Traduzione De oratore, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 11-20

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 02; paragrafi 11-20 dell'opera De oratore di Marco Tullio Cicerone

DE ORATORE: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 11-20

[XI] [44] Infatti mi accorgo che tu hai messo un terzo tipo. Sì -disse Antonio- a proposito di questo genere di discorsi, so bene che tanto io quanto tutti gli altri che vi assistettero, provammo un immenso godimento quando fu da te elogiata vostra madre Popilia, che fu la donna alla quale credo per la prima volta fosse dato un simile onore nella nostra città. Ma non tutte le discussioni che facciamo possono, a mio avviso, essere inquadrate in un sistema scientifico; [45] si può abbellire un discorso celebrativo, dalle medesime fonti da cui derivano tutti gli abbellimenti dell’eloquenza, e non sentire la mancanza di quei concetti generali che, benché nessuno li insegni chi è che non sa cosa bisogna lodare in un uomo? Posti questi concetti, che ha pronunciato Crasso all’inizio del discorso che tenne in qualità di censore contro il collega, egli diceva appunto: in quei beni che vengono dati all’uomo dalla natura e dalla fortuna, io ammetto di potere essere vinto; non posso tollerare di essere vinto in quei beni che gli uomini possono procurarsi da sé ; chi vorrà elogiare qualcuno, dovrà elencare i beni che provengono dalla sorte; [46] questi sono la nascita, la ricchezza, la parentela, le amicizie, la potenza, la salute, la bellezza, la forza fisica, l’ingegno e quegli altri beni inerenti al corpo o che non sono dovuti alla nostra volontà; se l’uomo possiede questi beni, l’oratore dirà che ne ha fatto buon uso; se non li possiede, dirà che ne ha saputo fare a meno; se li avrà perduti, dirà che ha sopportato la perdita con rassegnazione; che cosa in materia di saggezza colui che loda, che cosa di liberalità, di fortezza d’animo, di giustizia, di magnificenza, di pietà, di gratitudine, di umanità, quindi che cosa nel campo della virtù abbia fatto o abbia sopportato: chi vuole elogiare deve essere pronto a ricordare questi pregi e altri simili; chi vuoi biasimare farà il contrario. [47] E subito Catulo: perché dunque esiti a fare di questi discorsi la terza classe, dal momento che ciò è nella natura delle cose? Non vorrai escluderla, solo per il fatto che si presenta più facile. E Antonio rispose: Io non voglio dare delle norme precise su tutti i discorsi che possono essere fatti da un oratore, anche i più facili, come se l’oratore non possa dire niente, senza aver fatto sue le norme; [48] tutti sappiamo che spesso bisogna rendere una testimonianza, che talvolta può essere lunga e complessa, come capitò a me nel processo contro Sesto Tizio, uomo sedizioso e turbolento; Nel rendere quella testimonianza, io esposi tutto ciò che avevo fatto durante il mio consolato, per oppormi a lui che era tribuno della plebe, nell’interesse del Senato, anche quello che, a mio giudizio, quell’uomo aveva fatto contro lo Stato; per questo fui trattenuto a lungo, udii molte cose e risposi a molte domande. Se tu scrivessi un trattato sull’eloquenza, vorresti forse dettare delle norme anche sul modo di rendere una testimonianza, come se ciò appartenesse all’arte del dire? [XII] [49] No, certo, disse Catulo. Ora- disse Antonio- se, cosa che accade spesso agli uomini che coprono alte cariche, si debba presentare un rapporto al Senato da parte di un generale o dal a un generale o a un re straniero o al popolo credi forse che, per il fatto che in tali occasioni bisogna fare uso di un linguaggio molto accurato, sia necessario classificare anche questi discorsi e regolarli con norme particolari? Nient’affatto rispose Catulo, perché in casi del genere un uomo eloquente ricorrerà a quell’abilità, che gli proviene da tutte quelle situazioni e avvenimenti nei quali si è già trovato. [50] Allo stesso modo riprese Antouio quegli accurati discorsi che spesso bisogna fare e che, come ho detto poco