Traduzione De natura deorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 51-60

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 02; paragrafi 51-60 dell'opera De natura deorum di Cicerone

DE NATURA DEORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 51-60

XX [51] Oggetto di grandissima ammirazione sono i movimenti di quei cinque astri che a torto vengono chiamati erranti: a torto, ché non può parlarsi di errore quando gli avanzamenti, gli arretramenti e gli altri movimenti si conservano fissi e immutati per tutta l'eternità. E tale regolarità è tanto più meravigliosa nel corso di codeste stelle in quanto ora scompaiono dalla vista ed ora ricompaiono di nuovo, ora avanzano ed ora retrocedono, ora precedono le altre ed ora le seguono, ora si muovono più lentamente ed ora più velocemente, o non si muovono affatto ma rimangono immobili per un tempo determinato. Da tale disparità di movimenti gli scienziati hanno tratto la denominazione e il concetto del " grande anno " che allora può dirsi compiuto quando il sole, la luna e i cinque pianeti tornano ad assumere l'identica posizione relativa degli uni rispetto agli altri. [52] Molto si discute sulla durata di tale periodo, ma è certo che essa deve essere fissa e determinata. Quella che chiamano stella di Saturno (Phainonque per i Greci), la più distante di tutte dalla terra, compie il suo corso in circa trent'anni, nel cui corso effettuando meravigliosamente diverse fasi, ora è in ritardo, ora si nasconde sul far della sera, ora ricompare di nuovo sul far del mattino, nulla muta nell'infinita estensione del tempo che non attraversi sempre con puntuale regolarità le medesime fasi. Al di sotto di essa e più vicino alla terra si muove la stella di Giove che i Greci chiamano Phaethon che in dodici anni compie l'identico percorso attraverso le dodici costellazioni e presenta le stesse fasi della stella di Saturno. [53] L'orbita immediatamente inferiore è occupata da Ptroeis che chiamano stella di Marte e che, a mio parere, compie la stessa rivoluzione delle precedenti in ventiquattro mesi meno sei giorni. Al di sotto dì questa c'è la stella di Mercurio che i Greci chiamano Stilbon, nel giro di un anno all'incirca percorre l'intero zodiaco e non dista mai dal sole (che ora precede ed ora segue) di un intervallo maggiore di quello di una costellazione. La più bassa fra tutte e la più vicina alla terra è la stella di Venere, che quando precede il sole ottiene la denominazione greca di Phosforos e quella latina di Lucifero, quando lo segue quella di Esperos; nel giro di un anno compie l'intero percorso sia nel senso della latitudine sia in quello della longitudine, esattamente come le stelle che si trovano al di sopra di lei, e non si allontana mai dal sole di un intervallo superiore a quello di due costellazioni pur alternando fasi in cui precede il sole con fasi in cui lo segue XXI [54] Questa regolarità dei moti stellari, questa armonia così puntuale delle varie orbite in ogni tempo non potrei comprenderle senza un'intelligenza con princìpi razionali. E poiché risulta che tale intelligenza risiede proprio nelle stelle, non possiamo fare a meno di annoverare anch'esse fra gli dèi. Quelle stelle che chiamano fisse provano un identico principio intelligente e saggio, la cui orbita ogni giorno è perfetta e regolare , ma i loro movimenti non sono legati a quelli dell'etere e i loro percorsi non risultano fissati alla volta del cielo, come ritiene la maggior parte degli indotti; la consistenza dell'etere non è tale da permettergli di ravvolgere e trascinare con sé le stelle: la scarsa densità, la sua trasparenza, la sua uniformità di colore lo rendono inadatto a contenere le stelle fisse. [55] Le stelle fisse hanno dunque una loro orbita distinta ed indipendente dall'unione con l'etere. I loro movimenti perennemente e perfettamente ispirati ad una mirabile ed eccezionale regolarità provano la presenza in esse di un potere divino ed intelligente e chi non è disposto a riconoscere la divinità di questi corpi celesti dimostra di non essere in