Traduzione De oratore, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 71-85

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 02; paragrafi 71-85 dell'opera De oratore di Marco Tullio Cicerone

DE ORATORE: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 71-85

[LXXI][286] Il ridicolo spesso si ottiene concedendo all’avversario ciò che egli ti nega, come fece C Lelio, quando a un tale cli ignobili natali, che gli diceva: Tu sei indegno dci tuoi antenati, rispose: Ma tu, per Ercole, sei degno dei tuoi! Spesso si dicono facezie anche in tono sentenzioso, come quando una volta, mentre si discuteva sulla legge riguardante i doni e i regali agli avvocati, presentata da M Cincio, saltò fuori C Centone, che disse con tono fortemente offensivo: Che cos’è che vuoi proporre, o piccolo Cincio? e Cincio di rimando: Che tu debba comprare, o Gaio, ciò di cui hai bisogno. [287] Spesso il ridicolo deriva dal chiedere cose impossibili, come quando, davanti a tutti i compagni che si addestravano nel Campo Marzio, M Lepido comodamente sdraiato sull’erba disse: Come vorrei che la fatica fosse questa! Siamo faceti anche quando a gente che ci interroga e quasi ci incalza con domande, noi rispondiamo con calma, in senso contrario all’aspettativa; così il censore Lepido, avendo tolto a M Antistio di Pirgi la dignità equestre, agli amici che gridavano e dicevano: Che cosa dovrà dire al padre, per giustificare la perdita della dignità equestre, questo colono esemplare, sobrio, modesto e frugale quant’altri mai, rispose: Che io non credo nulla di tutto questo. [288] Per i Greci appartengono al ridicolo anche espressioni di altro genere, come imprecazioni, frasi ammirative, minacce: ma a me sembra di avere fatto in questa materia troppe suddivisioni; infatti le facezie che poggiano sul significato e sull’efficacia delle parole sono comunemente fisse e determinate: come ho già detto, esse sono più oggetto di lode che motivo di riso;[289] quelle invece che poggiano sui fatti e sui pensieri sono innumerevoli riguardo alla specie, ma poche riguardo al genere; si suscita il riso col deludere l’aspettativa, col deridere il carattere altrui, con la caricatura, con l’ironia, col dire cose stravaganti e col biasimare le stoltezze.

Pertanto chi vuole parlare argutamente deve procurarsi, per dire così, un indole e un costume atti ai generi su esposti, per potere adattare il volto a ogni singolo genere dì ridicolo; e quanto più questo è serio e grave, come avviene in te, o Crasso, tanto più spiritose sogliono apparire le facezie che vengono dette. [290] Tu dicevi, o Antonio, che ti saresti riposato volentieri nell’albergo del mio discorso, purtroppo sei capitato in una qualsiasi locanda dellagro Pontino, luogo squallido e malsano e penso quindi che tu ne abbia abbastanza di un tale riposo, e che voglia affrettarti a terminare il tuo viaggio. Dopo essere stato accolto, disse Antonio, così cordialmente da te e ho allargato le mie conoscenze in materia di facezie e mi hai reso più audace nell’usarle; ormai non avrò più il timore che qualcuno mi consideri un uomo frivolo in questo genere, dal momento che tu mi hai portato gli esempi degli Africani, dei Massimi, dei Catoni e dei Lepidi. [291] Ma io già vi ho detto tutto quello che volevate udire da me, almeno ciò che meritava un’accurata esposizione e riflessione; ciò che resta è più facile e deriva dal discorso già fatto. [LXII] Quando io ho affrontato una causa e, riflettendovi sopra, ho ponderato, come meglio ho potuto, tutti i suoi punti; quando ho studiato a fondo le prove della causa e le fonti delle argomentazioni, sia quelle con le quali posso conciliarmi la benevolenza dei giudici, sia quelle con le quali posso commuovere i loro animi, allora cerco di scoprire gli elementi favorevoli e sfavorevoli che essa presenta; si può dire che non c’è nessun oggetto di discussione e di controversia, che non contenga in sé ambedue gli elementi: ciò che importa è saperne valutare l’entità; [292] quando parlo, io seguo il metodo di tenermi stretto agli elementi favorevoli, di abbellidi e cli ingrossarli, di indugiare e di abitare in essi, di tenermici attaccato; dagli elementi svantaggiosi e sfavorevoli io mi allontano, però non in modo da far credere che io li fugga, ma facendoli passare del tutto inosservati, abbellendo e ampliando gli elementi favorevoli; e se la causa poggia sulle prove, io mi tengo stretto a quelle più salde, siano esse numerose o si riducano a una sola; se poi si tratta di conciliarsi gli animi dei giudici o di commuoverli, io mi rivolgo decisamente a quei metodi che possono colpire profondamente gli animi degli uomini.
