Traduzione De divinatione, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 05

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 02; parte 05 dell'opera De divinatione di Cicerone

DE DIVINATIONE: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARTE 05

Proprio questa incostanza di risultati, che è caratteristica del caso, non dovrà dimostrarci che dal caso, noti da una legge di natura, essi dipendono? Inoltre, se codesta tua argomentazione è vera, caro Cratippo (dal momento che è con te che sto attualmente discutendo), non ti accorgi che di essa possono servirsi egualmente gli arùspici, gli interpreti dei fulmini e dei prodìgi, gli àuguri, gli estrattori di sorti, i caldei?Di tutte queste forme di divinazione non ce n'è nemmeno una in base a cui, una volta su tante, l'evento non sia stato conforme alla predizione. Dunque o anche queste forme di divinazione, che tu giustissimamente ripudii, sono valide, o, se non lo sono, non capisco perché lo siano quelle due sole che tu ammetti.Grazie allo stesso ragionamento con cui tu dài il benestare a quelle, possono avere il diritto di esistere anche quelle che neghi.Quale autorità, d'altronde, può avere codesto stato di folle eccitazione che chiamate divino, in virtù del quale ciò che il savio non vede, lo vedrebbe il pazzo, e colui che ha perduto le facoltà sensoriali umane avrebbe acquisito quelle divine?Noi crediamo ai carmi della Sibilla, che essa, si dice, pronunciò in stato di esaltazione. Si credeva poco tempo fa, per una dicerìa infondata diffusasi tra la gente, che un interprete di tali carmi si apprestasse a dire in senato che colui che di fatto era già nostro re avrebbe dovuto anche ricevere il titolo regale, se volevamo esser salvi.Se questo è scritto nei libri sibillini, a quale uomo e a quale tempo si riferisce? Colui che aveva scritto quei versi aveva agito furbescamente: omettendo ogni precisazione di persona e di tempo, aveva fatto in modo che, qualunque cosa accadesse, sembrasse l'avveramento di una profezia.Aveva aggiunto anche l'oscurità dell'espressione, perché gli stessi versi potessero adattarsi ora ad una cosa, ora a un'altra in diverse circostanze.Che quel carme, poi, non sia il parto di uno spirito invasato, lo rivela sia la fattura dei versi stessi (che sono un prodotto di arte raffinata e accurata, non di eccitazione e di impeto), sia quel tipo di composizione che si suol chiamare acrostico, nella quale, leggendo di séguito le prime lettere di ciascun verso, si mette insieme un'espressione di senso compiuto, come in alcune poesie di Ennio: QUINTO ENNIO FECE. Un simile artifizio è certamente caratteristico di una mente attenta, non furente!E nei libri sibillini, l'intero carme risulta dal primo verso di ciascuna frase, mettendo di séguito le prime lettere di quella frase. Questo è il modo di procedere di uno scrittore, non di un invasato; di uno che lavora con minuta accuratezza, non di un folle.Perciò teniamo ben appartata e segregata la Sibilla, in modo che, come ci è stato tramandato dai nostri antenati, senza un ordine esplicito del senato non vengano nemmeno letti i suoi libri, e servano a far abbandonare i timori superstiziosi anziché a farli sorgere; coi sacerdoti addetti all'interpretazione di quei carmi facciamo un patto: che da quei libri tirino fuori qualsiasi cosa tranne un re, poiché d'ora in poi né gli dèi né gli uomini permetteranno che un re vi sia a Roma.Ma obietterai, molti hanno spesso vaticinato il vero, come Cassandra: 'E già nel vasto mare', e poco dopo: 'Ahimè, guardate!' Mi costringi dunque anche a credere alle invenzioni delle tragedie?Esse arrecheranno diletto artistico quanto vorrai, si faranno ammirare per le parole, per le frasi, per i ritmi, per la musica; ma nessuna autorità né credibilità dobbiamo attribuire a cose inventate.E allo stesso modo io sostengo che non si debba credere né a quel tale ignoto Publilio né ai vati Marcii né agli enigmi di Apollo: alcune di queste profezie sono chiaramente delle invenzioni, altre sono state proferite senza discernimento; nessuno, neanche di mediocre levatura, vi ha creduto, meno ancora le persone dotate d'ingegno.Ma come, dirai, quel rematore della flotta di Coponio non predisse appunto ciò che poi avvenne? Certo, Predisse appunto ciò che tutti, allora, temevano che accadesse.Sentivamo dire che in Tessaglia gli accampamenti dei due eserciti erano ormai l'uno di fronte all'altro; ritenevamo che l'esercito di Cesare avesse più sfrenato ardire, poiché aveva preso le armi contro la patria, e più forza per la lunga esperienza nel guerreggiare; l'esito della battaglia, nessuno di noi c'era che non lo temesse; ma, come si conveniva a persone dotate di fermezza d'animo, non davamo segni di timore.Quel greco invece, che c'è di strano se per un eccesso di paura, come tante volte accade, perse il controllo e il senno e uscì fuori di sé?In séguito a questa perturbazione d'animo, quelle cose che, finché era sano di mente, temeva, andava dicendo che sarebbero avvenute quand'ebbe perso la ragione.Ma, per tutti gli dèi e gli uomini, è più verosimile che la volontà degli dèi immortali sia stata prevista da un rematore impazzito o da qualcuno di noi che allora eravamo lì, da me, da Catone, da Varrone, da Coponio stesso?Ma eccomi giunto a te, O venerando Apollo, che occupi il vero ombelico del mondo, donde primamente uscì la profetica voce orrida, terribile.Dei tuoi oracoli Crisippo ha riempito un intero libro: alcuni falsi, a mio parere, altri avveratisi per caso, come spessissimo avviene in qualsiasi discorso, altri tortuosi e oscuri (cosicché l'interprete ha, a sua volta, bisogno di un interprete, e la sorte stessa va indagata ricorrendo alle sorti), altri ancora a doppio senso e bisognosi dell'indagine di un dialettico.Quando fu dato quel famoso responso al più ricco dei re d'Asia: Creso attraversando l'Halys manderà in rovina una grande potenza egli credette che avrebbe mandato in rovina la potenza dei nemici, mandò invece in rovina la propria: si fosse verificata l'una o l'altra delle due possibilità, l'oracolo sarebbe egualmente apparso vero. Perché, d'altra parte, dovrei credere che Creso abbia mai ricevuto realmente questo responso?O perché dovrei considerare Erodoto più verace di Ennio?Erodoto non poté forse essere stato meno fantasioso a proposito di Creso di quanto lo fu Ennio a proposito di Pirro? Chi è disposto a credere che Pirro ricevé dall'oracolo di Apollo il responso: Dico te, Eacide, poter vincere i romani? Innanzi tutto, Apollo non parlò mai in latino; poi, di questo responso gli autori greci non sanno nulla; inoltre, al tempo di Pirro Apollo aveva già smesso di far versi; e infine, sebbene sia sempre stata, come Ennio dice, Stolta la stirpe degli Eacidi - son potenti in guerra più che nella saggezza -, tuttavia Pirro avrebbe potuto capire che il doppio senso contenuto in quel verso, te vincere i romani, non era per nulla più favorevole a lui che ai romani; ché quel doppio senso che ingannò Creso avrebbe potuto ingannare anche un Crisippo, ma questo, relativo a Pirro, non avrebbe ingannato neanche Epicuro.Ma, e questa è la cosa principale, come mai a Delfi non vengono più pronunciati oracoli di questo genere, e non solo ai nostri tempi, ma già da molto, di modo che niente può essere ormai oggetto di maggior disprezzo? Quando vengono messi alle strette su questo punto, rispondono che per l'antichità è svanita la forza di quel luogo, la quale produceva quelle esalazioni che esaltavano l'anima della Pizia e le facevano proferire gli