Traduzione De natura deorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 03; 41-50

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 03, paragrafi 41-50 dell'opera De natura deorum di Cicerone

DE NATURA DEORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 03; PARAGRAFI 41-50

[41] Ma ammettiamo pure che tutto ciò sia vero, come è possibile, però, non dico accettare ma anche solo comprendere tutto il resto? Quando chiamiamo Cerere le messi e Libero il vino usiamo un modo di dire, ma pensi davvero che ci possa essere qualcuno tanto pazzo di ritenere che sia un dio ciò che egli mangia? Quanto agli uomini divinizzati tu dovrai spiegarmi come un simile fenomeno sia potuto avvenire o come mai non avvenga più, ed io lo apprenderò volentieri; allo stato attuale delle cose non vedo proprio come l'eroe " cui torce sul monte Eta - sono parole di Accio - venner recate " abbia potuto da quel rogo ardente trasferirsi "nella casa eterna del padre": eppure Omero lo fa incontrare agli inferi con Ulisse non diversamente dagli altri morti. [42] Inoltre vorrei sapere proprio quale sia l'Ercole che noi veneriamo : coloro che hanno esplorato a fondo i misteri della letteratura specializzata ce ne tramandano molti , che il più antico sarebbe il figlio di Giove e, occorre precisare, del più antico fra gli dèi di questo nome ché, nella tradizione letteraria greca, non si parla di un solo Giove ma di parecchi; da questa antichissima divinità recante il nome di Giove e da Lisito e sarebbe dunque nato quell'Ercole che, come ci è stato tramandato, ebbe una rissa con Apollo a proposito di un tripode. Di un secondo Ercole si tramanda che sarebbe stato un egiziano, figlio del Nilo e che sarebbe stato lui a compilare le Lettere Frigiesi. Un terzo Ercole avrebbe fatto parte dei Dattili Frigi e a lui si tributano onori funebri. Un quarto Ercole è figlio di Giove e di Asteria, sorella di Latona che è venerato soprattutto a Tiro e gli attribuiscono una figlia, Cartagine; un quinto è quello che in India chiamano Belos, il sesto è il nostro Ercole, quello che Giove generò da Alcmena, ma trattasi del terzo Giove: come chiarirò anche di Giovi la tradizione ne annovera parecchi.

