Traduzione De oratore, Cicerone, Versione di Latino, Libro 01; 51-62

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 01; paragrafi 51-62 dell'opera De oratore di Marco Tullio Cicerone

DE ORATORE: TRADUZIONE DEL LIBRO 01; PARAGRAFI 51-62

[LI] [219] Io non mi lascio, o Crasso, impressionare dalle tue patetiche declamazioni, alle quali sogliono fare ricorso soprattutto i filosofi, poiché hai detto infatti che nessuno può con la parola eccitare gli animi degli uditori o calmarli, se sono eccitati (ed è qui soprattutto che si rivela l’efficacia e la forza dell’oratore), al di fuori di colui che ha studiato a fondo la natura di tutte le cose, i costumi e le opinioni degli uomini, i cui deve essere necessariamente conosciuta dall’oratore la filosofia; alla quale, come sappiamo, hanno consacrato l’intera vita uomini intelligentissimi e del tutto liberi da impegni. Orbene, io non disprezzo la vastità e la profondità di cultura di tali uomini, anzi l’ammiro sinceramente: però a noi che viviamo in un popolo e in un foro come questo, può bastare conoscere e saper dire sui costumi degli uomini ciò che s’accorda con tali costumi. [220] Quale oratore importante e autorevole, volendo fare adirare il giudice contro il suo avversario, è rimasto dubbioso per non sapere che cosa sia lira, se cioè un ribollimento dell’animo o un desiderio cli vendicare un’offesa? Chi, parlando davanti ai giudici o al popolo e volendo accendere ed eccitare tutte le altre passioni dell’animo ha tirato fuori quei concetti che sogliono predicare i filosofi? Di costoro infatti alcuni proclamano che l’animo umano deve essere del tutto immune da passioni, e commettono un gravissimo delitto quegli oratori che si sforzano di suscitarle nei giudici; altri, che vogliono essere più tolleranti ed avvicinarsi di più alla realtà della vita, dicono che debbono essere assai moderate o meglio leggere. [221] L’oratore con la sua parola acuisce e rende più pericolosi tutti quei sentimenti che nella pratica normale della vita sono considerati dannosi e perniciosi e quindi da evitarsi: nello stesso tempo esalta e abbellisce quegli ideali che, a giudizio dei più sono da ricercarsi e desiderarsi; ed egli non vuole apparire tanto saggio tra gli stolti, che quelli che lo ascoltano lo giudichino un pedante o un Greculo qualsiasi o, ammesso anche che apprezzino davvero il suo ingegno e ammirino la sua sapienza, abbiano a dispiacersi di essere degli sciocchi;[222] ma egli sa talmente penetrare negli animi, talmente dominare i sentimenti e i pensieri degli uomini da non aver bisogno delle definizioni dei filosofi né di ricercare coi suoi discorsi se quel famoso sommo bene consista nell’animo o nel corpo, nella virtù o nel piacere, o se questi due sentimenti possano congiungersi strettamente, o se, come hanno creduto alcuni filosofi, nulla di certo si possa sapere, nulla conoscere veramente a fondo; ammetto che la scienza che studia tali questioni è importante e complessa, che le dottrine sono numerose, ricche e varie. [223] ma quello che noi ricerchiamo, o Crasso, è qualcosa di diverso, di ben diverso: ci occorre un uomo intelligente, abile per natura e per esperienza) tale che sappia scrutare con sagacia i pensieri, i sentimenti, le opinioni, le aspettazioni dei propri concittadini e di quegli uomini, che egli vuole, con la sua parola, convincere nella discussione di una questione. [LII] L’oratore deve conoscere il temperamento delle persone di ogni tipo, di ogni età e di ogni classe, ed esplorare i pensieri e i sentimenti di coloro presso i quali sta trattando o dovrà trattare qualche questione;[224] i libri dei filosofi se li riservi per i giorni di riposo o di ozio nella villa Tuscolana simili a questi nostri, affinché se un giorno dovrà parlare sulla giustizia e sulla fede, non sia costretto a prendere in prestito delle idee da Platone, il quale, volendo parlare di questi problemi, ha escogitato nella sua opera uno Stato di un nuovo genere: fino a tal punto quei concetti, che egli pensava di dover esporre, sulla giustizia si allontanavano dalle normali consuetudini della vita e dai costumi degli stati. [225] Se i popoli e gli Stati approvassero quelle dottrine filosofiche, chi avrebbe permesso a te, o Crasso, uomo illustrissimo e di così grande prestigio, primo tra tutti i