Traduzione De oratore, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 61-70

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 02; paragrafi 61-70 dell'opera De oratore di Marco Tullio Cicerone

DE ORATORE: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 61-70

[LXI] [248] Esponiamo ora per sommi capi i mezzi coi quali si provoca massimamente il riso. Facciamo innanzi tutto questa distinzione: la facezia ha la sua forza comica ora nel fatto, ora nella parola; ma il maggiore divertimento gli uomini lo provano, quando il riso scaturisce congiuntamente dal fatto e dalla parola. Abbiate però ben presente questo: quasi sempre dalla medesima fonte del riso, qualunque essa sia, si possono trarre anche pensieri seri: c’è solo questa differenza, che la serietà è riposta in fatti sen e onesti e il ridicolo in fatti turpi e sconci, così noi possiamo con le medesime parole lodare uno schiavo onesto e beffeggiare uno ribaldo. E divertente quel famoso vecchio detto di Nerone, che prendeva di mira uno schiavo ladro: il solo in casa per cui nulla è chiuso o sigillato poiché la stessa cosa si suole dire per uno schiavo onesto. [249] In questo caso c’è rassomiglianza anche di parole: comunque, il serio e il faceto hanno spesso la medesima origine. Ciò che disse la madre a Spurio Carvilio, che zoppicava fortemente a causa di una ferita ricevuta in difesa della patria, e per questo si vergognava di presentarsi in pubblico: Perché non esci, o mio Spurio? Ogni passo che farai, ti ricorderai del tuo coraggio, è certamente nobile e serio; ciò che disse Glaucia allo zoppicante Calvino: Ricordate quel vecchio detto: Forse che egli zoppica? Ma costui zoppica davvero! E invece ridicolo; eppure ambedue le frasi derivano dalla stessa osservazione dello zoppicare. Nella frase seria di Scipione; che cosa c’è di più ignavo di questo Nevio?; e in quella faceta di Filippo, diretta contro uno che puzzava: mi accorgo di essere circondato da te , vediamo che ambedue i generi poggiano sulla somiglianza di una parola modificata di una lettera. [250] I motti a doppio senso sono ritenuti molto faceti, ma non sempre sono usati per lo scherzo: infatti spesso hanno un tono serio. Il famoso Africano Maggiore cercava in un banchetto di sistemarsi sul capo la corona, ma poiché questa tutte le volte si spezzava, P Licinio Varo gli disse allora: non ti stupire se non si adatta al tuo capo: esso è troppo grande: questo motto è una lode, una bella lode; dalla stessa fonte deriva un motto come questo: proprio calvo: infatti parla tanto poco! Per farla breve: non c’è alcun genere di facezie, da cui non si possano desumere anche metti seri e austeri. [251] Un’altra cosa da notare è questa, che non tutto quello che fa ridere è faceto. Che cosa ci può essere di più ridicolo di un buffone? Però noi ridiamo per gli atteggiamenti della sua bocca, del suo volto, della sua voce e del suo stesso corpo: un uomo siffatto io lo chiamerei divertente, però alla maniera di un mimo, non certo alla maniera cli un oratore. [LXII] Dunque questo primo genere di ridicolo, che più di ogni altro suscita il riso, cioè quello che tende a rappresentare l’uomo scontroso o superstizioso o sospettoso o gradasso o stolto non ci interessa: si ride dei caratteri in se stessi: ora è còmpito dell’oratore prendere di mira i caratteri, non rappresentarli. [252] Il secondo genere consiste nell’imitazione e fa ridere molto; ma l’oratore può fame uso solo qualche volta, di nascosto e alla svelta: altrimenti riesce volgare; il terzo consiste nelle smorfie del viso, ma non è degno di noi; il quarto si basa sui discorsi osceni: ma questi non solo non sono degni del foro, ma neppure