Traduzione De finibus bonorum et malorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 06-10

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 02; paragrafi 06-10 dell'opera De finibus bonorum et malorum di Cicerone

DE FINIBUS BONORUM ET MALORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARAGRAFI 06-10

[6] A questo punto egli osservò: Cessa di far domande, se credi, poiché sin da principio ti avevo detto che non avevo simpatia per questo sistema, appunto in previsione dei cavilli dialettici. Dunque preferisci chio conduca la discussione alla maniera dei retori piuttosto che seguendo il metodo dialettico? Come se il discorso continuo fosse proprio solo dei retori e non anche dei filosofi! proprio dello stoico Zenone. Diceva, come già prima Aristotele, che leloquenza nel suo complesso si suddivide in due parti: la retorica è simile alla mano aperta, la dialettica al pugno chiuso, perché i retori hanno uno stile più ampio, i dialettici più conciso. Obbedirà dunque al tuo desiderio e parlerò, se sarò in grado, alla maniera dei retori; ma con la retorica filosofica, non con quella propria di noi avvocati, che per necessità è talora un po fiacca, dato che si parla per il popolo. [18] Ma, o Torquato, Epicuro, nel tempo stesso che disprezza la dialettica (che da sola racchiude tutta la scienza per investigare lessenza di ogni cosa e giudicarne la qualità e discuterne con raziocinio e metodo) crolla nellesposizione, almeno a mio parere, e non riesce a chiarire con nessuna arte ciò che vuol dimostrare, come appunto la questione di cui parlavamo or ora. Voi dite che il piacere è il sommo bene. Bisogna dunque dichiarare che cosa è il piacere; altrimenti non è possibile spiegare loggetto della ricerca. E se lavesse spiegato, non avrebbe avuto tante incertezze. Infatti, o difenderebbe il piacere di Aristippo, cioè quello che impressiona i sensi con dolcezza e giocondità, che anche le bestie, se potessero parlare, chiamerebbero piacere, oppure, nel caso che gli tornasse più gradito parlare alla sua maniera piuttosto che come tutti i Danai e i Micenei, la gioventù attica e tutti gli altri Greci che sono elencati in questo anapesto, darebbe il nome di piacere soltanto al non provar dolore e trascurerebbe il principio di Aristippo, oppure, nel caso che approvasse entrambi i principi, come fa in realtà, unirebbe al piacere lassenza di dolore e avrebbe due termini estremi. [19] Infatti già molti grandi filosofi hanno congiunto questi punti limiti del bene; ad esempio, Aristotele congiunse la pratica della virtù con la prosperità di una vita perfetta, Callifonte collegò il piacere allonestà, Diodoro aggiunse alla medesima onestà lassenza di dolore. Lo stesso avrebbe fatto Epicuro, se avesse congiunto questa teoria, che ora è di leronimo, con la vecchia teoria di Aristippo. Essi infatti non van daccordo fra di loro. Perciò hanno ciascuno un loro termine estremo, e quantunque entrambi parlino ottimamente in greco, né Aristippo, che considera il piacere come sommo bene, pone fra i piaceri il non provar dolore, né leronimo, che stabili il sommo bene nel non provar dolore, usa mai il termine piacere per indicare il non-dolore, in quanto non annovera il piacere neppure fra le cose desiderabili. [7, 20] Ed in realtà si tratta anche di due cose distinte, perché tu non creda che è solo questione di parole. Luna è essere esente da dolore, laltra sentir piacere. Voi non solo tentate di dare un unico nome a queste cose tanto diverse (su questo mi riuscirebbe più facile sorvolare), ma anche di due farne una sola, e ciò non è in alcun modo possibile. Costui, che le approva tutte e due, avrebbe dovuto servirsi di entrambe, come fa di fatto senza però distinguerle a parole. Infatti, quando loda in moltissimi punti proprio quel piacere che tutti chiamiamo con lo stesso nome, ha il coraggio di dire che non sospetta neppure che possa esistere un bene disgiunto da quel genere di piacere definito da Aristippo, e dice questo proprio dove tutta la sua esposizione tratta del sommo bene. Ma in un altro libro, ove, avendo racchiuso in forma concisa le massime