cittadini, di dire, davanti ad un’assemblea numerosissima di tuoi concittadini, ciò che realmente hai detto? Strappateci da queste miserie, strappateci dalle fauci di coloro, la cui crudeltà non può saziarsi se non col nostro sangue; non vogliate permettere che noi diveniamo servi di alcuno, se non di voi tutti, dei quali e dobbiamo e possiamo. Tralascio la parola miserie, in cui, come quei filosofi affermano, non può trovarsi l’uomo forte; tralascio la parola fauci, dalle quali vuoi essere strappato, affinché il tuo sangue non sia succhiato per una ingiusta condanna cosa che, a giudizio dei filosofi, non può capitare al sapiente ma tu hai osato usare la parola servi non solo per te, ma per l’intero Senato, del quale tu in quell’occasione eri il difensore? [226] E mai possibile, o Crasso, che serva la virtù, a giudizio di coloro, le cui dottrine tu fai rientrare nel campo dell’eloquenza? Proprio la virtù che sempre e sola è libera e che, anche se i corpi sono conquistati dalle armi e legati dalle catene, deve mantenere intatti i suoi diritti e la sua libertà davanti a qualunque cosa. In quanto poi a quello che hai aggiunto, che cioè il Senato non solo può servire il popolo, ma anche deve, quale filosofo vi potrebbe essere così rammollito, così effeminato, così debole, cosi pronto a subordinare tutte le azioni al piacere e al dolore del corpo, da accettare codesto principio, che il Senato deve servire il popolo, quel popolo che ha affidato al Senato le redini, per dir così, della direzione, cioè la facoltà di reggerlo e di guidano? [LIII][227] Pertanto mentre io ritenevo che tu avessi parlato divinamente, P Rutilio Rufo, uomo dotto e nutrito di filosofia, affermava che tu avevi parlato non solo con scarso senso di opportunità, ma anche in maniera turpe e vergognosa; lo stesso Rutilio soleva rimproverare acerbamente Servio Galba, che diceva di avere ancora ben presente nella memoria, perché nel processo intentatogli da L Scribonio, aveva voluto suscitare la pietà del popolo romano, dopo che Catone, accanito e fiero avversario di Galba, aveva pronunziato contro di lui, davanti allo stesso popolo, un aspro e forte discorso (discorso che lo stesso oratore pubblicò nelle sue Origini). [228] Rutilio dunque rimproverava Galba, perché aveva quasi sollevato sulle spalle il pupillo Quinto, figlio del suo parente C Sulpicio Galo, affinché col vivo ricordo del suo illustre genitore suscitasse il pianto nel popolo, e perché inoltre aveva raccomandato i suoi due piccoli figli alla tutela del popolo e, come se facesse il testamento sul campo, senza bilancia né tavolette, aveva dichiarato di istituire il popolo romano tutore di quegli orfani. Pertanto, benché fosse fortemente odiato dal popolo, Gaiba riuscì a farsi assolvere per mezzo di questi commoventi spettacoli (così affermava Rutiio): e vedo che dello stesso parere era Catone, che nel suo discorso dice appunto se non avesse fatto ricorso ai ragazzi e alle lacrime, avrebbe pagato la pena. Rutilio condannava con sdegno questi metodi e sosteneva che a tali bassezze erano da preferirsi l esilio o la morte. [229] E veramente questi concetti egli non si limitò a dirli, ma li sentiva profondamente e li applicò nella pratica, infatti essendo, come sapete, un modello di integrità morale, non inferiore a nessuno dei suoi concittadini per onestà e austerità di vita, non solo non volle supplicare i giudici, ma non permise neppure che la sua causa fosse difesa con discorsi più adorni e più lunghi di quello che richiedeva la causa della verità. Egli affidò una piccola parte della difesa a questo Cotta qui presente, giovane eloquentissimo, figlio di sua sorella; un’altra parte della difesa l’assunse Q Mucio, che parlò secondo le sue abitudini, senza pompa, con semplicità e chiarezza. [230] Se in quell’occasione fossi stato tu, o Crasso, a parlare, tu che dianzi affermavi che l’oratore deve cercare un sostegno in quei ragionamenti che sogliono fare i filosofi, se vuole irrobustire il suo discorso, se, dico, ti fosse stato permesso di difendere P Rutilio alla tua maniera e non alla maniera dei i filosofi, fossero pure stati scellerati quei giudici, come realmente furono, funestì e degni di supplizio, tuttavia la forza della tua eloquenza avrebbe strappato dall’intimo dei loro cuori ogni senso di crudeltà. Purtroppo