Traduzione De oratore, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 31-40

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 02; paragrafi 31-40 dell'opera De oratore di Marco Tullio Cicerone

DE ORATORE: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 31-40

[XXXI] [133] Dobbiamo ora considerare un gravissimo errore, in cui cadono codesti maestri presso i quali mandiamo i nostri figli, non perché la cosa importi molto all’eloquenza, ma perché sappiate di che razza siano questi si credono così dotti. Gente stolta e rozza: nel dividere i generi dei discorsi, essi distinguono due specie di cause: una è quella in cui si discute su una questione generale, senza indicazione di persone e tempi, l’altra è quella che si riferisce a persone e tempi determinati; e non capiscono che tutte le discussioni si possono ricondurre alla forza e all’essenza di princìpi generali;[134] infatti in quella stessa causa, su cui ho parlato prima, la persona di Opimio e quella di Decio non hanno alcuna importanza per le argomentazioni dell’oratore; la discussione infinita si svolge su questo principio generale, se si possa ammettere che possa essere punito colui che ha ucciso un cittadino, sulla base di un decreto del Senato, per salvare lo Stato, pur essendo una tale azione vietata dalla legge; insomma esiste una causa, ove la questione, che viene presentata al giudice, viene giudicata sulla base delle persone dei contendenti e non con una discussione su principi generali. [135] Anzi, in quelle stesse dove si discute su un fatto determinante per esempio, Decio abbia accettato del denaro illegalmente, le argomentazioni e dell’accusa e della difesa debbono essere ricondotte a dei principi generali: così, un uomo è accusato di fasto, si discute sul fasto, se è accusato di volersi impossessare della proprietà altrui, si discute sull’avarizia, se è accusato iii sedizione, si discute sulla faziosità e malvagità dei cittadini, se vi sono molte testimonianze a carico, si discute sul valore delle testimonianze; al contrario, se vi sono elementi in favore dell’imputato, questi debbono essere staccati da riferimenti precisi a tempi e persone e riferiti a principi generali comprendenti circostanze e classi. [136] Un oratore, che non sia fornito di acuta intelligenza, può pensare che gli elementi essenziali della causa, che si presentano al giudizio del giudice, quando s’indaga sul fatto, siano numerosissimi: in realtà, pur essendo svariatissime le specie dei delitti e delle difese, limitate sono le fonti degli argomenti. [XXXII] [137] Le cause poiché non si discute sul fatto, ma quelle siano, sono innumerevoli e confuse, se vengono contate sotto il rapporto degli imputati; pochissime ed estremamente chiare, se vengono considerate sotto il rapporto dei fatti; infatti, se facciamo consistere la causa di Mancino nel solo Mancino, ogni qualvolta un cittadino consegnato al nemico dal capo dei Feciali non sarà ricevuto, sorgerà un nuovo processo; se invece facciamo consistere la causa in questa questione: Dobbiamo riconoscere la conservazione dei diritti a quel cittadino che, consegnato al nemico dal capo dei Feciali, non sia stato ricevuto, il nome di Mancino non presenterà alcun interesse ai tini dell’abilità oratoria, né ai fini delle argomentazioni della difesa;[138] e , se il prestigio o la vile condizione dell’uomo hanno qualche importanza per la causa, è un fatto che non appartiene al fondamento della causa: il discorso che sarà fatto dovrà inevitabilmente riferirsi alla discussione di un principio generale. Non dico ciò per biasimare codesti sapientoni; per quanto meriterebbero davvero un biasimo essi che, nel distinguere i generi oratori, hanno fondato queste cause sulle persone e sui tempi; [139] infatti anche se vi entrino anche i tempi e le persone, tuttavia bisognerebbe capire che le cause dipendono non da questi elementi, ma dal genere della questione. Ma questo non mi interessa: infatti io non ho alcun obbligo di litigare con costoro; mi basta solo mettere in evidenza che essi non sono neppure riusciti a distinguere