Traduzione De natura deorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 01; 13-30

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 01, paragrafi 13-30 dell'opera De natura deorum di Cicerone

DE NATURA DEORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 01; PARAGRAFI 13-30

VI [13] Ma ormai per liberarmi da ogni critica, porterò in causa le opinioni dei filosofi sulla natura degli dèi. E qui occorre che siano chiamati tutti quelli che decideranno quale di esse sia vera; e solo nel caso che si verifichi un perfetto accordo o si trovi qualcuno che abbia effettivamente raggiunto la verità, solo allora la scuola academica mi sembrerà presuntuosa. Mi piace perciò esclamare, come nei Sinefebi:" In nome degli dèi, di tutti gli abitanti di questa città e di tutti coloro che sono ancora nel fiore degli anni io chiamo, invoco, supplico, prego, imploro e scongiuro tutti " non già però a discutere su una bazzecola come " l'orribile delitto commesso in città ", di cui ci parla con le lacrime agli occhi il personaggio della commedia:" Una cortigiana (sono sue parole) si rifiuta di accettare denaro dal suo ragazzo ",[14] ma affinchè giudichino, conoscano e considerino che cosa bisogna pensare sul sentimento religioso, sugli atti di devozione e di pietà, sul concetto di santità, sul cerimoniale, sulla promessa solenne, sul giuramento, sulla funzione dei templi, dei santuari e dei sacrifici solenni nonché sul valore degli auspici che ho l'incarico di presiedere personalmente, (tutti argomenti questi che hanno un diretto rapporto col problema degli dèi):Sono certo che anche coloro che ritengono di possedere cognizioni sicure, li costretti a cambiare parere la così grande disparità di opinioni fra studiosi eminentissimi su una questione di così capitale importanza. [15] Se spesso in altre cirostanze ho contasto questo, specialmente (la constatai) quando in casa del mio amico Gaio Cotta fu disputato dettagliatamente ed accuratamente il tema sulla natura degli dèi. Durante le Ferie Latine , per suo espresso invito, essendomi recato a fargli visita, mi capitò di arrivare proprio mentre il mio amico, seduto nell'esedra, stava animatamente discutendo col senatore Gaio Velleio ,un uomo al quale in quel tempo gli Epicurei assegnavano un posto di primo piano fra i nostri concittadini. Era presente anche Quinto Lucilio Balbo, il quale si era così profondamente addentrato nella conoscenza delle dottrine stoiche, da poter essere paragonato coi maggiori esponenti greci di quella scuola. Non appena Cotta mi vide: " sei giunto proprio al momento giusto " : - esclamò - " ho appena iniziata una vivace discussione con Velleio su una questione scottante alla quale ti gioverà essere presente, dati i tuoi studi". VII [16]" Benissimo " - soggiungo io - "anche a me pare di essere arrivato al momento giusto. Vedo infatti qui riuniti tre campioni di tre diverse scuole. Se vi fosse anche Marco Pisone, ogni scuola filosofica di quelle che ora sono in auge non verrebbe a mancare". Al che Cotta: " Se è vero ciò che Antioco dice nel libro che ha recentemente inviato al nostro Balbo, non dovresti affatto senire la mancanza del tuo amico Pisone; ad Antioco sembra che ci sia un sostanziale accordo fra Stoici e Peripatetici e che divergano per una questione di termini; vorrei anzi conoscere il parere di Balbo a proposito di quest'opera ". " Io stesso", rispose quello " mi meraviglio assai che Antioco, un uomo soprattutto acuto, non si sia accorto che c'è un abisso fra la posizione degli Stoici che fanno dell'utile e dell'onesto due categorie nettamente distinte non solo nel nome ma anche nella sostanza, e quella dei Peripatetici che mischiano l’ onesto con l’utile,come se fra di essi non ci sia una differenza di genere ma di quantità e per così dire di grado. Non ci troviamo dunque di fronte ad una futile questione verbale, bensí ad una sostanziale divergenza dottrinale. [17] Ma di ciò parleremo un'altra volta; ora, se siete d'accordo, torniamo alla discussione che avevamo iniziato ". " Per me sono d'accordo " riprese Cotta. " Ma perché il nuovo venuto - e si rivolgeva a me - conosca l'argomento di cui si discuteva, dirò che stavamo parlandoo sulla natura degli dèi, un problema che a me è sempre sembrato oscuro e difficile