Traduzione De oratore, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 21-30

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 02; paragrafi 21-30 dell'opera De oratore di Marco Tullio Cicerone

DE ORATORE: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 21-30

[XXI] [88] E siccome comincerò, o Catulo da un mio amico, io questo Sulpicio qui presente l’udii la prima volta, era giovane e impegnato in una causa di scarso rilievo, la sua voce, il suo aspetto, i suoi gesti, tutta la sua figura si prestavano ottimamente alla funzione di cui stiamo parlando; la sua parola era rapida e concitata, strettamente aderente al suo carattere; il suo stile impetuoso e un po’ troppo ridondante, come richiedeva la sua età. Non mi dispiacque; io approvo l’esuberanza in un giovane, perché come nella vite è più facile potare dei tralci lussureggianti, che far nascere con la nostra fatica nuovi tralci in un tronco privo di forza, così mi piace che in un giovane ci sia qualcosa da togliere: tutti sanno che non conserva a lungo il suo succo quel frutto che ha raggiunto troppo presto la maturità. [89] Io mi accorsi subito la sua indole, e senza perdere tempo lo esortai a voler considerare il foro come la sua scuola e a scegliersi un maestro, chi volesse: gli dissi anche che, a mio avviso, avrebbe dovuto scegliere Crasso; egli ascoltò, disse che avrebbe fatto come gli dicevo e aggiunse, certo per farmi piacere, che avrebbe preso anche me come maestro. Passò appena un anno da questa nostra conversazione e dal mio consiglio, ed ecco che egli si trovò ad accusare C Norbano, un uomo che io difendevo: non mi credereste, se vi dicessi quanta differenza mi sembrò che corresse tra l’uomo che avevo allora davanti e l’uomo che avevo sentito l’anno prima. Certo era la natura che lo spingeva a quello stile magnifico e brillante di Crasso; ma da essa non avrebbe potuto trarre sufficiente profitto, se non avesse mirato al suo scopo con lo sforzo dell’imitazione, e non avesse preso l’abitudine di parlare tenendo sempre la sua mente e il suo animo fissi su Casso. [XXII][90] Il mio primo consiglio è dunque questo: indicare il modello da imitare, e così deve poi esercitarsi, per potere riprodurre fedelmente, per mezzo dell’imitazione, il modello scelto; non vorrei che facesse come molti imitatori di mia conoscenza, che sono abilissimi nell’imitare ciò che si presta facilmente ad essere imitato o le stranezze e direi quasi i difetti. [91] Non c’è nulla di più facile che imitare uno nel modo di portare la toga o nel suo atteggiamento o nelle sue movenze; se un uomo ha un difetto, non c’è nessun merito ad impossessarsene, e a divenire simile a lui, come quel Fufio che, pur senza voce, sfoga ancora il suo furore contro la repubblica: egli imita le contorsioni della bocca e la pronunzia larga di C Fimbria , ma resta assai lontano dal vigore oratorio che pure quello ebbe; ma in verità Fufio non seppe scegliere il modello, che avrebbe dovuto fedelmente imitare; oltre a ciò volle anche imitare i difetti del modello scelto;[92] chi invece sa regolarsi, deve innanzi tutto stare attento alla scelta; fatto ciò, deve cercare di riprodurre con la massima diligenza ciò che trova cli meglio nel suo modello. Per quale motivo mai, secondo voi, quasi ogni generazione ha avuto il suo genere di eloquenza? Se ci riesce difficile renderci conto di un tale fenomeno attraverso gli oratori romani, perché le opere che ci sono pervenute, e che potrebbero servire di base al nostro giudizio, sono ben poche, ci riesce facile attraverso gli oratori greci, dai cui scritti possiamo intendere quale fu il metodo e l’indirizzo di ciascuna generazione. [93] I più antichi oratori, dei quali ci siano giunte opere scritte, si possono considerare Pericle e Alcibiade e anche Tucidide, che appartiene alla stessa età; sono oratori semplici, acuti, concisi, ricchi più di concetti che di parole: costoro non avrebbero potuto avere un unico stile, se non si fossero scelti