Traduzione De oratore, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 41-50

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 02; paragrafi 41-50 dell'opera De oratore di Marco Tullio Cicerone

DE ORATORE: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 41-50

[XLI] [174] Queste prove sono state dette da me nella maniera più breve che ho potuto spiegare; come colui che vuole mostrare a qualcuno dell’oro nascosto in diversi posti, basta che gli dia un’indicazione dei luoghi perché costui, riconosciuti i luoghi, possa cavarlo fuori e trovare con poca fatica e senza errore ciò che gli interessa, così io ho dato una traccia degli argomenti, attraverso la quale colui che vuole trovarli possa farlo; gli altri si possono dedurre con la diligenza e la riflessione;[175] per trovare poi il genere di argomenti più adatto a ciascun tipo di causa, non occorre una dottrina eccezionale; un uomo qualunque di normali capacità può dare su di essi un giudizio; né io intendo in questo momento espone una teoria completa dell’eloquenza, ma comunicare a persone fornite di una elevata cultura certe norme, per dir così, tratte dalla mia esperienza. Con queste fonti di argomenti ben piantate nella mente e nel pensiero, cavandole fuori in ogni tema che venga proposto alla discussione, l’oratore saprà sempre, non solo nei dibattimenti giudiziari, ma in ogni occasione, nessuna esclusa, trovare ciò che farà al caso suo. [176] Se poi otterrà di apparire tale quale egli desidera, e se gli riuscirà di commuovere gli animi degli ascoltatori in modo da poterli condurre o trascinare dove egli vorrà, allora veramente non gli mancherà nulla per essere un perfetto oratore. Ora è evidente che a nulla vale trovare gli argomenti, se non si sa esporli; [177] l’esposizione deve essere varia, affinché colui che ci ascolta non scopra l’artificio o non si stanchi per la noia derivante dalla somiglianza delle cose esposte: è opportuno dichiarare prima la tesi e darne le ragioni; dalle medesime fonti di argomenti è utile talvolta trarre le conclusioni, talvolta lasciare andare e passare ad altro; spesso giova non fare alcuna dichiarazione di tesi e mostrare attraverso la presentazione delle prove ciò che si sarebbe dovuto proporre; se presenti due casi simili, innanzi tutto dovrai illustrare il primo caso e poi aggiungere ciò di cui stai trattando; i punti di passaggio tra un argomento e l’altro spesso è utile celarli perché nessuno possa contarli, in modo che appaiano distinti nella realtà e strettamente uniti nel discorso. [XLII][178] Io tratto questa materia piuttosto rapidamente come può fare un uomo di modesta cultura davanti a uomini dotti, per arrivare alla svelta a quegli argomenti che più ci interessano: nell’eloquenza non c’è nulla, o Catulo, di più importante per l’oratore che acquistarsi la simpatia degli uditori e fare in modo che essi siano talmente commossi, da giudicare non attraverso un giudizio ponderato della mente, ma sotto la spinta di un impetuoso movimento dell’animo: gli uomini, infatti, giudicano più con odio o con amore o con desiderio o con ira o con dolore o con gioia o con speranza o con timore o con errore o con qualche altro sentimento dell’animo che dalla verità o da un’ordinanza o da un principio giuridico o da una norma del tribunale o dalle leggi. [179] Perciò, se siete d’accordo, passiamo a quegli argomenti che ci interessano. Mi sembra, o Antonio, disse Catulo, che nella tua esposizione n prima che tu parta per raggiungere la meta bisognerebbe che ce la illustrassi. Che? disse Antonio. E Catulo di rimando: vorremmo sapere qual è l’ordine e la disposizione degli argomenti, che tu ci consigli di usare, materia in cui tu mi sei sempre sembrato un insuperato maestro. [180] Guarda, o Catulo, rispose Antonio, come sono maestro in questa materia: non ci avrei pensato, se non me l’avessi ricordato; puoi dunque credermi quando ti dico che, se io ottengo qualche risultato nei miei discorsi, lo soglio ottenere grazie alla pratica o piuttosto al caso. Questo requisito, che io volevo trascurare, come si fa con una persona sconosciuta, appunto perché lo ignoravo, è tanto importante nell’arte del dire, da racchiudere in sé il segreto del successo; ma mi sembra però che tu mi chieda prima del tempo la trattazione delle norme che a ordinare e a disporre gli argomenti; [181] infatti se avessi posto tutta la forza dell’oratore nell’argomentazione e nella dimostrazione delle prove, ora sarebbe