fa, quando tessevo l’elogio dell’eloquenza, sono propri dell’oratore, non trovano posto nella classificazione delle varie forme dell’eloquenza e non richiedono una particolare specie di maestri, cioè i discorsi di biasimo, le esortazioni, i discorsi consolatori che comunque vanno svolti con un’eloquenza non minore di quella che si nota nelle arringhe del foro; eppure non si possono dettare per essi norme teoriche. Siamo perfettamente d’accordo rispose Catulo. [51] Dunque- continuò Antonio-non ti pare che scrivere un’opera storica sia còmpito di un oratore valente ed espertissimo nell’arte del dire? E Catulo rispose: Per scriverla alla maniera dei Greci, bisogna proprio essere un sommo oratore; per scriverla alla maniera nostra, non occorre alcuna abilità oratoria: basta saper dire la verità. Ma non è giusto-disse Antonio-disprezzare i nostri autori, perché anche gli storici greci agli inizi componevano le loro opere come i nostri Catone, Pittore e Pisone;[52] la storia infatti non era altro che una compilazione di annali; per questo, affinché si conservasse il ricordo di ogni pubblico avvenimento, dall’inizio dello Stato romano fino al pontificato di P Mucio, il pontefice massimo registrava tutti gli avvenimenti di ogni singolo anno, trascrivendoli su una tavola bianca, che esponeva nella sua casa, perché il popolo potesse prenderne visione, e questi gli ancora oggi vengono chiamati annali Massimi. [53] Questa maniera di scrivere è stata imitata da molti scrittori, che ci hanno tramandato il ricordo di epoche, personaggi, luoghi e imprese in opere composte senza alcun ornamento stilistico; come i Greci ebbero Ferecide, Ellanico, Acusilao e moltissimi altri, così noi abbiamo avuto Catone, Pittore e Pisone: costoro non conoscevano l’arte di abbellire il discorso, perché da poco essa è stata introdotta nel nostro paese, e consideravano la concisione unita alla chiarezza l’unico pregio dell’arte del dire. [54] Un intimo amico di Crasso, Antipatro, uomo di grande talento, si è innalzato un poco sugli altri, dando un certo lustro alla storia: tutti gli altri non hanno pensato ad abbellire i fatti, limitandosi solo a narrarli. [XIII] proprio così - disse Catulo-ma lo stesso Celio non seppe adornare la sua opera storica con la varietà degli abbellimenti, né seppe levigarla con la felice collocazione delle parole e con uno stile dolce e costante; da uomo poco istruito e poco idoneo all’arte del dire egli l’ha sgrossata come meglio ha potuto: però, come tu giustamente dici, ha superato gli storici anteriori. [55] Non mi meraviglio affatto -disse Antonio-dal momento che nessuno finora ha scritto un’opera storica in lingua latina con intendimento artistico; nel nostro paese nessuno studia eloquenza, eccettuati coloro che vogliono brillare nelle cause del foro: presso i Greci, invece, uomini eloquentissimi, del tutto estranei alle cause del foro, coltivarono sia la storia sia le altre nobili arti: e infatti è noto che quel famoso Erodoto il primo scrittore di storia fornito di senso artistico, non si occupò affatto di cause: ma è uno scrittore così eloquente, che ne ricavo un immenso godimento, per quanto io possa intendermi di opere scritte in greco;[56] dopo di lui incontriamo Tucidide , che per i pregi stilistici supera di gran lunga, a mio avviso, tutti gli scrittori: infatti è così concettoso, che quasi eguaglia col numero dei pensieri il numero delle parole, ed è così acconcio e preciso nell’uso delle parole, che tu non sai se sono i concetti a ricevere luce dalle parole o le parole dai concetti; per quanto noi sappiamo, neppure lui, benché abbia ricoperto delle cariche pubbliche, appartenne al numero di coloro che solevano difendere cause; ci è stato inoltre tramandato che egli scrisse questa opera dopo che fu rimosso dagli affari dello Stato e fu cacciato in esilio (cosa che capitava assai spesso ai più grandi figli di Atene) ;[57] dopo di lui venne Filisto di Siracusa , che fu amicissimo del tiranno Dionisio e dedicò tutto il suo tempo