Traduzione De fato, Cicerone, Versione di Latino, parte 03

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino, parte 03, dell'opera De fato di Cicerone

DE FATO: TRADUZIONE DELLA PARTE 03

Se qualcuno volesse infatti respingere tale tesi e affermare: se tutti gli avvenimenti futuri sono veri dall'eternità, al punto che si verificano senz'altro nel modo in cui devono realizzarsi, è necessario che tutto accada secondo una naturale concatenazione, in modo collegato e connesso, non direbbe nulla. C'è una netta differenza tra il fatto che una causa naturale renda vere dall'eternità le cose a venire e il fatto che possano essere concepite come vere le cose future anche senza un'eternità naturale. Pertanto, sosteneva Carneade, neppure Apollo può predire l'avvenire, eccetto quegli eventi la cui natura reca in sé cause tali, per cui essi debbano verificarsi necessariamente.Che cosa teneva infatti presente il dio stesso, quando annunciava che quel famoso Marcello, colui che fu tre volte console, sarebbe perito in mare? Ciò era, in effetti, vero dall'eternità, ma non aveva cause efficienti. Così, Carneade era dell'avviso che ad Apollo non fosse noto neppure il passato, quando non ne rimanessero tracce, quasi come orme: figuriamoci il futuro; solo conoscendo le cause efficienti di ciascun fatto, si può, in sostanza, conoscere che cosa accadrà; nemmeno riguardo a Edipo, quindi, Apollo avrebbe potuto prevedere niente, perché nella natura non ci sono cause preordinate, sulla cui base il padre dovesse necessariamente essere ucciso dal figlio, né altro del genere. Di conseguenza, se per gli stoici, i quali sostengono che tutto avviene per volere del fato, è coerente approvare oracoli di tal sorta e tutti gli altri esiti che si traggono dalla divinazione, non è invece d'obbligo la stessa ammissione per coloro i quali affermano che sono vere dall'eternità le cose a venire: sta' però attento che la posizione di questi ultimi non sia la stessa degli stoici: gli uni argomentano infatti su un campo più ristretto, mentre il ragionamento degli altri è sciolto e libero. Se si ammettesse che nulla può accadere se non per una causa precedente, quale vantaggio si ricaverebbe, se ritenessimo quella causa non risultante da cause eterne? Causa è quanto produce l'evento di cui è causa: per esempio, la ferita è causa della morte, l'indigestione della malattia, il fuoco del calore. Perciò, non si deve intendere nel senso che la causa sia quanto precede ogni fenomeno, ma ciò che lo precede determinandolo. Il fatto che io sia sceso nel Campo Marzio non è la causa per cui ho giocato a palla, né Ecuba è stata la causa della rovina dei Troiani per aver partorito Alessandro, né Tindaro per Agamennone avendo generato Clitemnestra. In talmodo si dirà che perfino un viandante ben vestito è stato, rispetto al brigante, la causa per cui è stato da quello depredato. Di tale tenore sono quei ben noti versi di Ennio:O se nel bosco del Pelio, dalle scurabbattuti, non fossero mai caduti al suolo i tronchi d'abete!Si sarebbe potuto risalire addirittura più indietro: O se sul Pelio non fosse mai nato un albero! o ancora prima: O se non fosse mai esistito un monte Pelio! e si potrebbe, seguitando identicamente a ritroso nel tempo, procedere all'infinito. Se da lì la costruzione di una nave non avesse avuto principio! A che scopo ripercorre il tempo trascorso? Segue infatti quel celebre passo:Giammai la mia signora, Medea, vagando, avrebbe[lasciatola casa, con l'animo afflitto, ferita da fiera passione,ma non perché quei fatti comportassero la causa della sua passione. Inoltre affermano che c'è una differenza tra un evento senza il quale nulla può aver luogo e un evento con il quale è necessario che qualcosa sia. Nessuno dunque dei motivi sopra indicati risulta essere una causa, perché nessuno di essi produce da sé ciò di cui è detto causa. Causa non è ciò senza cui nulla accade, ma piuttosto ciò che, quando interviene, produce necessariamente ciò di cui è causa. Quando Filottete non era stato ancora ferito dal morso del serpente, quale causa era contenuta nell'ordine universale, per cui dovesse essere abbandonato sull'isola di Lemno? In séguito, però, vi fu una causa più stretta e legata al suo effetto. La natura dell'evento svela dunque la causa; comunque, dall'eternità è stata vera quest'affermazione: Filottete sarà abbandonato su un'isola, né si poteva mutare da vera in falsa. necessario che, tra due concetti contrari (definisco, in questo caso, contrari due concetti di cui uno afferma, l'altro nega), pur a dispetto di Epicuro è necessario - dicevamo - che l'uno sia vero e l'altro sia falso; quindi, la frase Filottete verrà ferito è stata vera per tutti i secoli precedenti, non sarà ferito falsa. A