per un momento alla fine di quegli uomini, che in quella occasione parlarono con lui, possiamo dire per l’ultima volta? Chi può dimenticare che Q Catulo, uomo eccellente sotto tutti i rapporti, fu costretto a togliersi la vita, dopo aver supplicato invano non di conservare intatti i suoi beni, ma di essere condannato all’esilio? [10] La testa di quel M Antonio, che aveva salvato la vita di tanti uomini, fu collocata su quegli stessi rostri, dai quali come console aveva parlato con tanta fermezza in difesa della repubblica, e che da censore aveva ornato col bottino, che in qualità di generale si era guadagnato in guerra; e non lontano da quella testa furono collocate le teste di C Giulio consegnata dal tradimento di un ospite etrusca, e di suo fratello L Giulio: cosicché potremmo dire che colui che non vide questi orrori è proprio vissuto e morto con la repubblica. Egli non vide il suo parente P Crasso, uomo di nobilissimi sentimenti, uccidersi con le sue stesse mani, e non vide il simulacro di Vesta bagnato dal sangue del suo collega pontefice massimo; E poiché egli amava la sua patria, avrebbe sofferto anche per la scellerata morte del suo fiero avversario in quello stesso giorno; [11] non vide la fine terribile ed infelice di quei giovani, che avevano aderito al suo partito; uno di costoro, Cotta, che Crasso aveva lasciato in fondo stato, pochi giorni dopo la sua morte fu privato per odio del tribunato, e pochi mesi dopo questo avvenimento fu espulso dalla città; Sulpicio poi, che era stato egualmente oggetto di odio, durante il tribunato si diede a spogliare di ogni dignità quegli uomini che da privato aveva avuti carissimi; questi, che aveva già raggiunto la più alta gloria nell’eloquenza, fu trucidato, pagando così il fio della sua sconsideratezza, non senza grande danno dello Stato. [12] Quando penso allo splendore della tua vita e all’opportunità della tua morte, sono proprio spinto a credere, o Crasso, che tanto le tue alte doti quanto la tua morte siano state opera degli dèi; infatti per la nobiltà e la fermezza del tuo carattere tu non saresti sfuggito a una crudele morte per mano, dei tuoi concittadini; se poi la fortuna ti avesse salvato da una tale morte, la medesima ti avrebbe costretto ad essere spettatore delle stragi della patria; e non solo la signoria dei malvagi , ma anche la vittoria dei buoni ti sarebbe riuscita dolorosa, a causa delle stragi dei cittadini con questa connesse. [IV][13] Quando penso, o caro Quinto, alle sventure degli uomini dei quali prima ho parlato, e alle prove che io stesso ho affrontato e sopportato per il mio immenso amore verso la patria, sono indotto a ritenere giusti e saggi i consigli che tu spesso mi hai dato: infatti, in considerazione di così numerosi, gravi e improvvisi infortuni di uomini illustri e dabbene, hai sempre cercato di distogliermi dalle violente lotte della vita politica. [14] Ma poiché il passato non può più essere modificato, e d’altra parte le mie grandi sofferenze sono state compensate e addolcite da una splendida gloria, volgiamoci a quelle consolazioni, che non solo ci procurano gioia quando la fatica è cessata, ma possono anche arrecarci conforto, quando essa è presente, e trasmettiamo dunque ai posteri il resto del discorso, quasi l’ultimo, di L Crasso e paghiamo verso di lui il debito di riconoscenza che egli ben merita: se non sarà pari all’altezza del suo ingegno, esso sarà certamente pari alla nostra ammirazione. [15] Quando leggiamo i dialoghi di Platone, opere di stupenda bellezza, ove incontriamo quasi sempre Socrate, la loro perfezione non ci impedisce di formarci dell’uomo che ci viene presentato un concetto superiore a quello che si può desumere dai dialoghi stessi: allo stesso modo noi chiediamo non a te, che hai di noi la più alta stima, ma a tutti coloro che leggeranno questa