Traduzione De natura deorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 01; 41-50

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 01, paragrafi 41-50 dell'opera De natura deorum di Cicerone

DE NATURA DEORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 01; PARAGRAFI 41-50

[41] Tutto ciò Crisippo espone nel primo libro del suo trattato Sulla natura degli de; nel secondo vorrebbe accordare le favole di Museo, di Orfeo, di Esiodo e di Omero con quanto già esposto sugli dèi immortali sí da farapparire stoici ante litteram quegli antichissimi poeti che di questa concezione non ebbero il minimo sentore. Sulle sue orme Diogene di Babilonia nello scritto intitolato " Minerva " trasferisce dal mito alla scienza della natura il raccontodel parto di Giove e della nascita della vergine dea XVI [42] Ho esposto più farneticazioni di uomini in preda al delirio che meditate conclusioni di pensatori. Non molto più assurdi sono, del resto, i racconti, che diffusi dalla voce dei poeti hanno nuociuto di più per il loro fascino; sono essi che ci hanno rappresentato gli dèi infiammati dall'ira e sconvolti dalla passione, che ci hanno fatto assistere alle loro guerre, ai loro combattimenti, alleloro lotte, ai loro ferimenti, che ce ne hanno descritti persino gli odi, le inimicizie e le discordie, le nascite e le morti, ilamenti e le recriminazioni, le passioni aperte ad ogni eccesso, gli adulteri e gli imprigionamenti, l'unione con esserimortali e la conseguente nascita di esseri mortali da un immortale. [43] Insieme alle fantasie dei poeti bisogna porre le portentose dottrine dei magi e le insulsaggini degli Egiziani nonché le opinioni del volgo che, ignorando la verità, si dibatte in tutta una serie di incoerenti ed inconsistenti credenze. Chi ben considerasse con quanta leggerezza e con quanta sconsideratezza si sostengono dottrine del genere,dovrebbe mettere Epicuro nel novero di quegli esseri dei quali ci stiamo ora occupando. Egli solo vide, per la primavolta, che gli dèi esistono, poiché è stata proprio la natura ad imprimere nella mente di ogni uomo la nozione degli dèi. Qual è il popolo,quale società di uomini che, pur senza una adeguata informazione, non abbia dell'esistenza degli dèi un qualche "presentimento ", che Epicuro chiama prolempsin intendendo con questo nome una sorta di anticipata rappresentazione mentale dell'oggetto senza la quale non è possibile né comprendere, né approfondire né porre in discussione alcunché. L'utilità e la forza di questo argomento l'abbiamo appresa leggendo l'aureo volume di Epicuro sulla regola del giudizio. XVII [44] Quello che è dunque il fondamento della nostra discussione lo avete ora ben chiaro dinanzi agli occhi. Poiché la fede negli dèi non è stata imposta né da una qualche autorità, né da una consuetudine né da una legge, ma è fondata sull'unanime consenso di tutti, se ne deve necessariamente dedurre che gli dèi esistono dal momento che ne possediamoil connaturato o, per meglio dire, innato concetto; e su ciò vi è naturale consenso di tutti gli uomini, ed è necessario che sia vero; si deve convenire che gli dèi sono una realtà. E poiché questa è una generale convinzione non dei soli filosofi, ma anche degli indotti, dobbiamo anche riconoscere di possedere una anticipata cognizione o, per usare il termine più sopra introdotto, un presentimento (nuovi concetti esigono termini nuovi conformemente a quanto fece Epicuro che introdusse il termine prolepsin per designare un concetto che nessuno prima di lui aveva denominato) così un presentimento, dicevamo, della felicità ed immortalitàdivine. [45] Questa stessa natura che ci istillò il concetto di divinità scolpì nelle nostre menti quello della eternità e felicità divina. Se la cosa sta realmente così, piena verità assume l'affermazione di Epicuro secondo la quale un essere felice edeterno non può né turbarsi né creare turbamento ad altri