libero a scrivere un’opera storica nella quale, come a me sembra, si rivela fedelissimo imitatore cli Tucidide. Fu poi la volta di due scrittori di grande ingegno, Teopompo ed Eforo, ambedue usciti da quella che si può chiamare la più illustre scuola di retorica, spinti dal maestro Isocrate essi si dedicarono alla storia, e non si interessarono affatto di cause. [XIII] [58] Infine scrissero opere storiche anche uomini cli educazione filosofica: innanzi tutto Senofonte, quel famoso scolaro di Socrate e poi Callistene, scolaro di Aristotele e compagno di Alessandro, e questi ha un’impronta piuttosto retorica; lo stile di Senofonte è più semplice e forse anche meno impetuoso e privo di quello slancio che è proprio dell’oratore: ciò nonostante ha, almeno a mio giudizio, una maggiore dolcezza. Timeo, il più giovane di tutti costoro, senza dubbio ìl più dotto, il più ricco di argomenti e cli concetti vari, e, oltre a ciò, raffinatissimo nell’arte di comporre il periodo, almeno per quanto io possa giudicare, mostra nei suoi scritti grande calore di eloquenza, ma nessuna esperienza del foro. [59] Quando Antonio ebbe finito di parlare, Cesare disse: Che ne dici, Catulo? Ove sono coloro che osano sostenere che Antonio non conosce il greco? Quanti storici egli ha nominati! Con quale competenza, con quale precisione ha definito l’arte di ciascuno! Per Ercole, disse Catulo, sono davvero ammirato, e già nel passato io non riuscivo capire come costui potesse parlare sì divinamente conoscere il greco, ma ora comprendo. E Antonio continuò: veramente, o Catulo, io sono solito leggere le opere che ho ricordato e alcune altre, non per trarre profitto nell’eloquenza, ma per mio intimo godimento, quando ho del tempo libero. [60] Perché questo? Un certo profitto lo traggo, indubbiamente; come quando mi metto a passeggiare al sole, anche se passeggio per un altro motivo, sento che lamia pelle diventa scura per legge di natura, così quando leggo attentamente queste opere presso il capo Miseno a Roma ciò non mi è possibile, mi accorgo che al loro contatto il mio stile acquista, per dir così, colorito. Ma perché non crediate che il campo delle mie letture sia molto ampio, delle opere greche io comprendo solo quelle che i loro autori vollero che fossero comprese da tutti: [61] se mi imbatto nei vostri filosofi, attratto dai titoli dei libri che riguardano per lo più temi noti e dibattutissimi, come la virtù, la giustizia, l’onestà, il piacere, non ci capisco una parola mente sono minute e sottili le questioni trattate in queste opere ; in quanto ai poeti, non tento neppure di toccarli, come se essi parlassero un’altra lingua. Come già vi ho detto, a me piacciono solo quegli autori che ci hanno tramandato dei fatti storìci o hanno scritto i discorsi da loro stessi pronunziati, quegli autori insomma che si esprimono in modo da fare apparire che volevano essere letti da noi, che possiamo contare una profonda cultura. [XV] [62] Ma torniamo al nostro argomento: non vedete quale parte importante dell’eloquenza sia la storia? Direi che, per ciò che concerne l’abbondanza e la varietà dello stile, sia la parte più importante; e non mi risulta che i maestri di retorica abbiano dettato per essa norme particolari: queste norme infatti le conosciamo tutti. Chi non sa che il primo requisito dello storico consista nel non dire il falso? E il secondo nel non temere di dire tutta la verità? E che vi sia nell’opera nessun sospetto di favoritismo? Nessun sospetto di malevolenza? [63] Questi principi generali sono noti a tutti: in quanto alla ricostruzione storica, essa poggia sui fatti e sulle parole: l’esposizione metodica dei fatti richiede conoscenze cronologiche e geografiche; e siccome nelle imprese grandi e nobili, si vogliono conoscere innanzi tutto i disegni generali, poi gli avvenimenti reali e da ultimo i risultati, l’oratore deve, per quanto riguarda i disegni, esprimere il suo schietto pensiero, per quanto riguarda gli avvenimenti, dire non solo ciò che è stato fatto