Traduzione De oratore, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 51-60

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 02; paragrafi 51-60 dell'opera De oratore di Marco Tullio Cicerone

DE ORATORE: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 51-60

[LI] [205] Io sono solito innanzi tutto considerare se la causa meriti un tale genere di eloquenza; infatti un discorso altamente appassionato non può essere usato in una causa di scarso rilievo, né con uomini che abbiano gli animi disposti in modo tale da non lasciarsi commuovere neppure minimamente dal nostro discorso, o se non vogliamo essere derisi o odiati, dobbiamo evitare di assumere toni da tragedia in affari di poco conto e rinunziare di volere strappare quelle cose che non possono neppure essere smosse. [206] I sentimenti che noi dobbiamo suscitare negli animi dei giudici o, comunque, di coloro davanti ai quali parliamo sono per lo più l’amore, l’odio, l’ira, l’invidia, la pietà, la speranza, la gioia, la paura, l’antipatia: noi sappiamo che suscitiamo l’amore, quando diamo l’impressione di difendere con ragione gli interessi di coloro ai quali parliamo o di affaticarci in difesa di cittadini buoni o almeno di uomini che a loro giudizio sono buoni e utili, il primo procedimento concilia maggiormente l’amore; la difesa della virtù concilia il rispetto; e si ottiene di più se si prospetta la speranza di una futura utilità che il ricordo di un passato beneficio. [207] Bisogna cercare di dimostrare che la causa che si difende poggia sulla dignità e sulla utilità, e che colui per il quale si vuole suscitare l’amore non ha avuto in mente un suo personale guadagno e non ha fatto nulla in vista del proprio interesse; noi infatti condanniamo gli uomini che pensano unicamente al proprio tornaconto, mentre proviamo simpatia per coloro che si sforzano di essere utili al prossimo. [208] Ma qui bisogna cercare di non dare l’impressione di esaltare eccessivamente i meriti e la gloria, cose tanto esposte al morso dell’invidia, di coloro per i quali vogliamo suscitare l’amore a causa delle loro belle imprese; e attraverso queste medesime fonti potremo riversare odio contro gli altri e rimuoverlo da noi e dai nostri clienti; ed esse dovranno essere trattate tanto nell’eccitare quanto nel calmare lira; infatti, se tu accresci la gravità di un fatto che risulta dannoso o inutile ai tuoi ascoltatori, susciti odio, se accresci la gravità di un fatto che risulta dannoso agli uomini dabbene o a coloro che non meritavano affatto di essere danneggiati o allo Stato, allora, se anche non susciti un odio tanto profondo, tuttavia un senso di avversione non dissimile dall’invidia o dall’odio;[209] allo stesso modo la paura si suscita facendo leva sui pericoli personali degli stessi ascoltatori o su pericoli comuni: la paura per i pericoli personali è più forte; però anche la paura derivante da pericoli comuni deve ricondotta allo stesso tipo.

[LII] Lo stesso preciso discorso si può fare per la speranza, la gioia e l’antipatia; per ciò che concerne il sentimento dell’invidia, inclinerei a credere che sia di gran lunga il più forte di tutti, e che si faccia molto maggiore fatica a reprimerlo che a eccitarlo. Gli uomini provano invidia soprattutto per gli eguali o gli inferiori, quando notano con dispiacere che si sono innalzati troppo in alto, mentre essi sono rimasti in basso; ma sogliono invidiare, e non poco, anche i superiori, specialmente se si vantano eccessivamente e se, per la forza delle loro cariche della loro fortuna si credono autorizzati a trasgredire le leggi della comune umanità; e se noi vogliamo suscitare questo sentimento d’invidia, dobbiamo dire soprattutto che quegli onori non sono frutto di virtù, ma di colpe e di cattive azioni; se poi tali onori risultano immuni da macchie e piuttosto rilevanti, diremo che essi sono superati dall’arroganza e dalla odiosità; [210] per sedare l’invidia, diremo che quegli stati ottenuti - grande fatica e attraverso grossi rischi e che non si è avuto di mira il vantaggio personale, ma il vantaggio della comunità; quanto alla gloria che può esserne derivata, quantunque essa sia un ben meritato premio del pericolo, il nostro cliente non se ne compiace, ma la rifiuta e rigetta; e siccome gli invidiosi sono parecchi e il vizio dell’invidia è molto comune e diffuso, perché una posizione sicura e brillante non può non suscitare l’invidia, bisogna sforzarsi perché sia abbassato il concetto di fortuna, mostrando che questa fortuna, che tiene un posto tanto alto nell’opinione degli uomini, è congiunta a travagli e miserie. [211] Infine si suscita la pietà, otteniamo che l’ascoltatore veda nelle tristi vicende che gli esponiamo qualche cosa di simile a quello che egli ha sofferto o teme di soffrire, in modo che, guardando ai di un altro, sia portato a pensare a se stesso; in verità, se le singole vicende delle umane sventure provocano sincero dolore, qualora vengano esposte con tono patetico, - allora la virtù abbattuta ed affranta riesce sommamente dolorosa.
