Traduzione De officiis, Cicerone, Versione di Latino, Libro 01; 05

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 01; parte 05 dell'opera De officiis di Marco Tullio Cicerone

DE OFFICIIS: TRADUZIONE DEL LIBRO 01; PARTE 05

il più delle volte, poi, imbevuti dei precetti dei nostri genitori, noi siamo dolcemente condotti a prendere i loro costumi e le loro abitudini. Altri si lasciano trascinare dal giudizio della moltitudine e vagheggiano con più acceso desiderio quelle cose che alla maggior parte degli uomini sembrano infinitamente belle; solo pochi, o per felicità di fortuna o per bontà di natura, seguono il retto cammino della vita, pur senza la scuola e la guida dei genitori. Ma la specie più rara è quella di coloro che, dotati di una singolare altezza d'ingegno, o di una squisita cultura e dottrina, o dell'una e dell'altra cosa insieme, hanno anche il tempo e l'agio di scegliere liberamente quella particolar maniera di vita a cui il loro genio naturale li porta; e appunto in questa scelta ciascuno deve scrutare e penetrare la propria natura con la più vigile attenzione. Perché, se in ogni singola azione il decoro si determina, come sopra ho detto, dalla rispondenza di essa al carattere di ciascuno, così, nell'ordinamento di tutta la vita, con tanto maggior cura bisogna cercare tale armonia, sì che possiamo in tutto il corso della vita essere coerenti con noi stessi e non zoppicare in alcun dovere. E poiché, in questa determinazione, la natura ha il maggior potere, e subito dopo viene la fortuna, dell'una e dell'altra bisogna certamente tener conto nella scelta dello stato, ma più della natura, che è molto più salda e costante, sì che talvolta pare che la fortuna, come mortale, venga in conflitto con l'immortale natura. Chi dunque avrà conformato il proprio tenore di vita alla propria natura, purché' non viziosa, si mantenga ad esso coerente (in ciò consiste il maggior decoro), tranne che non s'accorga d'avere errato nella scelta della carriera. In questo caso, che facilmente può darsi, bisogna cambiar sistema di vita. E questo cambiamento sarà tanto più facile e agevole quando le circostanze aiutano; se no, lo si faccia a poco a poco e a passo a passo, a quel modo che le amicizie, che non ci garbano e non ci soddisfano, conviene, a giudizio dei savi, allentarle a poco a poco anziché troncarle d'un tratto. Ma, una volta cambiato il genere di vita, bisogna in ogni maniera cercare che di noi si dica: L'ha fatto con sano intelletto. Ho detto poc'anzi che dobbiamo imitare i nostri antenati; aggiungo due riserve: prima: non dobbiamo imitarne i difetti; seconda: può darsi che la nostra natura non ci consenta d'imitarne certe virtu', come il figlio dell'Africano Maggiore, colui che adottò l'altro Africano, figlio di Paolo, non poté, per la malferma salute, somigliare tanto a suo padre, quanto questi era somigliato al padre suo; in tal caso, chi non può, o difendere cause nel foro, o arringare il popolo nelle assemblee, o far guerre, dovrà almeno dar prova di quelle virtu' che saranno in suo potere, quali la giustizia, la lealtà, la generosità, la moderazione, la temperanza, così che tanto meno si desideri da lui ciò che gli manca. Ma la migliore eredità che i padri possano trasmettere ai figli, eredità più preziosa d'ogni patrimonio, è la gloria della virtu' e delle belle imprese: macchiarla, è delitto e sacrilegio. Ancora le diverse età non hanno gli stessi doveri: altri sono i doveri dei giovani, altri quelli dei vecchi; a proposito di questa distinzione conviene perciò dire qualche cosa. E' dovere del giovane rispettare gli anziani, scegliendo tra essi i più specchiati e stimati, per appoggiarsi al loro autorevole consiglio; perché l'inesperienza giovanile ha bisogno di essere sorretta e guidata dalla saggezza dei vecchi. E soprattutto bisogna tener lontani i giovani dai piaceri sensuali, ed esercitarli nel tollerare le fatiche e i travagli dell'animo e del corpo, sì che possano adempiere con vigorosa energia i loro doveri militari e civili. E anche quando vorranno allentare lo spirito e abbandonarsi alla letizia, si guardino dall'intemperanza e si ricordino del pudore; cosa che riuscirà loro tanto più facile se non impediranno che a ricreazioni di tal genere assistano gli anziani. Quanto ai vecchi, essi dovranno diminuire le fatiche del corpo e aumentare gli esercizi della