Traduzione De officiis, Cicerone, Versione di Latino, Libro 03; 02

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 03; parte 02 dell'opera De officiis di Marco Tullio Cicerone

DE OFFICIIS: TRADUZIONE DEL LIBRO 03; PARTE 02

87 Sarebbe stato più utile, dunque, sia per Fabrizio, che in questa città fu come Aristide in Atene, sia per il nostro senato, che non disgiunse mai l'utilità della dignità, combattere il nemico con le armi o col veleno? Se si deve mirare alla supremazia per la gloria, si bandisca il delitto, in cui non può esistere gloria; se si mira alla potenza in qualunque modo, non potrà giovare, se sarà unita all'infamia. Non fu, dunque, utile il provvedimento di Lucio Filippo, figlio di Quinto, in base al quale le città che Lucio Silla, per decreto del senato, aveva esentato dal tributo dietro pagamento di una somma di denaro, diventavano di nuovo tributarie, senza che venisse restituito loro il denaro versato per l'esenzione. Il senato diede il suo consenso. Vergogna per il nostro governo! Vale più la parola dei pirati di quella del senato. Ma si aumentarono le entrate; quindi il provvedimento fu utile. Fino a quando oseranno dire che qualche cosa è utile, senza essere onesta? 88 E' possibile che ad un impero, che deve fondarsi sulla gloria e sulla simpatia degli alleati, siano utili l'odio e l'infamia? Io mi sono trovato spesso in disaccordo anche col mio amico Catone. Mi sembrava che sostenesse con troppa intransigenza gli interessi dell'erario e del bilancio, e che negasse tutto ai pubblicani, molto agli alleati, mentre verso questi dovevano essere benefici, verso quelli comportarci come eravamo soliti fare con i nostri coloni, tanto più perché quella concordia di classi interessava la salute dello Stato. Si comportava male anche Curione, quando diceva che la causa dei Transpadani era giusta, ma aggiungeva sempre: Vinca l’utilità. Piuttosto egli avrebbe dovuto dimostrare che non era giusta, perché non era utile allo Stato, anziché riconoscere che era giusta, mentre diceva che non era utile. 89 Il sesto libro Sui doveri di Ecatone è pieno di questioni simili: se sia proprio di un uomo onesto non nutrire i propri schiavi in un periodo di estrema carestia. Egli discute il pro e il contro, tuttavia alla f ine regola il dovere più in base all'utilità che all'umanità. Si domanda se, nel caso che si dovesse gettare in mare parte del carico, si debba gettare un cavallo di valore o uno schiavo di poco prezzo. In questo caso divergono le vie del patrimonio e dell'umanità. Se uno sciocco avesse afferrato una tavola in un naufragio, un saggio gliela dovrebbe sottrarre, se potesse. risponde di no, perché si tratterebbe di un'ingiustizia. Che cosa? Allora il padrone della nave potrebbe portargliela via, perché è sua? Per niente affatto, come non potrebbe in alto mare gettar giù dalla nave un passeggero, perché la nave è sua. Difatti sin quando non si è giunti alla destinazione, per cui la nave è stata noleggiata, essa non è dei proprietario, ma dei passeggeri. 90 Che cosa? Dunque, se ci fosse un'unica tavola e due naufraghi, tutti e due sapienti, entrambi dovrebbero afferrarla o uno dovrebbe cedere all'altro? Bisogna cederla, ma a colui la cui vita è di maggiore importanza per sé o per lo Stato. Che cosa? E se in entrambi queste caratteristiche fossero uguali? Non vi sarà alcuna lotta, ma l'uno dovrebbe cedere all'altro quasi per sorteggio o giocando alla morra. Che cosa? E se un padre depredasse templi o scavasse gallerie verso l'erario, il figlio dovrebbe denunziare il fatto ai magistrati? Ciò sarebbe, in verità, un delitto, ché anzi dovrebbe difendere il padre, se accusato. La patria, dunque, non è superiore a tutti i doveri? Si, ma è nell'interesse della patria stessa avere i cittadini affezionati ai propri genitori. Che cosa? E se un padre cercasse di divenir tiranno, di tradire la patria, il figlio dovrebbe tacere? No, piuttosto scongiurerà il padre a non farlo. Se non riuscirà in niente, lo accuserà, lo minaccerà pure: alla fine, se l'affare metterà in pericolo l'esistenza della patria, anteporrà la salvezza della patria a quella del padre. 91 Si chiede anche questo: se un saggio ha ricevuto senza accorgersene monete false per buone, quando verrà a saperlo potrà darle in pagamento come buone, a qualche debitore? Diogene dice di sì, Antipatro di no, ed io sono d'accordo piuttosto con quest'ultimo. Se uno vendesse, sapendolo, vino che sta per inacidire, dovrebbe dirlo? Diogene non lo reputa necessario, Antipatro lo ritiene compito di un galantuomo. Queste sono, per così dire, questioni giuridiche controverse per gli Stoici. Nella vendita di uno schiavo è necessario dichiararne i difetti, non quelli che, taciuti, provocherebbero, secondo il codice civile, la restituzione dello schiavo, ma questi altri, l'essere menzognero, giuocatore, facile ai furti, ubriacone? Alcuni ritengono che sia necessario dichiararli, altri no. 92 Se uno vendendo oro, credesse di vendere ottone, il galantuomo dovrebbe avvertirlo che si tratta di oro o dovrebbe acquistare per un denaro ciò che ne vale mille? E' chiaro, ormai, quale sia la mia opinione e quale la controversia tra i suddetti filosofi. Ci si chiede se debbano essere sempre mantenuti i patti e le promesse che, secondo la formula dei pretori, non siano stati fatti né con la violenza né con la frode. Se qualcuno avesse dato ad un altro una farmaco per l'idropisia, ed avesse pattuito che costui, guarendo per mezzo di quel farmaco, non ne avrebbe più fatto uso in seguito, nel caso che fosse sopravvenuta la guarigione per merito di quel farmaco, e a distanza di qualche anno fosse nuovamente ricaduto nella stessa malattia, senza poter ottenere da colui, col quale aveva stipulato il patto, il permesso d'usare nuovamente la stessa medicina, che si dovrebbe fare? Poiché è inumano colui che non lo concede e non subisce alcuna ingiustizia, bisogna che si provveda alla vita e alla salute. 93 E che? Se un sapiente fosse richiesto da uno che volesse nominarlo erede, lasciandogli per testamento cento milioni di sesterzi, di danzare pubblicamente nel foro in pieno giorno, prima di prendere possesso dell'eredità, e il sapiente avesse promesso di farlo perché, in caso contrario, quel tale non lo nominerebbe erede nel testamento, dovrebbe mantenere la sua promessa o no? Preferirei che non avesse fatto una simile promessa e penso che ciò sarebbe stato indizio di serietà; ma dal momento che ha promesso, se riterrà vergognoso danzare, sarà più onesta la menzogna non prendendo niente dall'eredità che prendendola, a meno che non voglia destinare quel denaro a qualche grave necessità dello Stato, di modo che non sia turpe neppure danzare, per venire in aiuto della patria. 94 Ma non devono esser mantenute neppure quelle promesse che non sono di utilità a coloro ai quali sono state fatte. Per ritornare ai miti, il Sole disse al figlio Fetonte che avrebbe esaudito qualunque suo desiderio. Egli volle salire sul cocchio del padre; vi fu fatto salire; ma prima di mettersi a sedere fu colpito e bruciato da un fulmine. E che? Quanto sarebbe stato meglio che in questo caso non fosse stata mantenuta la promessa paterna! E che dire della promessa che Teseo pretese da Nettuno; avendogli Nettuno concesso tre desideri, chiese la morte del figlio Ippolito, poiché questi era stato sospettato dal padre di illecita relazione con la matrigna; ottenuto l'adempimento di questo desiderio, Teseo piombò nel maggiore dei lutti. 