fondamentali, ha dato, a quanto si dice, quelli che si potrebbero chiamare gli oracoli della sapienza, si esprime con queste parole che certamente ti sono note, o Torquato (chi infatti di voi non ha imparato a memoria le kyriai dòxai di Epicuro, cioè come per dire le opinioni più sicure, perché secondo voi le massime espresse in forma concisa sono le più importanti per viver felici)? Sta dunque attento se interpreto giustamente questa massima: [21] Se ciò che per i dissoluti è fonte di piacere li liberasse dal timore degli dèi, della morte e del dolore e insegnasse ad essi quali sono i limiti dei desideri, non avremmo nulla da criticare, giacché sarebbero colmi di piaceri da ogni parte e non avrebbero da nessuna parte un punto dolente o sofferente, e cioè il male. A questo punto Triario non poté trattenersi. Ti prego, Torquato, Epicuro dice questo? Io ebbi limpressione che lo sapesse, ma volesse sentirlo ammettere da Torquato. Ma quello non si scompose, e con la massima sicurezza disse: Si, proprio con queste parole; ma voi non riuscite a capire il suo pensiero. Ed io: Se altro pensa e altro dice, non capirà mai il suo pensiero; ma egli dice chiaramente quel che capisce. E se dice che non bisogna criticare i dissoluti se sono sapienti, dice unassurdità, come se dicesse che non bisogna criticare i parricidi se non hanno cupidige e non temono né gli dèi né la morte né il dolore. E daltra parte che centra fare uneccezione per i dissoluti o immaginare alcuni che, conducendo una vita dissoluta ma mantenendosi immuni da ogni altro vizio, non sarebbero criticati dal sommo filosofo almeno a tal riguardo? [22] Ma tuttavia non criticheresti, Epicuro, i dissoluti proprio perché vivono in modo da perseguire piaceri dogni genere, tanto più che, come tu sostieni, il massimo piacere sta nel non provar dolore? Eppure troveremo degli scapestrati anzitutto così poco religiosi che mangiano dal piatto sacro, e in secondo luogo così poco timorosi della morte che hanno sulle labbra quel passo dellImnide: a me bastano sei mesi di vita, il settimo lo voto allOrco. Ed ora tireranno fuori come da un cofanetto quei famosi rimedi epicurei per il dolore: se è forte è breve, se è lungo è lieve. Una sola cosa non so: in che modo uno che sia dissoluto possa avere desideri limitati. [8, 23] E che centra dire: Non avrei nulla da criticare se avessero desideri limitati ? quanto dire:Non criticherei gli scapestratì, se non fossero scapestrati. A codesto modo neanche i malvagi, se fossero brave persone. Questuomo austero non ritiene biasimevole di per se stessa la dissolutezza, e per Ercole, o Torquato, a dire il vero, ha ben ragione a non ritenerla tale, se sommo bene è il piacere. E non venire a raffigurarmi, secondo il vostro solito, come scapestrati coloro che vomitano sulla tavola imbandita, e vengono portati via di peso dai banchetti e il giorno dopo, senza aver ancora digerito, fanno di nuovo indigestione, quelli che, come si dice, non hanno mai visto il sole né al tramonto né allalba, che dilapidando il loro patrimonio si riducono allindigenza. Nessuno di noi crede che conducano una vita piacevole gli scapestrati di codesta specie. Gli elegantoni, i raffinati, che dispongono di ottimi cuochi, pasticcieri, pesci, uccelli, selvaggina, e tutto di prima qualità, che evitano le indigestioni, che hanno vino travasato da una botte piena, biondo come loro per usare lespressione di Lucilio a cui il filtro nulla ancora tolse , che frequentano i divertimenti, e le cose che ne seguono tutte cose senza le quali Epicuro proclama di non sapere che sia il bene; vi siano anche dei bei garzoni al loro servizio, sia adeguato il guardaroba, largenteria, il vasellame corinzio, la stessa località, ledificio insomma per questa categoria di scapestrati io non direi mai davvero che vivono bene o felici. [24] Ne consegue non che il piacere non è piacere, ma che il piacere non è il sommo bene. E Lelio , quello che da giovane aveva frequentato le lezioni dello stoico Diogene, e poi di Panezio, non fu detto sapiente perché non capiva quale fosse la cosa più gradevole (giacché la sensibilità