o detto, ma anche in che maniera? E quando parla dei risultati, indicare tutte le cause, quelle dovute al caso, quelle dovute al senno e quelle dovute all’imprudenza e non solo le imprese degli uomini, ma anche quelli che si distinguono per la fama e il nome, deve descrivere la loro vita e il loro carattere; [64] riguardo poi alla forma, deve ricercare uno stile facile e sciolto, che scorra con una certa dolcezza e uniformità, senza quell’asprezza propria dello stile giudiziario e i motti pungenti dei discorsi forensi. Non vedete che nei trattati di retorica non s’incontrano mai norme su tali requisiti, così numerosi e importanti? Il medesimo silenzio grava su molte altre forme di eloquenza, come le esortazioni, le istruzioni, le consolazioni, gli ammonimenti: forme tutte che debbono essere svolte nel modo più brillante, per le quali non troviamo nessuna trattazione specifica nei manuali di retorica. [65] I discorsi di questo genere sono una selva infinita, poiché molti infatti, come ha già detto Crasso, assegnano all’oratore due generi di discorsi: uno riguarda i discorsi su un argomento preciso e definito, come sono quelli che si fanno nei tribunali e davanti alle assemblee politiche, ai quali possiamo aggiungere, se volete, i discorsi celebrativi; l’altro, di cui quasi tutti i trattatisti parlano, ma che nessuno riesce a spiegare, riguarda i discorsi su un problema generale senza indicazione di tempo e di persone . A me sembra che, quando i maestri di retorica parlano di ciò, non si rendono esattamente conto della natura e della difficoltà della cosa: [66] infatti se un oratore deve saper parlare su qualunque argomento, deve saper parlare anche della grandezza del sole e della forma della terra: e se accetta tale obbligo dovrà sobbarcarsi anche a parlare di matematica e di musica; insomma, chi si sente obbligato a parlare non solo sulle questioni contrassegnate da precise circostanze di tempo e di persone, vale a dire su tutte le questioni forensi, ma anche sulle questioni di carattere generale, non potrà tirarsi indietro dinnanzi a nessun discorso, a qualunque genere esso appartenga [XVI] [67] Ma se vogliamo affidare all’oratore anche questa categoria indefinita, libera e vastissima di discussioni, e che egli parli anche del bene e del male, di ciò che deve essere ricercato e di ciò che deve essere fuggito, di ciò che è onesto e di ciò che è turpe, di ciò che è utile e di ciò che è inutile, della virtù, della giustizia, della continenza, della prudenza, del coraggio, della liberalità, dell’amicizia, del dovere, della fede e di tutte le altre virtù e dei loro vizi contrari, e così pure dei problemi politici, del comando, della guerra, della costituzione dello Stato, dei costumi degli uomini, allora accettiamo pure questa categoria di argomenti, ma restringiamola entro moderati confini. [68] In verità, ammetto che spetti all’oratore affrontare tutte le questioni che si riferiscono ai rapporti tra i cittadini, alle usanze degli uomini, alle relazioni sociali, alla vita politica, a questa nostra civile società, al senso comune degli uomini, alle loro inclinazioni e ai loro costumi; al massimo non le tratterà con particolare competenza alla maniera dei filosofi, ma saprà inserirle nella sua causa con intelligenza; su tali argomenti egli parlerà con semplicità e decoro, senza lunghe e continue dissertazioni e senza aride dispute di parole, così come hanno parlato coloro che hanno creato il diritto e le leggi e fondato gli Stati. [69] A questo punto perché qualcuno non si meravigli, perché io non detto norme precise su così numerose e importanti questioni, io così penso: come in tutte le altre discipline vengono insegnati i principi più difficili di ciascuna, ma si trascurano gli altri, perché sono facili o si possono dedurre da quelli insegnati; come nella pittura, chi sa dipingere l’uomo, saprà dipingere un uomo di qualsiasi aspetto ed età, anche se non avrà fatto uno studio particolare, e chi sa dipingere il leone o il toro saprà