di un convito di uomini liberi. Perciò, se escludiamo da questo settore dell’eloquenza i generi che abbiamo esaminato, rimangono le facezie che si basano o sui fatti, come ho già detto, o sulle parole; si basa sui fatti la facezia che rimane facezia, qualunque sia il giro delle parole; si basa sulle parole la facezia che perde la sua forza comica per il mutamento delle parole. [253] Le espressioni a doppio senso sono molto spiritose e si basano sulle parole, non sui fatti; ma poche volte provocano una forte risata: piuttosto vengono lodate come indice di finezza e di cultura; una è quella che riguardava Tizio, un appassionato giocatore di palla, di cui si diceva che fosse solito rompere le statue sacre, siccome non arrivava al Campo Marzio, e i compagni lo reclamavano, Terenzio Vespa lo scusò dicendo che causa del ritardo doveva essere stata la rottura di un braccio; un’altra è attribuita a Scipione Africano e la leggiamo in Lucilio. Che vuoi fare, o Decio? Vuoi forse ridurre in poltiglia Nocefla? Disse: un’altra appartiene, o Crasso, al tuo amico Granio: Non valere un sestante. [254] Se voi riflettete, vi accorgerete che questo è il genere in cui si distingue particolarmente l’uomo che viene chiamato spiritoso. Però vi sono altre cose che fanno ridere di più; l’espressione a doppio senso è apprezzata in sé e per sé, e moltissimo, come ho già detto, perché si crede che solo un uomo intelligente possa fare acquistare a una espressione un significato diverso da quello che la maggioranza degli uomini le dà; però essa provoca piuttosto ammirazione che riso, a meno che non rientri in qualche altro genere di ridicolo, fo esporrò questi generi. [LXIII] [255] Sapete bene che un genere molto noto di ridicolo si ha quando viene detta una cosa diversa da quella che ci aspettiamo: in questo caso siamo noi stessi a ridere per il nostro errore: se poi si aggiunge l’ambiguità, il ridicolo è maggiore, come in Novio, dove un tale, che vede portar via un debitore aggiudicato come schiavo, chiede: Per quanto è stato aggiudicato? Per mille nummi. Se avesse detto solo: puoi portarlo via, avremmo avuto il genere di ridicolo inaspettato; ma siccome disse: non aggiungo nulla, puoi portarlo via, essendosi aggiunta l’ambiguità, l’espressione riuscì, a mio avviso, spiritosissima. Un tale genere di ridicolo è felice quando, nel corso di una animata discussione, si coglie a volo una parola lanciata dall’avversario e se ne ricava una frecciata, che si lancia contro il provocatore, come fece Catulo contro Filippo. [256] Siccome i casi di ambiguità sono numerosi e sono regolati da norme precise, sarà bene stare alla posta e cogliere al volo le parole; in questo caso, anche se evitiamo le arguzie piuttosto fredde, bisogna infatti evitare che l’espressione sembri troppo ricercata, potremo tuttavia dire molti motti veramente spiritosi. Un altro genere di ridicolo è quello che si basa su un piccolo mutamento della parola: i Greci lo chiamano paronomasia, quando si tratta del mutamento di una lettera, come quando Catone diceva Mobiliore per Nobiliore; o lo stesso avendo una volta detto a un tale: Eamus deambulatum, sentendosi rispondere: Che bisogno cera? Ribatté subito: Ma veramente che bisogno cera di te? Lo stesso dicasi di quella sua famosa risposta: Se tu sei uno svergognato davanti e di dietro. [257] Anche la spiegazione del nome riesce spiritosa, quando uno volge in ridicolo il motivo che ha prodotto quel nome: così io recentemente ho detto che Nummio, il distributore di denaro aveva trovato il nome nel campo Marzio, come Neottolemo sotto Troia. [LXIV] Tutte queste facezie sono basate sulle parole, o spesso si inserisce