95 Che? E che dire di Agamennone, avendo offerto in voto a Diana quello che di più bello fosse nato nel suo regno in quell'anno, immolò Ifigenia, della quale, almeno in quell'anno, niente era nato di più bello. Avrebbe dovuto fare a meno dì promettere, anziché commettere un delitto così infame. Non sempre, dunque, bisogna promettere e non sempre bisogna restituire ciò che si è avuto in deposito. Se uno sano di mente avesse depositato presso di te una spada e, divenuto folle, te la richiedesse, sarebbe una colpa il restituirla, dovere il non restituirla. E che? Se uno, che avesse depositato del denaro presso dì te, muovesse guerra alla patria, dovresti restituirgli la somma depositata? Credo di no, perché agiresti contro lo Stato, che deve starti a cuore più d'ogni cosa. Così molte azioni, che sembrerebbero oneste per natura, diventano in particolari circostanze disoneste. Mantenere le promesse, attenersi ai patti, restituire i depositi, cambiate le utilità diventano azioni disoneste. Ed anche di quelle azioni che, per una finzione di prudenza, sembrano essere utili, pur contrastando la giustizia, credo di aver parlato a sufficienza. 96 Ma poiché nel primo libro abbiamo derivato i doveri dalle quattro fonti dell'onesto, dobbiamo attenerci ad essi nel dimostrare quanto siano nemiche della virtù quelle azioni che sembrano utili ma non lo sono. Si è parlato pure della prudenza, che la malizia vorrebbe imitare, e ugualmente della giustizia, che è sempre utile. Restano due specie di onestà, delle quali la prima si manifesta nella grandezza e nella nobiltà di un animo sommo, la seconda nella disposizione giusta e moderata della continenza e della temperanza. 97 Ulisse parve attaccato all'utile, almeno secondo i poeti tragici; difatti in Omero, autore degno della massima fede, non esiste alcun sospetto simile: ma le tragedie lo accusano di aver voluto evitare la milizia fingendosi pazzo. Decisione non onesta, ma utile, potrà forse dire qualcuno, regnare e vivere ad Itaca in pace coi genitori, la moglie e il figlio. E tu credi che la gloria che ci si procura nei travagli e nei pericoli d'ogni giorno possa essere messa a confronto con questa tranquillità? Io, in verità, ritengo che sia da disprezzare e da gettar via, perché penso che una cosa disonesta non sia neppure utile. 98 Che parole, secondo te, si sarebbe sentito dire Ulisse, se avesse perseverato in quella sua finzione? Egli che, pur avendo compiuto grandissime imprese in guerra, tuttavia si sente dire da Aiace: Del giuramento, di cui egli fu promotore, come tutti sapete, solo tradì la fede, si diede a fingersi pazzo, per non unirsi a noi. E se la prudenza acuta di Palamede non ne avesse afferrato la maliziosa audacia, egli avrebbe violato per sempre il vincolo del giuramento. 99 Sarebbe stato meglio per lui combattere non solo con i nemici, ma anche coi flutti, come fece, anziché abbandonare la Grecia concorde nel portar guerra ai barbari. Ma lasciamo da parte i miti e i fatti stranieri e veniamo a un fatto realmente accaduto e presso di noi. Marco Attilio Regolo, console per la seconda volta, catturato per mezzo di un'imboscata in Africa, quando era a capo dell'esercito nemico Santippo, generale spartano, e comandante supremo Amileare, padre di Annibale, fu inviato al senato sotto giuramento che sarebbe tornato a Cartagine, se non fossero stati restituiti ai Cartaginesi alcuni nobili prigionieri. Venuto a Roma, egli vedeva l'apparenza dell'utilità, ma, come dichiarano i fatti, la giudicò falsa: e si trattava di restare in patria, in casa propria con la moglie e i figli, conservere il grado della dignità consolare, giudicando la disgrazia patita in guerra come una cosa normale nella fortuna militare. Chi potrebbe affermare che non si tratta di cose utili? Chi pensi che potrebbe farlo? Lo negano la grandezza e la fortezza d'animo. 