oracoli.Diresti che costoro parlino del vino o della salamoia, che perdono sapore col tempo; si tratta della forza sprigionantesi da un luogo, e di una forza non meramente naturale, ma addirittura divina; come mai, dunque, essa è potuta svanire?Per il lungo tempo trascorso, tu dirai. Ma quale durata di tempo può essere in grado di esaurire una forza divina?E, d'altra parte, che cosa può esserci di tanto divino quanto un afflato prorompente dalla terra, capace di eccitare la mente umana in modo da renderla presàga del futuro, in modo che la mente non solo lo veda con grande anticipo, ma anche lo reciti in versi ben ritmati?E quando codesta forza è svanita? Forse quando gli uomini incominciarono a essere meno crèduli? Demostene, che visse circa trecento anni fa, già allora diceva che la Pizia filippeggiava, cioè, per così dire, prendeva le parti di Filippo.Questa frase mirava a far intendere che la Pizia era stata corrotta da Filippo;è dunque lecito credere che anche in altri responsi dell'oracolo di Delfi vi sia stato qualcosa di non veritiero.Ma, non so come, sembra che questi filosofi superstiziosi e, starei per dire, fanatici vogliano a tutti i costi far la figura degli sciocchi.Vi ostinate a sostenere che è svanita ed estinta una forza che, se mai vi fosse stata, sarebbe senza dubbio eterna, piuttosto che rinunciare a credere cose incredibili.Un errore analogo si commette a proposito dei sogni; da quanto lontano prendono le mosse nel difenderli! Sostengono che le nostre anime siano divine, e derivino dal di fuori di noi, e che il mondo sia pieno di una moltitudine di anime consenzienti: quindi, in virtù della natura divina dell'anima in quanto tale e della sua connessione con le anime che riempiono l'universo, sarebbe possibile vedere il futuro.Zenone ritiene che l'anima si contragga e, in certo senso, scivoli giù e giaccia, e che appunto in ciò consista il sonno.Già Pitagora e Platone, autori di sommo valore, consigliano di andare a dormire predisposti da un regime di vita e da un'alimentazione appropriata, allo scopo di vedere in sogno cose più rispondenti al vero; i pitagorici prescrivono di astenersi assolutamente dal mangiar fave, come se quel cibo gonfiasse l'anima, non il ventre.Ma, non so come, non si può immaginare nulla di tanto assurdo che non sia sostenuto da qualche filosofo. Riteniamo dunque che le anime dei dormienti si muovano da sé mentre sognano, oppure che, come sostiene Democrito, siano colpite da visioni esterne ed estranee? Sia vera questa opinione o quell'altra, rimane il fatto che moltissime cose false possono apparir vere a chi sogna.Anche ai naviganti sembra che si muovano cose che stanno ferme; e, per una sensazione degli occhi deviati, l'unica luce di una lucerna può apparire doppia. E che dire dei pazzi, o degli ubriachi,quante visioni fallaci essi hanno!Ma se non si deve credere a visioni di questo genere, non capisco perché si debba credere ai sogni. Giacché, se volessimo, potremmo sostenere a proposito di questi errori visivi le stesse cose che si sostengono a proposito dei sogni, e, di conseguenza, potremmo dire che le cose ferme, qualora sembrino in movimento, siano il segno premonitore di un terremoto o di una qualche sconfitta improvvisa, e che il veder doppia la fiamma di una lucerna sia presagio di discordie civili e di sedizioni.E ancora, dalle visioni dei pazzi o degli ubriachi si potrebbero, con l'arte congetturale, dedurre innumerevoli cose che dovrebbero accadere in futuro.Chi, in effetti, tirando l'arco per una giornata intera, non finirà col far centro una buona volta?Noi sogniamo per notti intere, e non c'è quasi nessuna notte nella quale non dormiamo; e ci meravigliamo che una volta o l'altra ciò che abbiamo sognato si avveri?Che c'è di tanto