il momento di parlare dell’ordine e della disposizione degli argomenti; ma essendo, come ho detto, tre gli elementi dell’eloquenza, e avendo io parlato di uno solo , mi conviene parlare degli altri due , prima di discutere dell’ordine da dare a tutto i discorso. [XLIII] [182] Il successo in una causa dipende in non piccola parte dal buon nome che si sono acquistati l’avvocato e il suo cliente con i loro costumi, i loro principi morali, le loro azioni e la loro stessa vita e dalla cattiva fama degli avversari; molto contribuisce pure la disposizione pronta e decisa dei giudici alla benevolenza, sia verso l’oratore che il suo cliente. L’oratore si acquista la simpatia del giudice col prestigio, col ricordo delle opere compiute, con la serietà della vita: cose che è più facile esaltare se esistono, che inventare se non esistono. Gli saranno utili anche la dolcezza della voce, la serietà del volto, la gentilezza del linguaggio: se deve insistere su una cosa con una certa asprezza, faccia in modo da sembrare che vi è stato costretto suo malgrado. Giova molto mostrarsi affabile, generoso, mite, sensibile all’affetto, riconoscente, non ingordo né avido? Queste doti, che sono proprie degli uomini dabbene, modesti, miti, non ostinati, remissivi e gentili attirano la simpatia in maniera incredibile e fanno sì che noi sentiamo una certa ripugnanza verso coloro che ne sono privi; così bisogna fare carico agli avversari delle qualità opposte. [183] Ma questo tipo di discorso ha grande importanza soprattutto in quelle cause ove non occorre eccitare l’animo del giudice con un fiero e forte impulso; non sempre si richiede un discorso forte; spesso un discorso calmo, dimesso, mite serve benissimo a difendere la causa del reo. Io chiamo così non solo colui che è citato in giudizio, ma ogni uomo sui cui interessi si discuta in tribunale: così si esprimevano i nostri vecchi. [184] di sicuro effetto descrivere per mezzo della parola i costumi giusti onesti, scrupolosi, modesti, tolleranti delle offese del cliente; tale procedimento riesce particolarmente efficace tanto all’inizio del discorso che nella narrazione dei fatti e nella perorazione, se l’oratore agisce con garbo e sensibilità, tanto che spesso esso vale più che la bontà stessa della causa. Tanto l’effetto che si produce con un certo atteggiamento e maniera di parlare, che si potrebbe dire che la parola rappresenti i costumi dell’oratore: infatti un determinato genere di concetti e di parole unito a un modo di porgere sobrio e moderato noi otteniamo di apparire uomini onesti ben costumati e dabbene. [XLIV][185] A questa maniera di parlare si aggiunge quell’altra ben diversa, che in modo diverso commuove gli animi dei giudici, spingendoli a odiare o ad amare o a essere ostili o ad assolvere o a temere o a sperare o a provare simpatia, avversione, gioia, dolore, compassione, desiderio di punizione e tutti quegli altri sentimenti affini a questi. [186] Certo, l’oratore deve augurarsi che i giudici portino nella causa spontaneamente un senso di benevolenza favorevole alla sua tesi: infatti è più facile, come si suoi dire, eccitare chi già corre che smuovere un pigro; quando io mi comporto come il medico diligente, prima di somministrare il farmaco all’ammalato, ha il dovere di studiare non solo la malattia, ma anche le abitudini di vita la costituzione fisica che quello aveva da sano, così, quando mi accingo ad agire sugli animi dei giudici, in una causa di esito incerto e difficile, io mi applico con tutta la forza della mia mente a comprendere meglio che posso i loro sentimenti, le loro opinioni, le loro aspettative e i loro desideri, e a vedere dove, a mio parere, possano più facilmente essere condotti col mio discorso. [187] Se si arrendono e, come ho già detto, tendono chiaramente, da se stessi, al luogo ove io li spingo, accetto ciò che mi viene offerto e spingo la mia nave a seconda del favore del vento; invece il giudice è indifferente e freddo, la fatica perché bisogna suscitare tutti i sentimenti per mezzo della parola, senza alcun aiuto da parte della natura. Ma è tanta la forza della parola, che un valente poeta ha chiamato piegatrice di anime e regina di tutte le cose che non solo è capace di accogliere colui che vacilla o di piegare colui che rimane immobile ai suo posto, ma anche di fare prigioniero, come un forte e valoroso generale, colui che combatte resiste. [XLV] [188] questa abilità che Crasso prima, scherzando, pretendeva