100 Vai forse in cerca di prove più autorevoli? Caratteristica di queste virtù è il non aver timore di nulla, disprezzare tutte le cose umane, non considerare insopportabile alcuna cosa che possa accadere ad un uomo. Che fece egli, allora? Venne in senato, espose il suo mandato, si rifiutò di esprimere il proprio parere, perché non era senatore, finché era vincolato dal giuramento fatto ai nemici. E affermò persino che non era utile restituire i prigionieri qualcuno potrebbe dire: O sciocco, nemico del suo utile! infatti quelli, affermava, erano giovani e buoni comandanti, egli era ormai sfinito dalla vecchiaia. Essendo prevalso il suo parere autorevole, i prigionieri furono trattenuti, egli tornò a Cartagine e non lo trattenne né l'amore per la patria né quello per i suoi cari. Eppure egli non ignorava, allora, di andare incontro a un nemico crudelissimo ed a supplizi raffinati, ma pensava che si dovesse mantenere il giuramento. E cosi allora, io dico, quando le veglie lo uccidevano, si trovava in una situazione migliore che se fosse rimasto a casa, vecchio prigioniero e consolare spergiuro. 101 Ma fu stolto, perché non solo non propose la restituzione dei prigionieri, ma anche dissuase dal farlo. E come stolto? Anche se recava giovamento allo Stato? E' possibile che quanto è inutile allo Stato possa essere utile a qualche cittadino? Gli uomini sovvertono i fondamenti della natura nel separare l'utilità dall'onestà. Tutti, infatti, desideriamo ciò che è utile e siamo trascinati verso di esso, senza poter fare in alcun modo diversamente. Chi c'è che si terrebbe lontano dall'utile? 0 chi, piuttosto, che non lo ricercherebbe con il massimo impegno? Ma poiché possiamo trovarlo soltanto nella gloria, nella dignità, nell'onestà, per tale motivo riteniamo questi come i primi e maggiori beni, mentre consideriamo il termine utilità, non tanto magnifico quanto necessario. 102 Che cosa c'è, dunque, potrebbe dire qualcuno, in un giuramento? Forse temiamo l'ira di Giove? Ma è opinione comune di tutti i filosofi non solo di quelli che affermano che il dio non si cura di nulla e non procura alcuna preoccupazione ad altri, ma anche di coloro che sostengono che la divinità compie e prepara sempre qualche cosa, che il dio non si adira mai e non reca nocumento. In che cosa, poi, Giova irato avrebbe potuto nuocere a Regolo, più di quanto egli nocque a se stesso? Non c'era, dunque, alcuna forza della religione che potesse mandare in a una tanto grande utilità. Forse per non agire indegnamente? In primo luogo, tra due mali bisogna scegliere il minore. Questa vergogna recava forse con sé tanto male, quanto ne recavano quelle torture? In secondo luogo anche presso Accio si legge: Hai violato la parola data? Non l'ho mai data né la do ad alcuno sleale. E' vero che ciò è detto da un re empio, ma detto, tuttavia, splendidamente. 103 Aggiungono anche che, come noi diciamo che ci sembrano utili alcune cose che non lo sono, così essi dicono che sembrano oneste alcune cose che non lo sono; ad esempio può apparire onesto proprio l'esser tornato al supplizio per mantenere un giuramento, ma finisce coi divenire non onesto, perché quanto si fa costretti dai nemici non avrebbe dovuto esser mantenuto. Aggiungono anche che tutto ciò che è molto utile diventa onesto, anche se in precedenza non sembrava tale. Queste, all'incirca, sono le obiezioni rivolte a Regolo. Ma esaminiamo la prima. 