E come la parte del discorso, in cui l’oratore, facendo appello a una vita onestamente vissuta, difende la sua figura di uomo dabbene, deve essere, come spesso ho detto, dolce e mite, così la parte che viene da lui usata per commuovere gli animi e piegarli ad ogni costo, deve essere accesa e impetuosa. [LIII] [212] Ma fra questi due generi, dei quali uno deve, a nostro avviso, essere dolce e l’altro impetuoso, c’è una certa somiglianza difficile a distinguersi: occorre infatti che un po’ di quella dolcezza che ci concilia la simpatia degli ascoltatori passi in quella forza impetuosa con cui li eccitiamo, e che un po’ di questa forza passi talvolta in quella dolcezza; nessun discorso è meglio contemperato di quello in cui l’asprezza della discussione è mitigata dalla gentilezza propria dell’oratore e la mitezza di un discorso conciliativo è rafforzata da una certa fermezza ed asprezza. [213] In ambedue i generi, e in quello che richiede forza e calore e in quello che serve a far conoscere la vita e il carattere, gli inizi debbono essere lenti e le parti finali allo stesso modo ritardate e prolungate. Non bisogna affrontare sùbito questa parte del discorso, infatti è interamente estranea alla causa, e i giudici vogliono prima essere informati su ciò su cui debbono dare il loro giudizio, né abbandonarla sùbito, una volta che si è mi-ziata: [214] in realtà, mentre un’argomentazione è compresa sùbito, nell’atto stesso in cui essa è presentata, tanto che se ne chiede un’altra e poi un’altra, non si può dire lo stesso dei sentimenti di pietà o d’invidia o d’ira, che non possono essere suscitati sùbito nell’animo dell’ascoltatore: l’argomentazione trova una conferma nell’intelligenza dei giudici, e fa sùbito presa nell’atto in cui viene enunciata; al contrario, quell’altro genere di linguaggio non richiede la comprensione del giudice, ma piuttosto la sua commozione, che non si può ottenere senza un discorso lungo, vario e copioso e senza un’adeguata vivacità di esposizione; [215] perciò coloro che parlano brevemente o con tono tranquillo possono istruire il giudice, ma non commuoverlo: e la commozione è tutto.
Dunque è chiaro che dalle medesime fonti si possono derivare argomenti che si possono usare pro e contro. Le argomentazioni degli avversari si possono respingere o confutando le prove che vengono addotte a sostegno di esse o dimostrando che le conclusioni a cui quelli vogliono arrivare non discendono dalle premesse e non ne costituiscono la conseguenza, o se così non si riesce a respingerle, bisogna rivolgere contro di esse delle prove più forti o almeno egualmente forti. [216] In quanto poi a quei discorsi, che gli avversari fanno o in tono mite, per conciliarsi la benevolenza, o con calore, allo scopo di commuovere gli animi, essi debbono essere respinti per mezzo di sentimenti contrari, modo che l’amore sia annullato con l’odio e la compassione con l’ostilità. [LIV] Piacevoli e spesso anche molto utili sono i motteggi e le facezie; anche se tutte le altre norme si possono apprendere con l’insegnamento, queste sono indubbiamente prerogativa della natura e quindi sfuggono a una precisa regolamentazione; siccome in questo campo tu, o Cesare, superi a mio giudizio, di gran lunga, tutti gli altri, nessuno è più indicato di te a dimostrare che non esiste un’arte delle facezie, o, se esiste, a insegnarcela. [217] Io veramente, disse Cesare, ritengo che sia più facile per un uomo di spirito parlare su qualsiasi altro argomento piuttosto che sulle facezie. Avendo visto nel passato certi libri greci intitolati Sul riso, avevo sperato di potere apprendere da essi qualcosa; ebbene, vi ho trovato molti matti scherzosi pungenti dei Greci -è noto infatti che in questo genere eccellono i Siculi, i Rodiesi, i Bizantini e, più di tutti, gli Attici -; però coloro che hanno tentato di dettare le norme teoriche di questa disciplina si sono rivelati così insulsi, che la sola cosa a far ridere è la loro insulsaggine; [218] sono perciò del parere che questa materia non possa in nessun modo costituire una scienza.
