Traduzione De finibus bonorum et malorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 04; 06-10

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 04; paragrafi 06-10 dell'opera De finibus bonorum et malorum di Cicerone

DE FINIBUS BONORUM ET MALORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 04; PARAGRAFI 06-10

[6, 14] Ma basta di questo. Vediamo ora, ti prego,che cosa ha portato il problema del sommo bene, che contiene la filosofia, per quele motivo dovesse dissentire dagli scopritori come dai suoi genitori. A questo punto dunque, benché tu, o Catone, abbia già spiegato accuratamente quale sia per gli Stoici questo termine estremo del bene e come lo intendano, anchio tuttavia farò la mia esposizione allo scopo di scorgere, se sarà possibile, quali innovazioni abbia introdotto Zenone. I predecessori infatti, fra cui molto esplicitamente Polemone, dissero che il sommo bene consiste nel vivere secondo natura, ma gli Stoici danno a queste parole tre significati:il primo di questi modi è vivere impiegando la conoscenza delle cose che accadono in natura. Proprio questo, essi affermano, è il termine estremo per Zenone, corrispondente alla tua asserzione: vivere in accordo con la natura. [15] Il secondo significato è che equivale dire vivere osservando tutti i doveri mediani o la maggior parte di essi . Esso sotto questa forma risulta diverso dal precedente. Là si parla di azione retta (così tu traducevi il greco katorthoma) e tocca solo al sapiente, qui invece di un dovere iniziato e non perfettamente compiuto, che può applicarsi anche a taluni non sapienti. Il terzo significato è vivere godendo di tutte o delle più grandi cose che sono conformi a natura . Questo non dipende dal nostro agire. Viene attuato da quel genere di vita che fruisce della virtù e da ciò che è conforme a natura e non è in nostro potere. Ma questo sommo bene che è inteso nel terzo significato e la vita trascorsa in conformità al sommo bene, poiché le è congiunta la virtù, si applicano solo al sapiente, e tale termine estremo del bene, come troviamo scritto dagli stessi Stoici, sono stati Senocrate ed Aristotele a stabilirlo. Pertanto quella prima disposizione fondamentale di natura, da cui tu pure prendevi lo spunto, viene da essi esposta allincirca nei seguenti termini: [7, 16] Ogni natura vuoi essere conservatrice verso se stessa sia a propria salvaguardia sia a conservazione del proprio genere. Affermano che per questo scopo si è sentita lesigenza anche delle arti, perché aiutassero la natura; tra di esse è da essi annoverata anzitutto quella che è larte di vivere, che ha per scopo mantenere ciò che è stato dato da natura e acquistare ciò che manca. I medesimi filosofi divisero la natura umana in anima e corpo. Avendo detto che luna e laltro sono da ricercare di per se stessi, quindi sostenevano che anche le virtù di entrambi sono, di per se stesse, da ricercare; anteponevano lanima al corpo per meriti in certo modo infiniti, e quindi anche le virtù dellanima giudicavano preferibili ai beni del corpo. [17] Ma dato che intendevano la sapienza come custode e tutelatrice di tutto quanto luomo con lincarico di essere compagna e collaboratrice della natura, sostenevano che questo è il compito della sapienza: dato che protegge lessere formato di anima e di corpo, nelluna e nellaltro giovargli e governarlo . E così, impostata la questione inizialmente in questi termini semplici, e sul resto facendo unindagine più acuta, ritenevano che fosse facile fare una specie di computo dei beni del corpo; per i beni dellanima eseguivano unanalisi più accurata, e anzitutto scoprivano che fra di essi si trovano i germi della giustizia e, primi fra tutti i filosofi, dimostrarono che è una dote naturale lamore dei genitori verso le loro creature e, cosa precedente in ordine di tempo, che è pure la natura ad unire le unioni coniugali fra uomini e