meno che per caso non si voglia seguire l'opinione degli epicurei, i quali sostengono che affermazioni del genere non sono né vere né false o, quando se ne vergognano, propugnano una tesi ancor più impudente: le contrapposizioni dei contrari sono vere, ma nessuna delle due tesi enunciate in esse è vera. Ma che straordinario arbitrio e che miserevole ignoranza dell'arte dialettica! Se nell'espressione qualcosa non è né vero né falso, risulta senz'altro non vero; ciò che non è vero, poi, in che modo potrebbe non essere falso? Oppure, ciò che non è falso, in che modo potrebbe non essere vero? Ci si atterrà, insomma, alla tesi difesa da Crisippo, ovvero che ogni affermazione è o vera o falsa; la logica stessa ci costringerà ad ammettere, inoltre, che alcune cose sono vere dall'eternità, non vincolate a cause eterne e libere dalla necessità del fato.A dire il vero, tra le due posizioni dei filosofi antichi (la prima di chi riteneva che tutto si verificasse per volere del fato, al punto che il fato comportava la forza della necessità, posizione nella quale rientravano Democrito, Eraclito, Empedocle, Aristotele; la seconda di chi pensava che ci fossero moti volontari dell'anima senza alcun intervento del fato), mi sembra che Crisippo, quale arbitro onorario, abbia voluto seguire la via mediana, anche se si avvicina di più a coloro che propendono per i moti dell'anima affrancati dalla necessità; ma, mentre fa uso della terminologia che gli è propria, scivola in difficoltà tali, da dover ribadire, suo malgrado, la necessità del fato. Vediamo, se mi è concesso, quale ne sia la natura nella teoria dell'assenso, che ho trattato nella prima parte della mia esposizione. Quegli antichi filosofi, i quali pensavano che tutto accadesse per volere del fato, sostenevano che l'assenso si produceva per forza di necessità. Chi dissentiva da loro, affrancava l'assenso dal fato e asseriva che, se si attribuiva un carattere fatale all'assenso, non si poteva salvaguardare quest'ultimo dal concetto di necessità. Così argomentavano: Se tutto accade per volere del fato, tutto accade per una causa precedente; se ciò vale per la tendenza, vale anche per quanto la segue, quindi anche per l'assenso; ma, se la causa della tendenza non è in nostro potere, neppure la tendenza lo è; quindi, neppure gli effetti prodotti dalla tendenza sono in nostro potere; non sono dunque in nostro potere né l'assenso né le azioni. Ne deriva che non sono giusti né gli elogi né i biasimi, né i premi né i castighi. Poiché la conclusione è difettosa, ritengono di poter ricavare, per via probabilistica, che non tutto ciò che accade, accade per volere del fato. Crisippo, però, respingendo il concetto di necessità e pretendendo che nulla possa accadere senza cause preordinate, distingue i diversi tipi di cause, per sfuggire alla necessità e mantenere, al tempo stesso, il concetto di fato. Tra le cause, sostiene, alcune sono compiute e principali, altre mediate e immediate. Per cui, quando diciamo che tutto avviene per cause precedenti, non vogliamo intendere per cause compiute e principali, bensì per cause mediate [precedenti] e immediate. Pertanto, al ragionamento che poco fa ho portato a conclusione, Crisippo così si oppone: se tutto accade per volere del fato, ne consegue che tutto avviene per cause precedenti, ovvero per cause non tanto principali e compiute, quanto piuttosto mediate e immediate. Se tali cause non sono in nostro potere, non ne deriva che neppure la tendenza non sia in nostro potere. Una conseguenza del genere deriverebbe, se affermassimo che tutto accade per cause compiute e principali, di modo che, non essendo tali cause in nostro potere, neppure la tendenza lo sarebbe. Perciò tale conclusione avrà valore contro chi introduce il concetto di fato in modo da coniugarlo con la necessità; non varrà invece nei confronti di chi non definirà né compiute né principali le cause precedenti. Quanto all'affermare che l'assenso deriva da cause precedenti, Crisippo ritiene che si spieghi con facilità, da sé, di qual genere esso sia. Sebbene l'assenso non possa aver luogo se non dietro l'impulso di una rappresentazione, tuttavia, dal momento che tale rappresentazione ha una causa immediata, e non principale, esso trova, secondo Crisippo, la spiegazione che abbiamo or ora proposto; non che l'assenso possa aver luogo a prescindere da una forza che lo solleciti dall'esterno (è infatti necessario che l'assenso tragga impulso da una rappresentazione), ma Crisippo ritorna all'esempio, a lui caro, del cilindro e della trottola, che non possono iniziare a muoversi se non colpiti. Ma una volta ricevuto l'impulso esterno, ritiene che successivamente, per la propria intrinseca natura, il cilindro continui a rotolare e