Due sono i generi delle facezie: quello sparso con eguale uniformità per tutto il discorso quello pungente e rapido, il primo è chiamato dagli antichi umorismo, il secondo mordacità. Ambedue i generi hanno un nome futile. Dal momento che l’arte del far ridere è cosa futile. [219] Tuttavia, io ho notato che nelle cause i motti di spirito e le facezie spesso, come tu, o Antonio affermi, sono riusciti utili. Certo che il genere dell’arguzia continua e ininterrotta non richiede arte alcuna, (perché chi è capace di suscitare il riso, imitando, trae tale sua abilità dalla natura e trova un valido aiuto nello stesso volto, nella stessa voce e nello stesso tono del discorso) orbene, ammetteremo l’arte trovi qualche giustificazione nell’altro genere, quello della mordacità dove il frizzo uscito di bocca deve necessariamente aver colpito l’avversario, prima che appaia che abbia potuto essere pensato? [220] Quale aiuto avrebbe potuto trovare nell’arte questo mio fratello, quando a Filippo, che gli chiedeva perché mai latrasse, rispose che vedeva un ladro? Quale aiuto avrebbe potuto trovare Crasso - ogni suo discorso, per esempio in quello contro Scevola davanti Centumviri o in quello in cui difendeva Cn Plancio contro l’accusatore Bruto? Ciò che tu, o Antonio, attribuisci a me, deve essere attribuito per universale giudizio a Crasso: egli infatti è forse il solo che sa eccellere in ambedue i generi del ridicolo, sia in quello che si distende per tutto il discorso, sia in quello delle rapide frecciate. [221] Infatti il discorso che egli tenne in difesa di Curio contro Scevola fu tutto una fioritura di frasi ilari e scherzose: si astenne dai rapidi motteggi, perché voleva rispettare la dignità dell’avversario e conservare nello stesso tempo la propria; e veramente è estremamente difficile per gli uomini f aceti e mordaci avere riguardo per le persone e le circostanze e rinunziare a servirsi di un felicissimo motto di spirito, quando se ne presenti l’occasione; pertanto alcuni uomini di spirito dànno una spiegazione intelligente di questo fatto;[222] essi dicono che nell’affermazione di Ennio: è più facile per un sapiente spegnere una fiamma nella bocca infuocata che tener fermi dei buoni detti , bisogna naturalmente intendere per buoni detti di spirito: oggi con termine appropriato vengono senz’altro chiamati detti [LV] Mentre nella causa di Scevola Crasso seppe rinunziare ai motteggi, conducendo tutto il dibattimento secondo quell’altro genere, in cui non cera nessuna punta offensiva, nella causa di Bruto, che egli odiava e giudicava degno di offesa, fece ricorso alluno e all’altro genere.
