Traduzione De finibus bonorum et malorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 03; 01-05

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 03; paragrafi 01-05 dell'opera De finibus bonorum et malorum di Cicerone

DE FINIBUS BONORUM ET MALORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 03; PARAGRAFI 01-05

[1,1] Se il piacere, o Bruto, parlasse in propria difesa e non avesse avvocati tanto ostinati, credo che dopo la confutazione contenuta nel libro precedente si ritirerebbe cedendo alla dignità. Sarebbe infatti sfrontato, se volesse ancora contrastare la virtù o se anteponesse il piacevole allonesto o sostenesse che il dolce piacere del corpo e la letizia da esso derivata è superiore alla serietà dellanima e alla costanza. Perciò lasciamolo stare e costringiamolo a contenersi nei propri limiti, ad evitare che con le sue lusinghe e le sue attrattive ostacoli lausterità della discussione. [2] Si tratta infatti di cercare dove si trova quel sommo bene che vogliamo scoprire, dato che il piacere ne è stato rimosso, e si può tenere allincirca lo stesso linguaggio contro chi intese la mancanza di dolore come termine estremo del bene ; e daltra parte non bisogna accettare nessun tipo di sommo bene che sia privo della virtù , a cui nulla può essere superiore. Pertanto, benché io non sia stato arrendevole nella conversazione tenuta con Torquato, si presenta tuttavia più aspra la presente contesa con gli Stoici. Giacché le questioni relative al piacere si possono esporre senza grande acutezza e senza profondità: gli stessi loro difensori non sono scaltri nellesposizione e i loro oppositori non controbattono una causa difficile. [3] Anche lo stesso Epicuro dice che il piacere non richiede argomentazioni logiche perché sta ai sensi il giudicarne, di modo che ci basta avvertirlo e non centra alcuna dimostrazione. Perciò quella discussione pro e contro il piacere è stata per noi semplice. Infatti nellesposizione di Torquato nessun punto riuscì complicato e tortuoso, ed il mio discorso, per quanto mi pare, fu molto chiaro. Ma tu sai bene quanto sia sottile, o meglio spinoso, il genere di esposizione seguito dagli Stoici, e non solo per i Greci, ma ancor più per noi, che dobbiamo anche creare i termini e dare nuovi nomi a concetti nuovi . E nessuno dotato di media cultura si meraviglierà di ciò, se considera che ogni arte, che non sia di diffuso e comune impiego, comporta molte denominazioni nuove, in quanto si forma una terminologia specifica per ciascuna arte. [4] Pertanto gli specialisti di dialettica e di scienza della natura usano parole sconosciute agli stessi Greci, e daltra parte gli studiosi di geometria e di musica, e perfino i grammatici, hanno un vocabolario toro proprio. Gli stessi trattati di retorica, che è unarte tutta forense e popolare, usano tuttavia nellinsegnamento termini, per così dire, a loro riservati e peculiari. [2] Per tralasciare queste arti distinte e nobili, neppur gli artigiani potrebbero accudire al loro mestiere, se non usassero termini a noi sconosciuti, ma per loro familiari. Anzi lagricoltura, che rifugge da ogni distinzione un po raffinata, indicò tuttavia con denominazioni nuove le attività di sua pertinenza. Tale procedimento si rende ancor più necessario per il filosofo. La filosofia infatti è larte della vita, e discorrendo di questa non può arraffare le parole dal Foro. [5] Per quanto, fra tutti i filosofi gli Stoici introdussero il maggior numero di innovazioni, e il loro capo Zenone non scoprì tanto concetti nuovi quanto piuttosto parole nuove. E se per quella lingua, che in genere si ritiene più ricca, in Grecia si ammise che le persone di altissima cultura coniassero neologismi per esprimere idee non divulgate, quanto più si deve concedere ciò a noi che ora per la prima volta osiamo toccare tali argomenti? Ho detto spesso, e non senza qualche lamentela da parte non solo dei Greci ma anche di coloro che vogliono essere considerati Greci piuttosto che nostri compatrioti, che per la ricchezza del lessico non solo i Greci non ci superano ma anzi siamo ad essi superiori : bisogna quindi darsi da fare per raggiungere questo intento, non