Traduzione De natura deorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 01-10

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 02, paragrafi 01-10 dell'opera De natura deorum di Cicerone

DE NATURA DEORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 01-10

I [1] Avendo pronunciato queste parole Cotta: " Non sono così sciocco- interloquì Velleio - a tentare di cimentarmi con un uomo che, oltre ad appartenere alla scuola accademica è per giunta oratore! Non mi avrebbe certo, fatto paura un accademico che non sa parlare, né tantomeno un oratore, sebbene valente; non sono turbato da un fiume di parole vuote ne dalla profondità dei contenuti, se la forma è arida. Ma tu, caro Cotta, hai mostrato di avere l'una e l'altra dote: ti mancava solo un vero uditorio ed una regolare giuria. Ma a questo risponderò in altra occasione; ora stiamo a sentire quello che ha da direi il nostro Lucilio, sempre che non abbia nulla in contrario ". [2] A questo punto intervenne Balbo: "Per conto mio - disse - preferirei ascoltare ancora Cotta per dargli il tempo di rappresentarci le vere divinità con la stessa foga oratoria con la quale ha demolito quelle false. E caratteristica di un filosofo, di un Pontefice, di un Cotta, insomma, non avere degli dèi immortali un concetto vago e ondeggiante come gli Accademici, bensì una convinzione precisa e sicura come l'hanno quelli della nostra scuola. Contro Epicuro si è già parlato più che a sufficienza; prima però vorrei sentire che ne pensa l'interessato ". Al che Cotta: "Hai dunque dimenticato quanto ti dissi all'inizio, che cioè, specie in questioni del genere, mi riesce più facile esprimere ciò che non penso di ciò che effettivamente penso? [3] D'altronde, anche se avessi idee chiare al riguardo, pure preferirei sentire te parlare a tua volta, visto che io ho già parlato tanto ". " Farò dunque a tuo modo - concluse Balbo - e cercherò di essere il più breve possibile dato che la già avvenuta confutazione degli errori di Epicuro è valsa ad eliminare una parte considerevole della mia esposizione. I seguaci della nostra scuola dividono in quattro parti tutta la questione sugli dei immortali. In primo luogo affermano l'esistenza degli dèi, poi quale sia la loro natura; segue la dimostrazione che da essi sia governato il mondo e, infine, che provvedono agli interessi dell'uomo. Nella nostra esposizione ci limiteremo a trattare il primo ed il secondo punto: il terzo ed il quarto penso di rimandarli ad altra occasione, dato il loro maggiore peso". " Niente affatto - intervenne Cotta - oltre a non aver nulla da fare, ci stiamo occupando di problemi difronte ai quali anche gli affari pubblici debbono cedere il passo ". II [4] "La prima questione - soggiunse allora Lucilio - non ha neppure bisogno di essere trattata. Che cosa può esserci di tanto chiaro ed evidente ogni volta che guardiamo il firmamento ed i corpi che vi si trovano, che sono una manifestazione di una mente superiore, da cui queste cose sono governate? Se non fosse così come avrebbero potuto incontrate il generale consenso le parole di Ennio: "contempla quest'essere che al di sopra di ogni altro rifulge, che tutti invocano col nome di Giove", quel Giove che domina il mondo e che tutto regge col suo cenno, " il padre degli dèi e degli uomini " per usare ancora le parole di Ennio, onnipresente ed onnipotente? Chi dubita di questa verità non vedo perché non dovrebbe porre in dubbio l'esistenza stessa del sole; [5] che sotto nessun aspetto risulta più evidente della precedente affermazione. Se di tutto ciò non avessimo avuto conoscenza e non fossimo fermamente convinti nel nostro intimo, una tradizione come questa non si conserverebbe immutata per lungo tempo, non si rafforzerebbe coi passare degli anni, non avrebbe potuto sopravvivere all'alternarsi delle età e delle generazioni umane. Possiamo constatare che tutte le altre opinioni false e senza rispondenza nella realtà si sono dissolte col tempo. Chi crede più che un tempo esistessero l'ippocentauro e la Chimera, si trova forse ancora una vecchina tanto sciocca da temere quei mostri che una volta si credeva popolassero gli Inferi? Il tempo distrugge i frutti dell'immaginazione e rinforza i giudizi dettati dalla natura. Per questo sia presso il nostro popolo sia presso gli altri il culto degli dèi e il rispetto delle pratiche religiose si sono sempre più accresciuti e perfezionati. [6] E ciò non avvenne né senza ragione né per puro caso, ma spesso furono proprio gli dèi a manifestare la propria potenza offrendosi alla vista degli uomini, come presso il Lago Regillo, durante la guerra contro i Latini che mise a confronto il dittatore Aulo Postumio e Ottavio Mamilio di Tuscolo, si videro Castore e Polluce combattere a cavallo dalla nostra parte e in epoca più recente furono ancora i figli