un tale uomo è ormai per i dato, essendosi svolto il dibattimento come in un processo che avesse avuto luogo in quello Stato immaginario di Platone. Nessuno dei difensori gemette, nessuno gridò, nessuno espresse segni di dolore, nessuno emise un lamento, nessuno implorò né supplicò lo Stato; perché dilungarmi? Nessuno in quel processo batté per terra il piede, per non essere, credo, denunziato agli Stoici. [LIV][231] Così un romano ed ex-console, imitava quell’antico Socrate, il più saggio tra tutti gli uomini, che, dopo avere vissuto una vita esemplare, si difese in tal modo, nel processo capitale, da non sembrare un supplice o un accusato, ma il maestro o il padrone dei giudici. Quando il sommo oratore Lisia gli portò il testo del discorso, perché, se avesse creduto, lo imparasse a memoria e lo pronunziasse in tribunale a sua difesa, egli lo lesse volentieri e disse che era scritto bene; ma aggiunse, come, se tu mi avessi portato dei calzari Sicioni, io non li userei, pur essendo comodi e adatti ai miei piedi, perché non sarebbero degni di un uomo, così questa orazione mi sembra perfetta, ma non decorosa né degna di un uomo. Perciò fu condannato, e non soltanto nella prima votazione, in cui i giudici votavano solo per la condanna o per l’assoluzione, ma anche nella seconda votazione, che essi dovevano fare in base alla legge; [232] in Atene infatti se l’imputato era ritenuto meritevole di condanna, eccettuati i delitti capitali, si faceva, per dir così, una stima della pena: e quando i giudici dovevano dare il voto, si chiedeva all’imputato quale fosse la pena più alta che egli, a suo giudizio, meritava. Essendo stata fatta tale domanda a Socrate, questi rispose che meritava di essere premiato coi più alti onori e premi e di essere mantenuto a spese dello Stato nel Pritaneo, che presso i Greci è ritenuto il più grande onore. [233] Per questa risposta i giudici arsero d’ira a tal punto che condannarono a morte quell’uomo integerrimo; che se quell’uomo fosse stato assolto - la cosa veramente non c’interessa, ma in considerazione del grande ingegno di quell’uomo, vorrei davvero che fosse andata così-, come faremmo a sopportare questi filosofi, che ora, benché egli sia stato condannato, proprio per la sua imperizia oratoria, sostengono che dobbiamo imparare da loro le norme dell’eloquenza? Io non voglio discutere con costoro quale delle due discipline sia la migliore e la più vicina alla realtà della vita: dico solo che sono differenti una dall’altra e che l’eloquenza può raggiungere la perfezione anche senza la filosofia. [LV] [234] In quanto poi alla tua calda esaltazione del diritto civile, ne comprendo bene, o Grasso, la ragione, e non solo ora, ma anche mentre tu parlavi; prima di tutto hai voluto fare un piacere a Scevola, che tutti abbiamo il dovere di amare per il suo carattere così cortese egli ne è ben meritevole ; avendo tu trovato la sua disciplina povera e disadorna, l’hai voluto arricchire e adornare con la dote della tua eloquenza; secondo il fatto che tu l’hai studiato con molto impegno (e veramente avevi in casa chi ti sapeva esortare ed ammaestrare): temevi quindi che ti si potesse rimproverare di aver perduto la tua fatica, se non l’avessi esaltato con tanto fervore. [235] Ma io non sono un nemico di questa disciplina. Abbia pure tanta importanza quanta tu gliene attribuisci: veramente non si può negare che è una disciplina importante, che ha varie applicazioni, interessa molte persone, è stata sempre in grandissimo onore ed è tuttora coltivata da uomini ragguardevolissimi- però bada, o Grasso, che tu, volendo ornare la scienza del diritto civile di un ornamento nuovo ed estraneo, non abbia a spogliarla e privarla di quei pregi che sono veramente suoi, che tutti le concedono e non solo da oggi. [236] Infatti se tu ti dicessi che il giureconsulto è anche oratore e parimenti l’oratore è anche un giureconsulto, collocheresti due illustri discipline nel posto che loro spetta, pari tra di loro e partecipi del medesimo onore. Tu invece ammetti che ci possa essere un giureconsulto sfornito di questa eloquenza, della quale stiamo discutendo, e che ce ne sono stati moltissimi, e d’altra parte neghi che ci possa essere un oratore, che non abbia appreso quella disciplina. Così il giureconsulto non è altro per