104 Non bisogna temere che Giove, adirato, nuocesse, perché non è solito adirarsi né fare del male. Questo argomento non è valido tanto contro il giuramento di Regolo, quanto contro ogni giuramento. Ma nel giuramento bisogna considerare non il timore in caso di violazione, ma il suo significato. Il giuramento è, difatti, un'affermazione religiosa: quello che uno ha promesso solennemente, come se il dio ne fosse testimone, deve esser mantenuto. Non si tratta, difatti, dell'ira divina, che non esiste, ma della giustizia e della fede. Dice benissimo Ennio: O alma Fede, fornita d'ali, e giuramento di Giove. Chi, dunque, viola un giuramento, viola la Fede, che i nostri antenati vollero stesse sul Campidoglio accanto a Giove Ottimo Massimo, come si dice in un'orazione di Catone. 105 Ma neppure Giove adirato avrebbe potuto nuocere a Regolo, più di quanto proprio Regolo nocque a se stesso. Certo, se non esistesse altro male al di fuori del dolore fisico. Ma i filosofi più autorevoli affermano che non solo non è il male maggiore, ma non è neppure un male. Non biasimate, di grazia, Regolo, testimone non mediocre, anzi forse importantissimo della fondatezza delle loro asserzioni. Difatti quale testimone più autorevole andiamo cercando di uno dei più insigni cittadini romani, che affrontò volontariamente il supplizio per mantenersi fedele al dovere? Si dice, poi, il minore tra i mali, scegliere, cioè, la vergogna piuttosto che la sventura, ma esiste un male più grande della vergogna? Se essa nella deformità fisica ha qualche cosa di repellente, quanto ci deve apparire grande la deformità e la bruttezza di un animo corrotto? 106 Quelli che trattano questo argomento con maggior vigore, hanno il coraggio di dire che è unico male ciò che è vergognoso, mentre quanti ne discutono con maggiore accondiscendenza non esitano, tuttavia, a chiamarlo sommo male. Per quel che riguarda le parole non l’ho data né la do ad alcuno sleale esse sono state scritte giustamente dal poeta, perché, rappresentandosi il personaggio di Atreo, bisognava tenersi strettamente legati ad esso. Ma se vorranno prenderle nel senso che non esiste fede data ad un uomo sleale, badino a non cercare un mezzo per occultare lo spergiuro. 107 Anche il diritto di guerra e la fede nel giuramento debbono spesso essere osservati nei confronti dei nemico. Tutto ciò che, difatti, è stato giurato con la piena consapevolezza della sua opportunità, deve esser mantenuto; quello che è stato giurato in maniera diversa, se non viene mantenuto non costituisce spergiuro. Per esempio, se non portassi ai predoni il prezzo pattuito per la tua vita, non c'è frode, neppure se non lo facessi dopo averlo giurato. Il predone, difatti, non è compreso nel numero dei nemici di guerra, ma è nemico comune di tutti; con lui non deve esserci in comune alcuna fede né alcun giuramento. 108 Spergiurare, difatti, non significa giurare il falso, ma costituisce spergiuro il non mantenere quello che hai giurato secondo la tua coscienza, come dice un'espressione in uso presso di noi. Dice bene Euripide: Ho giurato con la lingua, ma la mia mente è libera da giuramenti. Regolo, invero, non doveva sconvolgere con un falso giuramento le condizioni e i patti di guerra stipulati col nemico. Si aveva a che fare, difatti, con un nemico giusto e legittimo, nei confronti del quale sono in vigore il diritto feziale e molte altre norme comuni. Se non fosse cosi, il senato non avrebbe mai consegnato in catene al nemico illustri cittadini. 