mente; e dovranno impegnarsi ad aiutare con consigli e saggezza quanto più è possibile gli amici, la gioventù e, soprattutto, la patria. D'altra parte, non c’è cosa da cui la vecchiaia debba più rifuggire che dall'abbandonarsi a una torpida inerzia; e la lussuria, se è brutta in ogni età, nella vecchiaia è suprema vergogna. Se poi vi si aggiunge anche l'intemperanza nei piaceri, doppio è il male, perché' la vecchiaia, mentre disonora se stessa, rende più sfacciata l'intemperanza dei giovani. Ma non è neppure fuor di luogo il dire qualcosa sui doveri dei magistrati, dei privati cittadini e dei forestieri. Compito particolare del magistrato, dunque, è di ben comprendere che egli rappresenta lo Stato, e deve perciò sostenerne la dignità e il decoro; deve far rispettare le leggi e amministrar la giustizia, ricordando sempre che tutto questo è affidato alla sua lealtà. Quanto al privato, conviene che egli viva in perfetta uguaglianza di diritti coi suoi concittadini, ne' umiliato e avvilito ne' prepotente e superbo; e oltre a ciò curi che nello Stato regnino ordine e onestà: tale è colui che noi, di solito, stimiamo e chiamiamo buon cittadino Dovere, poi, del forestiere, o di passaggio o residente, è di badare soltanto ai fatti suoi, non immischiandosi negli affari degli altri e non ficcando il naso nella politica di uno Stato che non è il suo Questi sono all'incirca i doveri che si ritrovano indagando quale sia l'essenza del decoro in rapporto alle persone, alle circostanze e alle età. Ma il sommo del decoro consiste pur sempre nel mantenere la coerenza in ogni azione e in ogni risoluzione. Ora, questo decoro di cui parliamo e che si manifesta in ogni azione e in ogni parola, e perfino nel muoversi e nell'atteggiamento della persona, è riposto in tre cose, difficili a spiegare bene, ma tali che basta darne un'idea: nella bellezza, nell'ordine e nell'eleganza adatta all'azione: e in queste tre cose è compreso anche il segreto di piacere a coloro coi quali o presso i quali viviamo; ebbene, anche di queste cose converrà discorrere brevemente. Prima di tutto è evidente che la natura pose grande cura nella conformazione del nostro corpo: mise in mostra il volto e tutte quelle parti che sono decorose a vedersi, mentre celo' e nascose quelle che, destinate alle necessità naturali, avrebbero avuto un aspetto brutto e vergognoso; il pudore dell'uomo imitò questa così diligente costruzione della natura; quelle parti che la natura nascose, tutti gli uomini sani di mente le sottraggono alla vista, cercando di soddisfare le necessità naturali nel modo più occulto possibile; e quanto a quelle parti del corpo che servono a certe necessarie funzioni, noi non chiamiamo col loro nome ne' quelle parti ne' le funzioni loro: in generale, ciò che non è brutto a farsi, purché si faccia in segreto, è osceno a dirsi; pertanto, se il fare quelle cose apertamente è indizio di spudoratezza, non è certo indizio di pudore il parlarne senza ritegno. E in verità non bisogna dar retta ai Cinici, o a quegli Stoici che furono quasi Cinici, i quali ci riprendono e ci deridono perché' giudichiamo vergognose solo a nominarle certe cose che in realtà non sono vergognose, mentre chiamiamo coi loro nomi altre cose che in realtà sono veramente spregevoli. Per esempio, il rubare, il frodare, il falsificare, sono cose realmente spregevoli, ma si possono nominare senza dar nell'osceno; invece il dare alla luce figlioli, cosa in se' onesta, è osceno chiamarla col suo nome; e parecchi altri argomenti adducono gli stessi filosofi in appoggio a tale opinione contro il così detto pregiudizio del pudore. No, noi dobbiamo prendere per guida la natura ed evitare tutto ciò che può offendere gli orecchi: lo stare in piedi e il camminare, il modo di star a tavola, il volto, lo sguardo, il gesto conservino il più dignitoso decoro. In queste cose dobbiamo soprattutto guardarci da due difetti: da una effeminata mollezza e da una scontrosa villania. E invero non si deve ammettere che queste norme, obbligatorie per gl'istrioni e per gli oratori, siano indifferenti per noi. Certo, il costume degli attori comporta, per antica rigidezza morale, un così delicato pudore che nessuno osa presentarsi su la scena senza mutandine per timore che, se per qualche accidente certe parti del corpo si scoprono, la loro vista non offenda il decoro. E così, secondo il