te che una specie di avvocatuncolo astuto ed ingegnoso, un banditore di cause, un suggeritore di formule giuridiche, un pedante interprete di leggi: e poiché l’oratore ricorre spesso nelle cause all’aiuto del diritto, tu hai fatto di codesta scienza del diritto un umile ancella e una schiava dell’eloquenza [LVI] [237] Poiché tu ti sei stupito della sfacciataggine degli avvocati, che o hanno grandi pretese, pur conoscendo poco, o che osano affrontare nello svolgimento della causa importantissime questioni di diritto civile, senza conoscerle e senza averle mai studiate, la spiegazione di questi due fatti è facile ed agevole. Infatti non c’è da meravigliarsi che un avvocato, che ignori con quale formula si faccia il matrimonio per compera, difenda una causa di una donna, che si sia unita in matrimonio con tale formula; e se l’arte di guidare una piccola nave non differisce da quella di guidare una nave grossa, non per questo chi ignora con quale formula si faccia una divisione di eredità deve essere incapace di trattare una causa riguardante una divisione di eredità. [238] Tu hai affermato che le più importanti cause, che vengono dibattute davanti al tribunale dei centumviri, sono fondate su questioni di diritto: ebbene, quale tra queste cause è stata tale da non poter essere trattata splendidamente da un valente oratore, sprovvisto di nozioni di diritto? Veramente in tutte queste cause, persino in quella di Manio Curio, che è stata trattata da te recentemente, e nella questione di C Ostilio Mancino, e a proposito di quel figlio, che era nato da una seconda moglie, quando la prima non aveva ancora ricevuto la comunicazione ufficiale del divorzio, c’è stato tra i più valenti giureconsulti un fortissimo contrasto in materia di diritto:[239] ora io chiedo, quale aiuto in questa causa avrebbe potuto dare la scienza del diritto all’avvocato, dal momento che tra i giureconsulti sarebbe stato vincitore proprio colui che avesse trovato un sostegno non nella sua disciplina, ma in una disciplina a lui estranea, vale a dire non nella scienza del diritto ma nell’eloquenza. Ho sentito spesso raccontare che quando P Crasso cercava voti per l’edilità, accompagnato da Servio Galba, che era più anziano di lui ed ex-console (infatti la figlia di Crasso era fidanzata con Gaio, figlio di Galba), gli si avvicinò un giorno un contadino, per chiedergli un consiglio, e questo avendolo tirato in disparte, gli espose il suo caso e avendo dato Crasso la sua risposta, più conforme alla verità che agli interessi del postulante, ma quando lo vide triste, Galba chiamò il contadino per nome e gli domandò che cosa avesse chiesto a Crasso; appena seppe da questo di che si trattava e avendo visto l’uomo preoccupato, [240] Mi accorgo , disse, che Crasso ti ha risposto con animo preoccupato e distratto , poi prese Crasso per la mano e gli disse: Ehi, Che ti salta in mente di rispondere così ? Allora Crasso con sicurezza, da quell’uomo dottissimo che era, lo assicurò che le cose stavano proprio com’egli aveva detto, e che non ci poteva essere alcun dubbio; Galba si mise a scherzare e a motteggiare, citò molti casi analoghi, tirò fuori molte argomentazioni in difesa dell’equità contro il puro diritto: e allora Crasso, non potendo tenergli testa nella discussione (infatti pur essendo un uomo eloquente, non poteva in alcun modo reggere il confronto con Galba), fece ricorso ai testi di diritto, affermando che ciò che egli diceva si trovava scritto nei libri di suo fratello P Mucio e nei Gommentari di Sesto Elio, tuttavia però dovette riconoscere che l’opinione di Galba, gli sembrava accettabile e quasi vera. [LVII] [241] D’altra parte, quando una causa non presenta alcun dubbio di natura giuridica, di solito non si fa neppure. Chi chiederebbe un’eredità sulla base di un testamento, fatto da un padre cli famiglia, prima che gli sia nato un figlio? Nessuno, perché tutti sanno che la nascita del figlio comporta la rottura del testamento; quindi non si fanno processi sulla base di simili questioni di diritto: dunque l’oratore può, senza suo danno, ignorare tutta questa parte del diritto, che non presenta motivi di contrasto: parte che indubbiamente è di gran lunga la maggiore;[242] per quelle questioni di diritto, che sono motivo di discussione tra i più valenti giureconsulti, non