Traduzione De natura deorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 03; 01-10

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 03, paragrafi 01-10 dell'opera De natura deorum di Cicerone

DE NATURA DEORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 03; PARAGRAFI 01-10

I [1] Avendo Balbo pronunciato queste parole, Cotta sorrise e disse " troppo tardi, o Balbo, mi suggerisci una tesi da sostenere. Già durante la tua esposizione consideravo fra me le possibili obiezioni, non tanto per confutarti quanto per chiarire meglio i punti che mi riuscivano oscuri. D'altra parte poiché ciascuno ha il diritto di pensarla a modo suo è difficile che io posso fare mio il tuo stesso pensiero ". [2] Al che Velleio: " Non immagini neppure, Cotta, con quanto desiderio mi disponga ad ascoltarti. Infatti il tuo discorso contro Epicuro è stato piacevole al nostro Balbo; da parte mia presterò la massima attenzione a ciò che dirai contro gli Stoici. Spero che anche questa volta tu sii come sempre bene agguerrito ". [3] Cotta allora: " Proprio così, caro Velleio, disse, ma la mia polemica con Lucilio non è la stessa che con te ". "In che senso? " chiese quello. " Nel senso che il vostro Epicuro non mi sembra si prenda molta cura degli dèi immortali: gli manca solo il coraggio di negarne l'esistenza per sfuggire all'impopolarità od alla taccia di ateismo, ma quando sostiene che gli dèi non fanno nulla, non si curano di nulla e che, benché forniti di membra umane, non ne fanno alcun uso, pare proprio che scherzi o che, comunque, creda sufficiente affermare che esiste un essere eterno e felice. [4] Hai sentito invece quale ricchezza di argomentazioni ha saputo addurre Balbo e con quanta proprietà e coerenza, anche se non con altrettanta verità. Perciò, come ho già detto, la mia intenzione non è tanto di confutare la sua esposizione quanto di chiarire i punti per me meno chiari. Ed ora a te, Balbo, do la scelta, se preferisci rispondere punto per punto ai miei quesiti ed ai miei dubbi o vuoi ascoltare prima tutta la mia esposizione? Al che Balbo: "Se si tratta solo di qualche chiarimento preferisco darlo senz'altro; se invece è tua intenzione farmi delle domande non tanto per capire, quanto per confutare, farò come tu vorrai: risponderò subito ai singoli quesiti o a tutti i punti insieme una volta terminato il discorso". [5] Cotta allora: "Benissimo, concluse, procediamo pure in base al filo stesso del discorso. II Ma prima di affrontare l'argomento, parliamo un poco di me. Non poco peso hanno per me la tua autorità e le parole con le quali, nella tua perorazione, mi hai esortato a ricordarmi del mio nome e della mia carica di pontefice io penso, significa che sarebbe mio dovere difendere le credenze tradizionali sugli dèì immortali, le pratiche religiose, le cerimonie, i riti. Ci tengo a dire che le difenderò sempre come sempre le ho difese e non c'è discorso di sapiente o di ignorante che possa distogliermi dalla mia fede nel culto tradizionale degli dèì che gli avi ci hanno trasmesso. In fatto di religione seguo i pontefici massimi Tiberio Coruncanio Publio Scipione e Pubilo Scevola non già Zenone, o Cleante, o Crisippo e preferisco sentir parlare di questioni religiose Gaio Lelio, augure e filosofo ad un tempo, nella sua famosa orazione piuttosto che qualsiasi sommo rappresentante della scuola stoica. Essendo tutto il rituale religioso dei Romani diviso tra le cerimonie sacre ed gli auspici, a questi si potrebbe aggiungere un terzo elemento se gli interpreti della Sibilla e gli aruspici, per predire il futuro, hanno ricavato qualche ammonimento dai portenti e dai prodigi, ma nessuno di questi riti ho mai pensato che si dovesse trascurare e sono convinto che Romolo e Numa Pompilio gettarono le fondamenta della nostra città il primo ricorrendo agli auspici ed il secondo creando il rituale religioso, che essa(Roma) non avrebbe potuto essere così grande senza