opera, di formarsi di L Crasso un concetto più alto di quanto può apparire da ciò che noi diremo. [16] Da parte nostra, poiché non siamo stati presenti alla discussione, e abbiamo solo appreso da C Cotta i punti essenziali e i concetti di quella discussione, abbìamo cercato di riprodurre nei loro discorsi quello che, secondo noi, era il carattere peculiare della loro eloquenza: che se qualcuno, spinto dal giudizio comune, crede che Antonio sia stato più stringato e Crasso più copioso di come noi qui li rappresentiamo, costui appartiene alla schiera di coloro che non ascoltarono questi oratori o non sono in grado di giudicarli; furono entrambi, come ho già detto, superiori a ogni altro per studio, ingegno e dottrina e, oltre a ciò, perfetti nel loro genere: cosicché né ad Antonio mancava quell’eleganza nel parlare, di cui stiamo ragionando, né Crasso la possedeva in misura eccessiva. [V][17] Quando si dunque separarono prima di mezzogiorno per riposarsi un poco, Cotta mi disse che la cosa che lo colpì maggiormente fu questa, che Crasso passò tutto quel tempo meridiano nella più profonda meditazione, egli che conosceva bene l’atteggiamento del volto di Crasso e la concentrazione che assumeva il suo sguardo, quando rifletteva in vista di un discorso, cosa che aveva spesso notato nelle più importanti cause , a bella posta, mentre tutti riposavano, andò nell’esedra, dove Crasso stava sdraiato su un lettuccio, e avendolo visto tutto immerso nei suoi pensieri, si allontanò rapidamente, e in quel silenzio il grande oratore passò circa due ore. Poi, al principio del pomeriggio, tutti vennero da Crasso, e Giulio disse: Che facciamo, o Crasso, andiamo a sederci? Bada però che noi siamo venuti solo per ricordarti i tuoi impegni, non per importi un discorso. [18] E Crasso di rimando, credete che io sia tanto impudente, da pensare di poter restare ancora per lungo tempo debitore con voi di un discorso di tal genere? disse: Dove andremo? Ti piace nel mezzo del parco? un luogo molto ombroso e fresco. Ma certo, rispose Crasso, e vi è colà un posto molto adatto a questa nostra conversazione. Poichè tutti approvarono, si recarono nel parco e si sedettero, ansiosi di sentire il discorso. [19] E Crasso incominciò: il vostro prestigio e la vostra amicizia uniti alla compiacenza di Antonio mi hanno tolto la possibilità di un rifiuto, pur avendo mille buone ragioni: infatti nel dividere le parti della nostra discussione egli si è assunto il còmpito di illustrare le cose che deve dire l’oratore, lasciando a me il còmpito di spiegare in che modo quelle cose debbano essere abbellite; in tal modo egli ha diviso elementi che non possono essere divisi. Infatti poiché ogni discorso è composto di concetti e di parole, né le parole possono esistere, se tu avrai sottratto i concetti, né i concetti possono trovare espressione, se avrai abolito le parole. [20] In verità, mi sembra che quei famosi antichi filosofi, nella loro profonda visione delle cose, abbiano compreso molto più di quanto sia permesso alla nostra mente: essi infatti affermarono che tutte le cose che esistono al di sopra e al di sotto di noi sono un tutto unico, legate tra di loro da un’unica forza e da un’unica legge di natura; e che non c’è nessuna cosa di nessun genere che possa esistere di per sé, staccata dalle altre, e che d’altra parte non sia indispensabile alle altre, perché possano conservare la loro forza e la loro eternità [VI] [21] Ma se questa teoria sembra troppo complessa, per essere compresa dalla mente e dalla riflessione degli uomini, passiamo a quella famosa affermazione di Platone, così ricca di verità, che tu, o Catulo, ben conosci, che cioè tutte queste arti nobili e proprie dell’uomo, rispetto al loro contenuto teorico, sono legate, per dir così, da un vincolo di comunanza; per cui se è esaminata attentamente la