Traduzione De finibus bonorum et malorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 04; 16-20

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 04; paragrafi 16-20 dell'opera De finibus bonorum et malorum di Cicerone

DE FINIBUS BONORUM ET MALORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 04; PARAGRAFI 16-20

[16, 43] Pertanto, a mio parere, coloro che considerarono termine estremo del bene il vivere onestamente sbagliarono tutti, ma chi più chi meno, ma più di tutti naturalmente Pirrone, che, una volta stabilita la virtù, non lascia nulla affatto verso cui si abbia inclinazione; poi Aristone, che non osò non lasciar nulla e introdusse degli impulsi per cui il sapiente avesse inclinazione per qualche cosa. Qualunque cosa gli passasse per la mente e per così dire gli si presentasse dinanzi. Questi certo meglio di Pirrone, perché concesse qualche specie di inclinazione naturale; peggio degli altri, perché si scostò profondamente dalla natura. Gli Stoici poi, in quanto fan consistere il termine estremo del bene nella sola virtù, son simili a loro; in quanto ricercano un principio del dovere, fan meglio di Pirrone; in quanto rappresentano tali cose come non accidentali, sono superiori ad Aristone; in quanto non aggiungono al termine estremo del bene ciò che dicono appropriato alla natura e di per se stesso accettabile, si discostano dalla natura e in certo modo non sono diversi da Aristone. Egli infatti escogitava un nonsoché di accidentale; questi invece ammettono, è vero, i principi naturali, ma li disgiungono dai termini estremi e dal complesso dei beni: quando li fanno preferibili perché sussista una scelta fra le cose, sembrano seguire la natura; quando invece dicono che essi non riguardano affatto la felicità nella vita, abbandonano di nuovo la natura. [44] Finora ho spiegato perché Zenone non aveva motivo di staccarsi dallautorità dei filosofi precedenti. Ora vediamo il resto, a meno che tu, o Catone, voglia fare qualche osservazione o mi sia già dilungato troppo. Né luno né laltro. Desidero che tu conduca a termine questa discussione, e il tuo discorso non può sembrarmi lungo. [45] Benissimo. Che ci può essere infatti per me più gradito che discutere sulle virtù con Catone, rappresentante di tutte le virtù? Ma anzitutto poni mente a questo: la vostra famosa massima fondamentale che dà il tono alla scuola, secondo cui è bene solo ciò che è onesto e il termine estremo del bene consiste nel vivere onestamente, risulterà comune a voi e a tutti quelli che fan consistere il termine estremo del bene nella sola virtù, e la vostra asserzione, secondo cui non si può costituire la virtù se si tien conto di alcunché allinfuori di ciò che è onesto, sarà ripetuta identica da quelli testé nominati. A mio parere, sarebbe stato più giusto che Zenone, disputando con Polemone da cui aveva ricevuto la nozione dei principi fondamentali di natura, dato che procedeva da inizi comuni, vedesse il primo punto su cui arrestarsi e la causa da cui aveva origine la disputa, e non che, restando con quelli che non sostengono neppure lorigine naturale del loro sommo bene, usasse i medesimi argomenti usati da essi e le medesime teorie. [17, 46] E non approvo affatto questaltro punto: dopo aver insegnato, secondo il vostro parere, che è bene solo ciò che è onesto, venite viceversa a dire che è necessario premettere principi fondamentali connessi ed appropriati alla natura, dalla cui scelta possa scaturire la virtù. Non bisognava far consistere la virtù nella scelta, con la conseguenza che proprio ciò che era il termine estremo del bene cercasse di acquisire qualche altra cosa. Giacché, tutto ciò che è da accettare e scegliere o da gradire deve essere contenuto nel complesso totale dei beni, di modo che chi lo ha ottenuto non desideri più nulla oltre a ciò. Vedi come è evidente che cosa debbano o non debbano fare coloro per cui tale complesso consiste nel piacere? Come nessuno dubita a che debbano mirare, che debbano perseguire, che debbano fuggire tutti i loro doveri? Lultimo termine del bene sia quello che ora io sto sostenendo: appare sùbito chiaro quali siano i doveri, quali siano gli atti. Voi invece, che non vi siete proposti nientaltro che il retto e lonesto, non riuscirete a scoprire lorigine di un principio del dovere e dellazione. [47] Dunque in questa ricerca, sia quelli che diranno di seguire qualunque cosa venga in mente o si presenti dinanzi , sia voi, ritornerete tutti alla natura. E a tutti la natura avrebbe ragione di rispondere che non è giusto cercare altrove il termine estremo della felicità nella vita, e chiedere