[223] Quante cose disse sui bagni, che quello aveva venduto prima, quante cose sulla dilapidazione del patrimonio! E che dire di certe sue rapide frecciate! Infatti, avendo quello detto che sudava senza un motivo: Nient’affatto obiettò, sei uscito or ora dai bagni! Innumerevoli furono le battute come questa, ma non meno piacevole riuscì il discorso basato sullo scherzo diffuso e continuato: avendo Bruto chiamato due lettori avendo dato da leggere ad uno il discorso di Crasso sulla colonia Narbonense, e all’altro il discorso sulla legge Servilia, ove vi erano evidenti contraddizioni in materia politica, questo nostro amico con una spiritosissima trovata fece leggere da tre uomini certe frasi dei tre libri sul diritto civile del padre di Bruto. [224] Dal libro I: per caso avvenne che ci trovassimo nel fondo di Priverno. O Bruto, tuo padre attesta di averti lasciato il fondo di Priverno. Poi dal libro II: io e mio figlio Marco eravamo nel fondo di Alba. Evidentemente, quell’uomo, che fu tra i più saggi della nostra città, conosceva bene questa voragine; non voleva che, quando il figlio fosse rimasto sul lastrico, si pensasse che non avesse ereditato nulla. Infine dal libro III, in cui concludeva l’opera infatti sono tre i libri autentici di Bruto, come ho sentito affermare da Scevola-per caso io e mio figlio Marco ci fermammo nel fondo di Tivoli. Dove sono, o Bruto, questi fondi, che il padre ti ha lasciato, come risulta da pubblici documenti? Se egli non avesse avuto in te un figlio già adolescente, avrebbe composto un quarto libro e avrebbe lasciato scritto anche questo, che si era lavato nei bagni insieme al figlio. [225] Pertanto chi oserebbe affermare che Bruto sia stato danneggiato meno da questa lepidezza e da queste facezie che da quei tremendi assalti che il medesimo Crasso seppe sferrare in occasione del funerale di Giunia, ava di Giunio, che fu celebrato per caso nello stesso giorno del processo? Per gli dèi immortali quale e quanta veemenza! E come giunse inaspettata! E improvvisa! Puntandogli addosso gli occhi, minacciandolo con tutti i suoi gesti, usando un tono estremamente serio e deciso gli gridò: O Bruto, perché stai seduto? Che cosa vuoi che quella vecchia annunzi al padre tuo? e a tutti coloro dei quali vedi portare innanzi le immagini? Che cosa ai tuoi antenati? Che cosa a L Bruto, a colui che liberò questo popolo dalla dominazione regia? Che dovrà dire che tu fai? A quale negozio, a quale gloria, a quale virtù dirà che tu attendi? Dovrà dire che tu ti stai occupando dell’accrescimento del patrimonio? Ma una tale attività non si addice alla nobiltà.
[226] Ma supponi che si addica: non ti rimane più nulla; I tuoi vizi hanno distrutto ogni cosa! Che ti occupi di diritto civile? la professione di tuo padre. Ma essa dirà che tu, quando vendesti la casa, non ti sei riservata tra i beni mobili neppure la cattedra di tuo padre. O di arte militare? Tu che non hai mai visto un accampamento! O di eloquenza? Veramente non ne sei capace, e poi hai consacrato ogni tua voce e ogni tua sillaba a quest’infame mestiere di delatore! E osi guardare la luce? Osi guardare la gente? Osi aggirarti nel foro, al cospetto dei tuoi concittadini? Non temi quella povera morta e le stesse immagini? Non solo non hai voluto imitare i tuoi antenati, ma non ti è rimasto neppure un angolo, ove conservare le loro immagini [LIV] [227] Ma questi sono sfoghi drammatici e sublimi; in quanto a frasi scherzose e spiritose, ne troverete un numero enorme: basta che pensiate a una sola delle sue orazioni; non c è mai stato un discorso più vigoroso, né un discorso al popolo più solenne quanto quello che egli ha pronunziato ultimamente contro il suo collega nella censura, e nello stesso tempo più condito di lepidezza e amabilità! Perciò io condivido, o Antonio, entrambi i tuoi giudizi, che il ridicolo spesso riesce molto utile nel discorso e che per esso non si possono in alcun modo dettare norme precise: mi stupisce pero il fatto che tu tenga in così gran conto le mie facezie, e non voglia attribuire anche in questo campo la palma a Crasso. [228] Allora Antonio rispose avrei fatto proprio così, se non sentissi di tanto in tanto per questo fatto una certa invidia per Crasso ; infatti se per un uomo faceto e spiritoso noi non sentiamo alcuna invidia per l’uomo che sia il più amabile e il più fine e nello stesso tempo il più autorevole ed austero cosa che si può riscontrare solo in Crasso non possiamo fare a meno di provare una forte invidia.
