Traduzione De finibus bonorum et malorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 03; 11-15

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 03; paragrafi 11-15 dell'opera De finibus bonorum et malorum di Cicerone

DE FINIBUS BONORUM ET MALORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 03; PARAGRAFI 11-15

[11, 36] Quanto al principio che tutto ciò che è onesto deve essere ricercato per se stesso, labbiamo in comune con molte altre teorie filosofiche. Infatti, allinfuori di tre dottrine, che escludono la virtù dal sommo bene, tutti gli altri filosofi devono eseguire questa teoria, e soprattutto questi, che hanno voluto annoverare fra i beni nullaltro che lonesto. Ma questa è una difesa davvero molto facile ed agevole. Chi esiste infatti o chi mai esistette in preda a così ardente avidità o a così sfrenata cupidigia che, volendo ottenere una cosa a costo di qualsiasi misfatto, non preferisca sotto molti rispetti raggiungerla, anche se gli è offerta ogni impunità, senza delitto piuttosto che in tal modo? [37] Quale utilità o quale profitto cerchiamo di ottenere quando bramiamo sapere ciò che a noi è occulto, in che modo e per quali cause avvengano i movimenti dei corpi celesti? E chi vive seguendo princìpi tanto rustici o chi è divenuto tanto insensibile e avverso allo studio della natura che rifugga da ciò che è degno di essere conosciuto e non ne faccia ricerca e non ne abbia stima alcuna, se non ne trae qualche piacere o utilità? O chi cè che conoscendo le azioni, le parole, i propositi degli antenati, o dei due Africani o del mio avo che tu hai sempre sulle labbra, e degli altri uomini coraggiosi e superiori per ogni virtù non provi nel suo animo nessun piacere? [38] E chi poi, allevato in una famiglia onorata e liberalmente educato, non è urtato dalla disonestà in sé, anche se non ne deve ricever danno? Chi vede con animo sereno colui che a suo giudizio conduce una vita impura ed obbrobriosa? Chi non odia le persone abiette, vane, frivole ed inette? E se non stabiiremo che la disonestà è da rifuggirsi di per se stessa, che si potrà dire per ottenere che gli uomini si astengano da azioni disonorevoli quando si trovano nelle tenebre e nella solitudine, se non è la disonestà stessa a distoglierli con il suo aspetto indecente? In appoggio a questa teoria si potrebbe continuare con innumerevoli argomenti, ma non è necessario. Non vè nulla infatti che possa dar adito a dubbi meno di questo: lonesto è da ricercare per se stesso e allo stesso modo il disonesto è da rifuggire per se stesso. [39] Una volta fissato il punto che abbiamo detto prima soltanto ciò che è onesto è bene, non si può evitare di capire che ciò che è onesto deve essere valutato di più delle cose mediane che si procacciano per tramite suo. Laffermazione che bisogna fuggire la stoltezza, la paurosità, lingiustizia, lintemperanza per ciò che ne deriva, non è fatta nel senso che questo ragionamento risulti in contrasto con il principio già fissato, secondo cui è male solo ciò che è disonesto, perché le loro conseguenze si riferiscono non a disagio del corpo, ma agli atti disonesti che hanno origine dai vizi. Questi si chiamano in greco kakìa, ma io preferisco denominarli vizi piuttosto che malizie. [12, 40] Che parole davvero chiare, o Catone, e che rendono bene il tuo pensiero! Mi par proprio che insegni il latino alla filosofia e le dia, per così dire la cittadinanza. Finora avevo limpressione che essa girasse per Roma come una straniera e non si prestasse alle nostre conversazioni, e specialmente questa filosofia, per una raffinata sottigliezza di concetti e di parole. Vi son certuni, lo so, che possono parlare di filosofia in qualsiasi lingua: non usano né classificazioni né definizioni e affermano essi stessi di approvare solo ciò che ottiene il tacito assenso della natura. Pertanto, trattandosi di questioni nientaffatto oscure, non fanno molta fatica ad esporle. Perciò io sto ben attento a te e mi fisso nelle memoria tutti i nomi che tu dài ai concetti su cui si svolge la presente conversazione: forse dovrò servirmene presto. A mio parere dunque, hai fatto molto bene, seguendo la consuetudine del nostro linguaggio, a contrapporre alle virtù i vizi. Ritengo infatti che è stato denominato vizio appunto perché è cosa di per se stessa vituperevole, o anche che da vizio derivò vituperare. Se invece tu avessi tradotto kakìa con malizia, la consuetudine del latino ci avrebbe fatto capire altra cosa, un solo vizio determinato. Ora, si oppone il vizio a tutta la virtù, con nome contrario. [41]Ed egli proseguì: Fissati dunque questi principi, ne deriva una grande disputa, che i Peripatetici sostennero