ad essa i principi fondamentali per lazione; infatti, esiste una norma unica che comprende i princìpi fondamentali dellazione così come i termini estremi del bene; e come è stata disapprovata la teoria di Aristone secondo cui non cè differenza fra nna cosa e laltra e tranne le virtù e i vizi nulla esiste fra cui vi sia qualche differenza, così sbaglia Zenone, secondo cui in nulla se non nella virtù o nel vizio vi è propensione, neppur di minima importanza, ad ottenere il sommo bene, e, benché tutto il resto non abbia alcuna importanza per la felicità della vita, ha tuttavia importanza per linclinazione naturale: come se poi tale inclinazione non riguardasse il raggiungimento del sommo bene! [48] E che cè di meno logico della loro affermazione che, una volta conosciuto il sommo bene, essi ritornano alla natura per chiederle il principio dellazione, vale a dire del dovere? Infatti non è certo la considerazione dellazione o del dovere che spinge a cercare ciò che è conforme a natura, ma è appunto questo a provocare linclinazione e latto. [18] Passo ora a quelle tue formule concise, che tu dicevi rigorosamente logiche e consideriamo anzitutto questo sillogismo, di cui non è possibile maggior concisione: tutto ciò che è bene è lodevole; ma ciò che è lodevole è onesto: dunque tutto ciò che è bene è onesto. Oh che pugnale di piombo! E chi ti potrebbe concedere la premessa maggiore? E una volta concessa questa, non cè più bisogno della minore: se tutto ciò che è bene è lodevole, è tutto onesto. [49] Chi dunque ti concederà una tal premessa allinfuori di Pirrone, Aristone o i loro simili, che non approvi? Aristotele, Senocrate, tutta quanta quella famosa scuola non te la concederà, in quanto che essi dicono beni la salute, le forze, le ricchezze, la gloria e molte altre cose, ma non le dicono lodevoli. E dire che questi credono che il termine estremo del bene non è contenuto nella sola virtù; però con la conseguenza che antepongono la virtù a tutto: che pensi che farebbero quelli che esclusero completamente la virtù dal termine estremo del bene, come Epicuro, leronimo e pure quelli, chiunque siano, che vogliono mantenere il termine estremo di Carneade? [50] E come potranno concederti una tale premessa Callifonte o Diodoro , che allonestà aggiungono altro che non è dello stesso genere? Ti piace dunque, o Catone, assumendo concetti non ammessi, far risultare da essi quel che vuoi? Ora si tratta di un sorite , di cui, a vostro giudizio, non esiste ragionamento più vizioso: ciò che è bene è desiderabile, ciò che è desiderabile è da ricercare, ciò che è da ricercare è lodevole e poi i passaggi restanti. Ma io mi fermo su questo: allo stesso modo nessuno ti concederà che ciò che è da ricercare sia lodevole. Questaltro ragionamento poi non ha nessun rigore logico, ma è stupido quantaltri mai (per causa loro, sintende, non tua): la felicità della vita è degna di vanto perché non può toccare senza lonesto, cosicché uno ha ragione di vantarsene. [51] Questo lo concederà a Zenone Polemone, ed anche il maestro di lui e tutta quella famiglia di filosofi e gli altri che, pur anteponendo la virtù a tutto, e di molto, le aggiungono tuttavia qualcosa nella delimitazione del sommo bene. Se infatti la virtù è degna di vanto, come lo è realmente, ed è tanto superiore a tutto il resto che a stento lo si può esprimere a parole, potrà essere felice luomo fornito della sola virtù e privo di tutto il resto, e tuttavia non ti sarà concessa questa asserzione:tranne la virtù non cè nulla che si debba considerare un bene . Quanto a quelli per cui il sommo bene è senza virtù, forse non concederanno che la felicità della vita abbia elementi per cui si possa aver ragione di vantarsene, sebbene essi appunto rappresentino anche i piaceri talvolta pieni di vanto. [19, 52] Ti rendi dunque conto che tu o prendi dci concetti che non sono ammessi o tali che, anche se ammessi, non ti giovano a nulla. In verità, a proposito di tutti codesti sillogismi io riterrei degno della filosofia e di noi stessi, tanto più che la nostra indagine è rivolta al sommo bene, questo risultato: una riforma della nostra vita, dei nostri propositi, delle nostre aspirazioni, non di parole. Chi infatti può ricredersi nelle sue opinioni per aver ascoltato codeste formule concise ed acute che a te, a quanto dici, piacciono tanto? Infatti, quando si aspetta e si è avidi di sentire perché il dolore non è un male, essi dicono: provar dolore è cosa aspra, penosa, odiosa, contro natura, difficile a sopportarsi, ma, poiché nel dolore non cè frode né malvagità né malizia né colpa né disonestà, esso