incerto quanto un colpo di dadi?Eppure non c'è nessuno che, lanciandoli più volte, ottenga una volta il colpo di Venere, talora anche due, anche tre volte. Diremo allora, come gli sciocchi, che ciò avviene per un intervento di Venere, non per caso?E se nelle altre ore del giorno non bisogna credere alle visioni false, non vedo quale condizione privilegiata abbia il sonno, tale che in esso le cose valgano per vere.E se la natura avesse predisposto le cose in modo che i dormienti dovessero fare ciò che sognano, bisognerebbe legare tutti quelli che vanno a dormire: ché durante il sogno si abbandonerebbero ad atti più inconsulti di quelli di qualsiasi pazzo. Se, d'altra parte, non dobbiamo prestar fede alle visioni dei pazzi perché sono false, non capisco perché si creda alle visioni di quelli che sognano, le quali sono molto più confuse; forse perché i pazzi non narrano le loro visioni all'interprete, mentre le narrano quelli che han fatto un sogno? Domando anche: se io voglio scrivere o leggere qualcosa, o cantare o sonare la cetra, o risolvere un problema di geometria, di fisica, di dialettica, dovrò aspettare l'ispirazione dàtami da un sogno, o sarà meglio che usi le mie cognizioni, senza le quali non si può fare né portare a soluzione nessuna di quelle attività?E ancora: nemmeno se volessi navigare, reggerei il timone basandomi su precetti ricevuti in sogno; ché ne pagherei sùbito un duro prezzo!Come, dunque, è plausibile che gli ammalati chiedano la cura all'interprete di sogni anziché al medico?Forse Esculapio, forse Serapide ci può prescrivere durante il sonno la cura per recuperare la salute, e invece Nettuno non può dare egli stesso i precetti ai naviganti?E se Minerva prescriverà la medicina senza bisogno del medico, le Muse non daranno in sogno la capacità di scrivere, di leggere, di esercitare tutte le altre arti?Ma se ci venisse concessa in questo modo la facoltà di curarci la salute, ci verrebbero concesse anche le altre doti a cui ho accennato; e siccome quelle non ci sono concesse, non ci è concessa l'arte medica; esclusa la quale, risulta confutata ogni autorità dei sogni.Ma ammettiamo che anche queste siano osservazioni superficiali; scaviamo ora più a fondo.O un potere divino che si prende cura di noi ci dà direttamente i precetti per mezzo dei sogni, o gli interpreti, basandosi su una coerenza e concordanza della natura, che chiamano sympátheia, comprendono che cosa, nei sogni, corrisponda a un determinato evento e quale ulteriore risultato consegua da ciascun evento; o nessuna di queste due cose è vera, e tutto si fonda su un'osservazione lunga e costante di ciò che suole avvenire come conseguenza di una visione avvenuta durante il sonno.In primo luogo, dunque, bisogna comprendere che non esiste alcuna forza divina produttrice dei sogni. E questo, in effetti, è evidente: che nessuna visione apparsa nel sonno proviene dalla volontà degli dèi. Per il nostro bene, infatti, gli dèi farebbero sì che noi potessimo prevedere il futuro. Ma quanti sono quelli che davvero obbediscono ai sogni, li comprendono, li ricordano?Quanto più numerosi, invece, quelli che li disprezzano e li considerano una superstizione degna di un animo debole, da vecchierelle?Quale motivo c'è, dunque, per cui la divinità, premurosa verso tutti costoro, li avverta mediante sogni, mentre essi non ritengono quei sogni meritevoli non dico di attenzione, ma nemmeno di ricordo?Ché da un lato la divinità non può ignorare come la pensa ciascuno di noi, dall'altro non è degno della divinità fare qualcosa inutilmente e senza motivo; perfino gli uomini che agissero così si mostrerebbero poco seri!Perciò, se la maggior parte dei sogni sono ignorati o trascurati, una delle due: o la divinità non sa che le cose stanno così, o