anche, per provocare il riso, un verso, o nella sua forma integrale o leggermente modificato, oppure una parte di un verso; così fece Scauro, che in un momento di collera, buttò fuori dei versi di Stazio; e alcuni dicono che fu proprio questo episodio a provocare, o Crasso, la tua legge sul diritto di cittadinanza: Silenzio, tacete, perché tanto fracasso? Come può avere tanta presunzione gente ignobile come voi? Mettete da parte codesta superbia. Certo, anche nei riguardi di Celio fu utile, ai fini della causa, quella tua battuta, o Antonio, quando Celio, che aveva un figlio piuttosto spendaccione aveva detto rendendo testimonianza, che aveva sborsato del denaro, tu dicesti, mentre egli si allontanava: Hai sentito che il vecchio è stato truffato di trenta mine? [258] A questo genere appartengono anche i proverbi, come quello ricordato da Scipione a proposito di Asello, che si vantava di avere percorso come soldato tutte le province: Spingi l’asinello con quel che segue; perciò anche queste facezie, siccome perdono la loro efficacia, se vengono mutate le parole, debbono essere considerate del genere di quelle che si basano sulle parole e non sui fatti. [259] Un altro genere di ridicolo, non privo di finezza, basato sulle parole, si ha quando uno mostra di intendere la cosa secondo la lettera e non secondo lo spirito; un perfetto esempio dli questo genere si ha nel vecchio e buffissimo mimo il Tutore. Ma lasciamo da parte i mimi: voglio darvi un’idea di questo genere di ridicolo solo attraverso esempi illustri e noti: un esempio di questo genere è costituito dalla risposta che tu, o Crasso, desti recentemente a colui che ti aveva chiesto se ti avrebbe dato fastidio, qualora fosse venuto a casa tua molto prima dell’alba, ma tu-dicesti- non mi darai fastidio. E quello: Dunque darai ordine che ti si svegli? E tu di rimando: Veramente ho detto che tu non mi avresti dato fastidio. [260] A questo medesimo genere appartiene la battuta pronunziata molti anni fa dal famoso Scipione Maluginese, quando riferì che la sua centuria aveva eletto console Acidino, poiché l’araldo gli chiedeva: che sai dimmi di L Manlio, rispose: io lo reputo un brav’uomo e un onesto cittadino. Brutta fu anche la risposta che Nasica diede al censore Catone; avendogli quello chiesto: dimmi sinceramente, hai tu moglie? Rispose: Ce l’ho per Ercole, ma non è proprio di mio gradimento. Queste battute sono delle semplici freddure o riescono efficaci solo quando ci aspetteremmo dell’altro. Come ho già detto, noi per istinto ci divertiamo del nostro stesso errore: perciò quando ci vediamo ingannati nella nostra attesa, ridiamo. [LXV] [261] Sono basati sulle parole anche i motti che risultano dall’allegoria o dalla metafora o dall’ironia. Per esempio dall’allegoria, quando una volta Rusca presentava una legge annuale, allora M Servilio, contrario a questa legge gli disse: O M Pinario, se io parlerò contro la tua legge, tu mi coprirai d’ingiurie, come hai fatto con gli altri? E quello di rimando: Come avrai seminato, così mieterai. [262] Ed ecco un esempio risultante dalla metafora, quando ai Corinzi, che gli promettevano una statua da innalzarsi in un posto ove cerano le statue di altri generali, il famoso Scipione Africano Maggiore rispose: Non mi piacciono gli squadroni di cavalleria. Facezie basate sull’ironia quando in un processo in cui era giudice M Perperna, Crasso difendeva Aculeone, e L Elio Lamia, quel brutto ceffo che conoscete, difendeva Gratidiano contro Aculeone; siccome Lamia lo interrompeva dandogli fastidio, Crasso disse: ascoltiamo questo simpatico giovane; poiché tutti risero, allora Lamia disse: la bellezza non ho potuto procurarmela