nostro costume, i figlioli grandi non fanno il bagno insieme col padre, ne' il genero col suocero. Bisogna, dunque, osservare la pudicizia anche in queste cose, tanto più che la natura stessa ne è maestra e guida. Vi sono due specie di bellezza: l'una ha in se' la grazia, l'altra la dignità; dobbiamo perciò apprezzare la grazia propria della donna e la dignità propria dell'uomo. Si tenga dunque lontano dalla nostra persona ogni ornamento non degno dell'uomo; si rifugga da un simile difetto anche nel gesto e nel moto. Invero, come certe movenze da ginnasti sono spesso alquanto affettate, così alcuni gesti di attori peccano di leziosaggine; nell'uno e nell'altro caso si lodano invece la semplicità e la naturalezza. La nobiltà dell'aspetto si manterrà con la freschezza del colorito, e questo con gli esercizi del corpo. Si ami inoltre la pulizia, non affettata ne' ricercata, ma quanto basta per schivare la rustica e incivile trascuratezza. La stessa cura dobbiamo avere anche nel vestire; in questo come nella maggior parte delle cose, la via di mezzo è la migliore. Anche nel camminare ci vuole misura: quando si è in cammino, non si tenga un passo troppo lento e molle, come chi va in processione, e quando si ha fretta, non si prenda la corsa, perché il respiro diventa affannoso, il volto si altera e la bocca si storce: segni evidenti che non c’è in noi fermezza di carattere. Ma assai più ancora dobbiamo studiarci che non discordino dalla natura i moti dell'animo; il che ci verrà fatto, se ci guarderemo dal cadere in turbamenti e smarrimenti, e se terremo l'animo sempre vigile e attento a conservare il decoro. I moti dell'animo, poi, sono di due specie: del pensiero e del sentimento. Il pensiero ha per fine supremo la ricerca della verità; il sentimento ci spinge all'azione. Dobbiamo dunque cercare di rivolgere il pensiero al conseguimento dei più alti e nobili ideali, e di rendere docile il sentimento al controllo della ragione. Grande importanza ha il discorso, il quale è di due tipi: quello della trattazione oratoria e quello della conversazione familiare; l’oratorio sia riservato alle discussioni che si fanno nei tribunali e nelle assemblee del popolo o del senato; il familiare si adoperi nei circoli, nelle dispute, nei convegni d'amici ed entri anche nei conviti. Per l'oratorio, ci sono i precetti dei retori, per il familiare non c’è nessun precetto; credo, peraltro, che se ne possano dare anche per questo. In realtà è la passione degli scolari che crea e moltiplica i maestri; a questo parlar familiare nessuno presta attenzione, tutto il mondo si affolla intorno ai retori; del resto, non esistono forse precetti intorno alle parole e ai pensieri; Ebbene, questi precetti si estendano anche al parlar familiare. Come strumento del discorso abbiamo la voce e nella voce dobbiamo cercare due qualità: la chiarezza e la dolcezza; l’uno e l'altra dote la si deve richiedere dalla natura; ma l'una si accrescerà con l'esercizio e l'altra con l'imitazione di coloro che parlano con pronunzia precisa e pacata. Non c'era nulla nei Catuli che li facesse giudicare dotati di uno squisito gusto letterario; erano colti, si', ma come tanti altri; eppure essi avevano fama di parlar magnificamente il latino: il tono della loro voce era dolce; le sillabe non erano ne' strascicate ne' smozzicate, sì che non c'era neppure un'ombra ne' di affettazione, ne' di oscurità; la voce usciva dalla loro bocca senza sforzo, ne' languida ne' canora. Più' ricco, e non meno piacevole, era il discorrere di Lucio Crasso ma non minor fama di buoni parlatori ebbero i Catuli. Nelle arguzie e nelle facezie, poi, Cesare, fratello di Catulo padre, superò tutti, così che perfino nella eloquenza forense egli, col suo parlar familiare, vinceva il solenne parlare degli altri In tutte queste cose noi dobbiamo porre attenzione, se vogliamo conseguire in tutto e per tutto il decoro. Dunque, questo parlar familiare, in cui si segnalano soprattutto i Socratici, sia placido e mite e non petulante; abbia in se' la grazia, e non escluda gli altri tipi di discorso, come se questo fosse il padrone assoluto del campo; anzi, come in ogni altra cosa, così specialmente nel conversar comune è giusto l'avvicendarsi degli interlocutori. E' bene che (chi parla) rifletta dapprima sui temi di cui deve discorrere: se seri, si adoperi un linguaggio austero; se