tutti lo stesso modello. A costoro tennero dietro Crizia, Teramene e Lisia: di Lisia abbiamo molti discorsi, di Crizia qualcuno, Teramene lo conosciamo solo per fama; tutti conservavano ancora il vigore di Pericle, ma il loro stile era meno asciutto. [94] Ecco poi sorgere Isocrate, dalla cui scuola, come dal cavallo di Troia, non uscirono che principi: di essi alcuni vollero acquistare gloria nell’eloquenza epidittica, altri in quella giudiziaria. [XXIII] Orbene, quei Teopompi, Efori, Filisti, Naucrati e molti altri, se per indole sono diversi, per indirizzo sono simili e tra di loro e col maestro; e coloro che si dedicarono all’eloquenza giudiziaria, come Demostene, Iperide, Licurgo, Eschine, Dinarco e molti altri, pur non essendo simili tra di loro, ebbero tuttavia si dedicarono nello stesso genere di rappresentazione della realtà, della quale quanto a lungo rimase limitazione, il loro genere di eloquenza ebbe vita; [95] quando poi, con la loro morte, si perse a poco a poco e svanì ogni loro ricordo, si affermarono altri generi di eloquenza più fiacchi e snervati. Poi comparve Democare, che fu, a quanto dicono, figlio di una sorella di Demostene; poi quel famoso Demetrio Falereo, che io reputo il più elegante tra tutti questi oratori, e altri simili a loro. Se volessimo seguire lo sviluppo dell’eloquenza fino ai nostri giorni, ci accorgeremmo che, come oggi tutta l’Asia imita questo Menecle di Alabanda e suo fratello lerocle, che io ho ascoltato, così c’è sempre stato qualcuno che è servito di modello a molti imitatori. [96] Chi vuole, attraverso limitazione, riprodurre fedelmente il suo modello, deve fare continui e seri esercizi e soprattutto scrivere; che se il nostro amico Sulpicio facesse ciò, la sua eloquenza sarebbe molto più stringata: in questa adesso, come avviene a detta dei contadini, dei seminati quando sono in eccessivo rigoglio, c’è una certa esuberanza, che andrebbe ridotta con l’esercizio dello scrivere. [97] A questo punto disse Sulpicio: Fai bene ad ammonirmi e te ne sono grato; Però a me sembra che neppure tu, o Antonio, abbia scritto molto. Ma Antonio di rimando: come se io non potessi insegnare agli altri quelle virtù che a me mancano: dicono pure che io non tengo in ordine i registri dei conti: se ciò sia vero, si può giudicare dallo stato del mio patrimonio, allo stesso modo da quello che dico, qualunque possa essere il loro valore, si può vedere come io mi comporto riguardo allo scrivere. [98] Sappiamo tuttavia che vi sono molti, che, senza imitare nessuno, raggiungono ciò che vogliono, senza alcun modello, per effetto del solo ingegno; ciò si può riscontrare in voi due, Cesare e Cotta: infatti uno ci ha dato un esempio di eloquenza ricca di facezie e di spirito, che era davvero ignota ai nostri oratori e l’altro si è creato uno stile straordinariamente semplice ed efficace; mi sembra che neppure il vostro coetaneo C Curione, figlio di un uomo che fu il più eloquente della sua generazione, imiti strettamente qualcuno: eppure si è fatto uno stile tutto suo, austero, elegante e copioso, di cui io mi sono reso conto soprattutto nella davanti ai centumviri essa mostrò chiaramente di non essere privo di nessuna di quelle doti, che deve possedere un oratore non solo ricco di parole, ma anche profondo. [XXIV][99] Orbene portiamo una buona volta il nostro allievo ideale davanti a una causa e presenti una certa difficoltà, riguardante il diritto penale e civile, il primo consiglio che vogliamo dargli qualcuno forse si metterà a ridere; infatti si tratta di una cosa evidente e necessaria, degna più di un saggio consigliere che di un dotto maestri - è questo: qualunque sia la causa che dovrà trattare la studi molto attentamente. [100] Nelle scuole questo non si insegna; vengono presentate ai giovani delle cause facili, come questa; la legge vieta al forestiero di salire sulle mura; egli vi sale e respinge i nemici; viene posto sotto accusa. Impadronirsi di una causa come questa è