quant'altri mai e a proposito del quale stavo appunto pregando Velleio di espormi l'opinione di Epicuro. Perciò - continuò - vorrei che ora Velleio, se non gli spiace, riprendesse da capo la sua esposizione ". "La ripeterò senz’altro " disse Velleio " benché, a quanto pare, costui sia venuto in tuo e non in mio aiuto: ambedue infatti "aggiunse ridendo " avete imparato alla scuola del medesimo Filone a non saper nulla ". Al che io: " Che cosa abbiamo imparato da Filone se lo veda Cotta, ma io non voglio che tu pensi che io sia venuto come sostenitore di costui ma solo come ascoltatore, senza pregiudizi o prevenzioni e con assoluta libertà di giudizio, nonimpegnato a sostenere ad ogni costo e mio malgrado una determinata tesi ". VIII [18] Allora Velleio con l'orgogliosa sicurezza che contraddistingue i seguaci di Epicuro, preoccupato solo di non tradire la minima esitazione, così iniziò il suo dire, quasi fosse appena disceso dall'assemblea degli dei riuniti negli spazi fra i mondi di Epicuro," State bene attenti, perché da me non udirete enunciare concezioni inconsistenti e fantastiche, non mi udirete parlare di un Dio artefice e costruttore del mondo, come il dio di Platonico nel Timeo, né della vecchia profetessa degli stoici, la Pronoeam (in latino chiamiamo semplicemente " provvidenza "), né di un mondo fornito di mente e di sensibilità, di un dio rotondo, ardente e ruotante intorno a se stesso, cose così prodigiose e strabilianti non sono certo frutto della meditata discussione dei filosofi, ma solo dei visionari. [19] Con quali occhi dell'anima il vostro Platone fu in grado di contemplate quella costruzione di così grande opera, con cui fu realizzato ed edificato dal dio il mondo; quali fondamenta, quali strumenti di ferro, quali leve, quali argani, chi furono gli esecutori di così grande opera; in che modo l'aria, il fuoco, l'acqua, la terra poterono sottomettersi ed obbedire alla volontà del supremo architetto; da dove trassero origine quelle cinque figure geometriche dalle quali derivano tutte le altre forme create, così acconciamente predisposte ad impressionare il vostro spirito determinando in esso l'insorgere della sensazione? Sarebbe troppo esaminare i singoli punti del sistema che sembra scaturire più da un desiderio che da una effettiva ricerca; [20] ma ciò che fa veramente meraviglia è il fatto che egli , che aveva detto che il mondo sarebbe stato eterno, non solo ci mostrò come fosse nato il mondo, ma anche come fu costruito dalle mani di un artefice. Pensi che possa ritenere eterno un essere che abbia avuto nascita chi abbia anche solo gustato a fior di labbra la fisiologia, cioè la scienza della natura? Qual è un corpo composto non suscettibile di scomposizione, come è possibile che ciò che ha un principio non abbia anche una fine? Quanto poi alla vostra Provvidenza, o Lucilio, ti chiedo ancora le stesse domande di prima circa gli esecutori, gli strumenti, la intera progettazione ed esecuzione dell'opera se essa; se invece ha un altro carattere, (dovresti dirmi) perché mai avrebbe costruito un mondo mortale e non immortale come il dio di Platone. IX [21] Ad entrambi vorrei poi fare una domanda: perché mai i costruttori del mondo sono comparsi tutt'a un tratto,dopo aver dormito per tanti e tanti secoli; se il mondo ancora non esisteva, non si può negare che già esistessero i secoli (e per secoli non intendo quelli determinati dallo scorrere degli anni attraverso la successione dei giorni e delle notti; ammetto che questi ultimi non avrebbero potuto funzionare senza il moto del firmamento; ma certo vi fu una sorta di eternità verso un infinito passato, non divisa in periodi di lunghezza determinata, ma intelligibile se riferita a concetti spaziali, che sfugge a ogni nostra capacità di comprensione la possibilità che esistesse un tempo qualsiasi quando il tempo stesso non esisteva)-[22] ora vorrei che Balbo mi dicesse perché mai per un cosi immenso periodo la vostra Provvidenza se ne siarimasta inattiva. Voleva forse risparmiarsi una fatica? Ma questo non tocca un dio, nè ci sarebbe stata fatica alcuna, dal momento che tutti gli esseri erano obbedivano al nume divino, il cielo, il fuoco, la terra, i mari. Che ragione aveva la divinità per alimentare in sè un cosi vivo desiderio di