scherzosi, la gaiezza. E prima di tutto procuri che il suo discorrere non tradisca mai qualche suo intimo difetto morale, come di solito accade quando, a bella posta, a scopo di denigrazione, si fa dell'offensiva maldicenza a carico di persone assenti, o con aria scherzosa, o con severo cipiglio. Offrono per lo più materia al conversar familiare gli affari privati, la politica, l'arte, la scienza. Se il discorso comincia a scivolare verso altri argomenti, si cerchi di ricondurlo al tema, ma sempre in armonia col gusto dei presenti: poiché noi non ci compiacciamo ne' in ogni momento ne' in egual modo delle stesse cose. Bisogna porre attenzione fino a che punto il discorso riesca dilettevole e interessante; e, come c’è stata una buona ragione per cominciarlo, così si trovi una bella maniera per terminarlo. Un giusto e sapiente precetto vuole che noi, in ogni momento della vita, evitiamo i turbamenti dell'animo, cioè quei moti incomposti che si oppongono alla ragione; ebbene, anche il discorso familiare dev'essere assolutamente libero da tali moti, perché' non si manifesti collera ne' alcun'altra passione, e perché non ne traspaia ne' fiacchezza ne' viltà di cuore ne' altro simile difetto; soprattutto dobbiamo cercar di mostrare apertamente il nostro rispetto e il nostro affetto per quelli coi quali conversiamo. Talvolta sono necessari anche i rimproveri, e nel farli bisogna forse adoperare una intensità di voce maggiore e una più aspra gravità di parole; bisogna perfino atteggiarsi in modo da sembrare adirati. Ma, come i medici solo nei casi estremi ricorrono al ferro e al fuoco, cosi noi ricorreremo a questa specie di rimproveri, solo di rado e a malincuore, e non mai se non per necessità, quando, cioè, non si trovi nessun altro rimedio; ma anche allora stia lungi da noi l'ira, con la quale non si può far nulla ne' di giusto ne' di assennato. Nella maggior parte dei casi basta fare un dolce rimprovero, non disgiunto da una certa sostenutezza, di modo che si adoperi la severità senza scendere fino all'offesa e anche quel tanto di amaro che il rimprovero comporta, bisogna far capire che l'abbiamo adoperato per amor di colui che si rimprovera. E anche in quei contrasti, che sorgono tra noi e i nostri più fieri nemici, se pure ci accada di sentir cose indegne di noi, dobbiamo serbar tuttavia una dignitosa compostezza, reprimendo lo sdegno; tutto ciò che si fa nell'impeto d'una passione, non può ne' rispettare la coerenza ne' ottenere lode dai presenti. Gran brutta cosa è anche il decantare i propri meriti, soprattutto non veri, e imitare il soldato millantatore, provocando le risa di chi ci ascolta. Io voglio, o almeno vorrei, trattare compiutamente ogni cosa; conviene perciò dire anche quale dev'essere, a mio parere, la casa di un uomo che gli onori e i meriti hanno posto in alto: scopo principale della casa è l’utilità pratica; e appunto a questa deve conformarsi la struttura generale dell'edificio; bisogna tuttavia tener conto a un tempo della comodità e della dignità. A Gneo Ottavio, che, primo della sua famiglia, fu eletto console, tornò, com’è noto, a grande onore l'aver costruito sul Palatino una bellissima e dignitosissima casa; e poiché tutti andavano a vederla, si credeva che quella avesse aiutato il suo padrone, uomo nuovo, ad arrivare al consolato. Scauro la demolì per farne un'appendice al suo palazzo. Fu così che, mentre quello portò per primo nella sua casa il consolato, questi, figlio di un grande e illustre personaggio, riportò nella sua casa più volte ingrandita non solo la sconfitta elettorale, ma anche il disonore e la sventura. E giustamente: poiché la dignità della persona deve trovar nella casa il suo ornamento, ma non deve cercare in essa la sua prima ed ultima ragione; non la casa deve conferir decoro al padrone, ma il padrone alla casa; e come in tutte le cose si deve tener conto non solo di se', ma anche degli altri, così trattandosi della casa di un personaggio illustre, nella quale bisogna ricevere molti ospiti e ammettere molta gente d'ogni sorta, si procuri che essa abbia una giusta ampiezza. Se no, una casa troppo vasta, se rimane vuota e deserta, risulta indecorosa per il padrone, tanto più se, in altro tempo e con altro padrone, era di solito molto frequentata. Fa pena sentir dire dai passanti: casa antica, in quali man cadesti. Cosa che in questi tempi