Traduzione De finibus bonorum et malorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 04; 21-25

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 04; paragrafi 21-25 dell'opera De finibus bonorum et malorum di Cicerone

DE FINIBUS BONORUM ET MALORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 04; PARAGRAFI 21-25

[21] Essi dicono che vien messa in atto la naturale inclinazione dellanima quando qualcosa le sembra confonne a natura; e tutto ciò che è conforme a natura è degno di qualche valutazione e deve essere valutato per il grado di importanza che ciascuna cosa contiene e ciò che è conforme a natura in parte non ha in sé nulla di quella naturale inclinazione di cui abbiamo già parlato spesso, e in questo caso non vien detto né onesto né lodevole; in parte invece sì, e in questo caso comporta per ogni essere vivente il piacere, ma per luomo anche la ragione, e in quanto sono connesse a ragione, tali cose si dicono oneste, belle, lodevoli. Quanto alle cose menzionate sopra, si chiamano principi naturali, e, congiunte con le oneste, attuanoe rendono perfetta la felicità della vita. [59] E di tutti questi agi (a cui essi, che pur li chiamano beni, non conferiscono maggior valore di Zenone che non ammette tale denominazione) è di gran lunga più eccellente, dicono sempre essi, quello che è onesto e lodevole. Ma se si presentassero due cose oneste, luna con salute laltra con malattia, non è dubbio a quale delle due la natura stessa ci guiderebbe. Tuttavia, continuano, tanta è la forza dellonestà e tanto essa è superiore ed eccelle su tutto, che nessun supplizio, nessun premio può smuoverla da ciò che ha giudicato come retto, e tutto ciò che sembra duro, difficile, avverso può essere travolto dalle virtù di cui la natura ci ha dotati: non che si tratti di cose facili e trascurabili (che ci sarebbe allora di tanto grande neila virtù?), ma perché possiamo giudicare che non risiede in esse la più gran parte della felicità o dellinfelicità della vita. [60] Insomma, quelle cose che Zenone disse degne di valutazione e accettabili e connesse con la natura, quelli le chiamano beni, e chiamano felice quella vita che risulti composta dalle cose che ho detto, o dalla maggior parte di esse o dalle più importanti. Zenone invece chiama bene soltanto ciò che abbia un proprio particolare aspetto per cui sia da ricercare, e chiama felice soltanto quella vita che si trascorre virtuosamente. [22] Se occorre discutere della sostanza, fra me e te, o Catone, non vi può essere nessun dissenso. Giacché non vè nulla su cui tu la pensi diversamente da me, purché, cambiate le parole, noi confrontiamo i concetti in sé. E di questo si è accorto anche lui, ma ha trovato compiacimento nella grandiosità e nel vanto delle parole. Se egli ciò che dice lo pensasse, secondo il significato delle parole, che differenza ci sarebbe fra lui e Pirrone o Aristone? Tua se noii li approvava, che ragione cera per discordare nelle parole da coloro con cuì andava daccordo nella sostanza? [61] E se ritornassero in vita gli scolari di Platone e quelli chefurono a loro volta scolari di questi, e ti parlassero così? Noi, o Catone, conoscendotì per persona molto amante della filosofia, per uomo molto giusto, per giudice ottimo, per testimonio pieno di scrupolo, ci siam chiesti con meraviglia perché mai tu preferissi a noi gli Stoici, che sul bene e sul male ebbero le stesse idee che Zenone aveva conosciuto da Polemone qui presente, servendosi però di termini tali che a prima vista suscitano ammirazione, ma poi, chiarito il concetto, muovono a riso. Ma tu, se davi la tua approvazione a tali concetti, perché non li mantenevi con le parole loro proprie? Se invece faceva presa su di te lautorità, anteponevi a noi tutti e a Platone stesso quello sconosciuto? Tanto più che volendo tu avere un ruolo di primaria importanza nella vita politica per difendere lo Stato avresti potuto essere dotato e preparato con grandissima tua dignità soprattutto da noi. Siamo stati noi infatti a indagare su questi argomenti, a metterli in ordine, a farli conoscere, a darne i precetti, e di tutti gli Stati abbiamo descritto accuratamente le varie forme di governo, le