è difficile per l’oratore trovare, per quelle tesi che egli dovrà sostenere, un appoggio in qualche autorevole studioso: i giavellotti che egli riceverà da costui, li lancerà con i suoi forti muscoli di oratore. A meno che tu non sostenga lasciatemelo dire con buona pace di quest’ottimo uomo che difendesti la causa di Manio Curio nutrito dei trattati di Scevola e degli insegnamenti di tuo suocero, e che non assumesti il patrocinio dell’equità, la difesa dei testamenti e della volontà deì morti. [243] E secondo il mio parere io fui presente a parecchie sedute del processo e udii i tuoi discorsi , la maggior parte dei voti dei giudici li ottenesti col tuo umorismo, con la tua amabilità, con le tue finissime arguzie, prendendoti gioco del profondo acume e ammirando l’ingegno di Scevola, che aveva fatto la grande scoperta che è necessario nascere prima di morire, e citando molti esempi dalle leggi, dai senatoconsulti e dalla vita e dai discorsi di tutti i giorni, non solo con acutezza, ma anche con tono scherzoso e pieno di brio: esempi che non avrebbero nessun significato, se noi badassimo alle parole anziché al pensiero: perciò il processo si svolse sotto l’insegna dell’allegria e del buon umore; non capisco in cosa ti abbia giovato la tua lunga pratica di diritto civile, mentre ti giovò certamente la tua grande abilità oratoria, unita a un finissimo senso di arguzia e amabilità. [244] Lo stesso Mucio, difensore della paterna scienza del diritto e, per dir così, campione del proprio patrimonio parlando in quella causa contro di te, che argomenti vi portò che si potessero considerare derivati dalla scienza del diritto? Quale legge citò? Quale mistero, che fosse veramente incomprensibile per i profani, svelò con le sue parole? La verità è che tutto il suo discorso mirò a questo, cioè a dimostrare che il documento scritto deve avere la massima autorità, ma questo è un genere di esercitazioni, su cui si addestrano tutti i ragazzi, quando nelle cause di questa specie vengono ammaestrati a sostenere ora le ragioni della legge scritta, ora quelle dell’equità. [245] E, credo, se in quella famosa causa del soldato tu avessi difeso l’erede o il soldato, penso che ti saresti attaccato alle formule giuridiche Ostilìane e non alla forza della tua arte oratoria: tu in verità, se avessi difeso un testamento, avresti parlato in modo da far credere che tutti i processi di tutti i testamenti dipendessero da quel giudizio; se avessi trattato la causa del soldato, avresti, come sei solito fare, evocato dagli Inferi con la tua parola il di lui padre, l’avresti piantato davanti a noi, questi avrebbe abbracciato il figlio e piangendo l’avrebbe raccomandato ai Centumviri; avresti insomma costretto perfino i sassi a piangere e a lamentarsi, così che tutta quella famosa formula Come la lingua l’avrà pronunziato sarebbe sembrata appartenere non alle XII Tavole, che tu anteponi ai trattati di tutte le biblioteche, ma alle formulette giuridiche dettate da un maestro di retorica. [LVIII] [246] Poiché tu accusi i giovani di pigrizia, perché non si applicano allo studio del diritto civile che, secondo te, è facilissimo, quanto sia facile, lo dicano coloro che passeggiano gonfi di presunzione, perché sono convinti di conoscere una disciplina difficilissima, e dillo pure tu stesso, che da una parte sostieni che tale scienza è facile, dall’altra affermi che ancora non si può parlare veramente di una scienza, ma se poi un giorno qualcuno avrà imparato un’altra scienza, tale da rendere questa una scienza, allora si potrà parlare sul serio di scienza; (hai detto pure )che esso è motivo di grande godimento; tutti lasciano a te questo godimento e ne fanno volentieri a meno, e non c’è nessuno che, dovendo imparare a memoria qualcosa, non preferisca il Teucro di Pacuvio alle formule giuridiche di Manilio, riguardanti i contratti di vendita;[247] poi secondo te, noi abbiamo il dovere di conoscere per carità di patria, ciò che con la loro intelligenza hanno creato i nostri antenati: ma non vedi che le vecchie leggi o sono andate in disuso da sé stesse, per la loro vecchiaia, state soppiantate da nuove leggi? Inoltre poichè tu pensi che il diritto civile rende gli uomini buoni, perché per legge sono assegnati premi ai virtuosi e pene ai viziosi, io veramente