[293] Insomma la sostanza del mio metodo è questa: se io mi sento più forte nel confutare l’avversario che nel sostenere le mie argomentazioni, dirigo tutto il mio attacco contro l’avversario; se è più facile per me sostenere la mia tesi che confutare quella dell’avversario, faccio ogni sforzo per distaccare gli animi degli ascoltatori dalla difesa dell’avversario e rivolgerli alla mia. [294] Io applico queste due norme, che mi spettano di pieno diritto, e che sono le più facili (perché non posso ricorrere a quelle più difficili); uno, quando l’avversario mi presenta un argomentazione o un motivo imbarazzante o difficile, io talvolta non gli rispondo affatto, di ciò qualcuno potrebbe ridere, e a ragione: infatti, chi non saprebbe fare altrettanto? Ma io sto parlando delle mie capacità, non delle capacità degli altri, e confesso che, se qualche argomento preme su di me con troppa forza, io soglio ritirarmi, ma in modo tale da non dare l’impressione di fuggire dopo avere gettato via lo scudo o essermelo messo dietro le spalle; io faccio uso, nel mio discorso, di un linguaggio brillante e magnifico e compio una ritirata che somiglia a un combattimento; insomma mi chiudo dietro i miei ripari, ma in modo tale da dare l’impressione che non mi sono ritirato per fuggire il nemico, ma per occupare una buona posizione;[295] secondo, che a me procura viva preoccupazione, e a cui ogni oratore dovrebbe, a mio giudizio, particolarmente badare, usando la massima cautela, è questa: io mi sforzo non tanto di arrecare vantaggio alla causa, quanto di non arrecarle alcun danno; so bene che bisognerebbe raggiungere entrambi gli scopi: tuttavia è molto più vergognoso per l’oratore dare l’impressione di avere arrecato danno alla causa che di non averle arrecato vantaggio.
Ma che andate bisbigliando tra voi due su questo, o Catulo? [LXXIII]Se ridete delle mie parole, ridete di cose che meritano veramente il riso. Nient’affatto, disse Catulo, ma mi sembrava che Cesare volesse dire qualcosa proprio su questo argomento. E mi farebbe un grande piacere, rispose Antonio, sia che voglia confutarmi, sia che voglia pormi qualche domanda. [296] E Cesare disse: In verità, o Antonio, io ho sempre detto che nei discorsi tu mi sembravi cauto più di ogni altro e che il tuo principale merito è appunto questo, non aver mai detto nulla che potesse danneggiare colui per il quale parlavi; mi ricordo che, conversando un giorno io e Crasso alla presenza di molte persone, e diffondendosi Crasso a lodare la tua eloquenza, io dissi che tra tutti i tuoi pregi il più grande consisteva appunto nel fatto che tu non solo sapevi dire ciò che era necessario, ma sapevi anche tacere ciò che non era necessario; [297] e Crasso mi rispose che tutte le altre tue qualità erano degne del massimo elogio; ma il dire ciò che non si addice alla causa e torna di danno ai proprio cliente è proprio di un uomo malvagio e aleale: perciò non gli sembrava eloquente chi evita ciò, ma malvagio chi fa ciò. Ora, io vorrei, o Antonio, che tu mi spiegassi, se non ti dispiace, perché mai il non danneggiare la causa tu lo stimi cosa così importante, da ritenerlo il pregio maggiore di un oratore. [LXXIV] [298] E Antonio rispose: Io ti dirò, o Cesare, schiettamente il mio pensiero; ricordatevi, però, tanto tu che tutti gli altri che io non parlo della eccellenza del perfetto oratore, ma della mia modesta attività e pratica forense.
La risposta di Crasso è la risposta di un uomo dall’ingegno veramente superiore, a cui sembra quasi assurdo che si possa trovare un oratore che possa, col suo discorso, danneggiare in qualche modo la causa e riuscire nocivo al suo cliente; [299] egli misura gli uomini col suo metro; la forza del suo ingegno è così grande, da fargli pensare che nessuno possa parlare contro se stesso, se non deliberatamente; ma adesso io parlo di una capacità normale e comune e non di una capacità del tutto eccezionale. Si dice che tra i Greci ci fosse un uomo dotato di una saggezza e di un ingegno veramente eccezionali: alludo al famoso Temistocle di Atene; un uomo assai dotto si presentò a lui e gli promise che gli avrebbe insegnato l’arte della memoria, che era stata inventata proprio allora Temistocle gli chiese a che gli sarebbe valsa quest’arte, e quel dotto gli rispose che l’avrebbe aiutato a ricordare ogni cosa; allora Temistocle ribatté che gli avrebbe fatto un piacere maggiore, se gli avesse insegnato il modo di dimenticare anziché di ricordare ciò che volesse. [300] Da ciò vediamo quanto grandi fossero l’acutezza d’ingegno e l’intelligenza di quell’uomo? Dalla sua risposta risulta evidente che era impossibile che dalla sua memoria sfuggisse un concetto, una volta che vi fosse entrato: per lui infatti era più desiderabile potere dimenticare ciò che non voleva ricordare che ricordare ciò che una volta avesse udito o visto. Come questa risposta di Temistocle non deve indurci a trascurare la memoria, così l’eccezionale abilità di Crasso non deve fare disprezzare la cautela e la timidezza che io uso nelle cause: infatti ciascuno di questi due uomini non mi fornisce la misura dell’ingegno comune, ma la misura del proprio ingegno.