109 Ma Tito Veturio e Spurio Postumio, consoli per la seconda volta, poiché, dopo l'infelice battaglia di Caudio e dopo che le nostre legioni furono mandate sotto il giogo, avevano stipulato la pace con i Sanniti, furono consegnati ad essi per aver agito senza l'approvazione del popolo e del senato. Contemporaneamente Tiberio Numicio e Quinto Melio, allora tribuni della plebe, siccome la pace era stata stipulata con la loro autorizzazione, furono consegnati affinché fosse annullata la pace coi Sanniti. Lo stesso Postumio, che doveva venir consegnato, fu sostenitore e promotore di questa procedura. Lo stesso fece, molti anni dopo, Gaio Mancino, che, avendo stipulato un trattato coi Numantini senza l'autorizzazione del senato, sostenne la proposta presentata, per decreto del senato, da Lucio Furio e Sesto Attilio; approvata la proposta, egli fu consegnato ai nemici. Si comportò più onorevolmente lui di Quinto Pompeo che, trovandosi nella medesima situazione, supplicò in modo tale che la legge non fu accettata. In questo caso quella che sembrava utilità valse più dell'onestà, in quelli precedenti una falsa apparenza d'utilità fu superata dall'autorevolezza dell'onestà. 110 Ma non si doveva mantenere ciò che era stato estorto con la forza. Come se a un uomo forte si potesse fare violenza! Perché, dunque, partiva per il senato, tenuto conto, soprattutto, del fatto che aveva intenzione di sconsigliare la restituzione dei prigionieri? Voi biasimate proprio il suo merito maggiore. Egli non si accontentò del suo giudizio, ma accettò l'incarico perché fosse il senato a decidere, e se non fosse stato lui a consigliare, certamente i prigionieri sarebbero stati restituiti ai Cartaginesi. In tal caso Regolo restato incolume in patria. Ma poiché non lo ritenne utile per la patria, proprio per questo giudicò onesto per sé esprimere il proprio parere e patirne le conseguenze. Riguardo, poi, all'affermazione che quanto molto utile diviene anche onesto, si dovrebbe dire anzi che lo è, non lo diventa. Nulla, difatti, è utile se non è onesto, e non è onesto perché utile, ma utile perché onesto. Di conseguenza tra molti ammirevoli esempi difficilmente qualcuno potrebbe citarne uno più lodevole ed efficace di questo. 111 Ma in tutto questo glorioso comportamento di Regolo un atto è specialmente degno di ammirazione, il fatto che egli propose di trattenere i prigionieri. L'esser tornato, difatti, sembra a noi straordinario adesso, ma in quei tempi non avrebbe potuto comportarsi diversamente. Di conseguenza questa è una lode che va rivolta non all'uomo, ma ai tempi. I nostri antenati vollero che nessun vincolo fosse più saldo del giuramento per impegnare a rispettare la parola data. Lo indicano le leggi delle dodici tavole, le leggi esecratorie, lo indicano i trattati, con i quali s'impegna la parola anche con i nemici, lo indicano le ammonizioni e i rimproveri dei censori, che non giudicavano con maggiore scrupolo alcuna colpa come quelle riguardanti il giuramento. 112 Il tribuno della plebe Marco Pomponio citò in giudizio Lucio Manlio, figlio di Aulo, che era dittatore, perché aveva prolungato di pochi giorni il periodo della sua dittatura; lo si accusava anche di aver allontanato dal consorzio umano ed aver costretto a vivere in campagna il figlio Tito, quello che in seguito fu soprannominato Torquato. Quando il giovane figlio apprese che il padre aveva delle noie, si dice che accorresse a Roma e sul far del giorno si recasse in casa di Pomponio. Essendogli stata annunziata la sua visita, Pomponio, pensando che Tito adirato venisse a riferirgli qualche cosa contro il padre, si alzò dal letto e, allontanati i testimoni, ordinò che venisse fatto entrare il giovane. Ma questi, appena entrato, sguainò la spada e giurò che lo avrebbe ucciso immediatamente se non gli avesse giurato di liberare da ogni accusa il padre. Pomponio giurò, costretto dal terrore; portò la questione dinanzi al popolo, lo informò del motivo che lo costringeva a desistere dall'accusa e lasciò libero Manlio. Tanto grande era il valore del giuramento in quei tempi. E questo Tito Manlio è lo stesso che prese il cognome dall'aver strappato, nella battaglia dell'Aniene, il monile a un Gallo che l'aveva sfidato; durante il suo terzo consolato i Latini furono sbaragliati e messi in fuga presso Veseri, eroe, tra i più grandi, che, indulgentissimo nei confronti del padre, fu severissimo nei confronti del figlio. 