credevo che la virtù, ammesso che essa possa essere insegnata con un vero metodo, può essere insegnata solo con l’educazione e la persuasione e con le minacce, la violenza o la paura. Infatti, anche senza la conoscenza del diritto civile, noi possiamo comprendere quanto sia bello fuggire il male. [248) In quanto poi a me stesso, a cui solo tu concedi il privilegio di trattare bene una causa senza alcuna nozione di diritto, ecco che cosa posso dirti, o Crasso: io non ho mai studiato codesto tuo diritto civile e non ho mai sentito la mancanza di tale scienza in quelle cause che ho potuto difendere in tribunale; infatti una cosa è essere un competente in un determinato campo o in un’arte, e un’altra non essere del tutto chiuso e sordo rispetto ai comuni casi della vita e alle normali relazioni degli uomini. [249] Chi di noi ha oggi la possibilità di curare il suo podere o di visitare la sua azienda di campagna, sia per interessi, sia per puro svago? Tuttavia non c’è nessuno talmente cieco, talmente privo di intelligenza, da ignorare completamente che cosa siano la semente e la mèsse, che cosa sia la potatura degli alberi e delle viti e in quale stagione o in qual modo esse siano fatte. Dirai forse che se uno sente il bisogno di visitare il suo fondo o di dare qualche incarico al suo amministratore o qualche ordine al suo fattore, circa l’agricoltura, dovrà studiare l’opera del cartaginese Magone? Non ci bastano le nozioni generali che tutti abbiamo? E perché non dovremmo fare lo stesso col diritto civile, essendo noi che sempre impegnati con le cause, con gli affari e con la dura vita del foro, non ci potremmo ritenere soddisfatti di una cultura che bastasse a non farci sembrare forestieri e stranieri nella nostra patria? [250] Se poi si presentasse una causa piuttosto intricata, ci potremmo rivolgere a questo Scevola qui presente: d’altra parte sai bene che gli stessi interessati ci mettono a conoscenza di tutte le decisioni ed informazioni, che ricevono dai giureconsulti. Orbene, se sorge un contrasto su un fatto determinato, su una delimitazione di confini (nel qual caso siamo soliti recarci direttamente sul luogo), su registri o su mandati di pagamento, noi siamo obbligati a risolvere casi complicati e spesso difficili: quando siamo impegnati a studiare leggi o pareri di giureconsulti, dovremmo temere di non poterli comprendere, se non ci siamo applicati abbastanza allo studio del diritto civile fin dalla giovinezza? [LIX] Diremo allora che la scienza del diritto civile non arrechi nessun giovamento all’oratore? Debbo ammettere che qualsiasi scienza arreca un giovamento, specialmente all’oratore, la cui parola deve essere nutrita di una larga dottrina; però numerose, importanti e difficili sono le cose che deve conoscere l’oratore, così che io non lo consiglierei di disperdere le sue energie in molti campi. [251] Chi potrebbe negare che, quanto al modo di muoversi e di gesticolare, sarebbero utilissime per l’oratore l’arte e la grazia di un Roscio? Tuttavia nessuno consiglierebbe ai giovani appassionati dell’eloquenza di studiare l’arte del gesticolare con l’impegno degli attori. Che cosa è tanto necessario all’oratore quanto la voce? Tuttavia io non consiglierei nessun giovane studioso di eloquenza di esercitare la sua voce alla maniera degli attori tragici greci, i quali per parecchi anni si addestrano nel declamare stando seduti, e ogni giorno, prima di recitare, innalzano a poco a poco il tono della voce giacendo supini, e poi, dopo che l’hanno innalzato, l’abbassano dal tono più alto fino al più basso, e, per dir così, lo fanno rientrare, stando seduti. Se noi volessimo fare ciò, i nostri clienti sarebbero condannati, prima che riuscissimo a solfeggiare, tante volte quanto è prescritto, i nomi di Peana o di Nomio. [252] Se a noi non conviene affaticarci nell’arte di gesticolare, che pure ha molta importanza per l’oratore, e nelle esercitazioni vocali, che sono il miglior pregio e il più valido sostegno dell’eloquenza, e riusciamo a raggiungere, tanto nell’una quanto nell’altra arte, quei modesti risultati, che ci consente il poco tempo libero che ci resta in questa continua lotta della vita, è evidente che siamo meno obbligati a studiare il diritto civile. Del resto, esso può essere da noi studiato per sommi capi e senza