da me, ma l’ingegno sì; Crasso di rimando: Allora sentiamo questo eloquente giovane tutti risero ancora più forte. Tanto nei discorsi seri, quanto in quelli scherzosi come ho già detto, il serio e il faceto, benché diversi nella loro essenza, tuttavia hanno un’unica sorgente, [263] riescono molto gradite e sono di grande ornamento le antitesi, come ad esempio il famoso Servio Galba proponeva come giudici in una causa contro L Scribonio, tribuno della plebe, dei suoi amici, allora Libone gli disse: quando uscirai, o Galba dal tuo triclinio? Galba di rimando: Quando tu uscirai dalla camera da letto altrui. Non differisce molto da questo genere di facezie quel motto che Glaucia pronunziò contro Metello: Hai la villa a Tivoli e il corte sul Palatino [LXVI] [264] Penso di aver così esposto i vari generi di facezie basate parole; i generi di facezie basate sui fatti sono più numerosi e, come ho già detto, fanno ridere di più;  ad essi appartiene l’aneddoto, cosa tutt’altro che facile; bisogna infatti esprimere e porre davanti agli occhi concetti che, oltre ad apparire verisimili il che è proprio dell’aneddoto siano anche un p0 vituperevoli il che è proprio del ridicolo; un esempio semplicissimo di ciò lo potete trovare nel frizzo lanciato da Crasso all’indirizzo di Memmio, me ricordato poco fa. A questo genere possiamo ascrivere le narrazioni sotto forma di apologhi. [265] Anche la può fornire ad essi materia, come quando a Sesto Tizio, diceva di essere una Cassandra, Antonio rispose: Ed potrei nominare molti tuoi Aiaci Oilei. Possono derivare anche da una similitudine, in cui si trovi un paragone o una rassomiglianza: ecco un esempio di paragone, quando una volta quel Gallo che tutti conoscete, fungendo da testimone in un processo contro Pisone, affermò che al prefetto Magio era stata data una forte somma di denaro, ma siccome Scauro confutava tale affermazione, basandosi sulla povertà di Magio, Gallo disse: Hai torto, o Scauro; io non voglio dire che Magio abbia conservato il suo denaro, ma che se lè mangiato, come uno che sia messo a raccogliere noci coperto da una semplice tunichetta ;ed eccone un altro, che appartiene al vecchio M Cicerone, il padre di quel brav’uomo, i nostri uomini sono simili agli schiavi quanto meglio conoscono il greco, tanto più sono ribaldi. [266] Fanno ridere molto anche le rassomiglianze che si fanno con un essere più brutto, allo scopo di mettere in evidenza una deformità o qualche difetto fisico, come feci io con Elvio Mancia Ora ti mostrerò come sei fatto e quello Mostralo, prego ; allora gli mostrai col dito un Gallo dipinto su uno scudo cimbrico di Mario, vicino alle Botteghe Nuove, che si contorceva, con la lingua di fuori e le gote cascanti; tutti si misero a ridere, perché Mancia gli somigliava perfettamente; allo stesso modo, siccome Tito Pinario nel parlare torceva il mento, gli dissi: Schiaccia questa noce, che hai in bocca, e poi di ciò che vuoi. [267] Molto ridicole sono anche le immagini eccessivamente esagerate, che si fanno per rimpicciolire o ingrossare alcunché, come quella fatta da te, o Crasso, in un discorso: Memmio si crede un uomo tanto grande, che quando scende nel foro e passa sotto l’arco di Fabio, abbassa il capo; allo stesso genere appartiene il frizzo pronunziato da Scipione sotto le mura di Numanzia, in un momento di collera contro C Metello: Se tua madre partorisse una quinta volta, partorirebbe un asino. [268] L allusione è arguta anche quando si chiarisce un concetto oscuro e nascosto con un piccolo dettaglio e spesso con una sola parola, come quando a P Cornelio 180, uomo ritenuto avaro e ladro, ma generale forte e valoroso, che lo