[229] A questo punto mettendosi Crasso a ridere, Antonio così disse, tu avendo affermato o Giulio che non esiste un’arte delle facezie, ci hai rivelato un fatto, che mi sembra tutt’altro che trascurabile: hai detto che bisogna avere riguardo alle persone, alle circostanze e al momento, affinché lo scherzo non divenga volgarità: cosa a cui Crasso bada più che ad ogni altra. Ma questo è un precetto che riguarda il modo di evitare le facezie, quando sono del tutto inopportune; noi invece stiamo indagando in che modo dobbiamo farne uso, quando sono opportune: per esempio quando si prende di mira un avversario, specialmente se si spera di mettere in ridicolo la sua dabbenaggine o un teste sciocco, parziale e privo di serietà, se gli uditori si mostreranno propensi ad ascoltare. [230] Sono molto più apprezzabili le facezie che noi diciamo provocati, di quelle che diciamo di nostra iniziativa; e questo non solo perché la pronta risposta rivela una maggiore prontezza di spirito, ma anche perché il rispondere è proprio dell’uomo: infatti si può pensare che noi non avremmo risposto, se non fossimo stati provocati; così è avvenuto nel discorso, di cui ci stiamo occupando: non c’è stata una sola battuta spiritosa di Crasso, che non sia stata provocata dall’avversario; e poi Domizio era un uomo tanto serio e autorevole, che doveva sembrare più facile svuotare le sue accuse con la lepidezza che tentare di confutarle con una serrata discussione. [LVII][231] A questo punto Sulpicio: E che? Disse dunque permetteremo che Cesare che, per quanto voglia concedere le facezie a Crasso, tuttavia coltiva con molto maggiore interesse quest’arte, sia esonerato dal compito di illustrarci le forme e l’origine di tutto questo genere del ridicolo; proprio lui, che ha dichiarato apertamente che l’arguzia e i motteggi hanno un enorme efficacia e utilità? Ma io ribatté Giulio sono pienamente d’accordo con Antonio, che nega l’esistenza di un’arte del ridicolo.
[232] Siccome Sulpicio non fece alcuna obiezione, intervenne Crasso, e disse: come se tutto ciò, di cui Antonio sta parlando da un pezzo, appartenesse a una vera e propria arte: come egli stesso ha detto, si tratta solo di considerazioni generali, che si possono fare intorno a quei fatti, che possono riuscire utili nel discorso; se bastassero queste a rendere gli uomini eloquenti, tutti gli uomini sarebbero eloquenti. Chi non sarebbe capace d’impadronirsene con facilità o almeno in qualche misura? L’efficacia e l’utilità di questi precetti è questa, a mio avviso: essi non servono a farci trovare per mezzo di regole ciò che dobbiamo dire, ma a farci riconoscere come buoni o cattivi queì risultati che abbiamo ottenuto per merito della nostra indole o dello studio o della pratica, dopo che abbiamo imparato a quale scopo essi debbono mirare. [233] Perciò anch’io ti prego, o Cesare, di dirci, se non ti dispiace, il tuo pensiero su tutto questo genere del ridicolo, affinché, come voi volevate, non appaia trascurata, in una riunione così importante e in una discussione così approfondita, nessuna questione connessa coll’arte del dire. E Cesare di rimando: dal momento che tu, o Crasso, vuoi che ogni commensale paghi la sua quota, io non voglio, non pagando la mia, autorizzarti ad accampare una scusa per un rifiuto. Veramente io soglio spesso stupirmi cli fronte all’impudenza di coloro che osano calcare la scena, quando in teatro siede come spettatore Roscio: essi infatti non potranno fare un gesto senza che egli non ne noti i difetti. Così io ora per la prima volta parlerò delle facezie davanti a Grasso e, come il maiale del proverbio vorrò fare da maestro a quell’oratore, al cui confronto, come ha detto Catulo che l’ha recentemente sentito, tutti gli altri dovrebbero mangiare il fieno.