pure dipingere molti altri quadrupedi e veramente non esiste una disciplina ove sia insegnato da un maestro proprio tutto quello che in quella disciplina si può fare, ma chi ha appreso i principi generali e fondamentali, troverà da sé tutti gli altri, [70] così, a mio giudizio, in questa teoria o pratica del dire , chi ha raggiunto tale bravura da potere spingere nella direzione che vuole gli animi di coloro che lo ascoltano, con facoltà di prendere decisioni, mentre parla sullo Stato o sui suoi stessi interessi o sugli avversari o sui clienti, sarà tranquillo in ogni genere di discussioni, e non si sforzerà di ricercare quello che dovrà dire, più di quanto si sforzasse quel famoso Policleto nel cercare cli dipingere la pelle del leone o lidra, quando dipingeva Ercole, senza avere mai appreso la maniera di dipingere questi oggetti particolari . [XVII] [71] Allora Catulo disse: A me sembra, o Antonio, che tu abbia spiegato in modo perfetto che cosa debba apprendere colui che vuoi diventare un oratore e, per le cose che non ha appreso, che cosa possa derivare da ciò che ha appreso; hai limitato tutta l’attività dell’oratore a due soli generi di discorsi , e hai lasciato tutti gli altri innumerevoli casi alla pratica dell’oratore e all’analogia: ma bada che lidra e la pelle del leone non stiano per te proprio in questi due generi, e che Ercole e tutti gli altri lavori di maggior impegno non stiano in quelle attività che tu lasci; mi sembra che trattare questioni generali sia più impegnativo che parlare in processi cli singole persone, e che discutere sulla natura degli dèi sia molto più difficile che parlare di umane controversie. [72] Non è così , disse Antonio, io ti parlo, o Catulo, non tanto da uomo colto, quanto ciò che più conta da uomo pratico: tutti gli altri discorsi, credimi pure, sono un gioco, per un uomo intelligente, che abbia un po’ di pratica e che sia provvisto di un po’ di cultura e di una certa raffinatezza; le battaglie del foro sono un’impresa molto ardua; la bravura dell’oratore viene giudicata dai profani quasi sempre dalla riuscita della causa e dalla vittoria; lì tu hai di fronte un avversario armato, che devi colpire e abbattere; colui che ha in mano le sorti della causa è spesso indifferente verso di te e irato o ben disposto verso il tuo avversario e ostile verso di te; bisogna informarlo di tutto, togliere i suoi preconcetti, frenarlo, spingerlo, plasmarlo col discorso in tutte le maniere, conda delle circostanze e del processo i casi in cui occorre mutare la sua benevolenza in odio e il suo odio in benevolenza - ; bisogna spingerlo, diciamo così, per mezzo di una macchina , ora verso la severità, ora verso la clemenza, ora verso la malinconia, la letizia; [73] bisogna ricorrere ai pensieri più gravi, alle espressioni più forti; bisogna inoltre possedere un modo di porgere che sia vario, impetuoso, coraggioso, appassionato, commosso, sincero. Se in tali attività uno si è impadronito dell’arte oratoria tanto da plasmare, come fece Fidia, la statua di Minerva, non dovrà certo preoccuparsi per imparare la maniera di fare le cose minori, come accadde a questo stesso artista per lo scudo. [XVIII] [74] E Catulo: Quanto più tu esalti e glorifichi l’eloquenza, tanto più cresce in me il desiderio di conoscere i metodi e le norme con i quali si può ottenere una tale forza; bada che io non parlo in vista di un mio personale interesse: l’età non me lo permette, e d’altra parte io seguo un diverso indirizzo, tanto è vero che non ho mai strappato un verdetto ai giudici con la forza della mia oratoria, contentandomi del giudizio che essi hanno voluto dare sulla base del loro sereno convincimento- ma tuttavia desidero conoscere tali norme non per farne uso, ma solo per il desiderio di apprendere. [75] Io non sento affatto bisogno di un maestro di greco qualsiasi, che mi impartisca pieno di boria i soliti precetti, senza aver mai visto né il foro nè un tribunale; come appunto il caso di quel famoso Formione, peripatetico, che