forza di quella scienza mediante la quale conosciamo le cause e gli effetti delle cose, ci accorgiamo che c’è come un meraviglioso consenso e accordo di tutte le dottrine. [22] Ma se anche ciò ci sembra troppo difficile per potere essere compreso da noi che siamo chini sulla terra? Abbiamo però il dovere di conoscere e possedere interamente quell’arte che abbiamo scelta, che abbiamo abbracciata e professiamo. Una infatti è l’eloquenza, cosa che abbiamo affermato tanto io, nella discussione di ieri, quanto Antonio, in diversi punti della discussione di stamane, qualunque sia il campo e il settore in cui si svolga; [23] parli pure l’oratore della natura del cielo o della terra, dell’essenza divina o umana, in tribunale o in Senato o dai rostri, per esortare gli uomini o per istruirli o per dissuaderli o per eccitarli o per ritrarli o per infiammarli o per calmarli, a pochi o a molti, ad estranei o a persone amiche o a se stesso, il suo discorso si presenta diviso in rivoli, ma ha un’unica sorgente, e, dovunque si spande, è accompagnato dalla medesima materia e dalla medesima forma. [24] Ma poiché noi siamo ormai vinti dal giudizio non solo del volgo, ma anche degli uomini di una certa cultura, i quali sperano di maneggiare più facilmente, dopo averle staccate e, vorrei dire, fatte a brani, quelle cose che non possono abbracciare nella loro interezza, e che tentano di separare le parole dai concetti, volessero separare il corpo dall’anima, e nessuno di due fatti può avvenire senza la rovina del tutto andrò col mio discorso al di là del tema che mi è stato assegnato; dirò solo brevemente che non può esserci eleganza di parole, se uno non abbia prima concepito e sviluppato un pensiero, e che non ci può essere chiarezza di pensiero senza chiarezza di parole. [25] Ma prima che io tenti di spiegare in che modo, a mio parere, si possa comporre un discorso ornato e limpido, dirò brevemente ciò che penso sull’eloquenza in generale. [VII] Non c’è nessuna cosa, a mio avviso, che non presenti a seconda delia sua specie parecchi fenomeni, diversi loro e pure egualmente apprezzabili; infatti con le orecchie sentiamo molti suoni che ci procurano piacere: spesse volte essi sono talmente vari, da farci sembrare più gradevole quello che ascoltiamo per ultimo; e gli occhi ci procurano un numero pressoché infinito di piacevoli visioni, che s’imprituono in noi in modo tale, che attraverso un solo senso sentiamo piaceri di vario genere; anche gli altri sensi ci procurano diversi piaceri, tanto che è difficile per noi giudicare quale tra essi sia il maggiore. [26] Quello che avviene nelle cose, lo possiamo riscontrare nelle arti; una è l’arte della scultura, nella quale si distinsero Mirone, Policleto e Lisippo, che furono certo diversi tra loro, però in modo tale che tu non vorresti che uno solo tra essi fosse diverso da quello che realmente fu; una è l’arte e una è la tecnica della pittura; ma diversi furono tra loro Zeusi, Aglaofonte e Apelle, tra i quali non c’è nessuno di cui si possa dire che non sia perfetto nella sua arte. Se noi ci stupiamo per ciò che avviene e avviene realmente in queste arti, che potremmo chiamare arti mute, quanto maggiore stupore dobbiamo provare per ciò che avviene nelle arti connesse con la parola? Queste basandosi su una comunanza di concetti e di parole, eppure presentano profonde differenze; non dico che noi dobbiamo condannare alcuni esponenti di tali arti; dico solo che quelli che meritano interamente la nostra lode, sono lodati per pregi diversi. [27] Ciò si può riscontrare innanzi tutto nei poeti, che hanno la maggiore affinità con gli oratori; quanto sono diversi tra loro Ennio, Pacuvio e Accio, e presso i Greci Eschilo, Sofocle ed Euripide, quanto essi ricevono da noi un tributo di elogi quasi eguale, pur essendo diversi per la loro arte. [28] Guardiamo