[234] E Crasso allora disse: Catulo scherzava; lui che parla così bene, da sembrare degno di essere nutrito di ambrosia. Ora, ascoltiamo te, o Cesare, per potere poi ascoltare il resto del discorso di Antonio. E Antonio: in verità mi resta poco, come sono stanco del faticoso cammino del mio discorso, mi riposerà nel discorso di Cesare come in un comodissimo albergo. [LVIII] Temo però, rispose Giulio, che troverai il mio albergo troppo ospitale; infatti appena lo avrai gustato un poco, ti caccerò via e ti metterà alla porta. [235] Per non farvi perdere troppo tempo, vi esporrò molto brevemente il mio pensiero su tutto questo argomento. Cinque sono le questioni che dobbiamo esaminare in materia di riso: la prima riguarda la sua essenza; la seconda la sua origine; la terza la convenienza per un oratore di suscitare il riso; la quarta i limiti di esso; la quinta le varie specie del ridicolo. Quanto alla prima, cioè che cosa sia il riso in sé, da che cosa sia provocato, dove abbia la sua sede, che modo nasca e scoppi così improvvisamente, che pur desiderando frenarlo e in che modo invada simultaneamente fianchi, bocca, vene, occhi e volto, lo vedrà Democrito; ai fini della nostra conversazione il problema non c’interessa, e se anche c’interessasse, mi vergognerei di ignorare ciò che ignorano perfino quelli che si vantano di conoscerlo. [236] La fonte e, per dir così, il dominio del ridicolo era questa la seconda questione consistono in una certa bruttezza e deformità: infatti fanno ridere o unicamente o massimamente quelle cose che colpiscono o indicano una certa sconcezza, non sconcia. E per venire alla terza questione, io dico che indubbiamente all’oratore provocare il riso, perché la stessa ilarità concilia la benevolenza a colui che la suscita, sia perché tutti ammirano l’acutezza che spesso è contenuta in una parola, soprattutto quando è detta da uno che si difende, ma talvolta anche da uno che attacca, perché il ridicolo abbatte l’avversario, lo confonde, lo scredita, lo intimidisce, lo confuta, e nello stesso tempo mette in evidenza la finezza, la cultura e la prontezza di spirito dell’oratore; oppure la ragione principale poi è questa, che il ridicolo mitiga e allenta la rigidezza e la severità, e spesso risolve con la facezia e il riso delle situazioni imbarazzanti, che difficilmente si potrebbero risolvere discussione.
[237] Bisogna ora esaminare con la massima diligenza questa costituisce la quarta questione quali siano per l’oratore i limiti del ridicolo. Infatti non si ride quando è presa di mira una enorme e criminosa malvagità e neppure un’estrema miseria: gli uomini vogliono che i delinquenti siano colpiti da una forza maggiore di quella del riso e che gli infelici siano risparmiati, a meno che non mostrino di vantarsi; bisogna poi avere un particolare riguardo per gli affetti degli uomini, per non parlar male di coloro che sono amati. [LIX] [238] Questa moderazione è dunque la cosa a cui bisogna soprattutto badare in materia di facezie; pertanto le facezie più sicure sono quelle che riguardano episodi che non sono esposti né a un eccessivo odio né a una eccessiva pietà; per la qual cosa il dominio del ridicolo, quindi, consiste in quei difetti che si riscontrano nella vita degli uomini, che non sono né cari al popolo, né oppressi da sventure, né degni di essere portati al supplizio per i loro delitti: sono questi i difetti che fanno ridere, se sono colpiti con intelligenza. [239] Anche le deformità e i difetti fisici possono prestare ottima materia di riso; però bisogna sapere osservare la resto, che è essenziale in tutte le cose; in questo campo non solo si consiglia all’oratore di rinunziare a tutto ciò che risulterebbe insulso, ma egli deve anche evitare, qualora sia in grado di esporre fatti sommamente ridicoli, le scurrilità e le buffonerie. Di che specie siano queste volgarità, lo vedremo meglio quando parleremo dei generi del ridicolo. Le facezie sono di due tipi dei quali uno è basato sui fatti e l’altro sulle parole: [240] siamo nel campo dei fatti, quando si espone un aneddoto, come se si trattasse di una favola, come quella volta che tu, o Crasso, parlando contro Memmio, dicesti che aveva divorato un braccio di Largio, nel corso di una rissa avvenuta a Terracina a causa di una donnetta: fu un racconto spiritoso, ma, a dire il vero, inventato da te di sana pianta: vi aggiungesti un codicillo: per tutta Terracina erano state trovate, scritte su ogni parete, queste lettere L L L M M: avendo tu domandato che cosa esse significassero, un vecchio del luogo ti rispose: il mordace Memmio ha fatto scempio del braccio di Largio.