113 Ma, come è degno di lode Regolo per aver rispettato il giuramento, così sono degni di biasimo, se non ritornarono, quei dieci che, dopo la battaglia di Canne, Annibale inviò al senato, dietro giuramento che sarebbero tornati nell'accampamento, di cui s'erano impadroniti i Cartaginesi, se non avessero ottenuto il riscatto dei prigionieri. Sul loro comportamento non tutti sono d'accordo; difatti Polibio, storico tra i più autorevoli, dice che dei dieci più nobili allora inviati, ne ritornarono nove per non avere ottenuto il consenso del senato; uno dei dieci, che aveva fatto ritorno negli accampamenti poco dopo esserne uscito, quasi avesse dimenticato qualche cosa, rimase a Roma, perché giudicava, e a torto, d'essersi liberato dal giuramento con quel suo ritorno nell'accampamento. La frode, difatti, aggrava e non elimina lo spergiuro. Si trattò, dunque, d'una sciocca astuzia, che imitò malamente la prudenza. Il senato decise, quindi, che quel furbo imbroglione fosse ricondotto in catene ad Annibale. 114 Ma questo è il lato più importante; Annibale teneva prigionieri ottomila uomini, che non erano stati catturati in battaglia né erano fuggiti di fronte al pericolo di morte, ma erano stati lasciati nell'accampamento dai consoli Paolo e Varrone. Il senato stabilì che non si doveva pagare il riscatto, benché lo si potesse fare con un'esigua somma di denaro, perché fosse ben radicato nell'animo dei nostri soldati il concetto che bisognava vincere o morire. Lo stesso storico scrive che, udito il fatto, l'animo di Annibale ne restò molto turbato, perché il senato e il popolo romano avevano dimostrato una tale grandezza d'animo nelle avversità. Così, al paragone con l'onestà, le azioni che sembrano utili finiscono con l'essere superate. 115 Gaio Acilio, invece, che scrisse una storia di Roma in greco, dice che furono molti a ritornare negli accampamenti con lo stesso inganno, per esser liberati dal giuramento, e furono bollati dai censori con ogni nota d'infamia. Mettiamo fine, oramai, a questo argomento. E' chiaro, infatti, che tutto ciò che viene fatto con animo pavido, umile, depresso ed avvilito come sarebbe stata l'azione di Regolo, se avesse proposto, riguardo ai prigionieri, quello che gli sembrava opportuno per sé, non per lo Stato, o avesse voluto restare in patria non è utile, perché è dannoso, disonorevole, ripugnante. 116 Resta la quarta parte, che consiste nella convenienza, nella moderazione, nella modestia, nella continenza, nella temperanza. Può, dunque, qualche cosa essere utile, che sia contraria a questo coro di virtù? Eppure i Cirenaici, seguaci di Aristippo, e quelli che sono chiamati Annicerii, hanno posto ogni bene nel piacere ed hanno ritenuto che la virtù sia degna di lode perché produttrice di piacere. Passati di moda questi fiorisce Epicuro, sostenitore e fautore quasi della stessa dottrina. Con questi filosofi bisogna combattere con guerrieri e cavalli, come si dice, se si vuole mantenere e salvaguardare l'onestà. 