[301] Tn ogni causa ci sono molti punti in cui l’oratore deve stare molto attento a quel che dice, per non fare uno scivolone e per non cacciarsi in qualche guaio; se non è provocato, un testimone di solito o non danneggia la causa o la danneggia meno; benché il mio cliente mi preghi e i suoi consiglieri mi spingano in tutti i modi a scagliarmi contro di lui, a ingiuriarlo e infine anche a interrogarlo, io non mi muovo, non do loro retta, non li accontento; purtroppo non ricevo alcuna lode, perché gli uomini ignoranti sono più portati a condannare una frase infelice, che a lodare un saggio silenzio. [302] In questi casi quali guai produce il provocare un testimone irato, intelligente e ragguardevole! Lira lo spingerà a nuocere, l’intelligenza gli darà forza, il prestigio gli darà energia. Se Crasso non commetterà un tale errore, non è detto che molti oratori spesso non lo commettano. Per questo la cosa più vergognosa per un oratore si ha quando, dopo una sua affermazione o risposta o domanda, si sente dire: Lo ha ucciso! Qualcuno chiede: Chi L’avversario? E la gente risponde: Ma il suo cliente e se stesso. [LXXV] [303] Crasso è del parere che una cosa simile può derivare solo dalla slealtà dell’oratore; a me invece capita assai spesso di vedere cause rovinate da oratori tutt’altro che disonesti. Come dianzi vi ho detto, io sono abituato a ritirarmi, anzi, per parlare più francamente, a fuggire dinanzi a quei motivi che possono arrecare un grave danno alla mia causa; ebbene che direste di quegli oratori che non fanno ciò, ma si aggirano nell’accampamento dei nemici, e abbandonano le proprie fortificazioni, forse essi arrecano un grave danno alla propria causa, rafforzando la difesa degli avversari e inasprendo le piaghe che non possono sanare.
[304] Pensate al male che essi fanno quando, non avendo alcun riguardo per i propri clienti, non attenuano, rimpicciolendoli, i loro pregi, che sono un motivo d’invidia, ma lodandoli ed esaltandoli, li rendono maggiormente invidiabili. Non sai che perdi la benevolenza dei giudici se, parlando senza i dovuti riguardi, ti scagli con un linguaggio offensivo e insolente contro uomini per i quali essi sentono, affetto e simpatia? [305] Non sai che commetti un grosso errore se rimproveri ai tuoi avversari dei vizi o difetti che essi hanno in comune con uno o più dei giudici, senza accorgerti che in questo modo ti scagli contro i giudici? Credi di non rovinare la causa se, parlando in difesa di un cliente, dal al dibattito un tono personale, e, offeso dall’avversario, ti scagli violentemente contro di lui e perdi di vista la causa? In casi del genere, io sono ritenuto troppo paziente e tollerante; ma questo avviene non perché a me piaccia sentir parlare male di me, ma perché sono restio ad abbandonare la causa, come quando, o Sulpicio, io ti rimproveravo perché tu te la prendevi col procuratore e non con l’avversario, mio conteguo però mi procura questo guadagno: se qualcuno mi offende, fa la figura di essere un insolente o un pazzo. [306] In quanto alle argomentazioni, se avrai affermato qualcosa che sia apertamente falso o contrario a ciò che hai già detto o dirai o, per la sua stessa natura, estraneo alluso dei tribunali e del foro, credi forse di non danneggiare la causa? Che altro? Io soglio dirigere tutti i miei sforzi a questo scopo non mi stancherò di ripeterlo : a portare cioè un qualche aiuto col mio discorso alla causa, se mi è possibile; se non mi è possibile, almeno a non danneggiarla [LXXVI][307] Ora, o Catulo, io torno a quel punto per cui dianzi tu mi lodavi, cioè all’ordine e alla distribuzione della materia della causa e degli argomenti; la cui metodologia è duplice: quella offerta dalla natura stessa della causa e quella offerta dall’intelligenza e dall’esperienza dell’oratore: infatti è la natura stessa del discorso che ci spinge a pronunziare un preambolo prima di esporre il fatto, poi ad esporre il fatto, poi a difenderlo, dimostrando la validità dei nostri argomenti e la vacuità di quelli dell’avversario, e infine a fare la conclusione e la perorazione; [308] per stabilire in qual modo debbano essere disposti gli argomenti, che vengono pronunziati a sostegno della causa o per la sua illustrazione, questo dipende principalmente dall’abilità dell’oratore.