ed esaminiamo quegli nomini, la cui attività forma oggetto della indagine: in Isocrate noi riscontriamo la dolcezza, in Lisia la sottigliezza, in Iperide l’acume, in Eschine la pomposità, in Deinostene la forza. Chi di loro non è eccellente? Eppure a chi somiglia ciascuno di loro se non a se stesso? Nell’Africano riscontriamo la solennità, in Lelio la pacatezza, in Galba l’asprezza, in Carbone l’abbondanza e l‘armoniosità di linguaggio. Chi di costoro non fu in quei tempi un maestro nell’eloquenza? Però ciascuno fu un maestro nel suo genere di eloquenza. [VIII][29] Ma perché ricordare gli antichi, quando possiamo servirci di esempi vivi e attuali? Che cosa mai abbiamo ascoltato con le nostre orecchie di più dolce di un discorso di questo Catulo qui presente? Il suo linguaggio è così puro, che lui solo sembra saper parlare in buon latino; è anche denso di concetti, ma in modo tale da unire a una non comune austerità ogni senso di finezza e di grazia. E perché dilungarmi? Quando ascolto questo oratore, sono portato a pensare che, qualunque cosa tu aggiunga o tolga o muti nel suo discorso, non faresti che renderlo peggiore e più difettoso. [30] E che dire di questo nostro Cesare, forse non ha egli creato un nuovo tipo di eloquenza e non ha introdotto un modo di parlare suo speciale? Chi ha mai saputo, se non lui, parlare di avvenimenti tragici in maniera comica, di avvenimenti tristi con tono dimesso, di questioni severe con ilarità, che ha usato nelle cause del foro un garbo quasi da attore e così come nell’importanza delle questioni trattate non ha soppresso il suo senso dell’umorismo, così nemmeno la serietà è stata mai danneggiata dalle sue arguzie. [31] Abbiamo qui due giovani quasi coetanei, Sulpicio e Cotta. Quanto sono diversi tra loro! E non sono veramente eccellenti, ciascuno nel suo genere? Cotta ha uno stile raffinato e preciso, tratta l’argomento col linguaggio che più si addice, è sempre in tema, e quando col suo finissimo intuito capisce quali sono le argomentazioni che piacciono al giudice, ecco che, trascurando tutto il resto, indirizza verso di esse la sua mente e il suo discorso; Sulpicio invece di un calore straordinario, dal timbro di voce sicuro e possente, dalla mobilità di corpo stupefacente, ma anche dignitosa, ha un linguaggio ricco e denso di pensieri, tanto da sembrare senza alcun dubbio l’uomo meglio dotato dalla natura per lìeloquenza. [IX] [32] Ma torniamo ormai a me e ad Antonio, poiché il popolo ci ha sempre messi di fronte uno all’altro, volesse esprimere su di noi un giudizio di confronto. Che cosa è tanto differente quanto la mia eloquenza e quella di Antonio? Egli è un oratore veramente perfetto; della mia eloquenza io sono tutt’altro che soddisfatto: ciononostante mi tocca sempre di essere confrontato con lui. Non vedete che genere di oratoria usa Antonio? Un’oratoria forte, possente, animata nell’azione, ben difesa e corazzata su ogni aspetto della causa, fiera, penetrante, sobria, che sa indugiare su ogni punto favorevole, ritirarsi con dignità, passare all’attacco con veemenza, incutere paura e supplicare, con incredibile varietà di toni e senza mai stancare le nostre orecchie. [33] La nostra eloquenza, qualunque sia il suo valore (sembra che voi la teniate in gran conto), differisce profondamente, senza alcun dubbio, da quella di Antonio; in che consista tale differenza, non spetta a me dire, perché noi non possiamo conoscerci ed è molto difficile dare un giudizio su se stesso; ma tuttavia la differenza si può comprendere da ciò: io mi agito pochissimo e pronunzio la perorazione quasi nel medesimo posto dove ho iniziato il discorso; mi affatico e mi tormento nella scelta delle parole, perché temo che il mio discorso non riesca degno della silenziosa attesa del pubblico, se apparirà un po’ trascurato. [34] Poiché tra noi che