donne, donde traggono origine le relazioni di amicizia fra consanguinei. E partiti da questi inizi, rivolsero lindagine allorigine e allo sviluppo di tutte le virtù. Di qui sorgeva anche la grandezza danimo, con cui si poteva facilmente contrastare e resistere alla fortuna, poiché le cose più importanti erano in potere del sapiente. Quanto allincostanza della fortuna e ai suoi colpi la vita conformata ai precetti degli antichi filosofi riusciva facilmente a superarli. [18] Daltra parte, i principi forniti da natura suscitavano ampi sviluppi di beni, che in parte avevano il loro punto di partenza nella contemplazione dei fenomeni più segreti, perché era insito nella mente lamore della conoscenza, da cui derivava anche il desiderio di spiegarne e svolgerne la teoria; inoltre, poiché solo questo essere vivente è per nascita partecipe di pudore e di ritegno e tende allunione degli uomini in società e sta attento in tutto ciò che fa o dice ad evitare che ne risulti qualche sua azione che non sia onesta e decorosa, mediante questi inizi, come ho detto prima, e germi dati da natura, la temperanza, la moderazione, la giustizia e ogni specie di onestà hanno raggiunto la loro forma perfetta. [8, 19] Eccoti, o Catone, lo schema dei filosofi di cui sto parlando. Adesso che lho esposto, desidererei sapere qual è il motivo per cui Zenone si staccò da questa antica disposizione e a quale punto ha negato la sua approvazione: se allasserzione che ogni natura è conservatrice verso se stessa, oppure che ogni animale è affidato a se stesso in quanto vuole salvaguardarsi nel suo genere e conservare la propria incolumità, oppure che, essendo il termine estremo di tutte le arti quello che la natura soprattutto ricerca, si deve giungere alla medesima conclusione per larte di tutta la vita, oppure che, essendo noi formati di anima e di corpo, essi stessi e le loro virtù devono essere accettati per se stessi . O forse non gli è piaciuta quella cosi grande superiorità che è stata attribuita alle virtù dellanima? O le affermazioni concernenti la saggezza, la conoscenza della realtà, lunione del genere umano, e quelle fatte dai medesimi in merito alla temperanza, alla moderazione, alla grandezza danimo, ad ogni forma di onestà? Gli Stoici riconosceranno che tutte queste sono affermazioni ottime, e che Zenone non ebbe motivo per staccàrsene. [20] Diranno altro, io credo grandi furono gli errori degli antichi ed egli, bramoso di ricercare la verità, non poté sopportarli in alcun modo. Infatti che cè di più strambo, di più intollerabile, di più stolto che considerare un bene la buona salute, la mancanza di ogni dolore, il perfetto stato degli occhi e degli altri sensi, piuttosto che sostenere che non esiste alcuna differenza fra questi stati e i loro contrari? Giacché per tutti questi che essi chiamano beni si tratta di cose preferite, non di beni, e parimenti per le doti che eccellono nel corpo sono stati stolti gli antichi a considerarle desiderabili per se stesse: piuttosto accettabili che desiderabili. Infine la vita che abbonda anche delle altre cose conformi a natura non è più desiderabile di tutta quella vita che consiste nelle sola virtù; ma più accettabile. E benché la virtù stessa produca la felicità nella vita in modo che non si può essere più felici, tuttavia ai sapienti mancano certe cose proprio quando sono al colmo della felicità; pertanto essi agiscono per allontanare da sé i dolori, le malattie, le infermità. [9, 21] O grande forza dingegno e giusto motivo perché sorgesse una nuova scuola filosofica! Va avanti. Seguono i principi che tu hai svolto con molta scienza, cioè che lignoranza di tutti, lingiustizia e altri vizi sono simili, tutti i peccati sono uguali, e chi per indole e per cultura è avanzato molto verso la virtù, se non è riuscito a raggiungerla pienamente, si trova al colmo dellinfelicità e fra la sua vita e quella dei