facilissimo, e perciò i maestri fanno bene a non parlare della necessità di studiare attentamente la cosa. Ma nel foro bisogna aver piena conoscenza di documenti, accordi che vincolano entrambe le parti, contratti, parentele per vincolo di sangue, parentele per via di matrimoni, decreti dei magistrati, pareri dei giureconsulti; insomma dell’intera vita di coloro che sono interessati alla causa, vediamo che molte specialmente quelle di carattere privato, che spesso sono molto più intricate, vengono perdute proprio perché manca la conoscenza dì questi fatti. [101] Vi sono degli avvocati che, volendo far credere di essere molto impegnati, tanto da essere costretti per tutto il foro e a passare da una causa a un’altra, affrontano le cause senza averle studiate, rendendosi così colpevoli o di trascuratezza, nel caso di una causa spontaneamente assunta, o di slealtà, nel caso di una causa affidata loro da altri; ambedue colpe gravissime; vi è poi un altro inconveniente, più grave di quanto non si creda, e cioè il fatto che, quando la causa non si conosce non si può parlare che malissimo; così mentre disprezzano la colpa più grave, cioè quella d’ignoranza, si macchiano di quell’altra, che essi vorrebbero di più evitare, quella di ottusaggine. [102] Da parte mia soglio sforzarmi affinché il cliente mi illustri bene il suo caso, e voglio che nessuno sia presente, perché egli possa parlare più liberamente; oltre a ciò mi do a sostenere le ragioni dell’avversario, affinché il cliente sostenga le e tiri fuori tutto ciò che gli viene in mente intorno alla causa; così quando egli è partito, io, che sono uno solo, sostengo con la più grande imparzialità tre parti e cioè la mia, quella dell’avversario e quella del giudice. Quelle ragioni sembrano tali da riuscire più utili che dannose, decido di esporle; quelle invece che mi sembrano più dannose che utili, le respingo e le scarto. [103] Il risultato di ciò è che io in un primo tempo penso a ciò che debbo dire e in un secondo tempo lo dico; la maggior parte degli avvocati invece, fidandosi del proprio ingegno, compiono questi due atti in un solo tempo; e certamente essi parlerebbero meglio, se si convincessero che uno è il tempo di pensare e un altro quello di parlare. [104] Quando io ho conosciuto bene l’argomento della causa, sùbito mi si presenta alla mente il vero nodo della questione: infatti non vi è contrasto tra gli uomini, si tratti di una causa criminale, come quando si discute di un delitto, si tratti di una causa civile, quando si litiga per una eredità, si tratti di una deliberazione di natura politica, come quando si decide intorno guerra, si tratti di una disputa astratta, come quando si discute su un problema morale, in cui non si indaghi o su ciò che è avvenuto o su ciò che avviene o su ciò che avverrà o sulla qualità di un fatto o sul nome di un fatto. [XXV] [105] La maggior parte delle nostre cause, almeno quelle criminali, si difendono di solito col negare: infatti nelle cause di concussione, che sono le più gravi, bisogna negare quasi tutto; nei processi di broglio elettorale raramente si dà il caso che tu possa distinguere la liberalità e generosità dalle offerte fatte a scopo di broglio; nei processi di omicidio, di avvelenamento, di peculato bisogna negare: questa è la prima specie di cause di carattere giudiziario basata su un contrasto intorno a un fatto accaduto: nelle cause di carattere deliberativo si discute di solito su un fatto che dovrà accadere, raramente che sta recente o già avvenuto. [106] Si discute anche, e questo avviene spesso, non se il fatto sia accaduto o no, ma sulla qualità di esso, come quando il console C Carbone, difendendo davanti al popolo la di L Opimio ed io ero tra gli ascoltatori, non nega affatto l’uccisione di C Gracco, ma diceva che il fatto avvenuto di pieno diritto, per la salvezza della patria; così pure P Africano, essendo stato interrogato merito alla uccisione di Tiberio Gracco da questo stesso Carbone, tribuno della plebe, che in quel tempo aveva altre opinioni politiche e aspirava a impadronirsi dello Stato, aveva risposto che gli sembrava che quello fosse stato ucciso a ragione; con l’aiuto del diritto si difendono i quei fatti, per i quali si possa dimostrare che erano opportuni, leciti o necessari o che sono stati involontari e fortuiti. [107] Si discute anche sulla denominazione, come quando si è in contrasto sul nome con cui chiamare un fatto; così io e questo Sulpicio qui presente avemmo una animatissima discussione nella causa di Norbano: io ammettevo che la maggior parte dei fatti Sulpicio gli addebitava erano veri, però negavo che Norbano avesse offeso la maestà del popolo romano, ora, per la legge Appuleia, tutta la causa dipendeva da una tale parola. [108] Alcuni vogliono che in questo genere di cause ciascuno dei due avvocati definisca brevemente quella parola su cui si basa il processo: ma una simile cosa a me sembra estremamente puerile: diverso è il caso della definizione di parola, fatta discussione i dotti, a proposito di concetti riguardanti dottrine astratte, come quando si discute sull’essenza dell’arte, della legge, dello Stato, in questi casi un metodo veramente scientifico esige che si definisca l’essenza di un concetto in modo tale che non una parola di meno o di più: [109] cosa che, in quella causa, né io né Sulpicio tentammo di fare, ma ci intrattenemmo ambedue nell’illustrare con un lungo discorso, meglio che potemmo, il concetto di lesa maestà: infatti riguardo alla definizione, si tenga presente innanzi tutto questo: che essa può sfuggirà dalle mani (e avviene spesso), se viene biasimata aggiunta o tolta una sola parola; in secondo luogo che per la sua stessa natura puzza di scuola e di esercitazioni scolastiche proprie di ragazzi; e infine che non può entrare nella mente e nel cervello del giudice, che l’ha già dimenticata, prima ancora di averla compresa [XXVI][110] In quel genere di cause, in cui si discute sulla qualità di un fatto, sorge spesso un contrasto per l’interpretazione di un documento: e il contrasto sorge appunto perché c’è un’ambiguità; infatti quello stesso che è scritto è in contrasto con lo spirito , quel genere c’è una ambiguità: e questa viene chiarita solo quando vengono suggerite le parole mancanti, aggiunte le quali si sostiene che il senso del documento è ormai chiarito; se il contrasto nasce a causa di documenti contrari, non si ha un nuovo genere di ambiguità, ma un duplicato della causa del genere precedente; un tale contrasto o non si potrà risolvere, o si risolverà solo aggiungendo le parole omesse, in modo da fare risultare quel senso che noi sosteniamo; così accade che tutte le cause che presentano punti di contrasto a causa di un documento, si riducono a una sola specie, cioè quella dei documenti ambigui. [111] Essendovi diverse specie di ambiguità, quelle che mi sembrano che le conoscano meglio coloro che vengono chiamati dialettici, mentre questi nostri amici, che pure avrebbero il dovere di conoscerle non meno di quelli, le ignorano, allora il caso più frequente di ambiguità che s’incontra nei nostri discorsi o scritti, si ha quando vi è l’omissione di una o più parole. [112] Un altro errore che essi fanno consiste nel separare questo tipo di cause basate sull’interpretazione di un documento da quelle cause ove si discute sulla qualità di un fatto, perché in nessuna occasione si indaga tanto sul carattere di una questione quanto in un documento che è del tutto indipendente dalla controversia su un fatto. [113] Pertanto i generi delle cause, che possono formare oggetto di discussioni e di controversie sono in tutto tre: esse riguardano o ciò che accade o ciò che è accaduto o ciò che accadrà o la qualità del fatto o il nome del fatto; infatti alcuni maestri greci vi aggiungono quest’altro problema: Se la cosa è ben fatta; ma esso rientra interamente nel genere della qualità del fatto. Ma è tempo che io ritorni al mio