si può dire a proposito di molti. E bisogna guardarsi, specialmente se uno si fabbrica per se' la sua casa, dall'eccedere nella spesa e nella magnificenza: in questo campo il cattivo esempio è contagioso e pernicioso. I più, infatti, specialmente a questo riguardo, si sforzano di imitare gli atti esteriori dei grandi: chi, ad esempio, imitò l'intima virtu' del grande Lucio Lucullo. Quanti, invece, non imitarono la magnificenza delle sue ville. Ma almeno in fatto di ville si osservi la modestia, e ci si attenga alla giusta misura; e la giusta misura, la si applichi anche a tutti i bisogni e a tutti i comodi della vita. Ma di ciò basti. Nell'intraprendere un'azione, qualunque sia, bisogna osservare costantemente tre norme: prima, che il sentimento obbedisca alla ragione (e questo è il miglior modo per adempiere i nostri doveri); poi, che si determini esattamente l'importanza della cosa che si vuole effettuare, per non assumersi cura e fatica maggiore o minore di quel che la cosa richiede; infine, procurare che tutto ciò che riguarda l'aspetto e la dignità di un uomo libero, non oltrepassi la giusta misura. E misura perfetta è mantener rigorosamente quel decoro, del quale ho parlato innanzi, senz'andare troppo oltre. Di queste tre norme, peraltro, la più importante è che il sentimento obbedisca alla ragione. Ora dobbiamo parlare dell'ordine, in cui si devono disporre, e del tempo, in cui si devono compiere, le nostre azioni. Questi due concetti sono compresi in quella facoltà che i Greci chiamano eutaxin (cioè buon ordine); non già quella che noi rendiamo con la voce moderazione (parola in cui è inclusa la nozione di modo, nel senso di misura), ma quella eutaxia, che significa osservanza dell'ordine. Del resto, a chiamarla anche col nome di moderazione, ce ne danno pieno diritto gli Stoici, i quali la definiscono come la facoltà di collocare nel loro giusto luogo tutte quelle cose che si devono fare o dire. Appare così chiaramente che i due termini ordine e collocazione sono equivalenti; in verità, gli Stoici definiscono e deducono questi concetti così: l'ordine è l'arte di collocare e disporre le cose nel luogo e più adatto. Ma il luogo dell'azione non è che l’opportunità del tempo; e il tempo opportuno per l'azione è quello che i Greci chiamano eu) kairi a e che noi chiamiamo occasione. Ne segue che questa moderazione, interpretata così come ho detto, è l'arte di conoscere e di scegliere il tempo opportuno per ogni nostra azione. Ma tale definizione può convenire anche a quella prudenza, della quale abbiamo parlato nel principio del libro, mentre qui, in questo punto, noi andiamo esaminando la moderazione, temperanza e altre simili virtù. Perciò, se i caratteri e le proprietà della prudenza sono stati descritti a suo luogo, ora dobbiamo descrivere i caratteri e le proprietà di queste virtu' delle quali già da tempo parliamo e che hanno attinenza con la verecondia e mirano ad ottenere l'approvazione di quelle persone con le quali viviamo. Ora, dunque, noi dobbiamo imporre alle nostre azioni un ordine tale che per esso, come in un discorso armonicamente composto, così nella nostra vita tutti gli atti e tutti i detti siano in pieno e perfetto accordo fra di loro; è cosa molto brutta e molto sconveniente introdurre in un argomento serio motti e lazzi degni di un banchetto, o peggio ancora, qualche discorso frivolo ed osceno. Bella fu la risposta di Pericle; aveva egli per collega nel comando dell'esercito il poeta Sofocle; un giorno si riunirono a convegno i due uomini per cose del comune ufficio; passa per caso dinanzi a loro un bellissimo giovinetto: Oh, che bel ragazzo, Pericle esclama Sofocle. E l'altro, pronto: No, no, Sofocle; un comandante deve saper tenere a freno non solo le mani, ma anche gli occhi. Eppure, se Sofocle avesse detto quelle stesse parole in una rivista di atleti, non avrebbe meritato alcun rimprovero. Tanta è l'importanza del luogo e del tempo. Così, se uno, dovendo trattare una causa, ci si preparasse in viaggio o a passeggio, o se si sprofondasse in qualche altro pensiero, non sarebbe biasimato; ma se facesse la medesima cosa in un convito, passerebbe da maleducato, non avendo il senso dell'opportunità. Tuttavia quegli atti che discordano molto dalla buona educazione (come, per esempio, se uno si mettesse a cantare in piazza, o commettesse qualche altra grave