si narra che Annibale espulso da Cartagine venisse ad Efeso, presso Antioco; siccome la fama di Formione era diffusa in tutto il mondo, Annibale fu invitato dai suoi ospiti ad ascoltar quello che parlava, se la cosa gli faceva piacere; dal momento che egli accettò, si dice che quell’uomo loquacissimo ebbe parlato per alcune ore sui doveri del generale e sull’arte militare. Allora, dopo che tutti i presenti, che avevano ascoltato il discorso con immenso piacere, chiesero ad Annibale che cosa pensasse di quel filosofo: allora il cartaginese con molta franchezza disse, nel suo rozzo greco, che aveva visto molti vecchi deliranti, ma nessuno che delirasse più di Formione. [76] E per, per Ercole, non fu un insulto; come immaginare un arroganza maggiore, una loquacità più biasimevole di quella di un Greco che, senza aver mai visto un nemico o un accampamento, senza aver mai ricoperto un qualsiasi ufficio pubblico, voleva dare ammaestramenti sull’arte militare a un Annibale, che aveva per tanti anni conteso il dominio del mondo ai popolo romano, vincitore di tutte le genti? Io direi che una cosa simile fanno coloro che vogliono insegnare l’eloquenza: pretendono infatti di insegnare agli altri quello che essi stessi non sanno; la loro colpa è minore solo in questo, che essi cercano di ammaestrare non te, come voleva fare quell’uomo con Annibale, ma i ragazzi o i giovanetti. [XIX] [77] Ti sbagli, o Catulo, disse Antonio, anch’io mi sono imbattuto in molti Formioni. C’è forse uno solo tra codesti greci che creda che qualcuno di noi possa capire qualcosa? Però ti assicuro che non mi dànno alcun fastidio; li sopporto tutti con rassegnazione: infatti ci fanno delle osservazioni che non mi dispiacciono del tutto, o mi mettono in condizione di pentirmi meno per non aver imparato le loro regole; li congedo con gentilezza, diversamente da come fece Annibale con quel famoso filosofo; e forse è per questo che essi mi dànno più fastidio. Però le loro teorie sono assurde, almeno a mio giudizio; [78] essi dividono tutta l’eloquenza in due punti: la causa e la questione: chiamano causa un dibattimento basato su una disputa e un contrasto di persone determinate, questione un dibattimento di indole generale; sulla causa dànno norme precise, sull’altro punto dell’arte del dire silenzio assoluto. [79] Pensano inoltre che l’eloquenza si componga di queste cinque parti: invenzione, disposizione dei concetti, eleganza formale, memoria e finalmente modo di porgere e pronunzia; ma questo non è affatto un segreto per nessuno; chi infatti non sa che nessuno può fare un discorso, se non conosce ciò che deve dire e il modo e l’ordine come lo deve dire, e se non lo ha ben presente nella memoria? Io non voglio negare che esistano queste parti: dico solo che esse sono evidenti, come sono evidenti le quattro o cinque o sei o anche sette parti poiché il numero varia a seconda dei maestri di retorica , nelle quali viene diviso ogni discorso: [80] essi ci consigliano di iniziare il discorso in modo da renderci benevoli, pazienti e attenti gli uditori; poi di esporre il fatto usando una esposizione verisimile, chiara e breve: poi di presentare il tema della disputa, diviso nei suoi vari elementi, difendere con salda argomentazione il nostro assunto e confutare quello dell’avversario; dopo queste parti alcuni collocano la conclusione del discorso e quella che si potrebbe chiamare perorazione; altri vogliono che prima di pronunziare la perorazione, abbellire e rendere più efficace il discorso, si faccia una digressione, per poi arrivare alla conclusione e alla perorazione. [81] In verità io non condanno tutte queste suddivisioni: sono fatte con senso di simmetria; però il che doveva necessariamente capitare a uomini lontani dalla vera realtà delle cose mancano di senso pratico: quei precetti che essi dettano per l’esordio e la narrazione, bisogna applicarli in tutto il corso dell’orazione; [82] infatti io posso rendei-mi benevolo il giudice meglio durante lo svolgimento del