Molti argomenti, che potranno sembrare utili nello svolgimento del discorso, si presentano all’oratore; ma alcuni sono talmente insignificanti, che possono essere trascurati; altri, pur presentando qualche vantaggio, sono talvolta di tal natura da avere in sé qualche inconveniente, mentre il vantaggio che presentano non è così grande da compensare il danno che potrebbe derivarne;[309] e gli argomenti che sono utili e validi, se, come spesso avviene, sono moltissimi, io penso che bisogna raccogliere quelli che si presentano come i più deboli ed escluderli dal nostro discorso: per parte mia, quando raccolgo gli argomenti di una causa, io sono abituato non tanto a contarli quanto a pesarli. [LXVII] [310] E poiché cosa che ho già detto diverse volte noi riusciamo a persuadere gli uomini in tre modi, cioè con l’informarli, col procurarci la loro benevolenza e col commuoverli, dobbiamo dare risalto a uno solo di questi tre elementi, in modo che sembri che noi vogliamo solo informarli: gli altri due debbono essere diffusi in tutto il discorso, come il sangue nel corpo; infatti tanto l’esordio quanto le rimanenti parti del discorso, delle quali tra poco parleremo, dovranno avere una forza tale da poter commuovere gli animi di coloro davanti ai quali si svolge il dibattimento. [311] Ma spesso sarà utile, ai fini della commozione degli animi, allontanarsi dal tema che uno si è proposto e sta svolgendo, in quelle parti del discorso che, pur non dando alcuna informazione per la dimostrazione delle prove, tuttavia riescono molto utili con la persuasione e con la coninozìone, benché il luogo più adatto per questo scopo si trovi nell’esordio e nella perorazione; [312] perciò avviene spesso che, dopo che è stato narrato ed esposto il fatto, si presenti l’occasione di una digressione, ai finì della commozione degli ascoltatori; così pure, dopo che abbiamo dimostrato la bontà dei nostri argomenti o confutato quelli degli avversari, o in ambedue queste parti o in tutte le parti del nostro discorso, una digressione può riuscire opportuna, se la causa presenta una tale importanza ed ampiezza; e quelle cause che sono più importanti e più adatte ad essere ampliate e arricchite sono quelle che presentano il maggior numero di motivi di digressioni di questo genere, così che in tali casi è opportuno fare uso di quegli argomenti con i quali si eccitano o si placano gli animi degli ascoltatori.
[313] Sotto questo riguardo io disapprovo quegli oratori, che mettono al primo posto gli argomenti meno validi; penso che sbaglino anche coloro i quali, quando nella causa vi sono diversi oratori, cosa che io ho sempre condannato vogliono che parli per primo colui che a loro giudizio è il meno abile: la causa richiede che si soddisfaccia il più presto possibile l’attesa di coloro che ascoltano: se questo non si fa all’inizio, bisognerà farlo nel corso del dibattito e con uno sforzo maggiore; infatti prende una cattiva piega la causa che, fin dal momento in cui comincia ad essere discussa, non dia l’impressione di una buona riuscita. [314] Pertanto, come il migliore oratore deve parlare per primo, così gli argomenti più validi siano esposti per primi; per ambedue le cose però non si trascuri questa norma, di riserbare per la perorazione ciò che abbiamo di meglio; gli argomenti poco efficaci quelli sfavorevoli li escludo del tutto siano collocati nel mezzo insieme a tutti gli altri. [315] Dopo che io ho riflettuto su tutte queste questioni, allora finalmente, come ultimo atto, soglio pensare alle cose che debbo dire per prime, cioè all’esordio. Infatti se qualche volta io ho voluto pensare come prima cosa all’esordio, non mi è venuto in mente che un esordio scarno, puerile, banale e generico. [LXVIII] L’esordio poi deve essere sempre accurato, penetrante, denso di pensieri, dotato di espressioni convenienti, e inoltre bene intonato alla causa; esso infatti è come la presentazione e la raccomandazione del discorso, e deve fin dal primo momento colpire e attrarre gli ascoltatori; [316] io non capisco come mai, non dico codesti oratori improvvisati, ma un uomo abilissimo nel parlare e edito come Filippo possa spesso alzarsi a parlare senza sapere come dovrà iniziare il suo discorso: egli che afferma che è sua abitudine combattere quando gli si è scaldato il braccio, e non pensa che quegli stessi, dai quali deriva il paragone, scagliano leggermente le prime lance per conferire ai loro atti la massima eleganza e per risparmiare le loro forze.