solo nelle arti a noi proprie, ma anche nelle loro. Ciò nonostante, vi sono termini che per antica consuetudine vengono da noi usati in luogo dei corrispondenti latini: per esempio proprio filosofia, per esempio retorica, dialettica, grammatica, geometria, musica; benché si potessero esprimere anche in latino, consideriamoli tuttavia come nostri, dato che sono entrati nelluso generale. [6] Questo in merito alla denominazione dei concetti. Quanto ai concetti stessi spesse volte, o Bruto, temo di essere criticato poiché dedico queste opere a te che tanto profondamente hai studiato filosofia, e per di più il miglior genere di filosofia. Se lo facessi in veste di insegnante, sarebbe giusto criticarmi. Ma son ben lungi da ciò e non mi rivolgo a te per farti conoscere problemi che ti sono notissitni, ma perché trovo piena sodisfazione nel tuo nome e perché ti stimo il più equanime intenditore e giudice di questi studi che ho in comune con te. Seguirai dunque, come ti è solito, con attenzione, e dirimerai la disputa che ho avuto con tuo zio , un uomo straordinario, simile a un dio. [7] Mi trovavo nella mia tenuta di Tuscolo e volevo consultare alcuni libri della biblioteca del giovane Lucullo; andai quindi alla sua villa per prenderli personalmente, come al solito. Quando vi giunsi, vidi Marco Catone , di cui ignoravo la presenza, seduto in biblioteca con attorno molti libri di filosofi stoici. Come tu sai, aveva grande passione per la lettura e non ne era mai sazio; tanto che, senza preoccuparsi delle sciocche critiche della gente, soleva spesso leggere persino in senato in attesa che si iniziasse la seduta, e così non pregiudicava la sua attività politica. Tanto più allora, in piena vacanza e fra unenorme raccolta di libri, aveva laria di fare, per così dire, una scorpacciata di libri, se si deve usare questa parola per unoccupazione tanto illustre. [8] Dal momento che era capitato dunque di vederci senza aspettarcelo, egli subito si alzò. Poi ci furono anzitutto i soliti convenevoli degli incontri:egli disse: come mai tu qua? Vieni dalla tua villa, credo; se avessi saputo che eri lì, sarei venuto io da te. Ed io: Son partito ieri dalla città quando già erano cominciati i giochi, e sono arrivato a sera. Causa del mio venire qui fu per prendere alcuni libri. E sarà tempo ormai, o Catone, che il nostro Lucullo conosca tutta questa ricca collezione, perché preferisco che si compiaccia di questi libri piuttosto che di tutti gli altri ornamenti della villa. Mi preme molto infatti (benché questo sia tuo còmpito particolare) che egli abbia una cultura rispondente a suo padre, al mio caro Cepione e a te , così stretto parente suo. Mi interesso non senza motivo: mi vi induce la memoria di suo nonno (tu sai infatti quanto io stimassi Cepione , che secondo la mia opinione sarebbe ormai fra i primi cittadini se fosse vivo), e sempre mi sta dinanzi agli occhi la figura di Lucullo, eccellente in ogni virtù e a me legato da amicizia e comunanza di intenti e dopinioni. [9] Fai benissimo a conservare il ricordo di quei due che per testamento ti raccomandarono i loro figli, e ad amare il ragazzo. Quanto a quello che tu chiami mio còmpito, non io rifiuto ma ti unisco a me come compagno. Aggiungo anche che il ragazzo mi dà già molti segni di senso dellonore e di ingegno, ma tu ne vedi letà. La vedo sì, pur tuttavia deve ormai essere iniziato a quelle materie che gli permetteranno, se le assimilerà mentre è in tenera età, di giungere più preparato alle attività più importanti. Si, e di questo argomento parleremo fra noi più spesso e con maggior cura, e la nostra azione sarà comune. Ma sediamoci, se vuoi. E così facemmo. [3, 10] Allora egli: Ma tu che possiedi tanti libri, quali mai cerchi qui? Son venuto a prendere alcuni resoconti di lezioni dAristotele che sapevo di poter trovare qui, per leggerli mentre ho del tempo libero: cosa che a noi non accade spesso. Come vorrei che tu avessi avuto propensione per gli Stoici! Proprio a te, più che a chiunque altro, sarebbe stato appropriato annoverare fra i beni nulla allinfuori della virtù. Considera se non sarebbe stato più appropriato a te, dato che in sostanza