maestro e differisce da quelle due arti in questo, che la voce e i gesti non si possono acquistare sùbito, né prendere da un altro, mentre i vantaggi derivanti dalla conoscenza del diritto possiamo procurarceli, per ciascuna causa, all’istante o da uomini competenti o dai libri. [253] Per questa ragione quegli uomini eloquentissimi di cui ho parlato hanno come assistenti, nei processi, degli esperti di diritto (materia in cui essi sono ignorantissimi), che, come tu poco fa hai detto, vengono chiamati pragmatici ma qui è di gran lunga preferibile il metodo romano, che vuole che le leggi e il diritto siano sostenuti dall’autorità dì uomini illustrissimi. Tuttavia se i Greci avessero ritenuto necessario istruire l’oratore nel diritto civile, anziché dargli l’assistenza di un pragmatico, non avrebbero evitato di farlo. [LX] [254] Tu dici che la scienza del diritto civile libera la vecchiaia dalla solitudine, la stessa cosa, credo, si potrebbe ottenere con la ricchezza; ma noi cerchiamo non quello che ci è utile, ma quello che è necessario all’oratore. Però il nostro Roscio (noi ricordiamo spesso quest’attore per la somiglianza che c’è tra la sua arte e l’eloquenza) suole dire che a mano a mano che avanzerà negli anni, imporrà al flautista di modulare le sue melodie sempre più lentamente ed egli stesso canterà le sue parti in tono più moderato. E se quell’attore che è vincolato a determinate leggi di ritmo e di metro, ha già in mente degli espedienti per il sollievo della sua vecchiaia, quanto più diritto avremo noi, non dico di rallentare i toni, ma di mutarli del tutto? [255] E tu sai bene, o Crasso, quanto siano numerose e varie le intonazioni della voce e, se non erro, sei stato tu a mostrarlo per primo, tu che da qualche tempo pronunzi i tuoi discorsi con tono più calmo e pacato di come solevi; eppure questa tua pacatezza e serietà nel parlare non piace meno della veemenza e del calore dei tuoi discorsi di una volta: e ci sono stati molti oratori che sapevano esprimere ogni concetto col comune linguaggio della conversazione, alzando leggermente il tono, come Scipione e Lelio, senza affannarsi e senza urlare, come faceva Servio Galba. Tu temi che, quando non potrai o non vorrai più esercitare la professione, la tua casa, cìoè la casa di un uomo e di un cittadino così esemplare, non essendo più frequentata da litiganti, non sarà più visitata da nessuno? Da parte mia, sono tanto lontano da un simile modo di pensare, che non solo non ritengo che un vecchio debba trovare il suo conforto nel gran numero di persone che vengono a chiedergli un parere, ma aspetto questa solitudine che tu paventi, come un rifugio sicuro e tranquillo. La liberazione da ogni impegno è il più dolce conforto per la vecchiaia. [256] Tanto quanto poi alle rimanenti dottrine, cioè la storia, il diritto pubblico, la scienza dell’antichità, la conoscenza di casi analoghi del passato, posso ammettere che siano utili; io però ricorrerò, quando ne avrò bisogno, al mio amico Congo, ottimo uomo e ferratissimo in queste scienze, e non mi opporrò che i nostri oratori, seguendo il tuo consiglio, leggano di tutto, ascoltino ogni genere di discorsi, si formino attraverso buoni studi una elevata cultura; ma, per Ercole, mi pare che ad essi rimanga ben poco tempo, per eseguire quelle esercitazioni, che tu, o Crasso, hai loro raccomandato; a mio avviso tu hai imposto a questi giovani delle norme di studio troppo severe, e tuttavia quasi necessarie per il raggiungimento del loro scopo. [257] Infatti queste esercitazioni estemporanee su temi determinati, questo lavoro preparatorio fatto con cura e riflessione e questo scrivere i discorsi, che a tuo giudizio, è il migliore mezzo per raggiungere la grande eloquenza, sono enormemente faticosi; e oltre a ciò, quel confrontare il proprio discorso con gli scritti altrui, quel discutere all’improvviso su uno scritto altrui, o per lodarlo o per biasimarlo o per approvarlo o per confutarlo, richiedono uno sforzo non piccolo, sia alla nostra memoria, sia alla nostra attitudine ad imitare. [LXI][258] Quello fu veramente esagerato, cosa che io temo riesca più efficace a distogliere i giovani che a incoraggiarli: hai detto che ognuno di noi deve essere una specie di Roscio nel suo genere e hai aggiunto che non siamo tanto portati a lodare