che io illustrassi, dicendo che in essa io soglio essere invincibile, e lodando l’uso che ne ho fatto nella causa di Manio Aquilio, di Gaio Norbano e di vari altri imputati, come se avessi fatto una cosa eccezionale: in verità, o Crasso, quando tu in un processo fai ricorso ad essa, mi metti paura: tanta è la forza, tanto l’impeto e la passione che scaturiscono dai tuoi occhi, tuo volto, dai tuoi gesti e dalle tue stesse dita; il tuo linguaggio dignitoso e sceltissimo travolge come un fiume; i concetti che esponi sono così schietti, così nuovi, così semplici e naturali, che mi dai l’impressione non solo di infiammare iì giudice, ma di essere infiammato tu stesso. [189] Non è possibile che colui che ascolta provi dolore, odio, invidia, timore e che sia indotto al pianto e alla pietà, se questi sentimenti, che l’oratore vuole suscitare nel cuore del giudice, non saranno impressi profondamente nel suo cuore. Se poi il dolore dell’oratore dovesse essere fittizio, se in un discorso di questo genere non ci fosse ombra di schiettezza e di sincerità, allora noi dovremmo andare cerca di un’arte ben più grande: ora, io non so che cosa càpiti a te, o Crasso, e che cosa agli altri; in quanto a me e veramente non ho alcun motivo di mentire alla presenza di uomini tanto saggi e a me cari vi assicuro che io non ho mai cercato di suscitare nei giudici, col mio discorso, sentimenti di dolore o di pietà o di invidia o di odio, essere io stesso pervaso, nell’atto di voler giudici, da quegli stessi sentimenti che volevo infondere loro; [190] non è facile ottenere che il giudice si adiri contro chi tu vuoi, se tu ti mostri freddo nei riguardi della causa; né che egli odi chi tu vuoi, se non avrà visto prima te stesso infiammato di odio; né sarà indotto alla pietà, se non gli avrai mostrato chiaramente il tuo dolore con le parole, i pensieri, la voce, il volto, e perfino le lagrime; infatti, come non c’è materia tanto infiammabile, che possa accendersi senza fuoco, così non c’è animo tanto disposto ad accogliere la foga dell’oratore, che possa infiammarsi, se l’oratore non si è accostato ad esso infiammato ed acceso [XLVI] [191] Perché non sembri cosa incredibile e strana che un uomo si abbandoni tante volte all’ira, al dolore e alla più violenta passione, soprattutto in relazione a fatti che non lo riguardano, si tenga presente che tanto grande è la forza di quelle idee e di quegli argomenti che l’oratore tratta e sviluppa nel suo discorso che egli non ha alcun bisogno di mentire né d’ingannare; infatti la natura stessa del discorso, che viene fatto per commuovere gli animi degli altri, commuove l’oratore ancor più di coloro che ascoltano. [192] Non dobbiamo stupirci se questo accade in una causa, nel tribunale, in un processo pericoloso per i nostri amici, in una fitta adunanza di popolo, nella città, nel foro, quando non solo è in gioco la nostra buona reputazione, veramente questa sarebbe una ragione di poco conto, benché non sia da trascurare del tutto per uno che ha dichiarato di poter fare ciò che pochi possono fare , ma ci sono anche dei motivi molto più importanti, come la nostra lealtà, il nostro senso del dovere e la nostra diligenza, che ci spingono a non considerare estranei coloro che difendiamo, anche se in realtà sono lontanissimi da noi, se vogliamo essere ritenuti dei galantuomini-[193] ma come dico, perchè un simile fatto non ci deve fare meraviglia, che cosa, infatti, ci può essere di più fittizio della poesia, del palcoscenico, del componimento drammatico? Eppure spesso io stesso ho visto in simili occasioni gli occhi dell’attore brillare attraverso la maschera, mentre recitava quei famosi versi; Hai osato tenerlo lontano da te e tornare a Salamina senza di lui? E non hai avuto paura della vista del padre? Tutte le volte che pronunziava la parola vista , a me sembrava di vedere Telamone stesso irato e infuriato per la morte del figlio; quando invece lo stesso attore con voce lamentevole recitava quei versi: Hai lacerato il cuore di un vecchio senza figli, lo hai privato della prole, lo hai distrutto: non ti sei curato né della morte del fratello, né del suo piccolo figlio che era stato affidato alla tua tutela mi sembrava proprio che piangesse; ora, se quell’attore, che pure recitava quei versi ogni giorno, non riusciva a recitarli senza commuoversi, come potete pensare che Pacuvio li abbia scritti con cuore calino e sereno? Non è possibile, in nessun modo. [194] Spesso ho