i generi delle cause e ad esporli con una certa intelligenza: cosa che, con tanto tempo a loro disposizione, anche senza la nostra esperienza forense, avrebbero potuto ottenere. [140] Ma questo, come ho detto, non mi interessa; la cosa che mi interessa e interessa ancora di più te, o caro Cotta, e te, o Sulpicio è la seguente: stando ai criteri di codesti maestri, dovremmo aspettarti un numero infinito di cause; infatti esse infinite, se a fondamento di esse prendiamo le persone, perché le cause sono tante quanti sono gli uomini; se invece le riferiamo alle discussioni generiche di principi generali, diventano così limitate e scarse di numero, che qualunque oratore diligente, fornito di buona memoria e riflessivo dovrebbe averle a mente, e, per così dire, sulla punta delle dita: a meno che non crediate che L Crasso sia stato istruito nella sua causa da Manio Curio e per questo motivo avrebbe tirato fuori tante ragioni per dìmostrare che, mal grado non fosse nato il figlio postumo, tuttavia Curio doveva essere l’erede di Coponio: [141] il nome di Coponio o di Curio non importava un bel niente alla ricchezza delle argomentazioni, né all’essenza della : tutta la discussione riguardava i principi generali della causa e del fatto e non i tempi o le persone: essendo così scritto se mi nascerà un figlio e morirà prima ecc sarà mio erede quel tale ecc ora, bisognava vedere se uno, designato erede nel caso che il figlio fosse morto, potesse essere ritenuto erede anche quando quel figlio non fosse nato: è una questione di diritto generale e universale, che non richiede nomi di persone determinate, ma metodo oratorio e fonti comuni di argomentazioni. [XXXIII] [142] Sotto questo riguardo anche i giureconsulti ci disturbano e ci distolgono dallo studio; vedo infatti che nelle opere di Catone e di Bruto vengono riferite di solito, con l’espressa indicazione delle persone, le risposte date a uomini e donne su questioni di diritto; credo che essi volevano farci credere che il punto essenziale della consultazione o della questione risiede nelle persone e non nei fatti, affinché, scoraggiati dalla considerazione che il numero delle persone è infinito, noi deponessimo nel medesimo tempo la volontà di apprendere e la speranza di renderci padroni della materia. Ma verrà un giorno che Crasso ci esporrà e illustrerà tali problemi divisi a seconda dei loro generi: sappi, infatti, o Catulo, che ieri Crasso ci ha promesso che è sua intenzione raccogliere in generi stabiliti e ridurre a facile scienza queste nozioni di diritto civile, che attualmente sono disperse e disordinate. [143] E veramente, disse Catulo, ciò non sarà difficile per Crasso, che ha appreso del diritto tutto ciò che si poteva apprendere, e, ciò che mancava a coloro che gli fecero da maestro, egli stesso le aggiungerà perchè possa distinguere con metodo e chiarire con eleganza tutta la materia del diritto. Dunque, disse Antonio, noi apprenderemo questi concetti da Crasso, quando egli sarà passato, come ha già in animo di fare, dalla folla e dalle pubbliche assemblee al riposo e alla cattedra del giureconsulto. [144] In verità, riprese Catulo, spesso ho sentito dire dallo stesso Crasso di essere ormai deciso di lasciare i tribunali e le cause; però, come io sono solito ripetergli, ciò non gli sarà possibile: egli infatti non potrà permettere che i buoni implorino invano il suo aiuto; la città sopporterebbe tranquillamente la cosa, essa che si crederebbe spogliata di uno splendido ornamento, se fosse privata della sua parola. E Antonio di rimando: se ciò che dice Catulo è vero, ti toccherà, o Crasso, tirare insieme a me la stessa macina; bisognerà allora decidersi a lasciare questa sapienza sbadigliante e sonnacchiosa agli ozi degli Scevola e cli tutti i fortunati come loro. [145] Qui Crasso rise dolcemente e poi disse: finisci, o Antonio la tua esposizione; questa sbadigliante sapienza, quando sarò riuscito a rifugiarmi da lei, saprà pure ridonarmi la libertà. [XXXIV] E Antonio riprese: lo scopo del discorso da me iniziato testé è il seguente; siccome è chiaro che