[317] Non vi è dubbio che qualche volta l’esordio debba essere vivace e aggressivo; ma se nei ludi gladiatori, ove si combatte con le armi per la vita, prima dell’assalto vero e proprio, vengono fatte molte mosse a scopo di spettacolo e non per ferire l’avversario, quanto più un simile procedimento è richiesto in un discorso, a cui non chiediamo un’espressione di forza fisica ma un godimento estetico! Non vè nulla infine in questo nostro inondo, che si apra tutto in una volta e si spanda improvvisamente tutto intero: la stessa natura ha predisposto che tutti i fenomeni fisici e gli atti umani, anche i più rapidi, abbiano un debole inizio. [318] L’esordio dunque non deve derivare da fattori esterni, ma scaturire dalle viscere stesse della causa; perciò, dopo che avrà esaminato e vagliato attentamente tutta la causa, dopo che avrà trovato e predisposto tutti i suoi argomenti, allora l’oratore dovrà pensare all’esordio. [319] Non gli sarà difficile trovarlo: egli infatti lo deriverà da tutte quelle considerazioni che dovrà fare nella dimostrazione delle prove o nelle digressioni di cui, come ho già detto, bisognerà fare frequente uso; così tratto dalla sostanza stessa della difesa, l’esordio porterà un notevole contributo, e tutti riconosceranno che esso non solo non è generico e comune a ogni causa, ma che è scaturito dal seno stesso della causa che si sta discutendo. [LXXIX] [320] Ogni esordio dovrà contenere o il motivo centrale dell’intera causa che sarà trattata o un’introduzione e un avviamento verso di essa o qualcosa che possa servire di ornamento e abbellimento; però bisogna che, come avviene per i vestiboli e gli ingressi dei palazzi e dei templi, l’esordio della causa sia adeguato all’importanza della causa stessa; pertanto nelle cause di poco valore e che richiamano scarso pubblico spesso è più vantaggioso entrare subito in argomento;[321] ma quando bisognerà ricorrere a un esordio cosa molto frequente , si potranno trarre idee o dal reo o dall’avversario o dalla causa o dai giudici.
Dal reo (chiamo così colui che è interessato alla causa) idee che mettano in evidenza la sua bontà, la sua generosità, il suo stato infelice e degno di compassione, e che siano atte a respingere una falsa accusa; dall’avversario idee più o meno opposte a queste; [322] dalla causa idee che mostrino quanto essa sia crudele, abominevole, imprevista, immeritata, misera, ingrata, indegna, strana, irreparabile e irrimediabile; dai giudici idee che possano indurli alla benevolenza e alla simpatia: il che si ottiene meglio con una buona difesa che con le preghiere. Veramente a quest’ultimo scopo bisogna mirare in tutte le fasi del discorso e in modo particolare nella perorazione: tuttavia molti esordi nascono dal bisogno di procurarsi tale indulgenza. [323] Infatti i maestri greci consigliano di renderci il giudice attento e arrendevole fin dall’esordio: consiglio certamente utile, che vale per tutte le altre parti del nostro discorso meno che per l’esordio; riconosciamo che la cosa riesce più facile nell’esordio: infatti i giudici sono attentissimi, perché sono in attesa di conoscere tutti i fatti, e più arrendevoli; sono più chiari i concetti che si espongono nell’esordio di quelli che si espongono nel mezzo della causa, dove bisogna dimostrare delle prove o confutare l’avversario. [324] Nel preparare un esordio diretto a trarre dalla nostra parte il giudice o a eccitano contro l’avversario, noi faremo ricorso soprattutto a quegli argomenti adatti a destare le passioni, che presenta la causa stessa, i quali(argomenti) non converrà però svilupparli tutti nell’esordio; basterà che il giudice, sul principio, sia solo toccato, in modo che il nostro discorso piomberà su lui quando è già disposto a cedere. [LXXX][325] L’esordio poi dovrà essere strettamente legato al resto del discorso, in modo da apparire un membro del corpo, ad esso intimamente connesso, e non qualcosa di appiccicato come il preludio di un citaredo.
Alcuni oratori dopo aver pronunziato un esordio, che pure hanno meditato a lungo, vanno avanti dando l’impressione di non volere guadagnarsi l’attenzione del pubblico. L’esordio non deve somigliare alle schermaglie iniziali dei gladiatori, che prima del combattimento lanciano delle lance, di cui non si serviranno quando combatteranno, ma dovrà contenere delle idee che saranno sviluppate nel corso del dibattito. [326] In quanto alla narrazione , maestri di retorica vogliono che sia breve, se chiamano breve un discorso in cui non c’è nessuna parola superflua, questa è la brevità dei discorsi di Crasso; se invece chiamano breve un discorso in cui vengono adoperate le parole strettamente necessarie, dobbiamo riconoscere che esso, se pure qualche volta è utile, spesso nuoce, e non poco, nella narrazione, non solo perché produce oscurità, ma anche perché distrugge quello che è il principale pregio della narrazione, cioè la sua piacevolezza e la sua forza persuasiva. Pensino a quei versi: infatti dopo che usci dall’adolescenza [327] che lunga narrazione! Vengono descritti i costumi del giovane, le domande dello schiavo, la morte di Criside, l’espressione del volto, la bellezza e il compianto della sorella e tutto il resto in forma varia e piacevole. Se il poeta avesse avuto di mira una brevità di questo genere: è portata alla sepoltura; giungiamo al sepolcro; viene posta sul rogo, avrebbe potuto scrivere in tutto dieci, per quanto la concisione di questa stessa espressione portata alla sepoltura; noi ci muoviamo, dimostra che non si è badato tanto alla brevità quanto alla bellezza artistica. [328] Infatti, anche se avesse detto solo: Viene posta sul rogo tutto il fatto avrebbe potuto facilmente essere compreso. Una narrazione, ove entrano vari personaggi, e che sia spezzata in parecchi discorsi ha brio e vivacità; oltre a ciò, riesce più verisimile il fatto narrato, quando dici in che modo è avvenuto, ed è molto più chiaro se ti dilunghi un poco e non lo esponi con la rapidità che abbiamo visto.