hai le mie stesse idee, non dare nuove denominazioni ai concetti. Difatti il nostro modo di pensare collima: è il modo di esporlo che contrasta. Non collima affatto. In realtà, qualunque cosa allinfuori di ciò che è onesto, tu consideri da ricercare ed annoveri fra i beni, spegnerai, come se fosse la luce della virtù, lonestà stessa e sovvertirai completamente la virtù. [11] Queste sono magnifiche parole, o Catone, ma ti rendi conto che hai in comune questo linguaggio grandioso con Pirrone ed Aristone che livellano ogni cosa? Desidererei conoscere la tua opinione in proposito. E mi chiedi la mia opinione? Abbiamo avuto notizia o abbiamo conosciuto personalmente degli uomini politici coraggiosi, giusti, moderati, che senza alcuna dottrina, seguendo semplicemente la natura, compirono molte azioni degne di lode: penso che la natura fu per loro educatrice migliore di quanto sarebbe potuto esserlo la filosofia, se ne avessero accettato qualche altra che non fosse quella che considera unico bene lonesto e unico male il disonesto; le altre scuole filosofiche, in generale, quale più quale meno, però tutte quelle che annoverano fra i beni o fra i mali una cosa priva di virtù , penso che non solo non giovino a nulla e non ci incoraggino ad essere migliori, ma che peggiorino la natura stessa. Se infatti non si raggiunge la conclusione che è bene solo ciò che è onesto, risulta assolutamente impossibile dimostrare che la virtù produce la felicità nella vita. Se è così, non so perché valga la pena di dedicarsi alla filosofia. Giacché, se un sapiente potesse essere infelice, non ritenei davvero degna di grande considerazione codesta virtù piena di gloria e degna di essere celebrata. [4, 12] Ciò che hai detto finora, o Catone, lavresti potuto dire lo stesso se seguissi Pirrone o Aristone. Tu sai bene infatti che anche loro son davviso che codesta onestà non solo è il sommo bene, ma anche lunico, proprio come vuoi tu. Se è così, ne consegue proprio quello che, a quanto vedo, tu sostieni: tutti i sapienti sono sempre felici. Li approvi dunque e reputi che dobbiamo seguire questa loro opinione? Lopinione di costoro proprio no. La caratteristica della virtù è di avere una scelta di ciò che è secondo natura: chi ha livellato ogni cosa in modo da rendere tutto uguale rispettoagli opposti valori, escludendo cosi ogni possibilità di selezione, ha soppresso la stessa virtù. [13] Hai perfettamente ragione, ma ti chiedo se non devi far lo stesso dicendo che non è bene ciò che non è retto ed onesto, in quanto elimini ogni distinzione per tutto il rimanente. Se la eliminassi si, ma io la lascio. [14] E in che modo? Dico. Se la sola virtù, se solo ciò che chiami onesto, retto, lodevole e decoroso (indicandolo con più sinonimi, si renderà più nota la sua natura), se,stavo licendo, solo questo è bene, che avrai da seguire allinfuori di esso? oppure, se non è male se non ciò che è vergognoso, disonesto, indecoroso, perverso, obbrobrioso, sconcio (per rendere chiaro anche questo concetto con più denominazioni), che dirai che bisogna evitare allinfuori di questo? Tu non ignori che cosa sto per dirti, ma desideri cogliere a volo, ne ho il sospetto, qualche particolare da una mia risposta breve: quindi non risponderò alle singole obiezioni, ma spiegherò piuttosto, visto che abbiamo tempo libero, tutta quanta la teoria di Zenone e degli Stoici, a meno che tu non lo ritenga inopportuno. No, non è affatto inopportuno; anzi codesta tua esposizione sarà molto vantaggiosa per loggetto della nostra indagine. [15] Proviamo dunque, anche se questa dottrina stoica ha certi punti un po difficili ed oscuri. Infatti quando in greco erano una novità queste denominazioni introdotte un tempo per concetti nuovi, sembravano termini inammissibili quelli che ora una lunga consuetudine rese familiari; che pensi che avverrà in latino? molto facile. Se a Zenone, quando scopriva un concetto inusitato, fu lecito dargli un nome pur esso mai prima udito, perché non dovrebbe esser lecito a Catone? Daltra parte non sarà necessaria una traduzione letterale, come fanno di solito gli interpreti poveri di parole, quando esista una parola più usata