sconcezza), saltano subito agli occhi, e non hanno gran bisogno di ammonimenti e di precetti; dobbiamo invece guardarci con maggior cura da quelle sconvenienze che sembrano piccole e sono percepite da pochi. Come nel suono delle cetre o dei flauti, anche la più piccola stonatura è di solito avvertita dal buon intenditore, cosi noi dobbiamo cercare che nella nostra vita non vi sia mai dissonanza alcuna, anzi tanto più ne abbiamo il dovere quanto l'accordo delle azioni è più importante e più bello che non quello dei suoni).Ora, come nel suono della cetra, gli orecchi dei musici avvertono anche le più lievi stonature, così noi, se vogliamo essere acuti e diligenti osservatori dei vizi umani, potremo da piccoli indizi rilevare grandi difetti. Da un volger d'occhi, da uno spianare o aggrottar di ciglia, dalla tristezza, dall'allegria, dal sorriso, dal parlare, dal tacere, da un alzare o abbassar di voce, da questi e da altri simili atteggiamenti, ci sarà facile giudicare quale di essi si accordi e quale invece discordi dal dovere e dalla natura. Per questo rispetto, è molto utile osservare negli altri il particolar valore di ciascuno di quegli atti, sì che noi possiamo evitare ciò che è sconveniente: è vero, purtroppo, che, se c’è qualche mancanza o difetto, noi lo scorgiamo più acutamente negli altri che in noi stessi. Ecco perché' si correggono tanto più facilmente quegli scolari, i cui maestri ne imitano i difetti, allo scopo di correggerli. E non è inopportuno, per fare una buona scelta tra casi dubbi, ricorrere al consiglio di persone dotte, o anche solo esperte della vita, cercando di conoscere il loro giudizio su ogni particolare dovere. (La maggior parte degli uomini, infatti, hanno per guida il loro naturale istinto). In tutti costoro, dunque, giova osservare non solo le parole, ma anche i sentimenti di ciascuno, e, di questi sentimenti, le specifiche ragioni. Come i pittori e gli scultori, e in realtà anche i poeti, sottopongono ciascuno l'opera sua al giudizio della gente, nell'intento di correggere quei tratti in cui concordano le critiche di molti, riservandosi d'esaminare poi tra se' e con altri in che consista il notato errore, così ci sono moltissime cose che noi dobbiamo fare o non fare, e anche mutare o correggere secondo il giudizio degli altri. Quanto a quella condotta che si adeguano ai costumi e alle usanze civili, non occorre dare su di essa alcun precetto, perché quei costumi e quelle usanze valgono di per se' come precetti; e nessuno deve cadere nell'errore di credere che, se Socrate o Aristippo, con l'azione o con la parola, si misero talvolta contro i costumi e le usanze cittadine, la stessa facoltà sia concessa a lui: essi ottenevano questa libertà per rispetto delle loro grandi ed eccelse virtù. I l sistema di vita dei Cinici, però, è da rigettarsi totalmente: esso è nemico del ritegno, senza del quale non c’è rettitudine e non c’è onestà. Quelli, poi, la cui vita si è distinta per oneste e grandi azioni; quelli che sono animati da un vero amor di patria, e hanno acquisito e acquisiscono tuttora benemerenze, tutti questi noi li dobbiamo rispettare e riverire non meno che se fossero investiti di qualche carica militare o civile; dobbiamo anche rendere omaggio alla vecchiezza, mostrare deferenza verso i magistrati, far distinzione tra cittadino e forestiero e, nel forestiero stesso, guardare se sia venuto come privato o in veste ufficiale. In una parola, per non entrare in troppi particolari, noi dobbiamo rispettare, difendere e sostenere tutto ciò che promuove e aiuta la fratellanza e l'armonia di tutto il genere umano. Parliamo, infine, delle professioni e dei guadagni: quali di essi sono da reputarsi nobili e quali ignobili; ecco, all'incirca, quanto la tradizione ci insegna. Anzitutto, si disapprovano quei guadagni che suscitano l'odio della gente, come quelli degli esattori e degli usurai Ignobili e abietti, poi, sono i guadagni di tutti quei mercenari che vendono, non l'opera della mente, ma il lavoro del braccio: in essi la mercede è per se stessa il prezzo della loro servitù. Abietti sono da reputarsi anche coloro che acquistano dai grossi mercanti cose da rivender subito al minuto: costoro non farebbero alcun guadagno se non dicessero tante bugie; e il mentire è la più grande vergogna del mondo. Tutti gli artigiani, inoltre, esercitano un mestiere volgare: non c’è ombra di nobiltà in una bottega. Ancora più in basso sono quei mestieri che servono al piacere: Pescivendoli, macellai, cuochi, salsicciai, pescatori per dirla con Terenzio; aggiungi pure, se non ti dispiace, i profumieri, i ballerini e tutta la masnada dei mimi e delle mime. Tutte quelle professioni, invece, che richiedono maggiore intelligenza e che procurano inestimabile profitto, come la medicina, l'architettura e l'insegnamento delle arti liberali, sono professioni onorevoli per coloro al cui ceto si addicono. Quanto al commercio, se è in piccolo, è da considerarsi degradante; ma se è in grande, poiché con esso si importano da ogni parte molte merci e sono distribuite a molti senza frode, non è poi tanto da biasimarsi; anzi, se il mercante, sazio o, per dir meglio, contento dei suoi guadagni, come spesso dall'alto mare si trasferisce nel porto, così ora dal porto si ritira nei suoi' possedimenti in campagna, merita evidentemente ogni lode. Ma fra tutte le occupazioni, da cui si può trarre qualche profitto, la più nobile, la più feconda, la più dilettevole, la più degna di un vero uomo e di un libero cittadino è l'agricoltura. Di essa ho parlato abbastanza nel mio Catone Maggiore; e tu potrai apprendere da quel libro ciò che riguarda quest'argomento. Mi pare d'aver spiegato a sufficienza in che modo i doveri derivino da quelle virtu' che compongono l'onesto. Ma può spesso accadere che, anche quelle azioni che sono oneste vengano in conflitto o a confronto tra di loro: di due azioni oneste, qual è la più onesta; Questione che Panezio tralasciò completamente. Invero, poiché l’onestà scaturisce tutta da quattro fonti, delle quali la prima consiste nell'amore del sapere, la seconda nel sentimento dell'umana fratellanza, la terza nella fortezza, la quarta nella temperanza, ne viene di necessità che queste virtu', nella scelta del dovere, vengano spesso a confronto tra di loro. Ora appunto io credo che siano più conformi alla natura quei doveri che derivano dal sentimento della socialità che non quelli che derivano dalla sapienza; e lo si può comprovare con quest'argomento, che, se il sapiente avesse in sorte una vita tale che, affluendogli in grande abbondanza ogni bene, potesse meditare e contemplare tra se' in santa pace le più alte e nobili verità, tuttavia, se la solitudine fosse così grande da non veder mai faccia d'uomo, finirebbe col rinunziare alla vita. Poi, quella sapienza, signora di tutte le virtu', che i Greci chiamano sofi a da non confondersi con la prudenza, che i Greci chiamano fro'nhsij e che io definirei la conoscenza di ciò che si deve cercare o fuggire); quella sapienza, dunque, che ho chiamato signora, altro non è che la scienza delle cose divine e umane e in se' comprende gli scambievoli rapporti tra gli dei e gli uomini e le relazioni degli uomini tra di loro; ora, se questa virtu' è, com’è senza dubbio, la maggiore fra tutte, ne viene di necessità che il dovere, che dall'umana convivenza deriva, è fra tutti il maggiore. E invero la conoscenza e la contemplazione dell'universo è, in certo qual modo, manchevole e imperfetta se nessun'azione pratica la segue. Ma l'azione pratica si esplica soprattutto nella difesa dei beni comuni a tutti gli uomini; riguarda, dunque, la convivenza del genere umano; l'azione, pertanto, è da anteporre alla scienza. E appunto gli uomini migliori lo dimostrano col giudizio e coi fatti. Chi è così appassionato per lo studio e per la conoscenza dell'universo, che se, mentre è tutto intento a contemplare altissime verità, gli giunge tutt'a un tratto notizia che è in estremo pericolo la sua patria, alla quale egli può recar pronto e valido soccorso, non abbandoni all'istante ogni cosa, anche se si riprometta di poter contare le stelle ad una ad una o misurar la grandezza del mondo. E altrettanto farebbe se si trovasse nel bisogno o nel pericolo il padre o l'amico. Da tutto ciò si comprende che agli studi e ai doveri della scienza si devono anteporre i doveri della giustizia, i quali hanno per fine la fratellanza umana, che deve essere il supremo ideale dell'uomo. Dirò di più: perfino coloro che dedicarono tutti i loro studi e tutta la loro vita al sapere, non rinunziarono però a promuovere la prosperità e la felicità degli uomini. In verità, essi educarono molti a essere migliori cittadini e più utili alla loro patria, come appunto