[329] La narrazione deve essere chiara, come tutte le altre parti del discorso; però richiede maggiore impegno, perché è più difficile evitare l’oscurità nella narrazione che nell’esordio o nella dimostrazione delle prove o nella perorazione; inoltre in questa parte del discorso l’oscurità è maggiormente pericolosa che in tutte le altre parti: infatti, se tu dici qualche cosa di oscuro in un altro luogo, ne soffre solo la chiarezza di quel luogo, mentre una narrazione oscura rende oscuro tutto il discorso; oppure, se sei stato oscuro, puoi sempre chiarire meglio il tuo pensiero in un altro luogo; mentre per la narrazione non c’è nella causa che un solo posto. La narrazione sarà chiara, se l’oratore farà uso di parole dell’uso vivo, e sarà rispettato l’ordine degli avvenimenti e non vi saranno interruzioni [LXXXI][330] Dipende dalla saggezza dell’oratore stabilire quando occorra fare uso della narrazione e quando no; infatti se il fatto è noto e non vi sono dubbi su ciò che è avvenuto, la narrazione non è necessaria; lo stesso dicasi se la narrazione è stata fatta dall’avversario, a meno che non lo si voglia confutare; se bisognerà fare uso della narrazione, non dovremo insistere su quei punti che possono provocare sospetti e calunnie e danneggiare la nostra tesi, ma dovremo cercare di togliere tutto ciò che ci sarà possibile, perché non ci capiti quello che, a giudizio di Crasso, avviene unicamente per la slealtà e non per la stoltezza dell’oratore, cioè di danneggiare la causa. Infatti è di capitale importanza ai tini dell’esito della causa, che il fatto sia stato narrato con accortezza o no, perché la narrazione è la fonte donde promana tutta la causa.
[331] L’oratore deve dopo di ciò presentare il tema della causa dove bisogna badare al nocciolo della questione; poi deve esporre le prove della causa: il che si ottiene con due atti strettamente congiunti, cioè col confutare le ragioni dell’avversario e col dimostrare la validità delle proprie. Veramente nelle cause quella parte del discorso che è rivolta alla dimostrazione delle prove è unica, pur comprendendo due parti distinte, e cioè la confermazione e la confutazione; ma siccome tu non puoi confutare le ragioni dell’avversario se non dimostri valide le tue, né dimostrare valide le tue se non confuti quelle dell’avversario, queste due parti, e per la loro natura e per l’utilità che ne deriva e per il metodo con cui vengono trattate, sono strettamente legate. [332] Poi bisogna concludere tutto il discorso con la esagerazione dei fatti, sia per eccitare il giudice, sia per calmarlo; in verità tanto nelle parti precedenti del discorso, quanto, e in modo particolare, nella perorazione, bisogna rivolgere tutti i propri sforzi a commuovere il più possibile gli animi dei giudici e a predisporli in nostro favore. [333] Non mi pare di avere motivi sufficienti per tenere distinti quelle norme che riguardano l’eloquenza deliberativa e l’eloquenza dimostrativa poiché se hanno molte cose in comune; debbo però ammettere che il consigliare e lo sconsigliare sono funzioni proprie di una persona molto autorevole; infatti esprimere un giudizio su problemi importantissimi non sì addice che a un uomo saggio, illustre ed eloquente: egli solo può prevedere con la sua mente, confermare col suo prestigio, persuadere con la sua parola. [LXXXII] Questi discorsi in Senato si fanno con più facilità; infatti è un consesso di uomini saggi e bisogna lasciar parlare molti altri; inoltre bisogna evitare il sospetto che si voglia fare ostentazione di bravura: [334] l’assemblea popolare ammette ogni vigore oratorio e richiede austerità e varietà di parola.
Pertanto nell’eloquenza deliberativa bisogna guardare soprattutto al decoro; chi sostiene il principio dell’utilità guarda non a quello che deve costituire il vero scopo di chi sostiene una tesi, ma a quello che può essere un suo occasionale programma. Non vi è nessuno, specialmente in una città così illustre, che non dia il primo posto al decoro, ma spesso ha il sopravvento l’utilità, quando si affaccia il timore che il decoro possa ricevere un danno da un eventuale danno dell’utilità. [335] Gli uomini sogliono discutere o su ciò che sia più utile, oppure, nel caso che su questo vadano d’accordo, per stabilire se bisogna avere di mira più il decoro o l’utilità; siccome questi due princìpi sembrano spesso in contrasto tra loro, chi sosterrà il principio dell’utilità addurrà i vantaggi della pace, della ricchezza, della potenza, delle rendite, della sicurezza militare e di tutto ciò, il cui profitto si misura sulla base dell’utilità, e parimenti mostrerà gli svantaggi che derivano dalle cose contrarie; chi è favorevole al decoro addurrà ad esempio le azioni degli antenati, gloriose anche se pericolose, esalterà l’immortale ricordo dei posteri e sosterrà che dal decoro suole derivare l’utilità, e che questa è sempre legata al decoro. [336] Ma nell’uno e nell’altro caso bisogna soprattutto badare a ciò che è possibile e a ciò che non lo è, e inoltre a ciò che è necessario e a ciò che non lo è; infatti ogni deliberazione viene troncata, se si comprende che è impossibile o se si adduce una necessità: chi mostra ciò, quando gli altri non ci pensano neppure, è un uomo che vede molto lontano.