alquanto debolmente (per ignoranza della dialettica le loro argomentazioni ordinariamente non sono molto acute) e che il tuo Carneade con una certa pratica di dialettica e con somma eloquenza condusse ad un punto critico, perché non cessò di controbattere che in tutto questo problema, cosiddetto del bene e del male, la divergenza fra Stoici e Peripatetici non riguarda i concetti, ma la terminologia. A mio parere invece, nulla risulta tanto evidente quanto che il dissidio fra quei filosofi su queste teorie verte sulla sostanza più che sulle parole: affermo che fra Stoici e Peripatetici vè molto maggior discrepanza di concetti che di termini, in quanto che, mentre i Peripatetici sostengono che tutto ciò chessi chiamano bene riguarda la felicità nella vita, i nostri invece ritengono che la felicità nella vita non è pienamente realizzata da tutto ciò che è degno di qualche valutazione. [13, 42) Ma secondo la dottrina di coloro che considerano un male il dolore, il sapiente non può essere felice quando è torturato sul cavalletto : ci può essere qualcosa più certo di questo? Invece la dottrina di coloro che non ritengono un male il dolore comporta inevitabilmente la conclusione che fra tutti i tormenti il sapiente conserva la felicità della vita. Infatti, se i medesimi dolori vengono sofferti con maggior sopportazione da chi li subisce per la patria che da chi li subisce per un motivo meno importante, è lopinione, non la natura che rende maggiore o minore la violenza del dolore. [43] Neppure questaltro punto è logico: dato che sono tre i gencri dei beni , come vuole la teoria peripatetica, se è vero che uno è tanto più felice quanto più è colmo di beni corporali o esteriori, noi dobbiamo ugualmente ammettere che è più felice chi possiede in maggior numero quelle doti che nel corpo hanno grande valore. Essi infatti ritengono che la felicità nella vita sia pienamente realizzata dagli agi del corpo, i nostri invece per nulla affatto. Si crede infatti che neppure quei beni, che chiamiamo veramente beni, possono con la loro presenza numerosa rendere maggiore la felicità della vita o farla ricercare di più o conferirle maggiorvalore; è quindi certo che il numero degli agi corporali contribuisce meno alla felicità della vita. [44] Ed invero, se il senno e la salute sono cose da ricercare, entrambi insieme sono più da ricercare del solo senno, e pur tuttavia, se entrambi sono degni di valutazione, non valgono di più insieme che il senno considerato a parte. Infatti, noi che giudichiamo la salute degna di qualche valutazione e pur tuttavia non la annoveriamo fra i beni, pensiamo pure che non esiste valutazione tanto grande da potersi anteporre alla virtù. I Peripatetici però non seguono la stessa via: essi devono dire che un atto che sia onesto e senza dolore è più da ricercare che se il medesimo atto fosse accompagnato da dolore. Il nostro pensiero è diverso: se sia giusto o no, lo vedremo poi: ma vi può essere maggior dissenso nei concetti? [14, 4] Come il lume di una lucerna è oscurato ed offuscato dalla luce del sole, e come una goccia di miele si perde nella grandezza del mar Egeo e cosi parimenti tra le ricchezze di Creso l aggiunta di qualche centesimo e un passo sulla strada di qui allIndia, allo stesso modo, posto questo termine estremo del bene sostenuto dagli Stoici, tutta codesta valutazione delle cose corporee è oscurata e sommersa dallo splendore e dalla grandezza della virtù e necessariamente si perde. E come lopportunità -potremmo rendere così il termine greco eukairìa- non diventa maggiore per la durata del tempo -ciò che si dice opportuno ha infatti un proprio limite-, così la realizzazione della rettitudine -traduco così il greco katòrthosis, dato che katòrthoma corrisponde ad azione retta-, la realizzazione della rettitudine, dicevo, o parimenti laccordo i, o infine il bene stesso, che consiste nel trovarsi in armonia con la natura, non comporta alcun supplemento di crescita. [46] Difatti, come quellopportunità, così ciò che ho detto ora non diviene maggiore per durata di tempo; e perciò, secondo il parere degli Stoici, la felicità nella vita non è da desiderare né da ricercare maggiormente se è lunga che se è breve, e fanno questa similitudine: come, se il merito di uno stivaletto consistesse nelladattarsi bene al piede, non si preferirebbero molti stivaletti a pochi nè quelli più grandi a quelli più piccoli , così avviene per quelle cose di cui tutto il bene è determinato dallaccordo e dallopportunità : non preferiranno quelle più numerose a quelle minori di numero, nè quelle più lunghe a quelle più brevi. [47] Ma non è molto acuta lasserzione dei Peripatetici: se si deve valutare