sentito dire e sta scritto, come dicono, in Democrito e Platone che non vi può essere un vero poeta, il cui animo non sia acceso e pervaso, per dir così, dalla fiamma del furore. [XLVII] Come potete quindi pensare che io che, quando parlo, sono ben lontano dal rappresentare ed esprimere lontani eventi o lutti immaginari di mitici eroi e che non interpreto un personaggio, ma sostengo una parte che m’interessa direttamente, potessi battermi perché Manio Aquilio non fosse condannato all’esilio e potessi fare, nella perorazione di quella causa, tutto quello che feci, senza sentire un vero dolore: [195] vedendolo io affranto, avvilito, piangente, sull’orlo dell’estrema rovina quell’uomo che ricordavo che era stato console, che era stato onorato dai Senato col titolo di imperatore ed era salito al Campidoglio per festeggiare lovatio, per questo mi sentivo pervaso dalla pietà io stesso, ancor prima che tentassi di infonderla negli altri. Compresi che i giudici erano profondamente commossi, quando feci alzare il vecchio afflitto e negletto nella persona, e spinto non da un artificio, di cui non saprei cosa dire, ma da un forte impulso del mio animo e da un vivo dolore gli lacerai la tunica e misi a nudo le sue cicatrici. [196] E quando, rivolgendomi ripetute volte a C Mario, che sedeva li accanto a noi e accresceva col suo pianto la tristezza del mio discorso, gli raccomandai il collega e invocai il suo appoggio nella comune difesa della fortuna dei generali, quella mia esortazione alla pietà e quella implorazione agli dèi, agli uomini, ai cittadini e agli alleati non fu pronunziata senza lacrime e senza un vivo dolore; ora, se in tutto quello che in quell’occasione io dissi, non avessi mostrato un sincero dolore, non solo non avrei col mio discorso commosso i giudici, ma mi sarei esposta al ridicolo. Ecco, dunque, ciò che può insegnarvi, o Sulpicio, questo saggio e colto maestro: quando parlate, sappiate adirarvi, soffrire, piangere. [197] Per quanto io ho ben poco da insegnare a te, che nel sostenere l’accusa contro un uomo che era stato mio questore sapesti suscitare non solo con la tua parola, ma molto di più col tuo impeto e dolore e calore, tale incendio, che per estinguerlo, a stento io osavo avvicinarmi. In quella causa tu avevi tutti i vantaggi: tu mettevi davanti agli occhi dei giudici la violenza di Norbano, la fuga di Cepione, i sassi che gli furono lanciati contro, la crudeltà usata dai tribuni nella triste e penosa caduta di quell’uomo; inoltre tutti sapevano che M Emilio, capo del Senato e personaggio influentissimo nello Stato, era stato colpito da un sasso, e L Cotta e T Didio erano stati cacciati da un luogo sacro con la forza, mentre cercavano di opporsi alla legge col diritto di veto. [XLVIII] [198] Si aggiungeva il fatto che tu, che eri ancora giovane, facevi la figura di sostenere la causa dello Stato con sommo onore, mentre io, che ero stato censore, difficilmente potevo dimostrare che facevo bene a difendere un uomo sedizioso, che si era comportato con crudeltà nella disgrazia di un ex-console. I giudici erano tutti ottime persone, il foro era pieno di gente onesta: per me l’unico e debole sostegno era il fatto che difendevo un uomo che era stato mio questore. Come faccio qui a dirvi che io mi servii di una qualche arte? Vi esporrò ciò che feci: se ne rimanete contenti, collocate pure la mia difesa in qualche settore dell’arte retorica. [199] Io feci una esposizione dettagliata di tutte le sedizioni nelle loro varie specie, colpe e pericoli, passando in rassegna le varie epoche della nostra storia politica, e conclusi affermando che, sebbene tutte le sedizioni siano state sempre dannose, tuttavia alcune di esse sono state giuste e quasi necessarie. Poi feci quello che Crasso poco fa ricordava: dissi che non era stato possibile né cacciare i re da questa città, né creare i tribuni della plebe, né dininuire tante volte il potere dei consoli attraverso leggi fatte dal solo popolo, né dare al popolo romano il diritto di provocazione, vero sostegno della città e garanzia della libertà, senza un forte contrasto con la nobiltà; e se dunque quelle sedizioni sono state salutari al nostro paese, ne derivava che, se era scoppiata una sommossa popolare, non si poteva darne la colpa Norbano, e considerarla un delitto funesto e passibile di pena capitale. Se dunque qualche volta si era riconosciuto che la sollevazione del popolo romano era apparsa giusta cosa che, come io