che ha il medesimo significato. Per conto mio son solito, se non posso fare altrimenti, anche rendere con più parole il medesimo concetto che in greco ne richiede una sola. Tuttavia ritengo che bisogna concederci di usare il termine grecose qualche volta non ricorre in latino, ad evitare che tale concessione sia fatta per efippie acratòfori piuttosto che per proègmeni e apoproègmeni ; per quanto, per questi ultimi sarà lecito dire giustamente cose preferite e cose rifiutate. [16] Fai bene ad aiutarmi, e per questi concetti che ora hai detto userò di preferenza i termini latini; per gli altri mi verrai in aiuto, se mi vedrai in difficoltà. Lo farò con impegno. Ma la fortuna aiuta i forti ; perciò tenta, ti prego. Quale mai attività possiamo svolgere più divina di questa? [5] Questi di cui io seguo la dottrina sostengono che lessere animato, appena nato (di qui bisogna prender le mosse), ha simpatia per se stesso e si assume il còmpito della propria conservazione e della predilezione per il proprio stato e per ciò che è atto a conservare tale stato; prova invece ripulsione per lannientamento e per ciò che sembra recare allannientamento. Dimostrano la verità di questa asserzione nel seguente modo, che i piccoli, prima che il piacere o il dolore li abbia sfiorati, desiderano il benessere e rifuggono dal suo contrario: ciò non avverrebbe, se non amassero il loro stato e non temessero lannientamento. Daltra parte non sarebbe possibile che desiderassero qualche cosa, se non avessero coscienza di sé e quindi amore per se stessi. Da ciò si deve dedurre che il principio fondamentale è derivato dallamore per se stessi. [17] Però la maggior parte degli Stoici non ritengono che si debba pone il piacere fra i principi naturali. Ed io son pienamente daccordo con loro, ad evitare che, se risultasse che la natura ha posto il piacere fra quelli che sono i nostri primi desideri, ne derivino molte conseguenze vergognose. Un argomento sufficiente a spiegare perché amiamo le prime esigenze della natura sembra questo: non cè nessuno che non preferisca, avendo facoltà di scelta, avere tutte le parti del corpo funzionanti e integre piuttosto che, pur facendone il medesimo uso, minorate o storpiate. Quanto alle cognizioni delle cose, che possiamo chiamarecomprensioni o percezioni o, se questi termini sono meno graditi o meno intellegibili, in greco katcdépseis, riteniamo che si debbano accogliere per se stesse, in quanto hanno in sé qualcosa che per così dire abbraccia e contiene la verità. E si può capire ciò nei piccoli, che, a quanto vediamo, provano diletto se riescono a far qualche scoperta da sé soli, mediante la ragione, anche se per loro non ha importanza. [18] Anche delle arti pensiamo che si debbano accettare per se stesse, sia perché si presenta in esse qualcosa che merita di essere accettato, sia perché risultano formate di cognizioni e contengono in sé qualcosa costituito di ragione e metodo. Il falso assenso poi, secondo la teoria stoica, suscita in noi un senso di ripulsione più che ogni altra cosa contraria a natura. Veniamo ora alle membra, cioè alle parti del corpo: alcune sembrano date dalla natura per il loro impiego, come per esempio le mani, le gambe, i piedi, per esempio quelle interne al corpo, il cui grado di utilità forma anche oggetto di discussione da parte dei medici; altre invece sembrano date per nessun utile impiego, quasi per ornamento, come per esempio la coda al pavone, le penne screziate ai piccioni, le mammelle e la barba agli uomini. [19] Forse questa mia esposizione è troppo arida; si tratta invero, vorrei dire, dellabici della natura, per cui riesce difficile impiegare uno stile facondo, ed io non penso davvero a perseguirlo. Però, quando si trattano argomenti più grandiosi, è largomento stesso che trascina le parole; e così il discorso diviene non solo più grave ma anche più smagliante. proprio come dici. Pur tutta a mio parere, ogni esposizione chiara di un buon argomento va benissimo. Daltra parte sarebbe puerile voler usare uno stile ornato per orgomenti siffatti, mentre è proprio di una persona colta e intelligente riuscire a cavarsela con semplicità e chiarezza.