Traduzione De finibus bonorum et malorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 05; 16-20

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 05; paragrafi 16-20 dell'opera De finibus bonorum et malorum di Cicerone

DE FINIBUS BONORUM ET MALORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 05; PARAGRAFI 16-20

[16, 44] Bisogna dunque penetrare nella natura e considerare a fondo le sue esigenze: altrimenti non possiamo conoscere noi stessi. Questo precetto, poiché era troppo grande per sembrar emanato da un uomo, fu attribuito ad un dio. Quindi è Apollo Pitico che ci ordina di conoscere noi stessi. Ora, questa conoscenza di noi stessi è una sola per conoscere lessenza del nostro corpo e della nostra anima e seguire la vita che fruisce di tali cose. Ma poiché tale inclinazione dellanima consistette inizialmente nellavere ciò che ho detto nella forma più perfetta della natura, bisogna riconoscere che, una volta conseguito loggetto dellinclinazione, la natura si ferma a ciò come ad un termine ultimo, ed esso è il sommo bene; che certamente questo deve necessariamente essere ricercato nella sua interezza per sua iniziativa e per se stesso, poiché è già stato prima dimostrato che anche le sue singole parti sono da ricercarsi di per sé. [45] Se qualcuno penserà che nellenumerare i vantaggi del corpo abbiamo tralasciato il piacere, tale problema sia rimandato ad unaltra occasione. Infatti non importa nulla per la nostra trattazione se il piacere faccia parte o no di quelle cose che abbiamo detto secondo natura. Se infatti, sembra a me, il piacere non completa i beni di natura, giusto tralasciarlo; se invece in esso si trova ciò che certuni pretendono, non costituisce affatto un ostacolo alla nostra concezione del sommo bene. Giacché, se il piacere sopravviene a complemento di quelli che abbiamo stabilito come principi naturali, si tratterà unicamente di un complemento che costituisce un vantaggio del corpo, e non muterà la concezione del sommo bene che è stata esposta. [17, 46] Finora la nostra trattazione è proceduta in modo da derivare tutta dalla prima raccomandazione di natura. Ora però atteniamoci ad un altro genere di ragionamento , per dimostrare che in questo campo ci muoviamo per nostra esclusiva iniziativa non solo perché amiamo noi stessi, ma perché ogni parte della natura, sia nel corpo che nellanima, ha la sua propria essenza. E per cominciare dal corpo, vedi come gli uomini cercano di occultare le eventuali alterazioni o mutilazioni o minorazioni delle membra? Al punto che si sforzano perfino e si dànno da fare per riuscire a far sì che un difetto del corpo o non appaia o si veda il meno possibile? E sopportano anche molti dolori per curarsi, allo scopo che le loro membra riprendano laspetto naturale, anche se il loro uso è destinato non solo a non migliorare ma anzi a peggiorare? Infatti, dato che tutti ritengono di dover ricercare interamente se stessi per natura, e non per altro ma per se stessi, si devono necessariamente ricercare per se stesse anche le varie parti di ciò che nella sua interezza vien ricercato per se stesso . [47] Ma come! Nel movimento e nellatteggiamento del corpo non cè nulla che la natura stessa giudichi degno di attenzione? Come uno cammina o si siede, quale espressione del volto o che viso ha. Non cè nulla in tutto ciò che consideriamo degno o indegno di una persona libera? Non riteniamo degni di odio molti che con un certo movimento o atteggiamento sembrano aver disprezzato la legge e il limite naturale? E poiché si a di rimuovere dal corpo questi atti, che motivo cè per cui non è giusto considerare degna di essere ricercata per se stessa anche la bellezza? Se infatti riteniamo che si debba fuggire per se stessa lalterazione e la minorazione del corpo, perché non dovremmo perseguire anche, e forse di più, la dignità dellaspetto per se stessa? E se rifuggiamo dalla bruttezza nellatteggiamento e nel movimento del corpo, perché mai non dovremmo perseguire la beliena ? E ricercheremo anche la salute, le forze, la mancanza di dolore, non solo per la loro utilità ma anche per se stesse. La natura, poiché vuoi essere completa in tutte le sue parti, ricerca per se stesso quello stato del corpo che è soprattutto secondo natura: questa viene tutta quanta perturbata, se il corpo è malato o prova dolore o è privo di forze. [18, 48] Vediamo ora le parti dellanima: il loro aspetto è più illustre, e quanto più sono elevate, tanto più chiari indizi della natura presentano. Quindi è così grande lamore della conoscenza e del sapere innato in noi che la natura umana vi si sente portata, e nessuno ne può dubitare, senza lattrattiva di alcun profitto. Vediamo come i fanciulli neppur con le percosse si possono distogliere dallosservazione e dallattento esame di ogni cosa? Come quando ne sono scacciati vi ritornano di corsa? Come gioiscono di sapere qualche cosa? Come esultano dì poterla narrare ad altri? Come i cortei, i giochi pubblici e simili spettacoli li tengono fermi e per essi sopportano perfino la fame e la sete? Ma come! Non vediamo che chi si diletta degli studi e delle arti non tien conto né della salute né degli interessi familiari e tutto sopporta, preso dalla conoscenza e dal sapere, e trova un compenso delle gravissime preoccupazioni e travagli nel piacere che coglie dallimparare? [49] Cosicché, a mio parere, Omero vide qualcosa di simile nella favola da lui immaginata sul canto delle Sirene. Ed infatti risulta che esse solevano richiamare i naviganti non per la dolcezza della voce o per qualche nuova e diversa maniera di cantare, ma perché dichiaravano di saper molte cose, tanto che gli uomini rimanevano attaccati ai loro scogli per desiderio di imparare. Questo è linvito che esse fanno ad Ulisse (ho tradotto, oltre ad altre parti di Omero, proprio questo passo): O gloria degli Argivi, perché non devii dalla rotta, per poter udendo conoscere i nostri canti? Nessuno mai navigò queste onde azzurre senza prima fermarsi, preso dalla dolcezza delle melodie, e poi, saziato nellavido cuore dai variati canti, correndo sullacque giungere più dotto ai patrii lidi. Noi sappiamo la grave contesa di guerra e la sconfitta che la Grecia a Troia inflisse per volere divino, e tutti gli eventi del vasto mondo . Però Omero savvide che il mito non poteva ottenere approvazione, se un sì granduomo fosse stato trattenuto irretito da canzoncine; mettono il sapere, e non era strano che per uno desideroso sapienza esso fosse più caro della patria. Ed invero, il desiderio di sapere ogni cosa, di qualunque genere sia, è proprio delle persone curiose, ma il sentirsi attratto al desiderio del pere dalla contemplazione dei fenomeni importanti è da ritenersi proprio degli uomini sommi. [19, 50] Quale ardore per lo studio credete che ci sia stato in Archimede, egli che mentre tracciava nella polvere certe figure con troppa attenzione non si accorse neppure che la sua patria era stata occupata? Quanto ingegno vediamo impiegato da Aristosseno nella musica? Con quanto studio crediamo che Aristofane abbia passato la vita nelle lettere? E che dire di Pitagora? Che di Platone o di Democrito ? Vediamo che essi per desiderio di imparare viaggiarono nelle più remote terre. Chi non vede queste cose non ha mai amato nulla di grande e degno di conoscenza. E a questo proposito, chi sostiene che si coltivano anzidetti per i piaceri dellanima non si rende conto che sono da da ricercarsi di per sé, perché lanima prova diletto senza il miraggio di alcuna utilità e gioisce del sapere in sé, anche se ne deve aver disagio. [51] Ma a che scopo cercare ulteriori prove su argomenti tanto palesi? Chiediamo a noi stessi quale emozione proviamo di fronte ai movimenti delle stelle e alla contemplazione dei fenomeni celesti e alla conoscenza di ciò che la natura avvolge nei suoi segreti, quale diletto troviamo nella storia, che siam soliti curare fino allultimo particolare, quando riprendiamo le parti tralasciate e completiamo quelle abbozzate. Daltra parte non ignoro che nella storia vè utilità e non solo piacere. [52] Ma quando leggiamo con piacere le favole inventate da cui non si può trarre nessuna utilità? Quando vogliamo conoscere di coloro che hanno compiuto qualche impresa il nome, i genitori, la patria, e molte altre notizie nientaffatto necessarie? Perché persone di infima condizione, senza alcuna speranza di compiere imprese, perché infine degli operai trovan diletto nella storia? Soprattutto possiamo vedere desiderosi di udire e leggere le gesta quelli che, sfiniti dalla vecchiaia, son lungi da ogni speranza di compierle. Perciò è necessario rendersi conto che lattrattiva da cui siamo spinti ad imparare e a conoscere sta in ciò stesso che simpara e si conosce. [53] Gli antichi filosofi rappresentano