dimostravo, era avvenuta diverse volte giammai la causa del popolo romano era stata più giusta di allora. Poi indirizzai tutto il mio discorso a condannare la fuga di Cepione e a compiangere il disastro dell’esercito: in questo modo io ridestavo con la mia parola il dolore di coloro che piangevano i loro cari, negli animi dei cavalieri romani, che allora erano giudici in quella causa, lodio contro Q Cepione, verso il quale avevano motivi di rancore per via delle innovazioni avvenute in materia processuale. [XLIX] [200] Quando mi avvidi di avere ormai i giudici dalla mia parte e di essermi assicurato il successo della difesa, perché mi ero guadagnato il favore del popolo, i cui diritti io avevo difeso, anche uniti alla sedizione, ed avevo avvinto alla nostra causa gli animi dei giudici e col ricordo della sventura della città e col dolore e rimpianto dei loro parenti e rinfocolando il loro vecchio odio contro Cepione, allora cominciai a mescolare a questo tipo di eloquenza veemente e appassionato quell’altro tipo, di cui ho parlato dianzi, mite e moderato; (dissi) che io mi battevo in difesa di un mio camerata, che in base alla tradizione doveva essermi caro quanto un figlio e in difesa del mio buon nome e, direi quasi, della mia fortuna; nulla poteva riuscire più vergognoso per il mio prestigio, nulla più doloroso per il mio animo, che il dare l’impressione di non essere riuscito ad aiutare un mio a stato considerato il salvatore di molti uomini, che mi erano del tutto estranei, per quanto concittadini. [201] Io chiedevo ai giudici che mi perdonassero in grazia dell’età, delle cariche ricoperte e delle imprese compiute, se mi vedevano dominato da un giusto e pio dolore; che tenessero ben presente che nelle altre cause io li avevo sempre supplicati per i pericoli di amici, mai per me stesso. Così in tutta la difesa di quella causa, io sfiorai e toccai appena ciò che sembrava appartenere strettamente all’arte retorica, cioè l’esame della legge Appuleia e la definizione del concetto di lesa maestà del popolo romano; nel trattare tutta la causa io feci ricorso a quelle due sole parti dell’arte del dire, che insegnano la maniera di acquistarsi la benevolenza e la maniera di eccitare le passioni cose che sono del tutto trascurate dalle norme dei retori così da apparire implacabile nel ridestare lodio contro Cepione e buono e gentile nella dimostrazione dei miei sentimenti nei riguardi degli uomini dotti: così io vinsi la tua accusa, o Sulpicio, più coll’agire sull’animo dei giudici che coll’istruirli. [L] [202] A questo punto Sulpicio disse: proprio vero, o Antonio, quello che tu stai ricordando; in verità io non ho visto mai nulla sfuggire dalle mani di qualcuno, come sfuggì allora quella causa dalle mie. Avendoti io messo innanzi, come tu hai detto, non ad un processo, ma ad un incendio, tu come iniziasti il tuo discorso, o dèi immortali! Con quanto timore! Con quanta incertezza, quanta esitazione e stentatezza di parola! Come facesti valere, all’inizio del tuo discorso, quell’unica ragione di scusa che ti si poteva riconoscere, che cioè parlavi in difesa del tuo questore, un uomo che ti era strettamente legato. Come sapesti aprirti la strada a farti ascoltare. [203] Ma ecco che, quando credevo che null’altro tu eri riuscito guadagnare che il farti perdonare la difesa di un malvagio cittadino, per via dei rapporti di stretta amicizia, tu cominciasti a insinuarti di soppiatto nessuno ancora sospettava di nulla, ma io ero pieno di paura, per dimostrare che quella non era stata una sedizione di Norbano, scoppio di collera del popolo romano, uno scoppio giusto e legittimo e tutt’altro che ingiusto. Quale argomento contro Cepione fu da te trascurato? Come sapesti mescolare l’odio, lo sdegno e la pietà in tutte le tue argomentazioni! E ciò non solo nella difesa, ma anche nell’attacco di Scauro degli altri testimoni, le cui testimonianze tu distruggesti, non confutandole, ma facendo ricorso al medesimo concetto della collera popolare; [204] in verità, sentendoti dianzi ricordare questi fatti, io non sentivo bisogno di altre norme: questa stessa illustrazione della tua difesa è, a mio avviso, un insegnamento assai efficace! E Antonio rispose: Ma io sono pronto, se volete, a illustrarvi anche il metodo che seguo nel parlare e ciò che ritengo essenziale: infatti la lunga vita e la pratica di affari importantissimi ci ha insegnato a conoscere in che modo si possono commuovere gli animi degli uomini