la trottola a ruotare. Dunque, chi ha spinto il cilindro, prosegue Crisippo, ha dato inizio al moto, ma non ne ha determinato il movimento rotatorio; analogamente, la rappresentazione che si offre imprimerà la sua immagine e, per così dire, lascerà la sua impronta nell'anima, ma l'assenso sarà in nostro potere e, colpito dall'esterno, alla stregua di quanto si è detto per il cilindro, successivamente si muoverà in virtù di una forza naturale intrinseca. Se qualche fenomeno si verificasse senza una causa precedente, l'affermazione che tutto avviene per volere del fato sarebbe falsa; ma se tutto quanto accade è verosimilmente preceduto da una causa, quale argomentazione si potrà addurre per non ammettere che tutto avviene per volere del fato? A patto che s'intenda qual è la distinzione e la diversità delle cause. Dopo tale spiegazione di Crisippo, se chi nega che l'assenso avviene per volere del fato concedesse almeno che esso non ha luogo senza una rappresentazione precedente, diverso sarebbe il ragionamento; se invece ammette che le rappresentazioni sono precedenti, senza però concedere che l'assenso avviene per volere del fato, perché non sarebbe la causa immediata ed essenziale sopra ricordata a muovere l'assenso, bada che non finiscano per sostenere la stessa tesi. Crisippo infatti, non concedendo che la causa immediata ed essenziale dell'assenso riposi nella rappresentazione, non ammetterà nemmeno che tale causa sia necessaria per il nostro assenso, in modo che, se tutto avviene per volere del fato, tutto avviene per cause precedenti e necessarie; parimenti, coloro che dissentono da tale tesi, riconoscendo che non si dà l'assenso senza che lo preceda la rappresentazione, sosterranno che, se tutto accade per volere del fato di modo che nulla avviene se non per il precedere di una causa, è inevitabile ammettere che tutto accade per volere del fato; da ciò è facile comprendere come costoro dissentano a parole e non nei fatti, poiché entrambi, chiarita e sviluppata la loro tesi, giungono a una conclusione identica. In sintesi, la distinzione è la seguente: in alcuni casi si può affermare giustamente che, essendosi verificate cause pregresse, non dipende da noi che accadano gli eventi di cui sussistevano le cause; in altri casi invece, pur essendoci cause pregresse, è comunque in nostro potere che gli eventi vadano diversamente. Entrambi approvano tale distinzione: gli uni, però, ritengono che accadano per volere del fato quegli eventi, per i quali, essendosi verificate anteriormente le cause, non è in nostro potere che vadano diversamente; invece, per gli eventi che sono in nostro potere, ritengono che il fato ne rimanga escluso. Occorre discutere la questione sotto tale ottica, senza cercare una difesa negli atomi che vagano nel vuoto e deviano dal proprio asse. L'atomo, sostiene Epicuro, devia. Primo: perché? A parere di Democrito avevano, in effetti, una qualche altra forza di movimento, l'impulso, che egli chiama colpo, mentre secondo te, o Epicuro, si muovono in virtù della gravità e del peso. Quale nuova causa si trova dunque nella natura, per cui l'atomo dovrebbe deviare? Forse traggono a sorte tra di loro quale atomo debba deviare e quale no? O perché deviare di uno scarto minimo, e non maggiore? O ancora, perché di un solo scarto minimo e non di due o di tre? Questo significa esprimere desideri, non argomentare. A tuo dire, né l'atomo si sposta dal proprio asse e devia perché colpito dall'esterno, né c'è nel vuoto, in cui l'atomo si muove, una qualche causa per cui l'atomo stesso non debba procedere perpendicolarmente, né nell'atomo stesso è intervenuto mutamento di sorta, per cui non possa mantenere il movimento naturale dovuto al peso. Così, senza aver addotto alcuna causa capace di produrre tale deviazione, Epicuro presume di aver fornito una spiegazione di rilievo, quando invece sostiene una tesi che il buon senso di ognuno rifiuta e respinge. Anzi, nessuno, mi pare, ribadisce in maniera più netta non solo il concetto di fato, ma addirittura la necessità coartante dell'ordine universale, come pure la negazione dei moti volontari dell'anima, nessuno più di Epicuro, il quale riconosce che non avrebbe potuto opporsi al concetto di fato, se non avesse cercato rifugio in queste fittizie deviazioni. Anche ammettendo l'esistenza degli atomi, che comunque non mi possono provare in alcun modo, tuttavia queste deviazioni dall'asse non potrebbero mai trovare una spiegazione. Se è stato infatti assegnato agli atomi dalla necessità di natura il procedere per forza di gravità, perché è inevitabile che ogni peso, se non incontra ostacoli, si muova e si sposti, ne consegue necessariamente anche che deviino, o alcuni atomi o, se vogliono, tutti secondo natura.