dello spirito non porta come conseguenza linsensibilità del palato), ma perché la stimava poco. O romice, come sei trattata e non sei abbastanza nota per quanto vali! Per essa Lelio, il famoso saggio, soleva in acclamazioni prorompere, attaccando i nostri mangioni luno dopo laltro. Faceva molto bene Lelio e giustamente era chiamato sophos e son ben vere queste parole: o Publio Gallonio, o gorgo senza fondo! Sei un infelice disse. In vita tua non hai mai cenato bene, poiché tutto in codesto gambero di mare tu spendi e in un enorme storione. Parla così chi non dà alcun valore al piacere: dice che non cena bene chi fa consistere tutto nel piacere, però non dice che Gallonio non abbia mai cenato volentieri (sarebbe una menzogna), ma mai bene. In tal modo, con serietà e austerità, separò il piacere dal bene. Ne risulta che chi cena bene cena sempre volentieri, chi volentieri non per questo bene. [25] Lelio cenò sempre bene. Che vuoi dire bene? Lucilio risponderà; con cibi ben cotti, ben conditi ; ma osserva il piatto principale della cena: con una buona conversazione, e che ne deriva? Se lo vuoi sapere, cenava volentieri;infatti si recava a cena per sodisfare con animo sereno i desideri naturali. Egli ha dunque ragione di dire che Gallonio non cenò mai bene, ha ragione di chiamarlo infelice, tanto più che dedicava a ciò ogni sua cura. Chegli cenasse volentieri nessuno lo nega. Ma perché non bene? Perché ciò che è bene, è retto, frugale, onorato; quello invece cenava in modo scorretto, dissoluto, svergognato, quindi non bene. Non è che Lelio giudicasse la gustosità della romice superiore allo storione di Gallonio, ma trascurava la gustosità in sé: non avrebbe potuto farlo, se avesse fatto consistere nel piacere il sommo bene. [9, 26] Dovete dunque escludere il piacere, non solo per seguire la strada giusta, ma anche perché vi saddica un parlare decente. Possiamo quindi parlare di sommo bene a proposito della vita, quando risulta che non lo possiamo neppure riferendoci alla cena? Ma come parla il filosofo? Vi sono tre categorie di desideri: naturali e necessari, naturaii e non necessari, nè naturali nè necessari . Anzitutto la classificazione è imprecisa: di due categorie che erano ne ha fatte tre. Questo non si chiama classificare, ma spezzettare. Quelli che hanno appreso ciò che egli disprezza, sogliono fare la classificazione nel seguente modo:Due sono le categorie di desideri: naturali e vani; di quelli naturali due: necessari e non necessari. E la questione sarebbe bella e risolta. infatti un difetto nel classificare elencare la parte entro il genere. [27] Ma sorvoliamo pure su questo punto. Egli disprezza la precisione della trattazione, e quindi si esprime confusamente. unabitudine che gli si può concedere, purché le idee siano giuste. Però su questaltro punto non lo approvo eccessivamente e riesco soltanto a tollerarlo: che un filosofo parli di limitare le cupidige . Si può forse limitare la cupidigia? Bisogna abolirla e strapparla fin dalle radici. Ed infatti, chi vi è, in preda ad una cupidigia, a cui non sia giusto dare lappellativo di cupido? Quindi sarà avido di danaro, ma in modo limitato; adultero, ma avrà un limite; e dissoluto allo stesso modo. Che razza di filosofia è mai codesta che non porta allannientamento della malvagità, ma si contenta di vizi mediocri? Per quanto, in questa classificazione approvo certo la sostanza, ma sento la mancanza di precisione. Li chiami bisogni naturali, riservi il nome di desiderio o cupidigia per unaltra occasione, per poterlo, vorrei dire, accusare di delitto capitale, quando parla dellavarizia, dellintemperanza, dei più grandi vizi. [28] Ma egli ne parla con troppa libertà e frequenza. Non gliene faccio un rimprovero; giacché è proprio di un filosofo così grande e famoso difendere arditamente i suoi principi. Però sembra spesso abbracciare con troppo ardore quel piacere che tutte le persone chiamano con questo nome, e viene talvolta a trovarsi in grave imbarazzo, tanto che, escluso che la gente ne venga a conoscenza, nessuna azione è tanto vergognosa che egli non sembri pronto a compiere