tutte le controversie dipendono non dal numero enorme delle persone né dall’infinita varietà delle circostanze, ma dal carattere generale e dal genere delle cause, e questi generi sono non solo definiti nel loro numero , ma anche limitati, io volevo invitare coloro ai quali spetta il nome di oratori ad abbracciare con la mente la materia del discorso, a seconda del genere, classificata, divisa e distribuita nelle sue categorie, vale a dire nei suoi argomenti e concetti. [146] Questi produrranno con la loro stessa forza le parole, che a mio avviso, riusciranno sempre sufficientemente eleganti, se saranno tali da sembrare scaturite dall’argomento stesso; e se il vero metodo dell’oratore cercate, io non posso che esprimere il mio pensiero e la mia convinzione personale dovrebbe essere questo: portare con sé nel foro questo corredo di cause e di principi generali, per evitare di essere costretto ad esaminare attentamente le fonti, da cui derivare gli argomenti, tutte le volte che gli si presenterà una questione particolare da discutere; certo, questi argomenti possono essere conosciuti per mezzo della diligenza e della pratica da tutti coloro che vi avranno meditato sopra anche per poco; tuttavia l’animo deve essere indirizzato verso quelle sorgenti e verso quelle fonti comuni, che spesso ho ricordato, dalle quali sono tratti tutti gli argomenti per tutti i discorsi. [147] Il segreto e della scienza e della riflessione e della pratica consiste nel conoscere il paese dove si caccia e si scruta ciò che si va cercando: quando avremo abbracciato col nostro pensiero tutto l’argomento, se avremo una profonda esperienza delle cose, non ci sfuggirà nulla, e tutto ciò che avrà attinenza alla causa si presenterà spontaneamente alla nostra mente. [XXXV] Così, essendo tre gli elementi che costituiscono l’invenzione oratoria, e cioè l’acutezza d’ingegno, il metodo che, se vogliamo, possiamo anche chiamare arte e in terzo luogo la diligenza, io non posso non attribuire il primo posto all’ingegno, ma tuttavia è la diligenza che talvolta suscita dal torpore l’ingegno: [148] si, la diligenza, che ha un peso sia nella difesa delle cause, come in tutte le altre cose. Noi abbiamo il dovere di coltivarla con tutto l’impegno, di fare continuo uso di essa, perché non c’è nulla che essa non possa raggiungere: è merito della diligenza se l’oratore conosce profondamente, come ho detto all’inizio, causa: è merito della diligenza, se noi ascoltiamo con attenzione l’avversario, intendiamo non solo i suoi pensieri, anche tutte le sue parole e cogliamo tutti gli atteggiamenti del volto, che spesso rivelano i sentimenti dell’animo; [149] è merito della diligenza, se la nostra mente acquista dimestichezza con quegli argomenti che esporrò tra poco, penetra profondamente dentro la causa e le si applica con tutta la forza della riflessione; è merito della diligenza se l’oratore mette al servizio della sua fatica la memoria che è, per dir così, un lume, la sua voce e la sua forza. [150] In verità tra l’ingegno e la diligenza ben poco spazio rimane per l’arte: l’arte mostra solo dove tu debba cercare e dove sia ciò che tu ti sforzi di trovare; tutto il resto è opera dello zelo, dell’interessamento, della riflessione, della vigilanza, dell’assiduità, della fatica, cioè della diligenza, per usare una sola parola, di cui abbiamo fatto uso spesso: pregio che contiene in sé tutti gli altri pregi. [151] Infatti tutti vediamo come siano facondi i filosofi; essi, come io credo, ma in questo campo tu, o Catulo, ne sai più di me non dànno nessun insegnamento sull’arte del dire, né per questo, qualunque sia l’argomento proposto, si sentono meno pronti a discutere con ricchezza e abbondanza di parole [XXXVI] [152] Allora Catulo disse: è proprio come dici, o Antonio, che la maggior parte dei filosofi non hanno precetti da dare sull’arte del dire; eppure sono sempre pronti a parlare su qualunque argomento; Aristotele invece, il filosofo che io ammiro di più, stabilì alcune fonti comuni, dalle quali si può derivare ogni argomento, non solo per le discussioni