condizioni stabili, i mutamenti, ed anche le leggi, le istituzioni e i costumi delle nazioni. E per leloquenza, che è il più grande ornamento per i primi cittadini e in cui sentiamo dire che sei molto valente, quale incremento avresti potuto desumere dai nostri scritti! A queste parole, che risposta daresti a tali uomini? [62] Ti pregherei di parlare per me, dato che sei stato tu a dettar loro il discorso, o meglio ti pregherei di concedermi un po di tempo per rispondere ad essi, se ora non preferissi ascoltare te e riservarmi tuttavia di dare a questi una risposta in altra occasione, naturalmente quando risponderò anche a te. [23] Se tu avessi voluto rispondere la verità, avresti dovuto dir cosi, o Catone, che non è che tu non li abbia approvati, quegli uomini di tanto ingegno e di si grande autorità, ma ti sei accorto che gli Stoici hanno approfondito le questioni che quelli per la loro antichità non avevano considerato abbastanza, e non solo le hanno svolte con maggior acume ma ne hanno avuto unopinione più severa e più forte, in quanto anzitutto affermano che la buona salute non è da ricercarsi ma da scegliersi, e non perché aver salute sia un bene ma perché è da taiutarsi un pechino (tuttavia quelli non gli dànno maggiorvalore, eppure non esitano a chiamarlo un bene); ma tu non hai potuto sopportare questa credenza di quegli antichi, vorrei dire barbuti, come sogliamo esprimerci parlando dei nostri; la vita di chi vive onestamente, se vi subentra pure la buona salute, la buona reputazione e lagiatezza, sarà più desiderabile, migliore e più da ricercarsi che la vita di chi è ugualmente un uomo buono, come dice lAlemeone di Ennio in molti modi sopraffatto da malattia, esilio e povertà. [63] Dunque quegli antichi non furono tanto acuti a credere tale vita più desiderabile, superiore, più felice; gli Stoici invece la credono soltanto preferibile nella scelta, non perché tale vita sia più felice ma perché è più appropriata a natura. E ancora, coloro che non sono sapienti e che son tutti ugualmente infelici, gli Stoici naturalmente si avvidero di questo, che invece era sfuggito ai filosofi precedenti; questi non ritenevano che gli uomini macchiati di delitti e di parricidio non fossero per niente più infelici di quelli che, pur avendo una vita pura e integerrima, non avevano ancora raggiunto quella famosa forma perfetta della sapienza. [64] E a questo proposito tu citavi quelle similitudini nientaffatto simili che essi comunemente usano. Chi infatti ignora che, se più persone vogliono emergere da unacqua profonda, saran più prossimi a respirare quelli che già si avvicinano al pelo dellacqua, ma non hanno affatto maggior possibilità di respirare di coloro che stanno al fondo? A nulla dunque giova avanzare e far progressi a proposito della virtù (così da non essere al colmo dellinfelicità prima di averla raggiunta), poiché a proposito dellacqua non giova a nulla, e, poiché i cuccioli che già stanno per aprire gli occhi sono ciechi come quelli appena nati, anche Platone, poiché non vedeva ancora la sapienza, doveva necessariamente essere cieco nellanima proprio come Falaride? [24, 65] Non calzano, o Catone, codesti paragoni; in essi, per quanto si avanzi, ci si trova sempre nella stessa situazione da cui ci si vuol allontanare, finché non se ne sia usciti; difatti, quello non respira prima di emergere, e i cuccioli, prima di aprire gli occhi, sono ciechi come se fossero destinati a restar sempre così. Questi altri sono paragoni possibili: uno ha la vista debole, un altro va perdendo il vigore fisico; in seguito allapplicazione di una cura, di giorno in giorno van migliorando: luno ogni giorno si sente sempre più in forze, laltro ogni giorno vede sempre di più. A costoro son simili tutti quelli che tendono alla virtù: son sollevati dai vizi, son sollevati dagli errori, a meno che tu ritenga che Tiberio Gracco padre non fu più felice di suo figlio: luno lavorò a consolidare lo Stato, laltro ad abbatterlo. Quello tuttavia non era sapiente e chi si trova in questa condizione, quando, dove, donde? ma poiché aspirava alla gloria e alla dignità, aveva fatto molti progressi nella virtù. [66] Devo paragonare il