ringraziava perché, sebbene avversario, gli aveva dato il voto nell’elezione al consolato, e per giunta in un momento in cui sovrastava una guerra importante e difficile, C Fabrizio rispose: Non c’è motivo perché tu mi ringrazi: ho preferito essere derubato anziché essere venduto schiavo ; dello stesso tenore fu la risposta che l’Africano diede ad Asello, che gli rinfacciava quelle note sciagure del suo lustro Non ti meravigliare: chiuse il lustro e immolò il toro proprio colui che ti restituì nei tuoi diritti politici. [LXVII] [269] Piacevole riesce anche l’ironia, quando si dice una cosa diversa da quella che si pensa, non come nel motto da me ricordato poco fa, in cui uno dice il contrario di ciò che pensa, voglio dire nel motto pronunziato da Crasso contro Lamia, ma quando uno fa un discorso che, su un tono di serietà, è tutto uno scherzo, ed esprime concetti diversi da quelli che pensa; così quando quel tale Septimuleio di Anagni, dopo avere incassato la grossa taglia per l’uccisione di C Gracco, chiese al nostro Scevola di condurlo come prefetto in Asia, questi gli rispose: Cosa vuoi mai, o pazzo? Ci sono tanti ribaldi a Roma, che ti assicuro che in pochi anni diventerai ricchissimo, se ti fermerai qui. [270] Fannio dice nei suoi Annali che in questo genere si distingueva Scipione Africano Emiliano e lo chiama, termine greco, rtpova; ma, come affermano coloro che conoscono meglio questi fatti, io penso che in questa forma di ironia e simulazione Socrate abbia di gran lunga superato tutti per grazia e piacevolezza. Un genere molto fine, spiritoso e serio a un tempo, che si addice orazione vera e propria quanto gente colta. [271] E veramente tutto ciò che io sto dicendo sulle facezie costituisce un ornamento del linguaggio comune non meno che del linguaggio forense. In Catone che ci ha tramandato molti aneddoti, alcuni dei quali sono stati da me citati come esempi -- leggiamo questo motto attribuito a C Publicio, molto felice, Mummio è un uomo adatto a ogni circostanza; allo modo io direi che non cè circostanza della vita, riescano opportune la grazia e la piacevolezza. [272] Ma torniamo al nostro argomento per concluderlo. Una facezia affine all’ironia è quella in cui con una parola bella indichiamo un’azione biasimevole, come quando l’Africano da censore rimosse dalla sua tribù il centurione, disertato la battaglia di Emilio Paolo; e siccome quello diceva di essere rimasto nell’accampamento per custodirlo, e perciò gli chiedeva il perché di quella punizione, Scipione gli rispose: Non amo gli uomini troppo diligenti. [273] pungente anche quel motto, che dà di un discorso un’interpretazione diversa da quella che vorrebbe chi l’ha pronunciato; ad esempio Livio Salinatore perduta Taranto, tuttavia essendo riuscito a conservare la rocca e da qui avendo lanciato parecchi attacchi con successo, quando, alcuni anni dopo Fabio Massimo conquistò la città, Salinatore gli disse di tenere ben presente che per merito suo egli aveva riconquistata Taranto, e Fabio di rimando: Come potrei dimenticarlo? Se tu l’avessi perduta, io non l’avrei mai riconquistata. [274] Vi sono poi dei motti stravaganti, ma che riescono spesso, appunto per questo stesso nome ridicoli, molto adatti non solo ai mimi, ma in certo modo anche a noi: Che sciocco, quando cominciava a star bene, ecco che muore. E quest’altro: Cos’è per te questa donna? - mia moglie. Proprio il tuo ritratto, per Giove! E quest’altro: Finché è rimasto ai bagni, non è morto. [LXVIII] Questo è un genere piuttosto frivolo e, come ho già detto, degno dei mimi; talvolta però può essere praticato anche da noi, per cui un uomo intelligente può dire un motto spiritoso pur sotto un’apparenza di frivolezza; ad esempio Mancia, il quale, avendo sentito che tu, o Antonio, eri stato accusato, mentre eri censore, di broglio elettorale da M Duronio, disse: Finalmente potrai trattare una causa che ti interessi direttamente. [275] Battute come questa fanno ridere di gusto, e lo stesso avviene di tutti quei motti un po’ stravaganti, che vengono pronunziati da persone di spirito, che fanno finta dì non capire. Ciò avviene quando si finge di non capire ciò che in realtà si è capito, come quando a Pontidio fu chiesto: Come chiameresti uno che si lascia sorprendere in flagrante adulterio? Ed egli rispose: Lento. Allo stesso modo, durante una leva militare, io facevo presente a Metello un mio difetto di vista; quello non ci credeva e mi domandava: Dunque tu non vedi proprio nulla? [276] Allora io: Ti assicuro che dalla Porta Esquilina vedo la tua villa ;lo stesso dicasi della risposta di Nasica, che, essendo andato a trovare Ennio, chiese, stando sulla porta del vestibolo, se il poeta era in casa, e la serva rispondendogli di no, Nasica capì che quella aveva parlato cosi per ordine del padrone, e che questi era in casa; pochi giorni dopo, Ennio venne a trovare Nasica, e avvicinatosi alla porta di casa chiese di Nasica; avendo questi risposto che Nasica non cera, Ennio esclamò: Come? Credi che non riconosca la tua voce? Allora Nasica: Sei proprio uno sfacciato: quando sono venuto a cercarti, io ho creduto alla tua serva, che mi diceva che tu non eri in casa, e tu non vuoi credere a me stesso? [277] fine anche quel genere di facezie, in cui il motto viene utilizzato per gettare il ridicolo su chi l’ha pronunziato; cosi il consolare Q Opimio, che dà giovane aveva fatto parlare male di sé, disse una volta a Egilio, un uomo di carattere allegro, che sembrava alquanto corrotto senza esserlo: Ebbene, o mia cara Egilia? Quando verrai a casa mia con la conocchia e la lana? E quello gli rispose: Per Polluce, non ne ho il coraggio: mia madre non permette che io vada a trovare donne di cattiva fama. [LXIX] [278] Sono gustosi anche quei motti in cui l’arguzia è coperta e si può solo intravedere, come questo genere a cui appartiene quella frase pronunziata da quel siculo, a un cui parente, che si lamentava perché sua moglie si era impiccata a un fico, egli disse: Per favore, dammi dei virgulti di quest’albero, perché li possa piantare. E quell’altra, che Catulo pronunziò all’indirizzo di un cattivo oratore: questi essendo convinto di avere con la sua perorazione commosso il pubblico, dopo si siede e chiede a Catulo se, secondo lui, era riuscito a destare la compassione Ma certo, rispose Catulo, e grande davvero: io penso infatti che non ci sarà nessun uomo così insensibile, a cui il tuo discorso non sia apparso degno di compassione. [279] Mi piacciono molto, per Ercole, anche quelle battute scherzose, che vengono dette da chi è stizzito e infastidito, ma non da un uomo irascibile per carattere, perché in questo caso non è la facezia, ma il carattere che fa ridere; così assai spiritoso, a mio giudizio, è quel motto che leggiamo in Novio: Perché piangi, o padre? Ti meravigli che non canti: Sono stato condannato. C’è un tipo di facezie quasi contrario a questo, ed è quello calmo e tranquillo come una volta un uomo, che portava una cassa, urta Catene e poi gli dice: attenzione e Catone di rimando: dimmi, porti forse qualche altro oggetto, oltre alla cassa? [280] C’è poi un altro modo spiritoso di rimproverare la stoltezza; un esempio ce lo fornisce quel siculo, a cui il pretore Scipione voleva dare come avvocato in una causa il suo ospite, un uomo nobile, ma tanto sciocco, per favore, dice il siculo, dà