per ottenere il piacere . Poi, quando arrossisce di vergogna (la forza della natura è immensa), cerca scampo nellasserzione che nulla si può aggiungere al piacere di chi non sente dolore. Ma codesto stato del non sentir dolore non si chiama piacere. Dice: Non mi preoccupo del nome. Come, ma se è tutta unaltra cosa? Troverà molte, anzi infinite persone, non tanto impertinenti e pedanti come siete voi, che riuscirò a persuadere facilmente di che cosa voglio. Perché dunque dubitiamo che il massimo dolore consista nel non provar piacere, visto che il sommo piacere sta nel non sentir dolore? Perché non è cosi? Perché il contrario del dolore non è il piacere, ma la privazione dal dolore. [10, 29] Ma non vedere che largomento più efficace per dimostrare che quel piacere senzà il quale dice di non capire affatto che sia il bene -ecco la descrizione che egli ne fa: quello che si percepisce con il palato, con le orecchie; aggiunge anche tutto il resto, ma per farne il nome bisognerebbe premettere con rispetto parlando- egli non vede, stavo dicendo, che il solo bene di cui, da filosofo serio ed austero, ha nozione, non è neppur da ricercare, poiché, secondo la sua stessa dottrina, non proviamo desiderio di tale piacere quando siamo privi di dolore. [30] Che contraddizione! Se avesse appreso a fare le definizioni e le classificazioni, se possedesse la capacità di esprimersi e infine luso normale delle parole, non sarebbe mai andato a finire in intoppi così gravi. Ora invece tu vedi che cosa fa. Quello che nessuno mai ha chiamato piacere, egli lo chiama così; si tratta di due cose distinte, ed egli ne fa una sola. Quanto al piacere in movimento (così chiama i piaceri gradevoli e per così dire dolci), talvolta lo sminuisce a tal punto che si crederebbe di sentir parlare Manio Curio, talvolta ne fa tali lodi da affermare di non poter neppur sospettare che cosa sia il bene allinfuori di quello. Un simile modo di ragionare merita di essere soppresso non da qualche filosofo ma da un censore. Il difetto infatti non sta solo nellesposizione ma anche nella morale. Non critica la dissolutezza, purché sia esente da una cupidigia e da una paura senza fine. A questo punto sembra cercar discepoli a questa condizione: chi vuoi essere scapestrato diventi prima filosofo. [31] Lorigine del sommo bene è fatta derivare, se non erro, dal primo sorgere della vita negli esseri animati. Appena è nato, lessere vivente gode del piacere e lo desidera come bene, ricusa il dolore come male'. Sostiene che gli esseri viventi che non hanno ancora subito deformazioni sono ottimi giudici del male e dei bene. Questo concetto lhai formulato tu in questi termini, e sono proprio parole vostre. Quanti sbagli! Difatti, il bambino fra i vagiti, per distinguere il sommo bene e il sommo male, da quale piacere giudicherà, da quello stabile o da quello in movimento? Giacché, se Dio vuole, impariamo a parlare da Epicuro. Se da quello stabile, è pacifico che la natura tende alla propria conservazione, e questo lo ammettiamo; se da quello in movimento, come voi tuttavia dite, non vi sarà nessun piacere turpe da omettere, e nello stesso tempo quellessere vivente appena nato non parte dal sommo piacere, che tu fai consistere nel non provar dolore. [32] Però Epicuro non ha messo alla base di questa argomentazione i piccoli e anche le bestie, che secondo lui rispecchiano fedelmente la natura, per dire che essi, sotto la guida dclla natura, ricercano il piacere del non provar dolore. Questo infatti non può suscitare un appetito dellanima, e codesto stato del non provar dolore non produce alcuna scossa da cui lanima riceva impulso; anche leronimo commette questo medesimo errore. Invece produce limpulso lo stato che blandisce i sensi con il piacere. Pertanto Epicuro sempre a questo si riferisce per provare che il piacere è unesigenza naturale, perché è il piacere in movimento che attrae a sé piccoli e bestie, non quello stabile, che comporta solo lo stato del non provar dolore. Come può dunque risultar coerente dire che la natura parte da un piacere, e far poi consistere il sommo bene in un altro.