un particolare favore degli dèi immortali. [6] Ora, Balbo, sai che cosa io pensi come Cotta e come pontefice: spetta a te, quindi, espormi la tua opinione; da te, un filosofo, io debbo ricevere una giustificazione razionale delle credenze religiose, ma e mio dovere credere ai nostri maggiori anche senza nessuna prova. III Chiese allora Balbo: E quale è la giustificazione razionale che tu desideri da me? " E Cotta: " Tu avevi distinto nella trattazione di questo problema quattro momenti consistenti, rispettivamente, nell'affermazione che gli dèi esistono, nella illustrazione della loro natura, nella dimostrazione che sono essi a governare il mondo e, infine, nella dimostrazione che essi si occupano delle cose degli uomini. Questa, se ben ricordo, è stata la tua partizione dei problema ". " Proprio così, rispose Balbo, ma tu dimmi che cosa vuoi sapere ". [7] E Cotta: " Consideriamo, disse, il primo punto e se è vero che la prima affermazione, quella relativa alla esistenza degli dèi, trova tutti d'accordo, a meno che non si tratti di atei incalliti nell'empietà, e non c'è fuoco che riuscirebbe a cancellarla dalla mia mente, tu però non mi dimostri per quale ragione questa verità, di cui io sono fermamente convinto sulla base dell'autorità dei nostri antenati, sia veramente tale ". " Ma se tu ne sei convinto -soggiunse allora Balbo - che motivo c'è che io te la dimostri? " E Cotta: "Perchè io voglio accingermi a questa discussione immaginando di non saper nulla degli dèi e di non aver mai riflettuto su questo problema; tu accoglimi come un discepolo digiuno di scienza ed ancora da formare e insegnami ciò che desidero conoscere ". [8] " Dimmi dunque ciò che desideri sapere ". " Spiegami anzitutto perché hai speso tante parole per chiarire una verità tanto evidente a proposito della quale visto che sull'esistenza degli dèi non ci sono dubbi e sono tutti d'accordo - tu stesso avevi riconosciuto che non c'era neppure bisogno che se ne parlasse ". " Per la stessa ragione per la quale, Cotta, nei tuoi discorsi forensi so che ti sforzi di sommergere il giudice coi maggior numero di argomenti possibile, per poco che la causa ti fornisca tale opportunità. E' lo stesso metodo seguito dai filosofi ed anch'io mi sono sforzato di imitarlo. Facendomi quella domanda è come se tu mi chiedessi perché mai tu guardi con ambedue gli occhi e non ne chiuda uno pur potendo realizzare lo stesso scopo con un occhio solo ". IV [9] E Cotta: " Tu giudicherai fino a che punto sia valido il paragone. Per quanto mi concerne non è mia abitudine accumulare prove per dimostrare una verità evidente sulla quale tutti convengono (la chiarezza si offusca col troppo argomentare) e anche nel caso che mi comportassi cosi nelle cause forensi, mi guarderei bene dal fare altrettanto in una questione così delicata. Non vi sarebbe alcuna vera ragione di chiudere un occhio dal momento che entrambi hanno lo stesso campo di visione e la natura, che tu consideri saggia, ha voluto che gli occhi fossero per l'anima come due finestre aperte. Sull'esistenza degli dèi invece tu hai accumulato prove su prove perché non eri ben convinto che questa verità fosse evidente come tu avresti voluto. Per me un unico argomento sarebbe stato sufficiente: la tradizione dei nostri padri. Ma tu disprezzi l'autorità e combatti le tue battaglie con la ragione; [10] permetti dunque che le mie argomentazioni vengano a contrasto con le tue. Adduci tutte queste prove per dimostrare che gli dèi esistono e, intanto, col tuo argomentare rendi dubbia una verità che, a mio parere, non lo è affatto; ho memorizzato non solo il numero ma anche la successione delle tue argomentazioni. La prima sarebbe che alla vista del firmamento subito comprendiamo che deve esistere una volontà suprema che governa i corpi celesti. Di qui anche la citazione del verso: "Contempla quell'essere che in alto risplende, che tutti invocano col nome di Giove ".