e, conseguentemente, non provare né ira, né benevolenza,trattandosi di sentimenti che esprimono debolezza. Se non avessimo altro scopo che quello di venerare piamente gli dèi e di liberarci dalla superstizione sarebbesufficiente quanto già detto; infatti la superiore natura sarebbe adorata dal sentimento religioso degli uomini, essendo eterna e felice (ed è giusto venerare tutto ciò che ci trascende) sarebbe sconfitto ogni timore della potenza e dellira degli dei; ché ira e benevolenza sono estranee ad esseri eternamente felici e, tolti questi sentimenti, nessuna minaccia ci può venire da partedegli dèi. Ma per convincersi di questa verità la mente umana desidera essere informata sull'aspetto degli dèi, sul lorosistema di vita e sull'attività del loro pensiero. XVIII [46] Sul loro aspetto esteriore in parte ci informa la natura, in parte ci illumina la ragione. Dalla natura noi tutti, aqualunque razza apparteniamo, non riceviamo alcun'altra immagine degli dèi se non quella antropomorfica;sotto quale altro aspetto, infatti, essi si presentano ad alcuno, sia esso sveglio od immerso nel sonno? Ma, per non ridurre tutto a concetti primari anche la ragione proclama questa stessa verità. [47] Poiché l'essere che tutti gli altri sopravanza, vuoi perché felice, vuoi perché eterno, non può che essere anchesupremamente bello, quale disposizione di membra, quale configurazione di linee, quale figura, quale aspetto può esserepiù bello di quel , lo dell'uomo? Persino voi stoici, Lucilio caro (quanto al mio Cotta, ora sostiene una tesi, ora un'altra),quando descrivete l'arte usata dalla divinità nella costruzione del mondo siete soliti mostrare come nella figura umanaogni particolare sia non solo funzionale, ma anche ispirato ai canoni della bellezza; [48] che, se la figura umana supera la forma di ogni altro essere vivente e se la divinità è anch'essa un essere vivente, il suo aspetto sarà il più bello di tutti. Poiché, d'altra parte, sappiamo che gli dèi sono infinitamente felici, chenessuno può essere felice senza la virtù e che questa non può esistere senza la ragione e che la ragione a sua volta non può aver sede che nell'essere umano, bisogna ammettere che gli dèi hanno aspetto umano. [49] Solo che la loro sostanza non ha un corpo ma una sembianza di corpo, non sangue ma una sembianza di sangue. XIX Benché queste distinzionisiano state scoperte con una sottiglieza maggiore di quella che occorre per ammetterla, da parte di Epicuro, io tuttavia, confidando nella vostra intelligenza, ne parlo piú brevemente di quanto l'argomento richiederebbe. Epicuro dunque, che non vede solo con gli occhi dell'anima realtà occulte e recondite, ma ne tratta come se fossero a portata di mano, sostiene che della sostanza divina noi avremmo una intuizione non sensibile ma mentale:non ne avremmo cioè una percezione materiale e individuale come di quegli oggetti che egli, per la loro solida consistenza, chiama steremnia, ma il nostro spirito, intimamente proteso a contemplare con immensa voluttà quelleserie ininterrotte di immagini affatto simili fra loro che si formano da innumerevoli atomi ed affluiscono presso gli dèi,giungerebbe ad affermare che cosa propriamente sia un essere felice ed eterno fondandosi proprio su quelle immagini che si susseguono identiche e ch'egli viene successivamente percependo. [50] La suprema realtà dell'infinito esige uno studio quanto mai approfondito ed attento. E in esso è giocoforza scoprire una perfetta corrispondenza fra gli opposti; questo principio Epicuro chiama isonomian cioè uniforme distribuzione. Da esso deriva la conseguenza che, se tanto estesa è la somma degli esseri mortali non minore sarà quelladegli immortali e che se innumerevoli sono le cause distruttive, pure infinite saranno quelle conservatrici. Voi stoici siete soliti anche chiederci - e mi riferisco a Balbo - in che consista la vita degli dèi e come trascorronoil loro tempo.