Traduzione De natura deorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 41-50

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 02; paragrafi 41-50 dell'opera De natura deorum di Cicerone

DE NATURA DEORUM: TRADUZIONE DE LIBRO 02; PARAGRAFI 41-50

[41] Sennonché, mentre codesto nostro fuoco richiesto dalle necessità della vita distrugge e consuma ogni cosa e, dovunque si porta, tutto sconvolge e disperde, l'altro fuoco apportatore di vita e di salute che alberga nei corpi animati conserva nutre, accresce, sostiene e rende capaci di sensazioni gli esseri tutti". Dunque, non vi sarebbe dubbio a quale categoria di fuoco assomigli il sole dal momento che anch'esso fa fiorire e sviluppare le varie creature ciascuna nell'ambito della sua specie, in conseguenza di ciò, poiché il fuoco che costituisce il sole è simile a quello che entra nella composizione degli esseri viventi, anche il sole dovrà essere fornito di vita e, al pari del sole, tutti i rimanenti astri che nascono in quella volta infuocata che ha nome etere o cielo. [42] Aristotele poi, partendo dalla considerazione che la nascita di alcuni animali ha luogo sulla terra, di altri nell'acqua e di altri ancora nell'aria, ritiene assurdo che nessun animale nasca in quella zona che è la più adatta a generare degli esseri viventi. Ma le stelle occupano proprio la zona dell'etere e poiché quest'ultimo è di struttura tenuissima e si muove con estrema rapidità. Ne consegue che un essere vivente nato in esso dovrà essere caratterizzato da un'acutissima sensibilità e da una estrema mobilità XVI Inoltre possiamo constatare che in quelle zone in cui l'atmosfera è pura e rarefatta abitano uomini di ingegno più perspicace e più pronta all’intuizione, di coloro che respirano un'aria densa e pesante. [43] Si pensa anzi che persino il cibo di cui ci si nutre abbia qualche influsso sul grado di intelligenza. E' quindi probabile che negli astri vi sia una intelligenza superiore visto che essi risiedono nella zona eterea del mondo e sono nutriti dalle esalazioni marine e terrestri, assottigliate dalla lunga distanza. E che sensibilità ed intelligenza negli astri lo prova soprattutto l'ordine e la regolarità dei loro movimenti (senza un disegno prestabilito, infatti, nulla può muoversi secondo una legge ed un ritmo determinati) in cui nulla vi è di casuale, nulla di mutevole, nulla di fortuito. Inoltre il persistere attraverso un tempo illimitato di un rigoroso ordine nel movimento degli astri non è indice né di un processo naturale (data la sua rigida razionalità) né di un effetto del caso, ché quest'ultimo, amico della varietà, respinge la regola. Ne consegue che gli astri si muovono come di propria volontà, per la loro sensibilità e della loro natura divina. [44] Non si può non apprezzare Aristotele in questo poiché pensa che ogni corpo che si muove, si muove o per impulso naturale o per forza esterna o per propria volontà; ora il sole, la luna e gli astri tutti sono corpi in movimento; sennonché, mentre tutto ciò che si muove per impulso naturale è trascinato in basso dal suo peso o verso l'alto dalla sua levità, nulla di simile si verifica per il movimento degli astri che percorrono invece orbite circolari; né si può dire che ciò avvenga per intervento di una forza più potente che costringa gli astri a muoversi in contrasto con le leggi naturali (quale forza può esistere di più grande); non resta altro che concludere che il movimento degli astri è volontario. Chi si rendesse conto di questo non solo si comporterebbe da ignorante, ma anche da empio, se negasse l’esistenza degli dei. Né v'è gran differenza fra la negazione assoluta e il privare gli dèi di ogni cura e di ogni attività: per me chi non compie alcuna azione neppure esiste. L'esistenza degli dèi è dunque una realtà così evidente che il negarla lo riterrei poco uno di mente sana. XVII [45] Resta da esaminare quale sia la natura degli dèi; a proposito del quale nulla è più difficile che astrarre gli occhi della mente dalla realtà visibile. Tale difficoltà ha fatto sì che le masse ignoranti e, filosofi della loro stessa levatura non siano riusciti a pensare agli dèi se non rappresentandoli sotto sembianze umane; l'inconsistenza di tale opinione è già stata dimostrata da Cotta e non occorre che io aggiunga altro. Tuttavia poiché noi della divinità abbiamo una tale idea innata come essere vivente e come essere cui nessun altro può essere superiore in natura, mi sembra che nulla si adatti meglio a codesto anticipato concetto dell'affermazione che questo stesso mondo di cui non vi può essere un altro più apprezzabile sia ad un tempo