Traduzione De natura deorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 71-77

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 02; paragrafi 71-77 dell'opera De natura deorum di Cicerone

DE NATURA DEORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 71-77

[71] Ad ogni modo però, pur disprezzando e respingendo codesti racconti favolosi, potremo ugualmente riconoscere l'esistenza e la natura della divinità Presente in ciascun elemento - Cerere sulla terra, Nettuno nel mare, altri altrove - ed apprenderne il nome consacrato dall'uso: e questi dèi è nostro dovere rispettare e venerare. Non v'è nulla di più elevato, dì più puro, di più venerando e di più sacro del culto degli dèi purché li si venerino con purezza, rettitudine ed integrità di mente e di parola. Del resto non furono solo i filosofi ma anche i nostri antenati a distinguere la superstizione dalla religione. [72] Coloro che trascorrevano le intere giornate a pregare e a far sacrifici perché i loro figli sopravvivessero, perché fossero cioè dei " superstiti ", furono detti " superstiziosi ", un termine che assumerà in seguito un valore più ampio; quelli che invece riconsideravano e, per così dire, " rieleggevano " tutte le pratiche del culto furono detti religiosi dal verbo relegere così come elegantes deriva da eligere, diligentes da diligere e intellegentes da intellegere; in tutte queste parole è implicito lo stesso significato di legere che troviamo in " religioso ". Accadde così che il termine "superstizioso" esprimesse un difetto, religioso ", invece, un pregio. Con ciò mi sembra di aver esaurito quanto avevo da dire sull'esistenza e sull'essenza degli dèi. XXIX [73] Mi resta ora da dimostrare che il mondo è retto dalla provvidenza divina. Trattasi di un argomento importante e oggetto di viva discussione da parte di quelli della scuola del nostro Cotta, ed è proprio con loro che bisogna discuterne. Quanto a voi - e mi rivolgo a Velleio - siete poco informati sul modo in cui vanno dibattuti i vari problemi; leggete solo le opere ispirate ai vostri principi e solo quelle apprezzate: tutti gli altri li condannate senza minimamente preoccuparvi di sentire le loro ragioni. Sei stato proprio tu, ieri, ad affermare che è opera degli stoici la rappresentazione di una vecchia profetessa, della Pronoia o provvidenza che dir si voglia. Hai detto ciò con questo errore poiché pensi che essi abbiano concepito la provvidenza come una dea personale cui spetti di reggere e governare il mondo; in realtà è detto in modo abbreviato. [74] Come quando si dice che lo stato ateniese è retto dal consiglio manca la determinazione " dell'Areopago", analogamente quando affermiamo che il mondo è retto dalla provvidenza devi ritenere che manchi la determinazione "degli dèi" e pensare che l'espressione piena e compiuta sia: "il mondo è amministrato dalla provvidenza degli dèi", perciò non state dunque a sprecare, nello sforzo di deriderci, questo spirito che, tra l'altro, manca alla vostra scuola; se, per ercole, mi deste ascolto non lo tentereste nemmeno: non vi si addice, non ne avete il diritto, non lo potete fare. E nel dir questo non mi riferisco soltanto a te che le consuetudini di casa nostra ed il garbo del nostro popolo hanno ingentilito, ma a tutti i seguaci della vostra scuola e soprattutto al suo iniziatore, un uomo privo di tecnica e di cultura, in lotta con tutti e sfornito di ogni acume, di ogni autorità, di ogni garbo. XXX [75] Affermo dunque che il mondo nel suo insieme ed in tutte le sue parti fu inizialmente organizzato e continua ad essere guidato dall'azione provvidenziale degli dèi. Nella trattazione della problematica relativa a questo argomento i seguaci della nostra scuola distinguono tre momenti: il primo consiste nella dimostrazione che gli dèi esistono, una verità che, una volta provata, ci costringe ad ammettere che è la volontà divina a governare il mondo. Nel secondo si passa a dimostrare che ogni fenomeno è sottoposto ad un essere sensibile da cui dipende ogni perfezione, donde la conseguenza che esso sia determinato da principi viventi. Il terzo momento è fondato sul senso di stupore con cui contempliamo i fenomeni celesti e terrestri. [76] Circa il primo punto gli atteggiamenti possibili sono due: o si nega l'esistenza degli dèi come, sotto un certo aspetto, fa Democrito parlandoci di simulacri ed Epicuro di immagini, oppure si riconosce, con coloro che ne ammettono l'esistenza, che gli dèi esercitano una loro azione e lo fanno nel modo migliore; e poiché non è possibile un'attività più elevata del governo del mondo, se ne deduce che esso è guidato dalla volontà divina. Se fosse altrimenti, dovrebbe essere un'altra entità, non importa quale, superiore e dotata di una potenzialità maggiore della divinità (sia essa una creatura inanimata, o una cieca necessità spinta da una forza possente) a compiere le meravigliose opere che vediamo; [77] in tal caso la divinità, sottoposta alle inesorabili leggi naturali che dominano il cielo, le terre e i mari, non eccellerebbe né in potenza né in perfezione; ma poiché nulla è superiore alla divinità è giocoforza che sia essa a governare il mondo: non essendo sottoposta o soggetta ad alcun'altra creatura naturale, non potrà che essere la divinità stessa a reggere la natura. Inoltre se ammettiamo che gli dei siano dotati di intelligenza, riconosciamo implicitamente che sono anche previdenti dispensatori di beni, e dei più importanti, per giunta. E' assurdo pensare che gli dèi o non sappiano quali siano le cose veramente importanti e come vadano trattate e tutelate o non abbiano la capacità materiale di sopportare e sostenere un carico cosi gravoso. L'ignoranza è un difetto estraneo alla natura divina e la difficoltà di adempiere al proprio ufficio per congenita incapacità non si addice certo alla maestà degli dèi. Di qui la conseguenza cui noi volevamo arrivare che, cioè, il mondo è governato dalla provvidenza divina.