tuo avo Druso con Gaio Gracco quasi suo coetaneo? Questi produceva ferite allo Stato, e quello le guariva. Se non cè nulla che renda tanto infelici quanto lempietà e la scelleratezza, benché tutti i non sapienti siano infelici (come realmente lo sono), non è tuttavia ugualmente infelice chi provvede alla patria e chi la desidera annientata. Si verifica quindi grande alleviamento dei vizi in coloro che fanno un discreto progresso verso la virtù. [67] I vostri invece ammettono il progresso verso la virtù, escludono laileviamento dei vizi . Ma val la pena di porgere attenzione allargomento che questi uomini acuti impiegano per darne la dimostrazione. E il totale delle arti può crescere solo nel caso che anche il complesso totale dei loro contrari possa crescere; ma al complesso della virtù non si può aggiungere alcun supplemento: dunque non potranno crescere neppure i vizi che sono i contrari delle virtù . E allora, è il dubbio che vien dissipato dallevidenza o è levidenza che viene abolita dal dubbio? Eppure questo è levidenza: alcuni vizi sono maggiori di altri; questaltro è il dubbio: quale mai supplemento possa aggiungersi a quello che voi dite il sommo bene. Ma voi, mentre dovreste chiarire il dubbio con levidenza, cercate di abolire levidenza con il dubbio. [68] Pertanto resterete dinuovo impegolati nel medesimo ragionamento che ho fatto pocanzi . Difatti, se i vizi non sono maggiori gli uni degli altri perché non si può aggiungere nessun supplemento neppure a quello che è secondo voi il termine estremo del bene, dato che è evidente che i vizi non sono in tutti uguali, dovete cambiare il termine estremo del bene. Giacché è necessario tener presente quel principio: quando una conseguenza è falsa, non può essere vero ciò da cui la conseguenza deriva. [25] Qual è dunque la causa di questo imbarazzo? Una vanitosa ostentazione nello stabilire il sommo bene. Quando infatti si afferma che è bene solo ciò che è onesto, si abolisce la cura per la salute, la premura per la famiglia e per i suoi problemi, la partecipazione alla vita politica, lordine nellamministrare gli affari, i doveri della vita, insomma bisogna abbandonare quella stessa onestà che è lunica a rappresentare tutto, secondo voi. Ciò vien confutato con molta cura da Crisippo contro Aristone. Da tale difficoltà hanno avuto origine quei maliziosi giochi di parole , come dice Accio. [69] In realtà, la sapienza non trovava punto di consistenza una volta aboliti tutti i doveri, e i doveri a loro volta venivano aboliti essendo stata soppressa ogni scelta e distinzione, le quali non potevano aver luogo dato che si erano livellate tutte le cose al punto che non cera più nessuna differenza fra di esse: da questa situazione imbarazzante sono sorte codeste conclusioni, peggiori di quelle di Aristone. Le sue per lo meno sono ingenue, le vostre scaltre. Difatti, chiedi ad Aristone se a suo parere sono beni la mancanza di dolore, le ricchezze la salute: direbbe di no. Ma come! E i loro contrari sono mali? Non più di quelle . Chiedilo a Zenone: ti risponderebbe con parole equivalenti. Stupiti, proviamo a chiedere ad entrambi come è possibile passar la vita se riteniamo che non cimporta nulla stare bene o essere ammalati, essere esenti o tormentati dal dolore, potere o non potere scacciare il freddo, la fame. Aristone dice: Vivrai magnificamente e ottimamente, farai tutto quel che ti parrà, non avrai mai angosce né cupidige né paure. [70] E Zenone? Dice che queste son chimere e che in tal modo non è assolutamente possibile vivere; che secondo le sue asserzioni fra lonesto e il disonesto cè una diversità enorme, un non so qual abisso, fra tutto il resto nessuna differenza. [71] Fin qui ripete Aristone; ma ascolta il resto e trattieni le risa, se puoi:quelle cose intermedie, dice, fra cui non cè nessuna differenza, sono tuttavia tali che fra di esse alcune son da scegliere, altre da respingere, altre da trascurare completamente, vale a dire che di esse tu alcune vuoi, altre ricusi, altre non curi. Ma, avevi detto or ora che fra queste cose non cera nessuna differenza. Dirà: e lo dico ancora adesso; ma è rispetto alla virtù e al vizio che non cè alcuna differenza.