XVII [43] Poiché siamo venuti a parlare di questo argomento ci tengo a dichiarare che nel culto divino, nel diritto pontificale e nella nostra tradizione religiosa ho ricevuto migliori insegnamenti da quei vasetti sacrificali che Numa ci ha lasciati e di cui parla Lelio in quei suo aureo breve discorso, che dalle argomentazioni degli Stoici. Se seguissi voi, dì, cosa dovrei rispondere ad uno che mi chiedesse: " Se sono dèi sono dunque dee anche le Ninfe? " E' un fatto che se lo sono le Ninfe debbono esserlo anche i Pani e i Satiri: ma poiché costoro non lo sono non possono esserlo neppure le Ninfe. Eppure ci sono templi pubblicamente dedicati alle Ninfe. Non saranno quindi dèi neppure tutti gli altri che posseggono templi loro dedicati. E non basta: tu annoveri fra gli dèi Giove e Nettuno; quindi sarà un dio anche l'Orco in quanto loro fratello nonché tutti i fiumi che si dice scorrano agli inferi quali l'Acheronte, il Cocito, il Flegetonte e anche Caronte e Cerbero dovremo considerare alla stregua di divinità. [44] Ma poiché questo è inammissibile non sarà un dio di conseguenza neppure l'Orco; ma che dire allora dei suoi fratelli? Questo diceva Carneade non già però per togliere di mezzo gli dèi (che cosa v'è che meno si addica ad un filosofo) bensì per dimostrare che gli Stoici non chiariscono affatto il problema degli dèi: quindi così proseguiva: "Se questi fratelli fanno parte degli dèi come negare la divinità al padre loro Saturno tanto venerato nelle regioni occidentali? E se Saturno è un dio bisogna ammettere che sia un dio anche suo padre il Cielo. E quindi, ammesso questo, che siano altrettanti dèi anche i genitori del Cielo, l'Etere e il Giorno e tutti i suoi fratelli e le sue sorelle che nelle antiche genealogie prendono i nomi di Amore, Inganno, Misura, Lavoro, Invidia, Fato, Vecchiaia, Morte, Tenebre, Miseria, Querela, Gratitudine, Frode, Pertinacia, Parche, Esperidi, Sogni, tutte divinità che dicono figlie dell'Erebo e della Notte.
O si ammettono tutti questi esseri mostruosi, o si eliminano anche gli altri. XVIII [45] Sosterrai dunque la divinità di Apollo, di Vulcano, di Mercurio e di tutti gli altri dèi per poi esprimere dei dubbi circa quella di Ercole, Esculapio, Libero, Castore e Polluce? Ma questi ultimi sono venerati allo stesso modo dei primi e c'è chi tributa loro un culto anche maggiore. Essi, pertanto, anche se nati da madri mortali, vanno considerati come degli dèi. Come giudicare allora Aristeo, il figlio di Apollo che dicono abbia scoperto l'ulivo, come giudicare Teseo, figlio di Nettuno, e tutti gli altri personaggi che ebbero un dio come padre, non fanno anch'essi parte degli dèi? E quelli che ebbero una dea come madre? Certo ne fanno parte a maggior ragione; se è vero che secondo il diritto civile il figlio di madre libera è anch'egli di condizione libera, secondo il diritto naturale il figlio di una dea è necessariamente un dio. Così gli abitanti dell'isola di Astipalea venerano Achille con grande devozione; e se Achille è un dio lo sono anche Orfeo e Reso in quanto figli di una Musa: a meno che non si antepongano nozze marine a nozze terrestri. Se questi ultimi non sono dèi poiché non esiste alcun luogo in cui venga loro tributato un culto, come potranno esserlo i primi? [46] Bada che questi onori non vengano attribuiti alle virtù di esseri umani anziché alla loro immortalità; e mi sembra che anche tu dicessi questo, caro Balbo. Se consideri Latona una dea come puoi non fare altrettanto per Ecate che è figlia di Asteria, una sorella di Latona? E' dunque una dea anche costei? Si direbbe di sì, dal momento che in Grecia abbiamo visto altari e templi a lei consacrati.
E se costei è una dea, perché non dovrebbero esserlo anche le Eumenidi? E se lo sono le Eumenidi, che in Atene hanno un tempio ad esse consacrato e qui da noi - per quanto io penso di poter ritenere - il bosco di Furina, sono dee anche le Furie, osservatrici e punitrici dei delitti e delle scelleratezze. [47] Ché se poi gli dèi intervengono nelle vicende umane si dovrà considerare come una divinità anche la Nascita cui siam soliti sacrificare quando nell'agro ardeatino facciamo il giro dei santuari: trattasi di una divinità che protegge i parti delle matrone e che trae appunto il nome dall'atto del nascere. Orbene, se la Nascita è una divinità sono dèi anche tutti quelli da te ricordati: l'Onore, la Fede, la Mente, la Concordia, nonché la Speranza e la Moneta, tutte le entità, insomma, che noi riusciamo a concepire nel nostro pensiero. Sennonché tale conclusione è inverosimile e, di conseguenza, cade anche il punto di partenza di tutte queste considerazioni. XIX Se sono dèi quelli di cui ci è stato trasmesso il culto, perché non dovremmo annoverare nella stessa categoria anche Serapide ed Iside? E ammesso che facciamo questo, perché ripudiare gli dèi delle genti straniere? Porremo dunque fra gli dèi i buoi ed i cavalli, le ibis, gli sparvieri, i serpenti, i coccodrilli, i pesci, i cani, i lupi, i gatti e molte altre bestie. Respingendo queste, dovremmo respingere anche le altre divinità da cui esse hanno tratto origine. [48] E poi perché Ino, benché figlia di Cadmo, sarà considerata una divinità prendendo il nome di Leucotea in Grecia e di Matuta da noi, e non si annovereranno invece fra gli dèi né Circe, né Pasifae né Ecta benché nati da Perseide, figlia dell'Oceano, e dal Sole? Anche a Circe, è vero, i nostri coloni Circeiensi tributano un culto religioso.
Dovremo per questo, allora, considerarla come una dea: che cosa potrai rispondere a Medea che vanta come nonni due divinità, il Sole e l'Oceano e che ebbe Ecta come padre e Idia come madre-che cosa potrai rispondere al di lei fratello Apsitto che in Pacuvio è Egialeo, ma l'altro nome è il più usato dagli antichi scrittori. Se questi non sono dèi, non so proprio cosa ci stia a fare Ino: l'origine è la stessa. [49] Sono forse dei Anfiarao e Trofonio? I nostri appaltatori delle imposte, a dire il vero, poiché in Beozia in base al contratto coi censori erano esentati dalle gabelle i territori di proprietà degli dèì immortali, sostenevano che non poteva essere immortale chi a suo tempo fosse stato un uomo. Ad ogni modo, però, se coloro sono delle divinità lo sarà certamente anche Eretteo di cui vedemmo in Atene il tempio ed il sacerdote. E se facciamo di lui un dio, che ragione avremo di dubitare della divinità di Codro e di tutti coloro che caddero combattendo per la libertà della patria? Se queste ultime considerazioni sono inaccettabili non si potranno neppure accettare le premesse da cui derivano. [50] E' del resto comprensibile che quasi tutte le città, allo scopo di incrementare il valore e di far si che i cittadini migliori affrontassero con maggior slancio il pericolo per il bene della patria, rendessero alla memoria dei loro eroi lo stesso culto che si tributa agli dèi immortali. E' per questa medesima ragione che in Atene Eretteo fu annoverato fra gli dèi assieme alle figlie e, sempre in Atene, v'è il tempio delle figlie di Leonte detto Leocorio. Gli abitanti di Alabanda venerano Alabando, fondatore della loro città, al di sopra di ogni altra autentica divinità, per quanto elevata possa essere; fu lì che Stratonico, con la sua consueta arguzia, ad un tale che, in polemica con lui, sosteneva la divinità di Alabando e negava quella di Ercole "E va bene, disse, con me se la prenda pure Alabando e con te Ercole".