non è un male. Chi ha udito ciò, ammesso che non abbia voglia di ridere, se ne andrà tuttavia nientaffatto più forte a sopportare il dolore di quanto era venuto. [53] E tu dici che non può essere forte chi considera un male il dolore. Perché dovrebbe essere più forte considerandolo, come tu stesso ammetti, aspro e a stento sopportabile? La paurosità nasce dalla sostanza, non dai termini. Tu dici che, se si spostasse una sola lettera, tutta la dottrina crollerebbe. Ti par dunque chio sposti una lettera o intere pagine? Per quanto presso di loro sia osservato, come tu hai rilevato con elogi, lordine dei concetti e tutto sia strettamente connesso e interdipendente (son parole tue) non dobbiamo tuttavia seguirli se tale sistema rivela intima coerenza e non devia dalla linea che si è prefissa, ma è partito da principi falsi. [54] Dunque il tuo Zenone si è scostato dalla natura nella disposizione fondamentale e facendo consistere il sommo bene nella superiorità dellingegno che chiamiamo virtù e dicendo che nullaltro è bene se non ciò che è onesto, e che la virtù non può sussistere se nel resto cè qualche cosa che sia migliore o peggiore luna dellaltra, poste queste basi, ne trasse direttamente le conseguenze. Tu dici che le ha tratte bene: non posso negarlo. Ma tali conseguenze son così false che non possono essere vere le premesse da cui hanno avuto origine. [55] Come tu sai, gli studiosi di dialettica ci insegnano che, se ciò che deriva da qualche cosa è falso, è pure falso ciò da cui deriva. Ne consegue quel sillogismo, non solo vero, ma così evidente che in dialettica non si ritiene neppur necessario renderne ragione; se quello, questo; ma questo no; dunque, neppur quello . Così, abolite le vostre conseguenze, sono aboliti pure i principi fondamentali. Quali son dunque le conseguenze? Tutti quelli che non sono sapienti sono ugualmente infelici, tutti i sapienti sono al colmo della felicità, le azioni rette si equivalgono tutte, tutti i peccati sono uguali; parole che sembrando essere dette grandiosamente, ma prese in considerazione, si approvavano meno. Infatti il senso comune e la natura e la verità stessa in certo modo gridavano che non si lasciano indurre ad ammettere Che non vi sia nessuna differenza fra ciò che Zenone livella. [20, 56] Poi quel tuo Fenicio (i Citiesi, tuoi Clienti, sono oriundi della Fenicia, lo sai), quindi persona di acuto ingegno, non riuscendo a vincere la partita perché in contrasto con la natura, cominciò a nimestar parole, e anzitutto per le cose che noi chiamiamo buone ammise che fossero considerate degne di valutazione e appropriate a natura, e cominciò a riconoscere che il sapiente, cioè luomo al colmo della felicità, sta meglio se ha anche ciò che non osa chiamar bene ma ammette che è appropriato a natura; e sostiene infine che Platone, qualora non sia sapiente, non si trova nella medesima posizione del tiranno Dionisio per questo la miglior cosa è morire perché non ha speranza nella sapienza, per quello invece vivere perché ha tale speranza . Quanto ai peccati, egli dice, in parte sono tollerabili in parte no, perché i peccati trasgrediscono, alcuni in maggiore, altri in minor misura, le varie voci, direi quasi, del dovere . I non sapienti, continua, sono di due specie: quelli che non sarebbero in grado di giungere alla sapienza in nessun modo, e quelli che potrebbero raggiungerla, se se ne occupassero. [57] Egli parlava in modo diverso da tutti, ma aveva le stesse idee di tutti gli altri. E non stimava che ciò che egli si rifiutava di chiamar bene fosse da valutar meno di quanto lo valutavano quelli che lo chiamavano bene. Che intenzioni aveva dunque chi fece tali modifiche? Per lo meno avrebbe dovuto diminuirnc limportanza e valutano un po meno dei Peripatetici, così da sembrar diverso anche nellidee e non solo nelle parole. Ma come! A proposito della stessa felicità della vita, a cui tutto vien riferito, che dite voi? Affermate che essa non risiede nella pienezza di tutto ciò di cui la natura sente la mancanza, e la fate consistere tutta quanta nella sola virtù. Dato che ogni disputa verte di solito o sul concetto o sul nome, essa sorge in entrambi i casi, o di ignoranza del concetto o di errore nel nome. Ma se non si verifica nessuno dei due casi, bisogna che ci diamo da fare per usare le parole più comuni e più adatte possibili, vale a dire quelle che chiariscono il concetto. [58] Ordunque, risulta forse dubbio che, se i predecessori non commettono nessun errore nella sostanza, ciò vuol dire che fanno miglior uso delle parole ? Vediamo quindi le loro idee, poi ritorniamo alle parole.