dei filosofi, ma anche per questo genere di discorsi, di cui facciamo uso nelle cause; già da un pezzo, o Antonio, il tuo discorso non si discosta dalle norme di questo filosofo, sia che, per la somiglianza che hai con quel divino ingegno, tu cammini sulle sue orme, sia che tu le abbia già lette e apprese: il che a me sembra più probabile, poiché mi sembra infatti che tu ti sei interessato di letteratura greca più di quanto noi credessimo. [153] E Antonio: non ti sbagli, o Catulo: io ho sempre pensato che sarebbe riuscito più gradito e accetto al nostro popolo quell’oratore che avesse dato l’impressione innanzi tutto di rifuggire da ogni lenocinio formale, e in secondo luogo di essere digiuno di cultura greca: e siccome i Greci hanno intrapreso, professato e trattato discipline così nobili, promettendo di insegnare all’umanità il vero metodo per indagare sui problemi più oscuri, per vivere bene e parlare brillantemente , mi è sembrato che uno avrebbe dimostrato di essere un bruto un uomo civile, se si fosse rifiutato di prestar loro l’orecchio e, se anche non avesse osato ascoltare pubblicamente le loro lezioni, per il timore di scadere di prestigio agli occhi dei suoi concittadini, non avesse almeno origliato, per afferrare le loro parole e sentire da lontano i loro discorsi. Così ho fatto io, o Catulo, e per sommi capi ho studiato le cause e i loro generi, che vengono insegnati da tutti quei maestri. [XXXVII][154] E Catulo disse: troppo timidamente, o Antonio, hai rivolto il tuo animo verso la filosofia, se fosse lo scoglio della libidine, eppure sappiamo che la nostra città non ha mai disprezzato tali studi; al tempo in cui fiorì nel nostro paese quella famosa civiltà della Magna Grecia, l’Italia era piena di Pitagorici; da ciò nacque anche la diceria che il nostro re Numa Pompilio fosse un Pitagorico, proprio lui che visse molti anni prima dello stesso Pitagora (e questo ci deve indurre a stimarlo ancora di più, dal momento che egli conobbe la difficile scienza di fondare uno Stato quasi due secoli prima che i Greci ne avessero sentore);la nostra città indubbiamente non ha mai prodotto uomini che fossero più illustri per gloria, più autorevoli per prestigio o più raffinati per cultura di P Africano, C Lelio e L Furio: e chi non sa che costoro vissero sempre e apertamente compagnia dei più dotti Greci? [155] Ho sentito dire diverse volte da loro stessi, che gli Ateniesi avevano fatto e a loro e a molti dei principali cittadini di Roma un grande piacere nell’inviare come legati al Senato, per trattare argomenti importantissimi, i tre più grandi filosofi di quel tempo, Carneade, Critolao e Diogene; durante il loro soggiorno romano essi e altri Romani ebbero modo di ascoltarli parecchie volte; io non comprendo, o Antonio, come possa tu, che pure potevi contare sull’autorevole esempio di questi uomini, aver dichiarato guerra alla filosofia, a somiglianza di quel famoso Zeto di Pacuvio. [156] Niente affatto, disse Antonio, io ho preferito coltivare la filosofia moderatamente, proprio come il Neottolemo di Ennio, che dice: Non mi piace dedicare alla filosofia tutte le mie energie. Il mio pensiero, che mi sembrava di avere già esposto, è tuttavia questo: io non condanno gli studi filosofici, purché siano fatti con moderazione; sono però convinto che l’oratore sia danneggiato presso i giudici, qualora essi vedano in lui un cultore appassionato di questi studi e un amatore di sottigliezze; infatti una tale opinione diminuisce il prestigio dell’oratore e la fiducia nella sua parola. [XXXVIII] [157] Ma torniamo col discorso al punto donde siamo partiti, dei tre famosissimi filosofi, che tu hai detto essere venuti a Roma, affermava di professare l’arte che insegna a discutere e a distinguere il vero dal falso, che con parola greca si chiama dialettica. In quest’arte, se pure è un’arte, non vi è alcuna norma che insegna a trovare il vero, ma solo a giudicarlo; [158] infatti ogni nostro discorso è tale che con esso noi o affermiamo a neghiamo qualche cosa; se il discorso è costituito da una proposizione semplice, i