Traduzione De finibus bonorum et malorum, Cicerone, Versione di Latino, Libro 01; 01-10

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in Latino del Libro 01; paragrafi 01-10 dell'opera De finibus bonorum et malorum di Cicerone

DE FINIBUS BONORUM ET MALORUM: TRADUZIONE DEL LIBRO 01; PARAGRAFI 01-10

[1] Scrivendo in latino ciò che i filosofi con sommo ingegno e profonda dottrina hanno trattato in greco, ero consapevole, o Bruto, che sarebbe accaduto che questa nostra fatica sarebbe incorsa in critiche di vario genere. A certuni infatti, e non davvero ai più ignoranti, non piace tutto questo filosofare. Altri poi non criticano tanto il fatto in sé, se è trattato abbastanza moderatamente, ma non giudicano opportuno che si debba dedicare a tale attività tanto zelo e lavoro. Vi saranno anche taluni, e questi sono i cultori della lingua greca, dispregiatori del latino, che affermano di preferìre applicarsi alla lettura dei Greci. Infine suppongo che ci saranno alcuni, che mi inviteranno ad altro genere letterario, e diranno che questo genere di scrittura, anche se è di buon gusto, non si confà ad un personaggio della mia dignità. [2] A tutti costoro è opportuno chio ribatta brevemente. Per quanto, ai detrattori della filosofia è stato già risposto sufficientemente nel libro in cui da me fu difesa e celebratai la filosofia, poiché era stata accusata e biasimata da Ortensio. Poiché mi sembra che tale libro sia stato approvato da te e da quelli che ritenevo potessero giudicare, ho intrapreso unopera maggiore, temendo di far la figura di suscitare linteresse della gente senza poi poterlo mantenere. Quanto a coloro che, pur approvando moltissimo questa cosa, vogliono tuttavia che la si esplichi con un po di moderazione, pretendono un senso della misura in questo che, una volta ammesso, non si può frenare né arrestare, cosicché ci sono in certo qual modo più favorevoli coloro che distolgono completamente dalla filosofia che non costoro, i quali fissano un limite ad una materia infinita e richiedono mediocrità in uno studio che è tanto migliore quanto è più vasto. [3] Invero, nel caso che si possa giungere alla sapienza, bisogna non solo procurarsela ma anche fruirne; nel caso che ciò sia difficile, non vè tuttavia limite alcuno allinvestigazione del vero se non quando lo si sia scoperto, e daltra parte è vergognoso stancarsi nella ricerca quando sia bellissimo loggetto che si investiga. Se infatti proviamo diletto a scrivere, chi è tanto invidioso da distogliercene? se invece proviamo fatica, chi vè che stabilisca un limite allope rosit altrui? Non è davvero sgarbato Cremete, il personaggio di Terenzio, che non vuole che il suo nuovo vicino scavi od ari o insomma faccia qualche lavoro(infatti non lo distoglie dalloperosità ma da una fatica inde patrius corosa): viceversa sono indiscreti costoro che si sentono urtati dalla nostra fatica, per noi nientaffatto spiacevole. [4] più difficile quindi soddisfare quelli che dicono di disprezzare ciò che è scritto in latino. In questo mi fa meraviglia anzitutto il fatto che ad essi non piaccia la loro lingua per gli argomenti più importanti, mentre poi non sono restii a leggere i drammi latini tradotti letteralmente dal greco. Chi infatti è tanto ostile, vorrei dire, a tutto ciò che è romano da disprezzare o disdegnare la Medea di Ennio o lAntiofte di Pacuvio perché dice di dilettarsi ai medesimi drammi di Euripide e odia la letteratura latina? Dovrei leggere -dice- i Sinefebi di Cecilio o lAndria di Terenzio piuttosto che luno e laltro (nelloriginale) di Menandro? [5] Io sono di parere tanto diverso da loro che, per quanto Sofocle abbia scritto in maniera ottima lElettra, ritengo tuttavia di doverne leggere la cattiva traduzione di Atilio , di cui Lucilio (disse) scrittore duro come il ferro pur sempre però, io penso, scrittore che deve essere letto. In generale, è indice di indolenza quanto mai inattiva o di delicatezza eccessiva essere ignoranti dei nostri poeti.Mi sembra che non sono abbastanza colti quelli