di Tindaro ad annunziare la sconfitta di Perseo. Publio Vatinio, il nonno dei giovane Vatinio che tutti conosciamo, stava tornando di notte a Roma da Rieti dove esercitava l'ufficio di governatore quando gli si presentarono dinnanzi due giovani in sella a bianchi destrieri e gli annunziarono che in quello stesso giorno il re Perseo era caduto prigioniero, e quando egli ebbe riferito la cosa al Senato dapprima fu gettato in carcere sotto l'accusa di falso in questioni di pubblico interesse, ma quando dal dispaccio di Paolo risultò che il giorno coincideva il Senato gli donò un podere e gli concesse l'esonero. Si ricorda anche che quando in una grandiosa battaglia presso il fiume Sagra i Locresi sconfissero i Crotoniati, in quello stesso giorno la notizia di quel combattimento si riseppe ad Olimpia dove erano in atto le gare. Spesso il suono delle voci dei Fauni, spesso l'apparizione di figure divine indussero chiunque non fosse demente od empio a riconoscere la presenza della divinità. III [7] Quanto poi alle profezie e alle premonizioni dei futuro che cosa provano se non che gli avvenimenti futuri vengono rivelati, mostrati, pronosticati, predetti agli uomini (donde i termini di rivelazione, mostro, pronostico, prodigio)? Ché, se anche consideriamo come frutti di fantasia personaggi come Mopsolo, Tiresia, Amfiarao, Calcante, Eleno, data l'estrema arbitrarietà dei racconti mitici (eppure anche i miti non avrebbero annoverato quei personaggi fra gli auguri, se non ammettessero la validità dei fatti) non riconosceremo ugualmente la potenza divina una volta resi edotti dalle esperienze di casa nostra? Non muoverà la temerità dimostrata da P Clodio durante la prima guerra punica, lui che, per gioco sbeffeggiando gli dei, poiché i polli sacri, liberati dalla gabbia, non toccarono cibo ordinò che fossero immersi nell'acqua "perché bevessero, visto che non volevano mangiare". Ma questa spiritosaggine, dopo la disfatta della flotta, fruttò a lui molte lacrime e dal popolo romano una grave sconfitta. E che dire del suo collega Lucio Giunio, non fu forse lui a perdere la flotta durante quella medesima guerra per non aver obbedito agii auspici? La conseguenza fu che Ciodio fu condannato dal popolo e Giunio si diede da se stesso la morte. [8] Celio riferisce che Gaio Flaminio per aver trascurato le sacre cerimonie cadde al Trasimeno con grave iattura per la patria. Dalla rovina di questi uomini si può ricavare che lo stato prosperò quando il potere fu in mano a persone ligie ai doveri religiosi. E se vorremo paragonare la storia di casa nostra con quella dei popoli stranieri troveremo che in tutto il resto fummo pari ad essi o anche inferiori, ma in fatto di religiosità, cioè di culto divino, fummo loro di gran lunga superiori. [9] Dobbiamo dunque tenere in non cale la famosa verga augurale di Attio Navio con la quale egli delimitava le varie zone dei vigneto nella ricerca del porco sacro? Sarei anch'io di questo parere se il re Ostilio le sue più importanti campagne di guerra non le avesse condotte sotto i suoi presagi. Purtroppo per trascuratezza da parte della nobiltà la scienza augurale è stata abbandonata, il valore degli auspici è decaduto e delle cerimonie augurali sussistono solo le forme esteriori; pertanto le azioni piú importanti per la vita dello stato e fra esse le guerre da cui dipende la sua salvezza vengono condotte senza trarre gli auspici; non si rispettano i presagi prima di attraversare un fiume, non si osservano le fiammelle in cima alle lance, non è più in uso la rituale convocazione dei soldati prima delle battaglie ed è perciò scomparso l'uso di far testamento ad esercito schierato, i nostri comandanti infatti incominciano a condurre le guerre dopo aver deposto la gli auspici. [10] Ma al tempo dei nostri progenitori fu tanto il peso dei fattore religioso che alcuni comandanti di eserciti, a capo coperto e con formule determinate offrirono se stessi in olocausto agli dèi immortali per il bene della patria. Dai vaticini delle sibille e dai responsi degli aruspici si possono trarre molte veritiere testimonianze che nessuno ha il diritto di porre in dubbio. IV Ma è l'evidenza dei fatti che ha comprovato la validità della scienza dei nostri auguri e degli aruspici etruschi quando erano consoli Publio Scipione e Gaio Figulo; quando Tiberio Gracco console per la seconda volta, presiedeva (i comizi), lo scrutatore della prima centuria, appena gli portò (i voti) lì morì all’improvviso. Gracco condusse ugualmente a termine i comizi, ma avendo notato che l'evento aveva turbato il sentimento religioso dell'assemblea, ne riferì al Senato. Il Senato allora decretò che il caso venisse deferito a chi di consueto. Gli aruspici introdotti per l'occasione dichiararono che il presidente dei comizi non esercitava la carica di pieno diritto.