dialettici si adoperano per giudicare se essa sia vera o falsa; se è costituito da una proposizione composta, in cui si trovino uniti vari concetti, guardano uniti giustamente e se sia giusta la conclusione di ragionamento; alla fine essi si pungono coi loro stessi pungiglioni , e dopo tante ricerche arrivano a delle conclusioni alle quali non sanno neppure loro dare una risposta, e talvolta sono costretti quasi a distare ciò che essi stessi hanno prima ordito o, per meglio dire, tessuto. [159] Sotto questo riguardo il nostro filosofo stoico non ci dà alcun aiuto, perché non può insegnarci a trovare gli argomenti che dobbiamo dire; anzi ci riesce d’impaccio, perché inventa molti sofismi che, come egli stesso riconosce, non si possono risolvere, e adopera un linguaggio che non è chiaro, copioso, scorrevole, ma povero, arido, rotto e spezzettata, poichè se qualcuno troverà piacevole un tale linguaggio, dovrà pure riconoscere che esso non è adatto all’oratore; infatti noi dobbiamo adattare il nostro linguaggio alle orecchie della moltitudine, dobbiamo cercare di allettare ed eccitare gli animi, rendendo accette idee che non si pesano con la bilancia dell’orefice ma con la grossolana bilancia del popolo;[160] perciò mettiamo da parte questa scienza tutta quanta, che è troppo muta nell’invenzione di argomenti e troppo loquace nell’escogitazione di sofismi. Quanto poi a Critolao che, come tu hai ricordato, venne a Roma insieme a Diogene, ammetto che la sua dottrina potesse giovare di più ai nostri studi: era infatti della scuola di questo Aristotele, alle cui teorie io ti sembro abbastanza vicino. Tra Aristotele, di cui ho letto quel libro ove sono esposti i sistemi retorici di tutti i pensatori anteriori a lui oltre a quei libri ove egli stesso espone alcune sue teorie sulla medesima arte, e questi autentici maestri dell’arte del dire passa, a mio avviso, questa differenza, che Aristotele tratta le questioni inerenti all’arte del dire, verso le quali egli non senti che disprezzo, con la medesima acutezza con la quale aveva già indagato la forza e l’essenza di tutte le cose: gli altri invece , che ritenevano solo questa materia degna di studio, si dedicarono interamente ad essa, ma con un’acutezza di pensiero diversa dalla sua, benché praticassero questa sola attività e con impegno anche maggiore. [161] Carneade con la sua oratoria irresistibile e varia sarebbe certo un modello magnifico per noi: nessuna tesi infatti egli difese con la sua parola che non facesse trionfare, nessuna tesi attaccò che non facesse precipitare. Ma sarebbe troppo pretendere una simile dagli scrittori e dai maestri di retorica. [XXXIX] [162] Da parte mia, se volessi avviare all’eloquenza un giovane del tutto inesperto, preferirei affidano a questi zelanti maestri, che battono sempre, giorno e notte, sulla stessa incudine, e mettono in bocca agli alunni ben masticati le più semplici nozioni e i più minuti concetti, come fanno le nutrici coi piccoli che non sanno ancora parlare; se poi mi sembrasse egregiamente istruite, fornito di una certa esperienza pratica e dotato di un acuto ingegno, lo condurrei non dove sta tutto appartato un piccolo stagno, ma là donde scaturisce il grande fiume dell’eloquenza; quel maestro gli potrebbe indicare, illustrare rapidamente e definire con chiarezza la sede e, per dir così, la dimora di tutti gli argomenti. [163] Quale ostacolo può trovare colui che sa che tutti gli argomenti che vengono adoperati nel discorso per sostenere una tesi o per confutarla derivano o dalla forza e dalla natura della causa stessa o dal di fuori? Derivano dalla causa stessa, quando si indaga sulla causa intera o su una parte di essa o sul suo nome o su qualche cosa che abbia attinenza alla causa; dal di fuori, invece, quando si raccolgono argomenti che sono di carattere esterno hanno alcuna attinenza alla causa. [164] Se si indaga sull’intera causa, bisogna spiegare tutta l’essenza con una definizione, per esempio a questo modo: se maestà significa prestigio e dignità dello Stato, essa è infirmata da colui che consegna l’esercito