assunto. [XXVII] [114] Ogni volta, dunque, che io, assunta una causa e capito il genere cui appartiene, comincio a interessarmi di essa, il mio primo pensiero è di stabilire il punto su cui deve aggirarsi tutto il discorso che io dovrò fare e che dovrà essere conforme alla questione giuridica; poi considero con la massima attenzione questi altri due problemi, e cioè il modo di far trionfare la mia tesi, che è poi quella del mio cliente, e il modo di piegare al mio scopo gli animi di coloro che mi ascoltano. [115] Si può affermare che tutta l’arte del dire è basata su queste tre forme di persuasione, che sono il dimostrare che sono veri i concetti che sosteniamo, il conciliarsi la simpatia degli ascoltatori e il suscitare nei loro animi quei sentimenti che sono richiesti dalla causa. [116] Per sostenere la verità della sua tesi, l’oratore ha a sua disposizione due specie di prove: una è costituita da quelle prove che non vengono inventate dall’oratore, ma si trovano nel fatto stesso e vengono utilizzate secondo certe norme, come i documenti, le testimonianze, gli accordi che vincolano le due parti, gli interrogatori, le leggi, i decreti del Senato, le sentenze già emesse, i decreti dei magistrati, i pareri dei giureconsulti e ogni altro elemento del genere: cose che l’oratore non inventa, ma trova nella causa stessa; l’altra è rappresentata interamente dal modo di discutere e argomentare dell’oratore; [117] così primo caso il compito dell’oratore consiste nell’utilizzare prove che già esistono, nel secondo egli deve anche inventarle. Ora codesti maestri di retorica suddividono le cause in molti generi, e assegnano ad ogni singolo genere una grande abbondanza di prove; anche se un simile procedimento è adatto per l’istruzione dei giovani, affinché, stabilita la causa, essi abbiano dei punti sicuri di riferimento, donde possano dedurre sùbito le prove belle e pronte; però è proprio di una mente pigra andar dietro ai rigagnoli e trascurare le sorgenti, e poi ad uomini della nostra età ed esperienza si addice risalire ai principi di ciò che vogliamo ed esaminare le fonti da cui tutto promana. [118] Su quel primo genere di prove che vengono offerte all’oratore, noi dobbiamo meditare attentamente una volta per sempre, per potercene servire in tutti i casi consimili: infatti, tanto in difesa quanto contro i documenti, tanto in difesa quanto contro le testimonianze, tanto in difesa, quanto contro gli interrogatori, e similmente tutte le altre questioni dello stesso genere, noi siamo soliti parlare o in generale sull’intero genere, o in particolare su singole circostanze, uomini e cause; questi luoghi retorici, voi, dico voi, Cotta e Sulpicio, dovete studiarli con la massima cura, per averli sempre pronti e a vostra disposizione. [119] Sarebbe lungo per me adesso esporre gli accorgimenti coi quali noi possiamo confermare o rigettare una testimonianza o un documento o un interrogatorio. Nessuno di essi richiede un cervello eccezionale, ma tutti però richiedono un continuo esercizio; richiedono anche la conoscenza, delle norme della retorica, ma solo per essere rivestiti con gli ornamenti dello stile. [120] Così pure le prove del secondo genere, che sono tutte create dall’oratore, non presentano difficoltà d’invenzione, ma piuttosto di esposizione, un’esposizione, dico, che sia chiara e forbita; poiché due dunque sono gli scopi che ci dobbiamo prefiggere nelle cause, uno riguardante che cosa e l’altro in che modo parliamo, per il primo, che sembra dipendere tutto dai precetti della retorica, utile, certo, lo studio, ma basta avere una intelligenza comune, per sapere che cosa bisogna dire; il secondo è quello in cui spiccano la forza incomparabile e l’ingegno dell’oratore consiste nel parlare con stile ornato, copioso e vario. [XXVIII] [121] Poiché a voi così piace, io non mi rifiuterà di illustrare e trattare a fondo quel primo punto in quanto ai risultati, giudicherete voi - cioè per quali vie il discorso possa