Traduzione De natura deorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 11-20

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 02, paragrafi 11-20 dell'opera De natura deorum di Cicerone

DE NATURA DEORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 11-20

[11] A questo punto Gracco, come ho sentito raccontate da mio padre, preso dall'ira, sbottò: " Ma davvero Dunque non era secondo le regole che io, console ed augure, presiedessi i comizi dopo aver preso gli auspici rituali? Voi invece, razza di barbari venuti dall'Etruria, avete diritto di sentenziare in materia di auspici riguardanti il popolo romano e di farvi arbitri della regolarità dei nostri comizi ". E ordinò che uscissero. In seguito però inviò dalla provincia una lettera al collegio degli auguri nella quale confessava di essersi ricordato, leggendo i libri augurali, di una irregolarità commessa nel recarsi alla tenda rituale posta negli orti di Scipione: dopo aver varcato una prima volta il pomerio per provvedere alla convocazione del Senato, al ritorno, nel varcarlo di nuovo, aveva dimenticato di prendere gli auspici; i consoli dunque erano stati eletti con una irregolarità. Gli auguri riferirono al Senato e il Senato invitò i consoli a dimettersi, il che essi fecero. Può darsi un esempio più convincente di questo: un uomo di estrema saggezza e, oserei dire, a tutti superiore, preferì far pubblica confessione di un suo errore, che avrebbe potuto rimanere celato, piuttosto che permettere che venisse meno nello Stato il rispetto delle consuetudini religiose ed i consoli preferirono deporre la suprema carica piuttosto che conservarla anche un solo istante contro la religione. [12] Grande è l'autorità degli auguri; ma l'arte degli aruspici non deriva forse dagli dèi? Chi considera gli episodi riferiti e i numerosissimi altri dello stesso genere forse non sarebbe costretto ad ammettere l'esistenza degli dèi? Debbono infatti esistere gli esseri di cui gli auguri sono interpreti: ma poiché essi sono interpreti proprio degli dèi non ci resta che riconoscere che gli dèi esistono. Si potrà forse obiettare che non tutte le predizioni si realizzano. Ma non perché tutti i malati guariscono, non per questo non esiste la medicina. Gli dèi ci forniscono dei segni degli eventi futuri: se poi nell'interpretarli alcuni hanno sbagliato l'errore non sta certo nella divinità, bensì nell'interpretazione degli uomini. C'è pertanto un sostanziale accordo fra gli uomini di tutte le nazioni, ché in tutti è innato e quasi scolpito nell'intimo il concetto che esistono gli dèi. V [13] Sulla loro natura c'è varietà di opinioni, ma nessuno ne nega l'esistenza. Secondo il nostro Cleante quattro sarebbero le ragioni per le quali avrebbe preso forma nell'animo umano l'idea della divinità. La prima sarebbe quella di cui s'è detto or ora, quella, cioè, che scaturisce dalla precognizione degli eventi futuri; la seconda la ricaveremmo dall'intensità dei benefici che ci vengono forniti dalla mitezza dei clima, dalla fecondità dei terreni e da tutta una serie innumerevole di altre circostanze vantaggiose; [14] la terza sarebbe determinata dal terrore che incutono nell'animo umano i fulmini, le tempeste, le bufere, la neve, la grandine, le devastazioni, la peste, i terremoti e, non di rado, i boati, la caduta di pietre, le piogge di color rossiccio simili a sangue e, occasionalmente, i franamenti, l'improvviso aprirsi di voragini nel terreno, la nascita di mostri umani e animaleschi in contrasto con l'ordine naturale, l'apparizione nel cielo di fuochi e di quelle stelle che i Greci dicono chiomate e noi caudate e che tante sventure preconizzarono nella recente guerra di Ottavio e, ancora, la comparsa di due soli, un fenomeno che, come udii da mio padre, avvenne sotto il consolato di Tuditano ed Aquilio, l'anno in cui morì Publio Africano, il secondo sole di Roma, onde gli uomini atterriti avvertirono la presenza di una forza divina operante nel cielo; [15] la quarta ragione, la più importante di tutte, ce la fornirebbe la costante regolarità con cui il cielo, il sole, la luna compiono ciascuno il proprio moto di rivoluzione, la distribuzione degli astri tutti, nonché i benefici effetti che ne derivano, la bellezza dello spettacolo, l'ordine che vi regna: una visione che al solo contemplarla ci convince che non può trattarsi di fenomeni casuali: se prendiamo il caso di un uomo che entri in una casa, o in una scuola, o in un luogo di pubblica assemblea, osservando l'ordine, la regolarità, la disciplina che vi regnano sarà impossibile per lui pensare che tutto ciò sia senza una ragione ma ne dedurrà subito che c'è qualcuno che dà ordini e cui si ubbidisce, a maggior ragione di fronte a movimenti così vasti e a vicende tanto imponenti che, per quanto ci si riporti nel remoto passato, non subirono mai la minima deroga, non potrà fare a meno dal riconoscere che c'è un principio intelligente che regola la grandiosa dinamica della natura VI [16] Crisippo poi, nonostante sia di acutissimo ingegno, parla come se quei principi gli fossero stati suggeriti dalla natura e non fosse stato lui stesso ad acquisirli. " Se esiste nel mondo qualcosa - sono sue parole - che né l'intelligenza dell'uomo, né la sua capacità razionale, né la sua forza, né la sua potenza sono in grado di realizzare, l'artefice di tale realizzazione è certamente un essere superiore all'uomo; ma i fenomeni celesti e tutti quelli inseriti in un ordinamento valido per tutta l'eternità non possono essere opera dell'uomo; il loro autore è dunque migliore dell'uomo. E come chiamare codesto essere se non dio? Infatti, ammesso che non esistano gli dèi, che cosa può esserci nel mondo di superiore all'uomo; solo in lui v'è la ragione di cui nulla è più apprezzabile; d'altra parte il ritenere che nulla vi sia al mondo di superiore a se stessi è segno di stoltezza e di presunzione; deve quindi esistere qualcosa di meglio; quindi quest'essere non può che identificarsi con la divinità. [17] In verità se tu entri in una casa grande e bella non puoi essere indotto a credere, pur non conoscendone il padrone, che sia stata costruita dai topi e dalle faine; perché allora non ti si dovrebbe considerare uno sciocco qualora tu ritenessi come tua dimora e non degli dèi questo mondo così splendidamente adorno, questa volta celeste di così varia ed intensa bellezza, queste sconfinate distese di mari e di terre? Ma il peggio si è che non riusciamo neppure a renderci conto che tutto ciò che è sopra di noi è migliore di noi, mentre la terra, circondata com'è da una densissima atmosfera, occupa l'ultimo posto; e lo stesso fenomeno che constatiamo in determinate regioni e in determinate città i cui abitanti hanno capacità intellettuali più limitate per la maggiore densità atmosferica, accade al genere umano nel suo insieme in quanto dimora sulla terra che è la regione più densa dell'universo. [18] Ciò non toglie però che, proprio partendo dalle elevate capacità dell'umano intelletto, siamo necessariamente spinti a riconoscere l'esistenza di una mente superiore alla nostra e di natura divina. " Donde l'uomo avrebbe potuto trarre la sua " si chiede Socrate in un'opera di Senofonte, poiché se ci si limita a chiedere donde l'uomo abbia tratto l'umidità e il calore che vediamo intimamente fusi nel suo corpo o i suoi organi interni solidamente connessi fra di loro come avviene negli altri esseri terrestri o l'aria che si respira, appare evidente che tutto ciò gli deriva in parte dalla terra, in parte dall'elemento liquido, in parte dal fuoco, in parte dall'aria che chiamiamo spirito. VII Ma l'elemento che sovrasta tutti gli altri, la ragione (o mente o facoltà deliberativa o pensiero o prudenza che dirsi voglia) dove l'abbiamo scovata, da quale fonte l'abbiamo ricevuta? Il mondo recherà dunque in sé tutto il resto e mancherà di questo unico elemento che è senz'altro il più prezioso? Eppure fra tutto ciò che esiste non v'è nulla che sia superiore a questo nostro inondo, nulla che sia più apprezzabile o più bello: e non solo non esiste nulla che superi l'eccellenza dei mondo, ma non è neppure possibile immaginarlo. E se non c'è nulla di superiore alla ragione ed alla sapienza dobbiamo necessariamente concludere che tale facoltà ha sede proprio in quell'entità che riconosciamo essere la migliore. [19] E che dire di una così compatta connessione di tutti gli esseri fra loro in una perfetta unità di finalità e di intenti, non costringerà chiunque ad ammettere la validità delle mie affermazioni? Come potrebbe altrimenti la terra ricoprirsi tutta di fiori nel medesimo periodo e, in seguito, secondo un ritmo alterno, rivestirsi di squallore, in mezzo a così vaste e profonde trasformazioni come potrebbe distinguersi l'accostarsi o l'allontanarsi del sole dalla terra in occasione dei due solstizi? O come potrebbero sollevarsi le maree negli stretti bracci di mare al sorgere o al tramontare della luna o come conservarsi distinte le orbite degli astri nonostante unico sia il moto di rivoluzione della volta celeste? Tutto questo complesso processo armoniosamente connesso ed organizzato sarebbe del tutto impossibile se non fosse guidato da uno spirito divino operante senza soluzione di continuità. [20] Quando codeste dottrine vengono esposte con abbondanza e scorrevolezza di eloquio, come è mia intenzione dì fare, è più facile sottrarsi agli attacchi degli Accademici; quando invece, come soleva Zenone, si giunge troppo concisamente e brevemente alle conclusioni, ci si espone maggiormente alle obiezioni. Come un fiume che liberamente fluisce di rado o mai s'inquina, mentre facilmente ciò può avvenire per un'acqua stagnante, cosi le obiezioni malevole del critico si sgretolano sotto gli attacchi di un'oratoria fluente mentre un eloquio serrato e conciso non riesce a difendere le proprie posizioni. Le argomentazioni che noi veniamo esponendo con ampiezza di particolari erano così condensate da Zenone: