Traduzione De finibus bonorum et malorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 26-30

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 02; paragrafi 26-30 dell'opera De finibus bonorum et malorum di Cicerone

DE FINIBUS BONORUM ET MALORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 26-30

[26, 82] Ma ciò non ha affatto attinenza con largomento; consideriamo piuttosto le idee da te esposte sullamicizia. Ho avuto limpressione di conoscere una sola fra di esse come esposta personalmente da Epicuro: lamicizia non si può distinguere dal piacere e quindi deve essere coltivata, perché, dato che senza di essa non è possibile vivere al sicuro e senza timore, non è neppur possibile una vita piacevole. A questa asserzione si è già data una risposta esauriente. Tu hai riportato unaltra teoria, più umana, dei discepoli più recenti, che, per quantoio sappia, non è mai stata esposta da lui: anzitutto si cerca un amico per utilità, poi, quando è intervenuta labitudine, lo si ama per sé, anche a prescindere dalla speranza di piacere. Sebbene si possa criticare questa affermazione sotto molti aspetti, accetto tuttavia la concessione che essi fanno. Per me è sufficiente, per loro no. Dicono infatti che talvolta si può agire rettamente senza laspettazione o la ricerca del piacere. [83] Hai pure dichiarato che secondo altri discepoli i sapienti fanno una specie di patto fra di loro, così da avere verso gli amici gli stessi sentimenti da cui sono animati verso se stessi: ciò può avvenire, essi dicono, ed è capitato spesso, e contribuisce moltissimo a far provare piaceri. Se hanno potuto fare questo patto, facciano anche quello di amare lequità, la moderazione, tutte le virtù per se stesse, senza aspettar ricompensa. Altrimenti, se coltiveremo le amicizie per i compensi, i guadagni e le utilità, se non vi sarà nessun affetto che renda lamicizia desiderabile in sé e per sé, per sé sola e per la sua essenza, può restar dubbio che anteponiamo agli amici le proprietà fondiarie e i fabbricati? [84] A questo punto ricorda pure ancora le bellissime parole di Epicuro in lode dellamicizia! Non cerco che cosa dice, ma che cosa può dire in modo coerente con la sua dottrina e le sue opinioni. Si cerca lamicizia per utilità . Tu dunque pensi che ti possa essere più utile Triario qui presente che se fossero tuoi dei granai a Pozzuoli ? Raccogli tutti i vostri soliti argomenti: cè la protezione degli amici. Tu trovi abbastanza protezione in te stesso, nelle leggi, in amicizie mediocri. Non potrai già essere disprezzato. Eviterai facilmente lodio e linvidia. Proprio a questo riguardo Epicuro dà dei precetti. E facendo uso generoso di così grandi rendite troverai ugualmente ottima protezione e difesa nella benevolenza di molte persone, anche senza questa amicizia degna di un Pilade. [85] Ma a chi confido gli scherzi e le cose serie, come si suoi dire, i segreti, tutti i pensieri reconditi? A te stesso, e andrà benissimo; poi anche ad un amico mediocre. Ma ammetti che tale situazione non sia scevra di vantaggi: che rappresenta in confronto allutilità di tanto danaro? Tu vedi dunque che, se misuri lamicizia con il metro appropriato dellaffetto, nulla le è superiore; se invece la valuti per il vantaggio che ne deriva, le relazioni più intime sono superate dalla rendita di terreni remunerativi. Occorre dunque che tu ami la mia persona, non le mie cose, se dobbiamo essere veri amici. [27] Ma ci dilunghiamo troppo in questioni di evidenza chiarissima. Infatti, giunti alla conclusione che non cè posto da nessuna parte né per e virtù né per le amicizie se si riferisce tutto al piacere, non ci resta più molto da dire. Nondimeno, ad evitare limpressione che a qualche punto non sia stato risposto, dirò ancora poche parole in merito al resto del tuo discorso. [86] Tutto il complesso della filosofia si propone di dare la felicità nella vita, e con questa unica mira gli uomini si dedicarono a tale studio; daltra parte alcuni fanno consistere questa felicità della vita in una cosa, altri in unaltra, e voi nel piacere e viceversa nel dolore ogni infelicità: vediamo dunque anzitutto quale sia la vostra felicità della vita. Ammetterete, credo, questo punto: se pur ha qualche consistenza reale lesser felice, occorre che sia tutto quanto in potere del sapiente. Infatti, se si può perdere la felicità della vita, questa non può essere felice. Chi infatti si fida che sempre gli rimarrà stabile e solido ciò che è fragile e caduco? Ma chi non avrà fiducia nella continuità dei propri beni, necessariamente teme di essere un giorno o laltro infelice per averli perduti. E nessuno può essere felice fra i più gravi timori: nessuno dunque può essere felice. [87] Di solito infatti si parla di vita felice. Non in relazione a qualche sua parte ma alla sua intera durata, e non si chiama vita nel suo complesso se non è compiuta e finita, e nessuno può essere alcune volte felice, altre infelice; giacché chi stimerà di poter essere infelice non sarà felice. Infatti la felicità nella vita, una volta che abbia avuto inizio, dura quanto quellautrice di felicità nella vita che è la sapienza, e non aspetta lultimo momento, come Solone raccomandava a Creso secondo quanto scrive Erodoto. Però, come tu stesso dicevi , Epicuro afferma che la durata del tempo non reca alcun contributo alla felicità della vita e che in un tempo breve non si percepisce un piacere minore che se fosse eterno. [88] Queste asserzioni non hanno ombra di coerenza. Infatti, facendo consistere il sommo bene nel piacere, sostiene che in uno spazio di tempo infinito non si produce un piacere maggiore che in uno finito e breve. Chi ripone il sommo bene nella virtù può dire che la felicità della vita risulta perfetta quando la virtù è perfetta; giacché egli nega che il passar del tempo possa dare incremento al sommo bene. Chi invece riterrà che la felicità nella vita è prodotta dal piacere, come potrà essere coerente se sosterrà che il piacere non cresce in relazione alla durata? Dunque neppure il dolore. O forse tutti i dolori più lunghi sono i più atroci, e la durata non rende più desiderabile il piacere? Qual motivo cè dunque per cui Dio sia sempre chiamato da Epicuro felice ed eterno? Difatti, tolta leternità, Giove non è per nulla più felice di Epicuro, poiché entrambi godono del sommo bene, vale a dire del piacere. Ma questultimo prova anche il dolore. Ma per lui non ha nessun valore, poiché afferma che, se fosse arso vivo, direbbe: quanto è dolce! [89] In che cosa dunque è superato da Dio, se non è superato nelleternità? Ed in questa che cè di bene tranne che un piacere supremo e nello stesso tempo eterno? Che importa quindi tenere un linguaggio illustre se manca di coerenza? Nel piacere del corpo (se vuoi, aggiungerò dellanima , in quanto esso pure, secondo voi, dipende dal corpo) consiste la felicità della vita . Ma come! E chi può fornire al sapiente codesto piacere con carattere di continuità? Ciò che produce i piaceri non è in potere del sapiente. Infatti lesser felice non risiede nella sapienza in sé, tua in ciò che lasapienza procura per il piacere. Tutto questo però è esterno, e ciò che è esterno dipende dal caso. Cosi diventa arbitra della felicità della vita la fortuna, il cui intervento secondo Epicuro ha scarsa efficacia sul sapiente. [28, 90] Dirai: Suvvia! queste son questioni di poca importanza. La natura stessa arricchisce il sapiente, ed Epicuro ha insegnato che non è difficile procurarsi le sue ricchezze. Ben detto non sono io a ribattere tali asserzioni, ma esse stesse si combattono fra di loro. Afferma infatti che il vitto più modestà, vale a dire cibi e bevande le più spregevoli, produce un piacere non minore che i piatti più fini per i banchetti. Io, se dicesse che la qualità del vitto non ha nessuna importanza per la felicità della vita, glielo concederei, gli farei anche le lodi; giacché direbbe la verità, e sento dire lo stesso da Socrate che non teneva in nessun conto il piacere: condimento del cibo è la fame, della bevanda la sete. Ma ad uno che, tutto riferendo al piacere, vive come Gallonio e parla come il famoso Pisone Frugi io non dò retta e non credo che egli dica ciò che pensa. [91] Dice: Le ricchezze naturali si possono procurare perché la natura si contenta di poco. Certamente, se non stimaste tanto il piacere. Ed ancora: si prova un piacere non minore dalle cose più spregevoli che da quelle più preziose . Ciò significa non solo non aver senno, ma neppure palato. Chi disprezza il piacere in sé, ha la facoltà di dire che non preferisce uno storione ad unacciuga. Ma chi fa consistere il sommo bene nel piacere deve giudicare ogni cosa con i sensi, non con la ragione, e deve dire ottimo ciò che è molto gustoso. [92] E sia! ottenga i supremi piaceri non solo con poco ma, per conto mio, con nulla, se ci riesce; ammettiamo pure che in quel crescione che, a quanto scrive Senofonte , è lall-mento tradizionale dei Persiani, si trovi non minor piacere che nei banchetti siracusani, che Platone biasima aspramente; ammettiamo, dico, che sia facile, come voi volete, procurarsi il piacere: che diremo del dolore? Le sue sofferenze sono così grandi che fra di esse non può aver luogo la felicità della vita, se almeno il dolore è lestremo male. Infatti lo stesso Metrodoro, quasi un secondo Epicuro, descrive lesser felice pressa poco in questi termini: quando il corpo è di costituzione robusta ed è certo che tale si conserverà nel futuro. Cè forse qualcuno che possa aver la certezza di come si troverà questo corpo, non dico fra un anno ma fino a sera? Il dolore quindi, cioè il sommo male, sarà sempre temuto, anche se non ci sarà; giacché potrà sempre esserci da un momento allaltro. Come può dunque coesistere con la felicità della vita il timore del supremo male? [93] Si obietta: Epicuro insegna il sistema di trascurare il dolore. Questo è già di per se stesso assurdo: trascurare il più grande male. Ma qual è in fin dei conti codesto sistema? Il più grande dolore è breve. Anzitutto che cosa intendi per breve? E poi, qual è il più grande dolore? Ma come! Il supremo dolore non può durare più giorni? Bada che non duri anche dei mesi! A meno che non voglia dire per caso quello che uccide appena che ti coglie. Chi teme codesto dolore? Preferirei che alleviassi quello per cui vidi consumarsi un ottima persona, di grande finezza, Gneo Ottavio figlio di Marco, un mio caro amico, e non in una volta sola né per breve tempo, ma spesso e molto a lungo. Quali tormenti, o dèi immortali, egli soffriva, quando sembravano bruciargli tutte le membra! e tuttavia non dava limpressione di essere infelice, perché quello non era il supremo male, ma soltanto travagliato; infelice invece sarebbe stato, se si fosse affogato nei piaceri in una vita obbrobriosa e viziosa. [29, 94] Quanto allasserzione che un grande dolore è breve ed uno lungo è lieve, non capisco che senso abbia. Vedo in realtà che esistono dolori grandi e nello stesso tempo ben lunghi, e per sopportarli cè un altro metodo più vero, che non potete usare voi che non amate lonestà di per se stessa. Vi sono certi precetti e quasi leggi della fortezza che impediscono alluomo di mostrarsi nel dolore debole come una donna. Perciò si deve ritener vergognoso, non dico dolersi - ciò invero talvolta è necessario - ma contaminare con grida da Filottete che per urli, lamenti, gemiti e sospiri riecheggiando muta ripete voci di pianto. Venga Epicuro a spifferare la sua formula magica a costui, al quale per viperino morso le vene delle sue viscere di veleno impregnate provocano orribili tormenti . Ecco Epicuro: Filottete, se il dolore è grave è breve . Ma sono ormai dieci anni che giace nella spelonca. Se è lungo è lieve: concede pause e sollievo. [95] Anzitutto di rado, e poi che razza di sollievo è mai codesto, quando è recente il ricordo del dolore passato e si è torturati dal timore di quello futuro ed imminente? Muoia! Forse questa sarebbe la cosa migliore, ma dove è andata a finire quella massima cè sempre eccedenza di piacere? Se è così, bada di non commettere un delitto consigliandogli di morire. Quindi si impieghino piuttosto queste parole: è vergognoso, non è da uomo per il dolore lasciarsi indebolire, abbattere, soccombere. Giacché queste vostre massime se è grave è breve, se è lungo è lieve sono delle regole scolastiche. Il dolore trova di solito alleviamento nei calmanti quali la virtù, la grandezza danimo, la sopportazione, la fortezza. [30, 96] Ascolta (non voglio allontananni dallargomento) cosa dice Epicuro in punto di morte, affinché capisca che le sue azioni sono discordanti dalle parole: Epicuro saluta Ermarco. Scrivo questa lettera poiché mi trovo in un giorno felice e anche lultimo della mia vita. Sento così grandi mali alla vescica e allintestino che non si può aggiungere più nulla alla loro intensità Oh infelice! Se il dolore è il supremo male, non si può dire altrimenti. Ma ascoltiamolo: continua- tutto ciò è però compensato dalla letizia dellanima, che io provo al ricordo è inevitabile), della nostra dottrina e delle nostre scoperte. Ma tu, come è degno della tua buona disposizione verso di me e verso la filosofia, che risale alla tua prima adolescenza, provvedi ad aver cura dei figli di Metrodoro. [97] Non già chio anteponga alla morte di costui quella di Epaminonda o quella di Leonida,di cui il primo dopo aver vinto gli Spartani a Mantinea, sentendosi mancare per una grave ferita, appena riprese i sensi, chiese se il suo scudo era salvo. Avendo i suoi piangendo risposto di si, egli domandò se i nemici erano stati sbaragliati. Saputo che anche questo era come desiderava, si fece estrarre lasta da cui era stato trafitto. Così perse molto sangue e mori in letizia e in vittoria. Laltro, Leonida re di Sparta, affrontò il nemico alle Termopile con i trecento che aveva condotto da Sparta con la prospettiva di una fuga disonorevole o di una morte gloriosa. Le morti dei generali sono magnifiche; i filosofi invece muoiono generalmente nel loro letto. Tuttavia importa il modo. Egli in punto di morte si crede felice. Grande merito. Dice: I supremi dolori sono compensati da letizia. [98] Sì, riconosco la voce del filosofo, o Epicuro, ma hai dimenticato che cosa dovevi dire. Anzitutto se è vero ciò al cui ricordo tu dici di provar gioia, cioè se son veri i tuoi scritti e le tue scoperte, non puoi provar gioia. Giacché non hai più nulla da riferire al corpo, e tu hai sempre detto che si può provare né gioia né dolore se non per il corpo. Dice: Ho gioia dal passato. Quale passato? Se quello relativo al corpo, vedo che trovi il compenso a codesti dolori nelle tue dottrine, non nel ricordo dei piaceri percepiti con il corpo; se invece si tratta di quello relativo allanima, lasserzione è falsa, perché tu sostieni che non esiste gioia dellanima che non si riferisca al corpo. E poi, perché raccomandi i figli di Metrodoro? In questo tuo esimio atto doveroso e in così grande lealtà (questo è il mio giudizio sincero) che riferimento trovi al corpo.