discorso, che quando ancora è all’oscuro di tutto; me lo posso rendere paziente meglio nell’atto in cui lo istruisco e lo informo che quando gli prometto che gli esporrò i fatti; e me lo posso rendere attento più agendo attivamente sul suo animo, per tutto lo svolgimento del dibattimento, che con una semplice presentazione del tema della causa. [83] Quando ci dicono che la narrazione deve essere verisimile, chiara e breve, dicono bene; sbagliano, e di grosso, a mio avviso, quando dicono che queste doti appartengono più alla narrazione che all’intero discorso; e tutto il loro errore consiste in questo, che essi giudicano l’arte del dire alla stregua di tutte le altre discipline, per esempio del diritto civile, di cui Crasso ieri ha detto che si può ridurre a un sistema: in altre parole, che si debbano innanzi tutto stabilire i generi, badando a non dimenticarne nessuno, perché altrimenti si commetterebbe un errore, poi le specie di questi generi, badando che non ne manchi nessuna e che non ce ne sia qualcuna in più; infine che si debba dare la definizione di ogni parola, in cui è opportuno che nulla manchi o sia di troppo. [XX] [84] Se gli esperti possono ottenere ciò nel diritto civile, se possono ottenerlo anche in scienze di scarsa o di non rilevante importanza, non credo che la stessa cosa possa accadere in una scienza così difficile e così vasta; o s e poi vi sono alcuni che lo credono, io voglio indirizzarli a coloro che insegnano questa disciplina 50: troveranno tutto illustrato e chiarito; infatti vi sono innumerevoli libri su questa materia, chiari e accessibili a tutti: ma guardino bene a ciò che vogliono, se cioè hanno intenzione di prendere le armi a scopo di esercitazione o per il vero combattimento: una cosa, infatti, richiede il combattimento in campo aperto, un’altra e ben diversa, le esercitazioni del nostro campo di Marte; e tuttavia, la stessa scherma riesce in qualche modo utile e al gladiatore e al soldato; ma è l’animo forte e pronto, acuto e scaltrito, che rende l’uomo invincibile. [85] Ecco come io educherei un oratore, se mi fosse possibile, così da osservare prima che cosa egli sarebbe capace di fare: per me abbia una infarinatura di letteratura; che abbia ascoltato qualche maestro, che abbia fatto delle letture, che abbia appreso questi stessi precetti di retorica; lo metterei poi alla prova per vedere che cosa gli si addica, quali capacità egli abbia in materia di forza fisica, respiro, pronunzia. Se capissi che egli potrebbe diventare un sommo oratore, non solo lo esorterei ad impegnarsi a fondo, ma lo supplicherei, qualora mi sembrasse che egli fosse anche un uomo onesto: tanto grande è la gloria che, a mio avviso, deriva allo Stato da un eccellente oratore, che sia anche un uomo dabbene; se fosse chiaro che egli, malgrado ogni sforzo, non potrebbe arrivare, in materia di eloquenza, al di là della mediocrità, lo lascerei libero di fare ciò che volesse, senza insistere per nulla; se poi fosse del tutto inadatto e incapace, lo esorterei a tenersene lontano o a dedicarsi ad altro studio;[86] infatti non dobbiamo in alcun modo trascurare di esortare colui che possiede un grande talento, né dobbiamo distogliere colui che ha qualche possibilità: il primo caso ha, a mio avviso, qualche cosa di divino, il secondo, cioè levitare di fare ciò che non raggiunge l’eccellenza o il fare ciò che rientra nella sfera della mediocrità, è proprio della comune umanità, quanto al terzo caso, il gridare in modo indecoroso e al di là delle proprie possibilità, è proprio di quello strillone di cui parlavi tu, o Catulo, cioè di un uomo che raccoglie con la propria tromba il maggior numero di testimoni della sua stupidità. [87] Riferiamoci dunque a quel tipo di uomo che è meritevole di esortazione e di aiuto: insegniamogli quelle cose, solo quelle cose che la pratica ha insegnato a noi, affinché con la nostra guida giunga là dove siamo giunti noi senza guida alcuna, poiché un insegnamento migliore di questo io non saprei darglielo