più malvagi non cè nessuna differenza; cosicché, se Platone, quel granduomo, non fosse stato sapiente, non avrebbe avuto una vita affatto migliore nè più felice di chiunque fra i più malvagi. Questa evidentemente è la correzione dellantica filosofia e la riforma, che non può avere assolutamente accesso in città, nel Foro, nel senato. Chi infatti potrebbe sopportare che parli così chi si proclama sostenitore di una condotta di vita austera e sapiente, che cambi nome alle cose, e, pur avendo le stesse opinioni di tutti, metta un nome diverso a ciò cui attribuisce il medesimo significato, muti soltanto le parole senza toglier nulla alle opinioni? [22] Un avvocato alla perorazione, parlando in difesa dellimputato, potrebbe sostenere che lesilio non è un rnaie, e neanche la confisca dei beni ? Che queste sono cose da respingere, non da fuggire? Che il giudice non deve essere misericordioso ? E nel caso che parlasse in unadunanza pubblica, se Annibale fosse giunto alle porte e avesse lanciato un dardo entro le mura, potrebbe sostenere che non è un male essere fatto prigioniero, essere venduto, essere ucciso, perdere la patria? O forse il senato, decretando il trionfo allAfricano , potrebbe usare la formula per la sua virtù o per il suo successo , se nessuno tranne il sapiente si può dire veramente in possesso della virtù o del successo ? Che filosofia è dunque codesta, che in pubblico adopera il linguaggio comune e nei trattati uno suo particolare? Tanto più che non cè nulla di nuovo in ciò chessi esprimono con le loro parole e i concetti rimangono uguali presentati in altro modo. [23] Difatti, che importa chiamar beni o cose preferite le ricchezze, la potenza, la salute, quando chi le chiama beni non conferisce ad esse importanza maggiore dite che le denomini cose preferite? Pertanto Panezio, persona nobile e autorevole quantaltri mai, degno dellamicizia di Scipione e di Lelio, scrivendo a Quinto Tuberone sulla sopportazione del dolore, non ha messo in nessun passo che il dolore non è un male, ma che avrebbe dovuto costituire la tesi fondamentale, se si potesse dimostrare, ma ha parlato della sua essenza, delle sue caratteristiche, del suo grado e poi del sistema per sopportarlo; a mio parere la sua opinione, dato che fu uno stoico, ha condannato codesta vostra vana terminologia. [10, 24] Ma per considerare più da vicino, o Catone, la tua esposizione, rendiamo la trattazione più succinta e confrontiamo le tue asserzioni di pocanzi con quelle che io antepongo ad esse. Consideriamo quindi come ammesse quelle che voi avete in comune con gli antichi; prendiamo invece in esame, se credi, quelle che dànno adito a contestazione. A me piace una trattazione più sobria e, come hai detto tu stesso, più succinta. Ciò che hai esposto finora ha carattere popolare; io invece vorrei da te maggior finezza. Tu da me? Disse. Nondimeno mi proverò e, se gli argomenti si presenteranno in scarso numero, non eviterò di far ricorso a questi popolari. [25] Ma per prima cosa sia fissato il principio che noi siamo affidati a noi stessi e che abbiamo come prima inclinazione naturale la conservazione di noi stessi . Su questo punto siamo daccordo; segue questaltro: noi percepiamo chi siamo, per conservarci quali si deve essere. Siamo dunque uomini. Risultiamo formati di anima e di corpo, che son fatti in un certo modo, e occorre che noi, come richiede la prima inclinazione naturale, li amiamo e sulla loro base stabiliamo quel famoso termine estremo del sommo ed ultimo bene. Se le premesse sono vere, esso deve necessariamente essere stabilito nel seguente modo: ottenere il maggior numero possibile e le più grandi possibili di quefle cose che sono conformi a natura. [26] Questo dunque è il termine estremo secondo quegli antichi filosofi, questo sembrava loro il supremo dei beni; io lho espresso con più parole, essi più brevemente: vivere secondo natura.