i pregi, quanto a ricordare i difetti, per la cattiva impressione che ne abbiamo provato; cosa che io credo che gli uomini siano più esigenti con gli attori che con gli oratori;[259] mi accorgo che spesso, pur parlando con la voce rauca, noi siamo ascoltatissimi; infatti è l’interesse stesso del fatto e del processo che avvince; ma se invece a Esopo viene una piccola raucedine, è coperto di fischi. Nelle arti in cui si cerca solo il piacere delle orecchie, noi ci irritiamo subito, appena diminuisce, anche leggermente, questo piacere: nell’eloquenza invece sono molte le cose che interessano; e ammesso che non tutte presentino un interesse altissimo dobbiamo però riconoscere che parecchie sono interessanti ciò che vi troviamo deve necessariamente destare la nostra ammirazione. [260] Pertanto, per tornare al primo punto della nostra discussione, sia per noi perfetto oratore colui che, secondo la definizione di Grasso, sappia col suo discorso persuadere; egli però si limiti a quelle nozioni che riguardano la normale vita degli Stati e l’attività forense, e ad essa si dedichi esclusivamente e intensamente, lasciando da parte tutti gli altri studi, per quanto importanti e nobili possano essere; prenda come suo modello quel famoso Demostene di Atene, la cui eloquenza possiede per comune giudizio una potenza insuperabile, sul quale si dice che egli avesse tale passione per l’eloquenza e tale zelo, che riuscì a vincere con la sua fervida operosità perfino i difetti naturali, pur essendo balbuziente, incapace di pronunziare la prima lettera dell’arte stessa che studiava, riuscì col continuo esercizio a parlare con una pronunzia così chiara, quale nessuno, per comune giudizio, mai ebbe; [261] inoltre, avendo un respiro troppo corto, fece tali progressi, a forza di trattenere il fiato mentre parlava, da potere racchiudere in un solo periodo, come attestano le sue orazioni, due elevazioni e due abbassamenti della voce; ed egli poi, come si tramanda, messisi dei sassolini nella bocca, solesse declamare a voce altissima molti versi d’un sol fiato, e ciò non stando fermo in un posto, ma passeggiando e salendo per una ripida salita. [262] Io sono pienamente convinto, o Crasso, che con questo genere di esortazioni i giovani debbono essere stimolati allo studio e all’attività oratoria: tutte le altre nozioni, che tu hai raccolto da tanti diversi studi e discipline, benché tu le abbia potuto conseguire, tuttavia io le reputo estranee ai doveri e alla funzione dell’oratore. [LXII] Quando Antonio ebbe finito di parlare, Sulpicio e Cotta non nascosero il loro imbarazzo, non sapendo a chi dei due dare ragione. [263] E allora Crasso: Tu ci presenti, o Antonio, l’oratore come una specie di mestierante, ma probabilmente tu la pensi diversamente e vuoi fare sfoggio di quella tua straordinaria e ben nota abilità di confutare, in cui nessuno ti ha mai superato; essa è tipica degli oratori; ma ormai è entrata anche nelle abitudini dei filosofi, soprattutto di coloro che sono abituati a fare interminabili discorsi, pro e contro, su qualunque tema sia stato proposto. [264] Però io non volevo, soprattutto alla presenza di questi giovani, limitarmi a delineare la figura di colui che passa la sua vita nei tribunali e non vi porta nessun’altra qualità al di fuori di ciò che richiede la necessità della causa, ma vagheggiavo qualche cosa di più grande, poiché pensavo che l’oratore, specialmente in uno Stato come il nostro, deve possedere tutti i requisiti. Ora, siccome tu hai circoscritto il còmpito dell’oratore entro determinati confini, ti sarà più facile esporci il frutto delle tue indagini sui doveri dell’oratore e sul metodo che egli deve seguire; ma penso che dovremo rimandare a domani, perché oggi abbiamo già discusso abbastanza. [265] Così anche Scevola, che ha deciso di recarsi nel Tuscolano, potrà riposarsi un poco, finché il gran caldo si calmerà e noi stessi, poiché ormai è l’ora, potremo pensare a ristorarci. Tutti approvarono. Allora Scevola: Che peccato- disse-avere promesso a L Elio che oggi mi sarei recato nella mia villa Tuscolana; mi sarebbe davvero piaciuto ascoltare Antoni; e alzandosi continuò con un sorriso: veramente egli non è stato tanto impertinente nel maltrattare il mio diritto civile, quanto simpatico nel confessare di non conoscerlo