la buona salute di più se è lunga che se è breve, anche per la pratica della sapienza si deve far lo stesso: la più lunga ha il massimo valore. Non si rendono conto che la valutazione della salute vien fatta in rapporto alla durata, quella della virtù in rapporto allopportunità; cosicché, a quanto pare, chi dice ciò è pronto pure a dire che una buona morte o un buon parto sono migliori se sono lunghi che se brevi. Non si accorgono che alcune cose sono valutate di più per la loro brevità, altre per la loro lunga durata. [48] Pertanto da ciò che si è detto è logico dedurre, secondo la dottrina di coloro che ritengono suscettibile di accrescimento quellestremo limite del bene che noi chiamiamo estremo o ultimo punto, che i medesimi son davviso che uno sia più sapiente di un altro e parimenti che uno pecchi o agisca rettamente più che un altro : questo non è lecito dire a noi che riteniamo impossibile laccrescimento dellestremo limite del bene. Infatti, come chi è immerso nellacqua, se non è lontano dalla superficie tanto da poter quasi quasi affiorare, non può respirare più che se fosse ancora al fondo; il cucciolo, quando già si avvicina il momento di vedere, non vede di più che appena nato: allo stesso modo chi è avanzato alquanto verso la condizione della virtù, non è meno soggetto allinfelicità di chi non è avanzato affatto. [15] Mi rendo conto che queste idee sembrano strane, ma, dato che le precedenti sono certamente sicure e vere e queste sono la deduzione e la conseguenza logica di quelle, non deve esservi dubbio neppure sulla verità di queste. Ma, benché neghino alle virtù ed ai vizii possibilità di accrescimento, ritengono tuttavia che entrambi in certo modo possano espandersi e per così dire dilatarsi. [49] Quanto alle ricchezze, Diogene ritiene che esse abbiano solo la proprietà di essere per così dire guida al piacere e alla buona salute; ma, anche nel caso che ne costituiscano lelemento essenziale, esse non hanno la stessa funzione a proposito della virtù e delle altre arti, a cui il danaro può essere guida ma non costituirne lelemento essenziale, e perciò, secondo lui, se il piacere e la buona salute sono dei beni, bisogna annoverare fra i beni anche le ricchezze, ma se la sapienza è un bene, non ne segue che anche le ricchezze siano da noi considerate un bene. Nulla, che non sia un bene, può costituire lelemento essenziale di ciò che è un bene , e perciò, poiché le cognizioni e le coniprensioni delle cose da cui sono prodotte le arti eccitano la facoltà appetitiva, dato che le ricchezze non sono un bene, le ricchezze non possono costituire lelemento essenziale di nessuna arte. [50] Se ammettiamo questo principio per le arti, il medesimo ragionamento non vale tuttavia per la virtù , perché questamoltissima riflessione ed esercizio, il che non risulta uguale per le arti, e perché la virtù comprende la saldezza, la fermezza, lequilibrio di tutta quanta la vita, cose che, come vediamo, non sono uguali per le arti. In seguito si spiega la differenza fra le cose, che se dicessimo che non esiste, tutta la vita diverrebbe una gran confusione, come per Aristone, e non si troverebbe nessun còmpito né funzione della sapienza, dato che non ci sarebbe più nessuna distinzione fra ciò che riguarda la condotta della vita e non si dovrebbe più fare nessuna scelta. Pertanto, dopo aver sufficientemente fissato il principio che è bene solo ciò che è onesto ed è male solo ciò che è disonesto, vollero tuttavia stabilire una differenza fra quegli elementi che non hanno valore per dare la felicità o linfelicità nella vita, di modo che alcuni risultassero valutabili, altri no, ed altri infine indifferenti . [51] Fra quelli che sono degni di valutazione fecero questa distinzione: alcuni offrono motivo sufficiente per essere preferiti a certi altri, come è il caso per la salute, il perfetto funzionamento dei sensi, la mancanza di dolore, e così per la gloria, le ricchezze e simili, altri invece no e con analoga distinzione affermarono che gli elementi degni di nessuna valutazione in parte hanno motivi sufficiente per essere respinti, come per esempio il dolore, la malattia, la perdita dei sensi, la povertà, lignominia e simili; in parte no . Di qui ha avuto origine ciò che Zenone denominò in greco proegménon e il suo contrario apoproegménon, usando, in una lingua ricca, dei vocaboli tuttavia nuovi e creati apposta, cosa che a noi non è concessa in questa nostra lingua povera di termini; per quanto, tu sei anche solito dire che la nostra è più ricca. Ma non è fuor di proposito riferire il criterio seguito da Zenone nel creare questa parola, allo scopo di farne comprendere più facilmente il valore.