[337] Per potere dare consigli sullo Stato è indispensabile conoscere lo Stato; per potere parlare in modo persuasivo è indispensabile conoscere le idee dei cittadini, le quali siccome spesso cambiano, anche il tono dei discorsi deve spesso cambiare; e quantunque l’essenza dell’eloquenza si possa considerare una sola, tuttavia la grande maestà del popolo, l’importanza dei problemi dello Stato, le passioni della moltitudine così accese ed intense, esigono che anche il genere di eloquenza impiegato sia elevato e nobile; se talvolta il discorso deve servire soprattutto ad eccitare gli animi verso la speranza, la paura, la cupidigia o la gloria, per mezzo cli esortazioni o ricordi, spesso deve servire anche a distoglierli dalla temerarietà, dall’ira, dalle vane speranze, dalle offese, dall’invidia, dalla crudeltà. [LXXXIII][338] Accade che poiché l’assemblea popolare è, per dir così, un magnifico palcoscenico per l’oratore, ne deriva che noi siamo spinti dalla stessa natura a un tipo di eloquenza elegante e raffinato; la folla ha una forza tale che l’oratore non può essere eloquente senza una moltitudine che lo ascolti) così come il flautista non può suonare senza il flauto. [339] E poiché molti e svariati sono gli errori che si possono commettere parlando in pubblico, bisogna evitare il biasimo della, folla, che può essere provocato o da qualche difetto del discorso e ciò avviene quando nelle cose dette si crede di ravvisare un tono aspro o arrogante o turpe o gretto o cattivo o dall’avversione e invidia degli uomini che possono essere o meritate o nate da false calunnie e da cattive voci o dai fatto che la folla non approvi quello che viene detto o sia dominata da qualche passione o paura.
A queste quattro sorgenti di errori si possono opporre altrettanti rimedi: ora il rimprovero, se l’oratore gode di prestigio; ora l’ammonimento, che è una specie di dolce rimprovero; ora l’assicurazione che, se uno vorrà ascoltare, darà certamente il suo consenso, ora la preghiera, che è un debole, ma talvolta utile. [340] In nessun’altra riescono più utili le facezie, la prontezza e un rapido motto non privo di dignità e dì grazia; nulla meglio di una moltitudine può essere distolta dalla tristezza e spesso anche dalla collera per mezzo di un motto opportuno, rapido, acuto e scherzoso. [LXXXIV]Ho cercato di esporvi, come meglio ho potuto, le norme che io soglio seguire in entrambi i generi di eloquenza i difetti che sogho evitare e il metodo che generalmente soglio applicare nel trattare le cause. [341] Il terzo genere di eloquenza, quello celebrativo, non presenta difficoltà, poiché io in principio l’avevo tenuto staccato dalla nostra trattazione; e avevo fatto questo da una parte perché c’è una grande varietà di discorsi molto importanti e di uso più frequente, sui quali nessuno di solito detta norme, dall’altra perché noi non siamo soliti fare grande uso dell’eloquenza celebrativa; infatti gli stessi Greci hanno scritto i loro discorsi celebrativi più per la lettura e il diletto o per elogiare qualche personaggio che per utilità forense: tali sono gli elogi di Temistocle, di Aristide, di Epaminonda, di Filippo, di Alessandro, ecc. I nostri elogi, quelli che noi pronunziamo nel foro, o hanno la nuda e disadorna brevità di una testimonianza o vengono scritti per una commemorazione funebre, che è l’avvenimento meno adatto per chi vuole comporre un brillante discorso.