fece il pitagorico Liside col tebano Epaminonda; come fece Platone col siracusano Dioneo così molti altri con molti altri; e anch'io, quel po' di bene che ho fatto alla mia patria, se pure ne ho fatto, lo si deve all'essere io entrato nella vita pubblica ammaestrato dai filosofi e ben dotato di dottrina. E questi uomini, non solo finche' sono vivi e presenti, istruiscono e ammaestrano gli spiriti avidi di sapere, ma anche dopo morti ottengono il medesimo effetto con le loro immortali scritture. Essi non tralasciarono alcun argomento che riguardasse le leggi, la morale, il buon governo dello Stato, così che può dirsi che consacrarono i loro studi privati al bene della nostra vita pubblica; così anche quei sapienti, dediti agli studi scientifici e filosofici, recano principalmente al bene comune il contributo del loro ingegno e della loro saggezza: e per la stessa ragione, anche l'eloquenza, purché illuminata dal pensiero, vale più di una speculazione quanto mai acuta, ma incapace di esprimersi; perché la speculazione si chiude in se stessa, mentre l'eloquenza abbraccia tutti coloro che un comune vincolo unisce e affratella. Anzi, come le api non si raccolgono in sciami per costruir favi, ma costruiscono favi perché sono naturalmente socievoli, così, e tanto più, gli uomini, appunto perché uniti in società per naturale istinto, mettono in comune la loro capacità di operare e di pensare. Perciò, se quella virtu' che consiste nella tutela degli uomini, cioè nell'alleanza del genere umano, non informasse la conoscenza, la conoscenza parrebbe una solitaria e povera cosa; (e così la fortezza, disgiunta dalla fratellanza umana, non sarebbe altro che crudeltà e ferocia). Onde avviene che il sentimento della fratellanza umana sia superiore all'amore del sapere. E non è vero quel che dicono certi filosofi: La società umana ha avuto origine dalle necessità della vita, perché noi, senza l'aiuto degli altri, non potremmo ne' ottenere ne' provvedere quel che la natura richiede; e se, come suol dirsi, una bacchetta magica ci procurasse tutte quelle cose che servono ai bisogni e agli agi della vita, ogni uomo di più felice ingegno lascerebbe da parte ogni altro affare per dedicarsi tutto alla speculazione e alla scienza. Ma no, non è così: costui fuggirebbe la solitudine e si cercherebbe un compagno di studi; vorrebbe insegnare e imparare, vorrebbe ascoltare e parlare. Ogni dovere, dunque, che valga a preservare la società e la fratellanza degli uomini si deve anteporre a quel dovere che è inerente all’attività del pensiero; ora, ci si potrebbe domandare: questo sentimento di fratellanza, che più d'ogni altro è conforme alla natura umana, è anche da anteporsi sempre alla moderazione e alla temperanza. Io rispondo di no. Ci sono certe azioni così infami, così criminose che un uomo saggio non si sognerebbe mai di commettere neppure per salvare la propria patria. Posidonio ne raccolse moltissimi esempi, ma alcuni così sconci, così osceni che paion turpi anche solo a dirsi. Di questi, dunque, l'uomo saggio non si aggraverà la coscienza neppure per amor di patria; e del resto nemmeno la patria vorrà che uno si disonori per amor suo. Ma, per fortuna, la cosa è tanto più agevole in quanto è del tutto improbabile che l'interesse dello Stato esiga un tale sacrificio dal sapiente. Resti perciò ben fermo questo principio: nella scelta dei doveri, prevalga quella specie di doveri che è connaturato con la società umana. (E razionale sarà quell'azione che seguirà conoscenza e saggezza; solo così avverrà che l'agire con riflessione valga più dell'accorto pensiero). Ma di ciò basta. Il punto essenziale è chiarito, sì che non è difficile, indagando la legge morale, vedere la gerarchia dei doveri. Ma anche nell'ambito della convivenza umana c’è una gradazione di doveri, dalla quale si può comprendere la loro rispettiva preminenza; così, i primi doveri sono verso gli dei immortali, i secondi verso la patria, i terzi verso i genitori, e gli altri, gradatamente verso gli altri. Da questa breve discussione, si deduce come gli uomini ordinariamente si pongano non soltanto il problema se un'azione sia onesta o disonesta, ma anche, quale delle due sia più onesta, una volta messi di fronte a due azioni oneste. Questione che, come ho detto in precedenza, fu trascurata da Panezio. Ma ormai è tempo di passare ad altri argomenti