abbellire il mondo con statue e luminarie come un edile qualsiasi? Se (l'ha fatto )per migliorare la sua abitazione, dobbiamo concludere che in precedenza era vissuto eternamente nelle tenebre come in un'oscura taverna. Poi invece dovremmo pensare che forse si compiacque di quella varia bellezza di cui vediamo risplendere il cielo e la terra? Ma che piacere può provare un dio incose del genere? Ammesso poi che lo provi, non avrebbe potuto restarne privo per tanto tempo. [23] A meno che, come voi dite , queste cose non siano state compiute dalla divinità in vista degli uomini. Forse per i sapienti? In tal caso una così grande costruzione sarebbe stata eseguita per unacategoria ben ristretta! Per gli stolti allora? Ma, in primo luogo, non v'era ragione per cui la divinità si creasse delle benemerenze verso degli sciagurati; in secondo luogo, con quale scopo l'avrebbe fatto, essendo tutti gli sciocchi,senza dubbio, i più infelici (v'è forse qualcosa che si possa dire più infelice della stoltezza), innanzitutto per il fatto che sono sciocchi, e poi perché nella vita vi sono tanti guai che i sapienti riescono a lenire con la compensazione dei vantaggi mentre gli stolti né li sanno evitare quando si presentano né li sanno sopportare quando ne sono afflitti. X Coloro che ci parlano di un mondo fornito di vita e di saggezza, non sono riusciti a chiarire quale aspetto possa assumere in concreto una sostanza spirituale dotata di intelligenza. Di ciò avrò agio di parlare fra poco: [24] per ora mi limiterò ad esprimere il mio stupore di fronte alla stupidità di coloro che attribuiscono formasferica ad un essere fruente di vita immortale e felice solo perché, secondo Platone, non esisterebbe altra figura geometrica più bella di questa: per quanto mi riguarda, le mie preferenze vanno invece al cilindro, al quadrato, al cono,alla piramide. Inoltre, in che cosa consiste la vita di codesto dio rotondo? Certo in una rotazione tanto veloce, che non se ne può neppure concepire l'uguale; ma come possa concepirsi in un tal genere di vita uno stato di equilibrio spiritualee di perfetta felicità non riesco proprio a comprenderlo. E perché mai ciò che ci molesta, anche se riguarda una parteminima del nostro corpo, non dovrebbe riuscire molesto anche alla divinità? La terra infatti, per il fatto stesso di essere parte dell'universo, è anche parte di Dio; eppure vediamo grandissimeregioni della terra incolte e inabitabili, in parte perché bruciate dalla eccessiva vicinanza del sole, in parte perchéirrigidite dalle nevi e dai ghiacci, data la sua eccessiva distanza; ma se il mondo si identifica davvero con dio e questeregioni, in quanto parti del mondo, sono membra di Dio, saremo costretti ad ammettere l'assurdo che esse siano in partepreda di un ardente calore, in parte di un freddo eccessivo. [25] Queste le vostre dottrine, mio caro Lucilio; per il resto mi riferirò al più antico dei vostri predecessori. Talete di Mileto che fu il primo ad affrontare siffatti problemi, affermò che l'acqua è il principio di tutte le cose, ma che fu unamente divina a generare tutti gli esseri dall'acqua: se gli dèi possono esistere indipendentemente da ogni attività sensitiva, allora per qual motivo allora dotò l'acqua di un principio intelligente, dal momento che tale principio poteva sussistere senza materia? Di Anassimandro è l'opinione secondo cui gli dèi avrebbero una loro origine, nascerebbero e perirebbero nel corso di periodi lunghissimi e andrebbero identificati con gli innumerevoli mondi esistenti. Ma come possiamo noi immaginare un dio se non eterno? [26] In seguito Anassimene identificò la divinità con l'aria ne fece un essere generato nel tempo, immenso, infinitoe sempre in movimento: quasi che la divinità, cui compete non un aspetto qualsiasi ma il più bello possibile, possaridursi ad una informe massa di aria e che tutto ciò che ha avuto un'origine non debba necessariamente essere mortale XI Quindi Anassagora, continuatore delle dottrine di Anassimene, concepì per primo che la disposizione dell'universo fosse dovuta e realizzata dall’attività e dalla intelligenza di una mente infinita : e in tale affermazione non si avvide che non può esistere un moto sensibile unito e connesso all'infinito e che non può esservi sensazione