Tuttavia, siccome talvolta dobbiamo farne uso e talvolta anche scriverne, conte capitò a C Lelio che scrisse l’elogio per Q Tuberone, che doveva elogiare lo zio Africano, o come potremmo fare noi stessi, se volessimo, a scopo di glorificazione, alla maniera dei Greci, lodare qualcuno, trattiamo pure un tale genere di eloquenza. [342] evidente che delle doti che vi sono in un uomo, alcune sono tali da essere desiderate, altre degne cli essere lodate: la stirpe, la bellezza, le forze fisiche, la potenza, la ricchezza sono beni che dà la fortuna, che vengono dall’esterno o sono strettamente connesse col nostro corpo: perciò non hanno in sé vero motivo di lode, che a giudizio degli uomini è dovuta alla sola virtù; tuttavia, siccome la stessa virtù si nota soprattutto nel moderato uso di quelle doti che provengono dalla natura e dalla fortuna, bisogna parlare, nei discorsi celebrativi, anche di esse; in tale materia sarà motivo di grandissima lode essere rimasto umile nella potenza, non essere stato insolente nella ricchezza, non avere approfittato della larghezza della fortuna, per mettersi al di sopra degli altri, in modo che si possa vedere che la potenza e la ricchezza sono state strumento non di superbia o morbose passioni, ma di bontà e moderazione. [343] La virtù, che è degna di lode per se stessa, e senza la quale nulla può essere lodato, contiene diverse specie, delle quali una si presta alla lode meglio di un’altra; alcune sembrano derivare dai costumi degli uomini e da una certa gentilezza e tendenza al bene; altre dall’intelligenza o dalla nobiltà d’animo o dalla fortezza; fa piacere sentir parlare, in un discorso celebrativo, di clemenza, di giustizia, di benevolenza, di fede e di coraggio nell’affrontare i comuni pericoli; [344] infatti tutte queste virtù sembrano utili non tanto a quelli che le posseggono quanto a tutto il genere umano.
La sapienza e la grandezza d’animo, rispetto alle quali tutte le qualità umane sembrano ben piccola cosa, e quella certa acutezza di pensiero e la stessa eloquenza s’impongono alla nostra ammirazione non meno delle altre virtù, ma riescono meno gradite: sembra infatti che esse procurino decoro e utilità a coloro dei quali pronunciamo l’elogio e non a coloro davanti ai quali pronunciamo l’elogio. Tuttavia in un discorso celebrativo queste varie specie di virtù debbono essere unite, perché le orecchie umane permettono che siano lodate tanto le qualità che ispirano piacere e riconoscenza, quanto le qualità che ispirano ammirazione. [LXXXV][345] E siccome perle singole virtù vi sono determinati doveri e obblighi e a ciascuna virtù spetta una sua propria lode, quando si fa l’elogio della giustizia bisognerà dire che cosa ha fatto con lealtà, che cosa con imparzialità, che cosa con altri pregi di questo genere colui che viene elogiato; parimenti in tutte le altre virtù ciò che è stato fatto dovrà essere riferito alla specie, alla natura e al nome di ciascuna di esse. [346] l’elogio più gradito riesce quello che concerne i fatti che sembrano compiuti da uomini forti senza pensiero di ricompensa o premio; quando poi si aggiunge anche il disagio e il pericolo, si prestano ancora meglio ad essere elogiati, perché forniscono la materia per una eloquenza elegantissima e possono essere ascoltati con grande piacere; infatti la virtù tipica dell’uomo superiore sembra essere quella che procura utilità agli altri e fastidi o pericoli privi di qualunque ricompensa ai loro autori. Grande e tale da imporsi all’ammirazione degli uomini è anche l’elogio che mostra che sono stati sopportati con fermezza i casi avversi, che non si è ceduto alla fortuna, che si è saputo conservare la dignità nelle difficoltà; [347] riescono di ornamento anche gli onori ricevuti, i premi concessi alla virtù e le azioni che hanno riscosso l’approvazione degli uomini; in questa materia è motivo di un discorso celebrativo anche l’attribuire la stessa felicità alla volontà degli dèi immortali.
Bisogna scegliere argomenti che siano o nobilissimi per la loro grandezza o del tutto nuovi o straordinari per la loro stessa natura: infatti quelli di scarso rilievo o comuni o propri di piccoli uomini non sembrano degni né di ammirazione né di lode. [348] Anche il confronto con gli altri uomini illustri riesce efficace in un discorso celebrativo. Mi è piaciuto intrattenermi in questa materia un po’ più diffusamente di quanto avevo promesso, non tanto per i bisogni forensi, che ho avuto di mira in tutta la mia esposizione, quanto per mostrarvi che, se i discorsi celebrativi rientrano nella competenza dell’oratore del che nessuno dubita è suo dovere avere esatta conoscenza di tutte le virtù, senza la quale non è possibile fare un discorso celebrativo. [349] In quanto alle norme per i discorsi di biasimo, è evidente che esse debbono essere tratte dai difetti contrari alle virtù su esposte; infatti non c’è dubbio che né l’uomo buono può essere lodato in maniera adeguata e copiosa, senza la conoscenza delle virtù, né l’uomo cattivo può essere bollato ed offeso con la dovuta pesantezza ed asprezza senza la conoscenza dei vizi. Di tali argomenti di celebrazione e di biasimo noi dobbiamo fare sempre uso in ogni genere di cause. [350] Vi ho esposto il mio pensiero sull’invenzione e sulla disposizione; vi parlerò anche della memoria, per alleviare il còmpito di Crasso e per non lasciargli altra materia di discussione, al di fuori delle norme stilistiche che servono ad abbellire ciò di cui ho parlato