produrre quei tre effetti, che soli sono capaci di produrre la persuasione, cioè il cattivarsi la simpatia degli ascoltatori, l’istruirli e il commuoverli. In quanto poi all’arte di abbellirle stilisticamente, c’è qui con noi un uomo che può farci da maestro, colui che introdusse per primo tra questo metodo, colui che lo portò alla massima perfezione, il solo che lo seppe realizzare. [122] Senza timore di apparire un adulatore, io ti dico, o Catulo, che non c’è nessun oratore un po’ celebre, nostro contemporaneo, sia greco sia latino, che io non abbia udito spesso e attentamente; perciò se io ho qualche pregio e credo di poterlo sperare, dal momento che uomini del vostro valore mi ascoltano con tanta attenzione deriva dal fatto che nessun oratore ha mai trattato alla mia presenza una causa, che non mi sia rimasta profondamente impressa nella mente: dunque, così come sono, per quanto poco valga il mio giudizio, dopo avere ascoltato tutti gli oratori, affermo e proclamo senza esitazione, - nessun oratore ha avuto tante e così grandi attrattive artistiche quante ne ha Crasso. [123] Dunque, anche siete dello stesso parere, io penso che non ci divideremo male il lavoro, se, dopo che io avrò creato, nutrito, irrobustito questo oratore ideale che vado plasmando, lo affiderò a Crasso perché lo vesta e lo abbellisca. [124] E Crasso di rimando: continua pure, o Antonio, come hai cominciato, infatti da padre buono e generoso tu hai anche il dovere di vestire e abbellire colui che hai messo al mondo e allevato, tanto più che non puoi negare di essere ricco. Quale grazia stilistica, quale vigore, quale calore, quale dignità è mancata a quell’oratore, che nel difendere una causa non esitò a fare alzare un imputato ex console, ad aprirgli la tunica e a mostrare ai giudici le cicatrici che stavano sul suo petto di vecchio generale? Che difendendo un uomo sedizioso e violento contro questo Sulpicio, che sosteneva l’accusa, non ebbe paura di esaltare le sedizioni, mostrando con un forte discorso che molti tumulti popolari, di cui non si trova un difensore, spesso sono giustificati, che anzi molte sedizioni spesso sono riuscite vantaggiose per lo Stato, come quando furono cacciati i re e quando fu istituita la potestà tribunizia; e non avrebbe potuto reprimere quella rivolta di Norbano, provocata dal dolore della cittadinanza e dall’odio contro Cepione, che aveva perduto il suo esercito, ma anche che era scoppiata per un giusto motivo? [125] Come si sarebbe potuto difendere una tesi così delicata, così incredibile, così pericolosa, così ardita senza una straordinaria forza e abilità oratoria? E che dire del senso di compassione che hai fatto nascere in favore di Gneo Manlio e di Q Rege? Che dire di altri innumerevoli casi? Nei quali non solo brillò, e in sommo grado, quello straordinario acume che tutti ti riconoscono, ma rifulsero anche quei pregi che adesso tu vuoi attribuirmi, e che tu hai sempre posseduto in misura altissima? [XXIX] I26] Allora Catulo disse: in verità la cosa che io soglio ammirare di più in voi è questa che, pur essendo diversissimi riguardo al genere di eloquenza, tuttavia date l’impressione di essere ambedue perfettamente dotati, e per ciò che concerne le facoltà naturali, e per ciò che concerne la preparazione culturale; perla qual cosa, o Crasso, di non rifiutarti, gentile come sei, di spiegarci qualche punto, che possa essere dimenticato o tralasciato di proposito da Antonio; in quanto poi a te, o Antonio, se avrai trascurato qualcosa, noi non penseremo che tu non abbia saputo spiegarla, ma che abbia preferito che fosse spiegata da Crasso. [127] E Crasso: perché, o Antonio, non tralasci queste spiegazioni che ci hai promesso, spiegazioni che nessuno desidera: cioè da quali fonti si possono derivare quegli argomenti che bisogna dire nelle cause; indubbiamente, tu ce li esporresti in maniera nuova e brillante; però bisogna riconoscere che, oltre ad essere assai facili per se stessi, sono notissimi