[241] Voi vedete come un simile genere di facezie sia arguto, fine ed efficace, sia che tu esponga un fatto realmente accaduto, ma che però deve essere condito di piccole bugie, sia che tu esponga un fatto del tutto inventato. Il pregio di questo tipo di facezie consiste nell’esporre le cose in modo tale da esprimere perfettamente i costumi, il modo di parlare e gli atteggiamenti del viso di colui di cui si parla, così coloro che ascoltano credono che proprio allora vengono compiuti e avvengono quei determinati fatti. [242] Il ridicolo basato sui fatti si ha anche quando si fa derivare da una caricatura, come quando lo stesso Crasso disse: per la tua nobiltà, per la vostra famiglia. Che altro fece ridere l’intera assemblea, se non quella imitazione del volto e della voce? Per le tue statue! Quando poi disse ciò, allungato il braccio, accennò anche un gesto, tutti ridemmo ancora più forte. A questo genere appartiene quella famosa imitazione del vecchio fatta da Roscio: io pianto queste piante per te, o Antifone, quando lo sento, mi sembra di sentire la vecchiaia in persona. Tutto il ridicolo di questo genere è tale, che deve essere trattato col massimo riguardo; se limitazione è eccessiva, diventa materia da mimi etologi, come l’oscenità. L’oratore deve solo accennare limitazione, affinché colui che ascolta possa pensare più cli quel che vede: egli deve inoltre mostrare il suo senso del decoro e il suo pudore con l’evitare il turpe linguaggio e i soggetti sconci. [LX] [243] Sono questi, dunque, i due generi del ridicolo che hanno il loro fondamento nei fatti e si prestano benissimo alle facezie continuate, in cui sono rappresentati i costumi degli uomini in maniera tale, che noi possiamo comprenderli appieno, attraverso il racconto di qualche episodio, o scoprirli in qualche loro buffissimo difetto, attraverso una caricatura appena abbozzata.
[244] Il ridicolo basato sulle parole è quello provocato da una certa acutezza di parole o di pensieri; come nel genere precedente, costituito da un racconto o da una imitazione, l’oratore deve cercare di non rassomigliare ai mimi etologi, così in questo deve evitare con la massima cura la buffoneria scurrile. Come potremo distinguere da Crasso, da Catulo e da tutti coloro che ad essì somigliano, il vostro amico Granio o il mio amico Vargula? Non saprei proprio dirlo: sono davvero spiritosi, e Granio più di tutti. A mio avviso, la prima cosa a cui bisogna badare è questa: non dobbiamo sentirci obbligati a pronunziare un motto spiritoso, tutte le volte che se ne presenta l’occasione. [245] Si fa avanti un testimone piccolino. Posso interrogarlo? Domanda Filippo. Il giudice risponde subito: Si, purché tu faccia presto. E Filippo ribattendo: Non avrai motivo di rimproverarmi: gli farò una domanda piccola piccola. Una risposta arguta. Ma il giudice era L Aunifice, un uomo ancora più piccolo del testimone: tutte le risate si rivolsero al giudice: così il detto spiritoso riuscì infelice e volgare. É quindi evidente che quando i frizzi possono colpire persone che noi non vorremmo, anche se sono felici, diventano per la loro stessa natura volgari; [246] pensiamo per esempio ad Appio: si vanta di essere spiritoso e certamente lo è, ma talvolta cade in questo difetto di scurrilità. Disse una volta al mio amico C Sestio, che è guercio: Cenerò con te: vedo che c’è posto per uno. Fu una frase infelice: Appio fu insolente senza motivo e disse cose che si possono adattare a ogni guercio; queste cose fanno ridere meno, perché dànno l’impressione di essere meditati: ottima e improvvisata fu invece la risposta di Sestio: Lavati le mani, se vuoi venire a cena con me.
[247] La tempestività, il garbo e la moderazione dell’arguzia uniti alla sobrietà dei frizzi distinguono l’oratore dal buffone, e un altro elemento di distinzione è rappresentato dal fatto che l’oratore si serve dell’arguzia quando c’è una ragione, non per apparire spiritoso, ma per trarne qualche vantaggio, mentre il buffone lo fa in continuazione e senza un valido motivo. Qual vantaggio ottenne Vargula, quando disse al candidato A Sempronio, che si era presentato a lui insieme al proprio fratello Marco e lo aveva abbracciato: O schiavo, caccia via le mosche? Egli mirava a provocare il riso, che, a mio parere, è il più modesto frutto dell’ingegno. Dobbiamo usare saggezza e prudenza, per saper cogliere il momento giusto per un’arguzia: qualità, purtroppo, che non ci vengono insegnate da una scienza. Ma ci vengono fornite dalla natura