117 Se, difatti, non solo l'utilità, ma l'intera felicità della vita consiste, come ha scritto Metrodoro, nella salda costituzione fisica e nella certa speranza della sua durata, certamente questa utilità, che è pure la più grande, sarà in conflitto con l'onestà. Infatti, in primo luogo; quale ruolo si assegnerà alla prudenza? Quello, forse, di cercare piaceri in ogni dove? Quale infelice schiavitù, quella della virtù assoggettata al piacere! E quale sarebbe il compito della prudenza? Forse lo scegliere con intelligenza i piaceri? Ammetti pure che non esista niente di più piacevole, ma che cosa si può immaginare di più turpe? Inoltre, presso chi dice che il dolore è il sommo male, quale posto può tenere la fortezza d'animo, che è spregio dei dolori e delle fatiche? Sebbene, difatti, in molti luoghi Epicuro parli, come egli dice, con sufficiente forza d'animo del dolore, non bisogna, tuttavia, considerare quello che dice, ma quello che sarebbe logico dicesse chi ha limitato il bene al piacere e il male al dolore. Ad esempio, se volessi ascoltarlo mentre parla della continenza e della temperanza, è vero che ne parla a lungo in molti luoghi, ma l'acqua ristagna come si dice. Difatti, come potrebbe lodare la temperanza chi ripone il sommo bene nel piacere? La temperanza è nemica delle passioni sensuali, mentre esse sono seguaci convinte dei piacere. 118 Eppure in questi tre tipi di virtù essi si destreggiano con una certa abilità, in qualunque modo possibile. Introducono nel loro sistema la prudenza come la scienza che somministra i piaceri e allontana i dolori. Concedono un posto in qualche modo anche alla fortezza d'animo, nell'insegnare il mezzo per disprezzare la morte e tollerare il dolore. Tirano in ballo anche la temperanza, invero non nel modo più facile, ma tuttavia in qualunque modo possono. Dicono, infatti, che la grandezza del piacere trova il suo limite nell'assenza del dolore. Vacilla o piuttosto è a terra la giustizia, e cosi tutte le virtù che si distinguono nella comunanza e nella società del genere umano. Non può esistere, difatti, né bontà, né generosità, né affabilità e tanto meno l'amicizia, se esse non sono ricercate di per sé stesse, ma commisurate al piacere e all'utilità. 119 Riassumiamo, dunque, in breve. Come abbiamo provato che non esiste utilità contraria all'onestà, cosi diciamo che ogni piacere dei sensi è contrario all'onestà. Tanto più ritengo che debbano essere biasimati Callifonte e Dinomaco, che credettero di eliminare la controversia, unendo il piacere con l'onestà, il che significa, all'incirca, accoppiare gli animali con l'uomo. L’onestà non ammette questo connubio, lo spregia e lo respinge. Né, in verità, il fine del bene e del male, che deve essere semplice, può essere costituito dalla mescolanza e dal contemperamento di cose molto dissimili. Ma di questo, trattandosi di una questione importante, parleremo a lungo in un'altra occasione; ora torniamo all'assunto. 120 In qual modo, dunque, vada risolta la questione nei casi in cui l'utilità apparente è in contrasto con l'onestà, è stato sufficientemente trattato sopra. Se, poi, si dirà che anche il piacere ha un'apparenza di utilità, esso non può avere alcun punto di contatto con l'onestà. Per concedere, difatti, qualche cosa al piacere, forse esso avrà un qualche carattere di condimento, ma niente di utile. 121 Tu ricevi da parte di tuo padre, o figlio Marco, un dono grande, a parer mio, ma il cui valore dipenderà dalla maniera con cui tu l'accetterai. E' vero che dovrai accogliere questi tre libri come ospiti tra i trattati di Cratippo; ma, come avresti potuto udire anche me qualche volta, se fossi venuto ad Atene, e l'avrei fatto, se la patria non mi avesse richiamato con chiara voce mentre mi trovavo a metà viaggio, cosi, dal momento che questi volumi ti portano la mia voce, dedicherai ad essi il tempo che potrai, ma ne potrai quanto ne vorrai. Quando mi accorgerò che tu trai godimento da questo tipo di dottrina, allora con te discorrerà in tua presenza tra poco, come spero, e di lontano finché sarai assente. Stammi bene, mio Cicerone, e convinciti che mi stai moltissimo a cuore, e lo sarai ancora di più, se trarrai godimento da questi ammonimenti e precetti