ai nemici del popolo romano colui che consegna alla sovranità del popolo romano l’uomo colpevole di quel delitto. [165] Se si indaga su una parte, bisogna fare una distinzione, per esempio a questo modo: per la salvezza dello Stato sarebbe stato ubbidire al Senato o creare un'altra assemblea o agire di propria iniziativa: creare un’altra assemblea sarebbe stato indizio di orgoglio; agire di propria iniziativa, indizio di presunzione: quindi sarebbe stato necessario ubbidire deliberazione del Senato. Se si indaga sul nome, bisogna fare come Carbone: se console è colui che provvede alla patria, che altro fece Opimio? [166] Se si indaga su che ha stretta attinenza alla causa, bisogna pensare che parecchie sono le fonti degli argomenti: infatti ricercheremo le parole di eguale radice, i generi con le sottostanti specie, le somiglianze, le dissomiglianze, i termini contrari, quelli conseguenti, quelli conformi, quelli, per dir cosi, antecedenti, quelli contrastanti, le cause delle cose, i loro effetti, ciò che è maggiore o minore o eguale. [XL][167] Dalle parole della stessa radice gli argomenti si traggono così: se la pietà deve essere sommamente elogiata, voi dovete quando vedete piangere così pietosamente Q Metello. Dal genere si traggono così: Se i magistrati debbono essere al servizio del popolo romano, perché accusi Norbano, da tribuno ubbidì alla volontà del popolo? [168] Dalla specie sottostante al genere si traggono così: se tutti coloro che provvedono allo Stato ci debbono essere cari, indubbiamente ci debbono essere carissimi i generali, dal momento che noi dobbiamo la nostra salvezza e la dignità dell’impero ai loro consigli, al loro valore e ai loro pericoli. Dalla somiglianza si traggono così: Se le fiere amano i loro figli, quale amore dobbiamo avere noi verso i nostri figli? [169] Dalla dissomiglianza si traggono così: se è proprio dei barbari vivere alla giornata, i nostri progetti debbono mirare all’eternità. In ambedue i generi, e della somiglianza e della dissomiglianza, gli esempi si deducono dai fatti o dalle parole o dalle circostanze degli altri, e spesso bisogna inventarli del tutto. Dai termini contrari si traggono così: se Gracco ha agito scelleratamente, Opimio splendidamente. [170] Dai termini conseguenti si traggono così: se quello fu ucciso con la spada e tu fosti trovato con la spada insanguinata nel medesimo luogo e nessuno fu visto al di fuori di te e nessuno aveva motivo di ucciderlo e tu eri considerato un violento, possiamo avere dubbi sull’autore del delitto? Dai termini conformi, antecedenti e contrastanti si traggono come li trasse Crasso da giovane: se tu, o Carbone, difendesti Opimio, non per questo costoro ti stimeranno un onesto cittadino : è chiaro che tu simulavi e miravi a ben altro; infatti spesso hai deplorato nelle assemblee del popolo la morte di Tiberio Gracco, hai partecipato all’uccisione di P Africano, hai proposto quella legge durante il tuo tribunato, ti sei sempre opposto ai buoni. [171] Dalle cause si traggono così: se volete distruggere l’avarizia, dovete distruggere la matrice di essa, il lusso. Dagli effetti si traggono così: se del tesoro dello Stato ci serviamo per i finanziamenti della guerra e gli ornamenti della pace, preoccupiamoci delle entrate! [172] Dai termini maggiori, minori ed eguali si traggono così: dai termini maggiori: se il buon nome vale più della ricchezza, e la ricchezza è ricercata con tanto ardore, quanto più deve essere ricercata la gloria! dai termini minori: costui prova un così forte dolore per la morte di costei che conosceva appena, cosa avrebbe fatto se l’avesse veramente amata? Cosa farà per me che sono suo padre? Dai termini eguali: parimenti delittuoso rubare denaro allo Stato e fare elargizioni contro lo Stato. [173] Si traggono dal di fuori gli argomenti che non hanno un fondamento loro proprio, ma poggiano su circostanze estranee, come quando diciamo: è la verità: l’ha detto Q Lutazio. falso: infatti vi è stata un’inchiesta. Deve essere così: infatti io leggo un documento. Di questo genere ho parlato poco prima