se non quando la stessa natura colpita abbia delle sensazioni. Inoltre se codesta mente è come una sorta di creatura vivente, dovrà esistere un principio interno da cui quella creatura prende il nome; cosa v'è di più interno della mente:la si dovrà allora immaginare rivestita di un involucro corporeo; [27] poiché questo egli non lo ammette, la sua mente pura e semplice, non unita ad alcuna cosa che ne permetta una attività sensibile, sembra sfuggire ogni nostra capacità di comprensione. Il crotoniate Alcmeone poi, che attribuì natura divina al sole, alla luna e ai rimanenti corpi celesti, nonché all'anima, non s'accorse che attribuiva l'immortalità ad esseri mortali. Infatti Pitagora che concepì che ci fosse un'anima diffusa e circolante in tutta la natura dalla quale trarrebbero origine le nostre anime individuali, non s'avvide che codesta separazione delle anime umane provocherebbe una lacerazione della sostanza divina e che, poiché gli anomi umani sono infelice, cosa che tocca la maggior parte, allora anche una parte della divinità è infelice, cosa che non può accadere. [28] Come potrebbe poi l'animo umano ignorare qualcosa se fosse dio? E in che modo codesto dio, se esso non fosse altro che un'anima, sarebbe stato inserito e infuso nel mondo? Poi Senofane, che, con l’aggiungere un principio intelligente, oltre al tutto che è infinito, volle identificarlo con la divinità, è ripreso come gli altri, sulla sua concezione della mente, e più severamente sul suo infinito, in cui non può esserci niente che abbia sensazione né alcun contatto con l'esterno. Poi Parmenide, vi è un non so che di fantastico quando immagina come una corona (che egli chiama appunto stephanen ), che con una vivida luce avvolge il cielo, cui attribuisce il nome di dio,senza che in esso si possa scorgere né l'aspetto di un dio né un moto sensibile. Ed elaborò tutte le altre fantasiose teorie che attribuiscono natura divina alla guerra, alla discordia, alla passione e ad altre siffatte entità, benché possano essere distrutte delle malattie, del sonno, dell'oblio e dei tempo; lo stesso concetto di divinità estende anche agli astri, ma poiché tale teoria è stata confutata a proposito di un altro pensatore, si omette qui di parlarne. XII [29] Empedocle, sbagliando molte altre errate teorie, l'errore piú grosso lo commette proprio a proposito degli dèi. Assegna natura divina alle quattro sostanze di cui risulta composto l'intero universo; eppure è noto che trattasi di sostanze soggette alle alterne vicende della nascita e della morte e per di più prive di ogni facoltà sensitiva. Protagora poiché afferma di non avere alcuna chiara nozione degli dèi, di non sapere cioè né se esistono né se non esistono né quale ne sia la natura, sembra non avere il minimo sentore della loro autentica realtà. Che dire poi di Democrito che annovera fra gli dèi sia le immagini e le loro traiettorie, sia quella sostanza che produce e invia le immagini stesse, sia la nostra scienza e intelligenza, forse non cade anch'egli in un gravissimo errore? Negando nel modo più assoluto che possa esistere qualcosa di eterno, poiché nulla siconserva nel proprio stato, egli esclude a tal punto l'esistenza della divinità da non lasciarne sussistere la minima nozione? Quanto poi all'aria, di cui Diogene di Apollonia tratta come di una divinità,quali sensazioni può avere o quale l’ aspetto di un dio. [30] Troppo lungo sarebbe poi il discorso sulle contraddizioni di Platone, che nel Timeo nega che si possa attribuire un nome al padre di questo universo e nelle Leggi crede che non si debba indagare nel modo più assoluto sulla natura della divinità. Inoltre la sua affermazione secondo la quale la divinità sarebbe del tutto incorporea (i Greci usano il termine asomaton) è assolutamente incomprensibile: corpo la divinità sarrebbe priva di ogni senso, priva di prudenza, priva di piacere, di tutte quelle qualità cioè che noi riteniamo facciano tutt'uno con la nozione stessa di dio. Sempre nel Timeo e nelle Leggi afferma però che il mondo, il cielo, gli astri, la terra, le anime, sono altrettanti dèi e ad essi aggiunge quelli consacrati dalla fede tradizionale: tutte affermazioni che oltre ad essere di per sé evidentemente false, sono in flagrante contraddizione fra di loro.