per via dell’insegnamento scolastico; spiega piuttosto donde derivi gli argomenti di cui fai continuo uso, e sempre da maestro. [128] E Antonio rispose: lo farò ben volentieri; e perché possa ottenere più facilmente ciò che ti chiedo, non ti negherò nulla di ciò che desideri. Come ho già detto, tutto il mio metodo oratorio, anzi tutta la mia eloquenza, quell’eloquenza che Crasso ha testé levato al cielo col suo discorso, mirano a tre scopi: a conciliarsi la simpatia degli uditori, a istruirli, a commuoverli. [129] Di queste tre cose, la prima richiede dolcezza di parola, la seconda perspicacia, la terza forza; noi abbiamo assoluto bisogno che colui che dovrà giudicare la nostra causa sia ben disposto verso di noi per impulso della sua volontà, o sia indotto dalle argomentazioni della difesa o sia costretto dalla commozione del suo animo. Siccome la parte in cui stanno la dimostrazione e la difesa degli argomenti sembra contenere tutta, per dir così, la dottrina di questo genere di eloquenza, parleremo prima, e brevemente, di essa: sono pochi, infatti, i concetti che ci sembra di possedere, appresi nella pratica del foro e rimasti impressi nella nostra mente. [XXX] [130] A te che mi consigli saggiamente, o Crasso, ti seguirò volentieri, e per tralasciare le difese delle singole cause, che i maestri sogliono insegnare ai giovani, esporrò quei principi generali, donde si può dedurre ogni argomentazione adatta ad ogni causa e ad ogni discorso. Come tutte le volte che siamo costretti a scrivere una parola, non è necessario che cerchiamo con la mente le lettere di quella parola, così, tutte le volte che dobbiamo difendere una causa, non è necessario che noi ricorriamo agli argomenti di quella causa, tenuti pronti per quello scopo, (è necessario) conoscere certi principi generali, che ci vengano subito incontro per la difesa della causa, come le lettere per la scrittura della parola. [131] Ma tali principi riescono utili lunga esperienza pratica, acquistata con gli o a chi ha assistito a molti processi e ha molto riflettuto: la riflessione infatti unita allo zelo e alla diligenza dà una capacità superiore all’età. Se tu mi dessi un uomo eruditissimo, quanto mai sveglio ed acuto per intelligenza, abilissimo nell’esporre, se sarà ignaro degli usi, della storia, delle istituzioni, dei costumi e delle tendenze dei suoi concittadini, trarrà ben poco giovamento da quei principi generali, dai quali si deducono gli argomenti: io ho bisogno di un ingegno già preparato, proprio come si fa coi campi, ma questi non si arano una volta sola, ma diverse volte, affinché possano produrre frutti migliori e più grossi; Ora, ciò che per il campo è la coltura, per l’oratore è l’esperienza, la frequenza dei tribunali, la lettura, l’esercizio dello scrivere. [132] L’oratore badi innanzi tutto alla natura della causa, è sempre evidente; si chieda se il fatto è realmente di che specie sia, qual nome abbia; quando egli avrà ben ponderato ciò, si presenterà sùbito, per una certa naturale perspicacia e non per l’aiuto di questi artifici, che vengono insegnati da codesti maestri, il nocciolo della causa, cioè quel punto che costituisce il fondamento del dibattimento; egli avrà chiara la questione da giudicare; procedimento che codesti maestri pongono in questi termini: Opimio ha ucciso Gracco. Qual è il punto essenziale della questione? Nel fatto che Opimio ha ucciso nell’interesse dello Stato, dopo aver chiamato il popolo alle anni in virtù di un decreto del Senato. Togliete un tale fondamento, e avrete annullata la causa. Ma Decio afferma che ciò non era lecito, perché contrario alla legge. Dunque la questione su cui si dovrà giudicare sarà questa: se era lecito uccidere in base decreto del Senato, per salvare lo Stato. Questioni di questo genere sono chiare e alla portata di tutti: il nostro còmpito è di ricercare quegli argomenti attinenti al tema della causa, che debbono essere presentati e dall’accusatore e dal difensore