vivente e divino. [46] Scherzi pure quanto vuole Epicuro, un uomo non certo bravissimo a scherzare e che non ha traccia dello spirito dei suoi concittadini, dica pure di non riuscire a concepire una divinità circolare fornita di moto rotatorio, tuttavia non riuscirà ugualmente a farmi recedere da una convinzione che è anche la sua. E' infatti sua opinione che gli dèi esistono in quanto deve necessariamente esistere un essere che sopravanzi tutti gli altri e al quale nessun altro sia superiore. D'altra parte nulla è superiore al mondo e non c'è dubbio che un essere vivente fornito di vita, di sensibilità, di ragione e di intelligenza superi chi di tali beni è privo. [47] Ne consegue che il mondo debba essere un'entità vivente dotata di sensibilità, di intelligenza e di ragione, donde la conclusione che il mondo fa tutt'uno con la divinità. Ma tutto ciò lo ricaveremo più facilmente fra non molto da quelle che sono le creazioni del mondo. XVIII Frattanto tu, Velleio, dovresti farmi il favore di non addurre la solita scusa della vostra ignoranza in campo scientifico. Tu dici che il cono, il cilindro e la piramide ti appaiono più belli della sfera, avete un giudizio estetico singolare. Ma ammettiamo pure che quelle figure siano nell’ aspetto più belle; la sostanza però, mi sembra, è ben diversa; che vi può essere di più bello di quella figura che sola abbraccia e contiene tutte le altre, che non può presentare sulla sua superficie né rugosità, né gibbosità, né angolosità, né avvallamenti, né protuberanze, né rientranze; due sono le figure geometriche che si impongono su tutte le altre, il globo fra i solidi (cosí ci piace tradurre il termine sfairan) e il circolo o cerchio (il kyklos dei Greci) fra le figure piane, solo ad esse appartiene la proprietà di essere in tutto uniformi sì che ogni parte risulti equidistante dal centro e nulla vi può essere di più unitario. [48] E anche se non riuscite ad intendere queste verità non avendo mai toccato la polvere della sapienza, non dovreste almeno comprendere, da studiosi della natura, che codesta costante uniformità di ordinati movimenti non avrebbe potuto conservarsi in una figura diversa dalla sfera? Nulla vi può essere pertanto di più sciocco di quanto voi andate affermando. Non è accertato che codesto nostro mondo abbia forma sferica, ma potrebbe anche averne una diversa e che vi sono innumerevoli mondi dalle forme più svariate. [49] Se Epicuro avesse saputo quanto fa due per due non direbbe simili sciocchezze; gli è che mentre andava assaporando coi palato i cibi per stabilire quale fosse il migliore, non si prese cura di figgere gli occhi in quello che Ennio chiama "il palato del cielo". XIX Gli astri possono essere di due specie: i primi percorrono sempre la stessa orbita dal loro sorgere al loro tramonto e non subiscono deviazioni di sorta, gli altri compiono due ininterrotte rivoluzioni sempre seguendo l'identico percorso, da ambedue queste constatazioni si ricava sia il moto rotatorio del cielo, che non può attuarsi se non nell'ambito di una figura sferica, sia le orbite circolari dei corpi celesti. Primo fra tutti il sole che esercita il suo dominio su tutti gli altri astri si muove in modo tale che, dopo aver invaso le terre con un largo fiotto di luce, le avvolge nell'ombra or qua or là; è la stessa terra che, opponendosi al sole, produce la notte. Perfettamente equilibrata è la distribuzione delle ore diurne e di quelle notturne. I periodici avvicinamenti ed allontanamenti dei sole regolano la distribuzione del caldo e dei freddo. Il ciclo è compiuto da 365 rivoluzioni più la quarta parte di un giorno; volgendo il suo corso ora a settentrione, ora a mezzogiorno, il sole determina le estati e gli inverni nonché le due stagioni delle quali l'una fa seguito al senescente inverno, l'altra all'estate: da tale alternanza traggono origine e ragion d'essere le creature generate per terra e per mare. [50] Ad intervalli mensili la luna compie lo stesso corso annuale del sole: la sua vicinanza al sole ne attenua al massimo la luminosità mentre, quanto più se ne allontana, tanto più accresce il proprio splendore. E non sono solo l'aspetto e la forma della luna a mutare attraverso il suo alterno crescere e decrescere e ritornare all'aspetto iniziale, ma muta anche la sua posizione nel cielo, che ora è a nord ora a sud. Anche nel corso della luna v'è qualcosa di simile al solstizio d'inverno ed a quello d'estate e da essa promanano e fluiscono molti alimenti di cui si nutrono gli animali ed in grazia dei quali le creature che sorgono dalla terra si accrescono, fioriscono e giungono a maturazione.