grado di comprendere alcunché. [56] Nel cielo non v'è posto per il caso, per l'imprevisto, per l'eccezione, per l'incertezza, ma al contrario tutto è ordine, precisione, calcolo e regolarità, e tutto ciò che manca di tali requisiti, in quanto falso e permeato di disordine, lo si ritrova nello spazio intorno la terra al di sotto dell'orbita della luna, il più basso dei corpi celesti, e sulla nostra terra. Chi ritenesse che l'ordine mirabile e l'eccezionale regolarità dei fenomeni celesti, da cui dipende totalmente il sostentamento e la sopravvivenza delle creature tutte, non sia soggetto ad un principio intelligente dovrebbe ritenersi egli stesso privo d'intelligenza. [57] Penso dunque di non sbagliare traendo spunto per la mia trattazione da colui che per primo si dedicò alla ricerca della verità. XXII Zenone definisce la natura come fuoco artificiere che procede alla generazione degli esseri secondo un metodo preciso. Pensa che compito proprio e peculiare dell'attività artistica è infatti, quello di provvedere alla generazione e creazione delle cose e ciò che nelle nostre creazioni artistiche è opera della mano (dell'uomo), lo stesso con arte assai più raffinata lo compie la natura, cioè, come s'è detto, quel fuoco artificiere, maestro di tutte le altre arti. E la ragione per la quale la natura tutta è dotata di facoltà artistiche è che segue le direttive metodiche di una ben definita scuola. [58] In realtà la natura del mondo che avvolge e stringe nel suo abbraccio tutto non solo procede con arte ma è essa stessa, come dice Zenone, un vero artista, provveditrice e provvidenziale di ogni utilità e opportunità, e come le altre creature naturali sono procreate ciascuna dal proprio seme e si sviluppano contenendosi entro i limiti della propria specie, così quell'entità che costituisce il mondo compie tutti i suoi movimenti in seguito ad un atto di volontà ed è soggetta a tendenze ed a istinti (le ormas dei Greci) ai quali ispira le proprie azioni così come facciamo noi che ci lasciamo guidare dalla sensibilità e dall'intelletto. Poiché tale è la natura del mondo, e in conseguenza di ciò, le competono a buon diritto gli appellativi di "saggezza" e "provvidenza (i Greci dicono pronoia)", ciò cui essa soprattutto tende e per cui si impegna a fondo è che nel mondo vi siano i migliori presupposti per la sua conservazione, che nulla gli venga a mancare e che, soprattutto, in esso risplenda una suprema bellezza e siano presenti tutti gli elementi atti ad aumentarne il fascino. XXIII [59] Si è parlato del mondo nel suo insieme e si è anche parlato degli astri, sì che dovrebbe ormai risultare oltremodo chiaro che esiste un numero considerevole di dèi che, se non se ne stanno del tutto inattivi, neppure, però, svolgono la loro attività gravati da un lavoro debilitante e penoso. Gli è che non sono composti di vene, di muscoli e di ossa e non si nutrono dei nostri cibi e delle nostre bevande che rendono troppo agri o troppo densi gli umori, né per effetto della loro consistenza corporea non hanno ragione di temere cadute, colpi o malattie dovute ad affaticamento fisico, sono esenti cioè proprio da quei timori per ovviare ai quali Epicuro immaginò degli dèi offrenti solo una parvenza di figura e del tutto inattivi. Il loro aspetto risplende di una suprema bellezza e la loro dimora è collocata nella zona più pura del cielo: dal modo in cui compiono i loro movimenti e percorrono le loro orbite risulta evidente che tutto concorre in essi alla conservazione ed alla tutela dell'universo. [60] Molte altre categorie di divinità in grazia delle loro benemerenze furono riconosciute ed espressamente menzionate dagli uomini più sapienti di Grecia e dai nostri antenati. Essi partivano dalla considerazione che tutto quanto risulta di grande utilità per il genere umano sia senz'altro dovuto alla bontà divina. Di qui l'uso di denominare le opere compiute dagli dèi coi loro stesso nome, così come oggi noi chiamiamo Cerere le messi e Libero il vino, da cui il noto verso di Terenzio: " Venere ha freddo senza Cerere e Libero";