la vita futura dei sapienti nelle isole dei beati: li immaginano liberi da ogni preoccupazione, senza nessuna delle esigenze necessarie al tenor di vita o al suo apparato, destinati a far nientaltro che passare tutto il tempo ad indagare ed imparare in merito alla conoscenza della natura. Quanto a noi, vediamo che questo non è solo il diletto di una vita felice, ma anche un conforto per le nostre miserie. Pertanto molti, trovandosi in potere di nemici o di tiranni, molti altri in prigionia, molti ancora in esilio, alle viarono il loro dolore con gli studi. [54] Il capo di questa città, Demetrio di Falero, esiliato a torto dalla patria, si recò ad Alessandria dal re Tolomeo. Poiché era eccellente cultore proprio di questa filosofia a cui noi ti esortiamo, ed era scolaro di Teofrasto, in quel suo disgraziato periodo di inattività egli scrisse molte ottime opere, non per qualche interesse personale, che gli era precluso, ma quella cura dellanima era per lui come una specie di cibo della cultura. Personalmente sentivo spesso dire dallex-pretore Gneo Aufidio , erudito, divenuto cieco, che rimpiangeva di più la luce che la sua utilità. Insomma noi riterremmo che il sonno ci è stato dato contro natura, non recasse riposo al corpo e rimedio ai travagli; giacché ci toglie i sensi ed ogni attività. Pertanto, se la natura non richiedesse il riposo o lo potesse ottenere con qualche altro mezzo, ci rassegneremmo facilmente, noi che anche ora per svolgere qualche attività o per imparare siam soliti vegliare, quasi contro natura. [20, 55] Vi sono poi, soprattutto nelluomo, è ovvio, pure in ogni essere animato, indizi di natura ancor più chiari o senzaltro evidenti e indubitabili che lanima tende a svolgere sempre qualche attività e a nessuna condizione può sopportareuna quiete perpetua. facile scorgere questo nella prima infanzia dei fanciulli. Per quanto io tema di eccedere a questo pro posito, tuttavia tutti gli antichi filosofi, e specialmente i nostri, si accostano alle culle, perché ritengono che linfanzia offra la maggior possibilità di conoscere la volontà della natura. Noi vediamo dunque come neppure i bambini possono star quieti. Quando son diventati un po cresciuti, trovan diletto nei giochi anche faticosi, tanto che non possono esserne distolti neppure con le percosse: tale desiderio di esplicare qualche attività cresce insieme con letà. Pertanto, neppure se pensassimo di poter fare sogni piacevolissimi, vorremmo che ci fosse dato il sonno di Endimione , e se ciò accadesse, lo riterremmo equivalente alla morte. [56] Anzi, vediamo che le persone più inoperose, dotate di una non so qual straordinaria pigrizia, tuttavia son sempre in movimento nel corpo e nellanima e, quando nessuna esigenza indispensabile li impedisce, chiedono un tavolino da gioco o cercano qualche divertimento o sentono il bisogno di una conversazione, e poiché non hanno i nobili diletti della cultura, vanno in cerca di qualche gruppo o di convegni per conversare. Anzi neppur le bestie che chiudiamo in gabbia per nostro diletto si adattano facilmente, benché ricevano unalimentazione più abbondante che se fossero libere, ad essere tenute fermc e sentono il bisogno dei movimenti liberi e senza meta ad esse assegnati da natura. [57] Pertanto, chiunque sia di buona famiglia ed abbia ricevuto unottima educazione, non vorrebbe affatto essere vivo, se potesse pascersi dei piaceri, messi tutti a sua disposizione, ma fosse impedito di occuparsi degli affari. Giacché preferiscono svolgere unattività privata oppure, quelli di animo più elevato, entrano nella vita politica ottenendo cariche civili e militari oppure si dedicano completamente agli studi. E in questa vita son tanto lungi dal perseguire i piaceri che anzi sopportano affanni, preoccupazioni e veglie, e usufruiscono dellacutezza dellingegno e della mente, la parte migliore delluomo, che in noi deve essere considerata divina, senza ricercare il piacere né fuggire la fatica. E non tralasciano la loro ammirazione per le scoperte degli antichi né la ricerca di nuove. E non potendo saziarsi di questa attività, dimentichi di tutto il resto, non hanno pensieri bassi e meschini: tanta forza si riscontra in tali studi che anche chi si è proposto un diverso termine estremo del bene, impostato sullutilità o sul piacere, lo vediamo passar gli anni nella ricerca e nella spiegazione dei fenomeni naturali.