siamo qui presenti vi sono così profonde differenze, e poiché ciascuno si presenta coi suoi caratteri distintivi così precisi, e nella grande varietà degli individui ognuno si distingue dal peggiore direi quasi più per il diverso grado di capacità che per il genere dell’eloquenza, mentre siamo tutti pronti a lodare ciò che nel suo genere è perfetto, è evidente che, se volessimo abbracciare con la nostra indagine tutti gli oratori presenti e passati, dovremmo quasi ammettere tanti generi di eloquenza per quanti oratori prendessimo in esame. Da questa mia discussione qualcuno potrebbe trarre questa conclusione: dal momento che le maniere e gli aspetti dell’arte del dire sono quasi infiniti, diversi nel loro aspetto, ma tutti degni di lode riguardo al loro genere, non possono tali maniere ed aspetti dell’arte del dire così differenti tra loro essere insegnati coi medesimi criteri e nelle medesime scuole. [35] Ma le cose non stanno proprio così, e coloro che hanno il còmpito di educare e istruire i giovani debbono studiare con la massima attenzione le inclinazioni di ciascuno. Vediamo infatti che dalla medesima, per dir così, palestra sono usciti discepoli diversi tra loro e tuttavia degni di lode, poiché l’insegnamento del maestro si è adattato all’indole dell’allievo. [36] Di ciò troviamo un esempio veramente illustre; se vogliamo trascurare le altre arti, in quel famoso detto di Isocrate, maestro veramente eccezionale: egli diceva che con Eforo era solito usare gli sproni, con Teopompo invece i freni; questo per dite che uno, che eccedeva per l’arditezza del linguaggio, doveva essere frenato, l’altro, esitante e quasi ritroso, doveva essere stimolato. Non diede loro la medesima impronta; ma ad uno aggiunse, all’altro tolse qualcosa, in modo da valorizzare le doti insite nell’indole di ciascuno. [X] [37] Ho voluto fare questo preambolo, affinché, se non tutto quello che io andrò dicendo sarà conforme ai vostri gusti e a quel genere di eloquenza che ciascuno di voi predilige, sappiate che io mi riferisco a quel tipo di eloquenza che più mi piace. Dunque, l’oratore deve saper porgere ed esporre in una certa maniera quella materia su cui si è intrattenuto Antonio. Esporre nella maniera migliore (del modo di porgere parlerò più avanti) che altro significa se non parlare in buon latino, con chiarezza, con eleganza e in modo adatto e conveniente all’argomento? [38] Non credo che sia mio dovere illustrare i due concetti, che ho detto prima, cioè la purezza e la chiarezza del linguaggio e noi non pensiamo affatto di insegnare a parlare a quell’uomo che non abbia il dono della parola, e non pretendiamo che possa parlare con eleganza colui che ignori la purezza di linguaggio; d’altra parte, chi non è capace di esprimersi con chiarezza, non potrà mai parlare in modo da suscitare ammirazione. Lasciamo dunque da parte queste due qualità, che s’imparano facilmente e sono strettamente necessarie. Luna si apprende nell’insegnamento che si riceve nell’infanzia, dell’altra facciamo uso per essere capiti: ìl che, pur essendo indispensabile, è tuttavia il meno che si possa richiedere. [39] La precisione di linguaggio si ottiene con la conoscenza della lingua, ma si accresce con la lettura degli oratori e dei poeti; sono quei famosi scrittori antichi, che non erano ancora in grado di abbellire i loro discorsi, e hanno usato quasi tutti un linguaggio eccellente: coloro che si abitueranno a tale linguaggio non potranno fare a meno di parlare il puro linguaggio latino. Però non bisogna fare uso di quei termini, che sono ormai caduti in disuso, se non in casi strettamente necessari, a scopo di abbellimento, come poi mostrerò; in quanto ai termini che sono ancora in uso, colui che ha studiato a lungo e con amore le opere degli antichi, deve cercare di usare quelli che possiedono maggior pregio