questo avvocato al mio avversario e lascia pure me senza difensore. Colpiscono anche quelle situazioni in cui un fatto viene spiegato per congettura, in modo molto diverso di come realmente è, con acutezza e finezza; una volta Scauro accusando Rutilio di broglio elettorale, pur essendo stato eletto console, mentre quell’altro aveva subito una sconfitta, mostrando le lettere A F P R, che si trovavano sui registri del suo avversario, sosteneva che significavano: spese sostenute per conto di P Rutilio; Rutilio invece affermava che significavano: spese sostenute prima e registrate in ritardo ; allora C Canio, cavaliere romano, che difendeva Rufo, disse che quelle lettere non esprimevano nessuna di quelle due cose: e allora, cosa voglion dire? Domandò Scauro, e Canio: Emilio compì il fatto, ma Rutilio ne paga le spese. [LXX] [281] Si ride anche nelle contraddizioni come questa: cosa manca a costui se non il denaro e la virtù? gustoso anche il rimprovero che si fa a qualcuno in tono amichevole, come per correggere un suo errore, come quando Granio rimproverava Albio, perché, mentre i suoi registri sembravano confermare un’accusa di Albucio, era tutto contento dell’assoluzione di Scevola e non capiva che il verdetto era stato emesso a dispetto dei suoi registri. [282] Simile a questo è l’avvertimento in tono amichevole che contengono certi consigli, come quando Granio consigliava a un cattivo avvocato, che a causa dell’arringa aveva perso la voce, di bere una bevanda fredda di vino e miele, appena fosse tornato a casa ma perderà la voce, quello diceva, se farò questo: e Graffio: Meglio la voce che il cliente! [283] Larguzia è anche saporita, quando si dice qualcosa che si adatta benissimo a una persona; ad esempio Scauro, essendo un po’ invidiato, per il fatto che aveva ereditato senza testamento i beni del ricco Frigione Pompeo e difendendo la causa di Bestia, passando un funerale, l’accusatore C Memmio esclama: Come vedi, o Scauro, sta passando un morto: guarda se puoi diventarne l’erede. [284] Di tutte queste facezie fanno ridere di più quelle che giungono inaspettate, tra gli innumerevoli esempi di queste ad esempio quello di Appio il Vecchio, che mentre si discuteva in Senato sull’agro pubblico e sulla legge Toria, sembrava difendere gli interessi di Lucullo che veniva attaccato da certe persone, che dicevano che il suo gregge pascolava in quest’agro, allora, esclama: Vi sbagliate; quel gregge non appartiene a Lucullo; io lo ritengo un gregge libero; pascola dove vuole. [285] A me piace anche quel motto di Scipione, l’uccisore di Tiberio Gracco: a M Flacco, che gli aveva rivolto molte accuse e gli proponeva come giudice nel processo P Mucio, obiettò: Non lo voglio, perché è parziale; siccome sorse un generale mormorio, Padri coscritti disse, io rifiuto non perché lo considero parziale ai miei danni, ma ai danni di tutti. Sotto questo riguardo, non esistono facezie più spiritose di quelle di Crasso: una volta Silo aveva detto, nel rendere una testimonianza, che aveva sentito parlar male cli Pisone, danneggiando così gli interessi di costui, allora Grasso: O Silo, potrebbe darsi che colui che ti ha informato parlasse in un momento d’ira. Acconsentì. E Crasso: Potrebbe anche darsi che tu abbia capito bene. Silo accettò senza esitare quest’altra osservazione, per non mettersi contro Crasso. E infine: Potrebbe anche darsi che tu non abbia affatto sentito ciò che affermi di avere sentito. Questa conclusione arrivò così inaspettata, che il teste fu sommerso da un riso generale. Di battute come questa è piena l’opera di Novio; è suo il noto frizzo: O sapiente, se avrai freddo tremerai, e moltissimi altri