a cui è sconosciuta la nostra letteratura. O forse leggiamo il passo oh se nel bosco non non meno che in greco, e non ci piacerà che siano svolte in latino gli argomenti discussi da Platone sulla vita retta e felice? [6] Ma come? Se non adempiamo allufficio di interpreti ma manteniamo ciò che è stato detto da coloro che approviamo e applichiamo ad essi il nostro gusto e il nostro modo di scrivere, che motivo hanno per preferire lopera in greco a quella che sia esposta con splendide parole e non tradotta dal greco? E se diranno che questi sono argomenti già trattati dai Greci, neppure per quelli cè motivo di leggerne tanti quanti se ne devono leggere. Ed infatti da Crisippo che cosa è stato tralasciato degli Stoici? Eppure leggiamo Diogene, Antipatro Mnesarco, Panezio, e molti altri, fra cui soprattutto il mio caro amico Posidonio; ma come? Forse Teofrasto piace poco quando tratta argomenti già prima trattati da Aristotele? Come? E gli Epicurei rinunciano forse a svolgere a loro piacere le questioni su cui hanno già scritto Epicuro e gli antichi? Se quindi i Greci sono letti dai Greci sui medesimi argomenti svolti in maniera diversa, che motivo cè per cui i nostri non siano letti dai nostri? [7] Per quanto, se io semplicemente traducessi Platone o Aristotele come I nostri poeti han tradotto i drammi, mi comporterei male, credo, verso i miei concittadini limitandomi a portare a loro conoscenza quei divini ingegni. Ma finora non lho fatto e tuttavia non credo che mi sia proibito di farlo. Tradurrò, se parrà opportuno, certi passi, e soprattutto dagli autori pocanzi nominati, quando si darà il caso di farlo convenientemente, come è solito fare Ennio da Omero, Afranio da Menandro. E non ricuserò, come il nostro Lucilio , che tutti leggano le mie opere. Ci fosse quel Persio e ancor molto più Scipione e Rutilio, egli temendo il loro giudizio dice di scrivere per gli abitanti di Taranto e di Cosenza e per i Siciliani. E certo una battuta arguta, come altre; però allora le persone non erano così dotte chegli dovesse preoccuparsi del loro giudizio, e daltra parte le sue opere son di genere leggero, tanto che vi compare somma finezza, ma ben poca dottrina. [8] Qual lettore dovrei invece temere io, che oso scrivere indirizzandomi a te che non sei inferiore neppure ai Greci in filosofia? Per quanto, lo faccio perché mi incitasti tu stesso con quel tuo libro su La virtù a me graditissimo, che mi hai dedicato. Ma credo che certuni abbiano preso labitudine di sentire avversione per gli autori latini perché si imbatterono in alcune opere disadorne e rozze, dedotte da cattivi originali greci e ancor peggio scritte in latino. Son daccordo con loro, purché non ritengano di dover leggere i Greci sugli stessi argomenti. Ma chi non leggerebbe buoni libri curati nellespressione e svolti con stile grave ed adorno? A meno che uno non voglia essere chiamato senzaltro greco, come ad Atene fu salutato Albucio dal pretore Scevola. [9] Il medesimo Lucilio accompagna laneddoto con molta grazia ed ogni arguzia, facendo dire molto bene a Scevola: Tu, o Albucio, Greco piuttosto che Romano e Sabino, compaesano di Ponzio e di Tritanio, di centurioni, di uomini illustri e di primo piano, e alfiere, preferisti esser chiamato. Quindi io pretore ad Atene in greco ti saluto, come hai preferito, quando vieni da me: khdire, o Titol dico. Ed i littori e tutta la schiera in coro: khdire, o Tito! Di conseguenza Albiacio mi è nemico, mi è ostile. [10] Ma aveva ragione Muzio. Quanto a me, non riesco a rendermi abbastanza conto dellorigine di questo così sfacciato disgusto per le cose di casa nostra. Non è certo questo il luogo adatto per svolgere largomento; ma io son davviso, e ho già espresso spesso questo concetto che la lingua latina non solo non è povera, come comunemente si crede, ma è ancora più ricca della greca. Difatti, quando mai è mancato a noi, o dirò meglio ai buoni oratori o poeti, alcun ornamento per un discorrere facondo od elegante, almeno dopo che ci fu un modello da imitare.