ricorre senza frutto agli avvertimenti dei sogni; ma né l'una né l'altra cosa si addice alla divinità; bisogna quindi riconoscere che la divinità non ci dà alcun segno premonitore mediante i sogni.Un'altra cosa vorrei sapere: se la divinità ci manda queste visioni per il nostro bene, perché non ce le manda mentre siamo svegli, non mentre dormiamo.O che un impulso esterno ed estraneo ecciti le anime dei dormienti, o che le anime si eccitino da sé, o che vi sia qualunque altra causa che ci dia l'impressione di vedere, udire, fare qualcosa durante il sonno, la medesima causa poteva valere riguardo a noi durante la veglia; e se gli dèi facessero ciò per il nostro bene mentre dormiamo, farebbero altrettanto mentre siamo svegli, tanto più in quanto Crisippo, polemizzando contro gli accademici, dice che sono molto più chiare e sicure le cose da noi viste in stato di veglia che quelle che ci appaiono in sogno. Sarebbe stato quindi più degno della bontà divina - se davvero gli dèi intendessero con questo mezzo curarsi di noi - inviare visioni più chiare a chi è sveglio, non più oscure a chi dorme. Ma siccome ciò non accade, i sogni non sono da considerare di origine divina; e insomma, che bisogno ci sarebbe di tortuosità e di raggiri, tali da costringerci a ricorrere agli interpreti dei sogni,la divinità, se voleva davvero giovarci, non poteva dirci senza intermediari,fa' questo, non fare quest'altro, e apparirci mentre eravamo svegli, non mentre dormivamo?Del resto, chi oserebbe dire che tutti i sogni sono veri?Alcuni sogni sono veri, dice Ennio, ma tutti veri non è necessario che siano. Ma che distinzione è mai questa? Quali sogni dovremo annoverare fra i veri, quali fra i falsi? E se i veri sono inviati dalla divinità, i falsi donde nascono? Se anch'essi sono divini, che cosa c'è di più incoerente della divinità?E che cosa di più sciocco che turbare le menti dei mortali con visioni false e menzognere?Se poi le visioni vere sono divine, le false e inconsistenti umane, che cos'è codesta arbitraria facoltà di attribuzione, tale che un sogno sarebbe prodotto dalla divinità, un altro dalla natura, e non piuttosto o tutti dalla divinità (ma voi dite di no), o tutti dalla natura?Dal momento che negate la prima alternativa, è necessario ammettere la seconda.Chiamo natura quella condizione per cui l'anima, non mai ferma, non può essere esente da agitazione e da moto. Quando, per la stanchezza del corpo, l'anima non può fare uso né delle membra né dei sensi, incorre in visioni varie e confuse, derivanti, come dice Aristotele, dalla persistenza delle tracce di ciò che ha fatto o ha pensato durante la veglia; dal mescolarsi incoerente di questi ricordi sorgono talvolta stranissime immagini di sogni; se alcuni di questi sogni sono falsi, altri veri, sarei davvero curioso di sapere con quale criterio si possano discernere gli uni dagli altri.Se un tale criterio non c'è, a che pro andiamo a consultare quegli interpreti?Se invece ce n'è uno, bramerei di sapere qual è; ma rimarranno in imbarazzo. venuto ormai il momento di discutere quale di queste alternative sia più probabile: che gli dèi immortali, superiori a qualsiasi altro essere, scorrazzino e vadano a visitare non solo i letti ma anche i miseri giacigli di tutti i mortali, dovunque essi si trovino, e, ogni qual volta vedono uno che russa, gli ispirino delle visioni confuse e oscure, che quel tale, svegliatosi in preda al terrore, la mattina dopo riferisca all'interprete, oppure che per un fenomeno naturale l'anima, continuamente mossa, abbia l'impressione di vedere mentre dorme ciò che ha visto da sveglia.Che cosa si addice di più alla filosofia, interpretare questi fatti ricorrendo alla superstizione delle fattucchiere o alla spiegazione secondo la natura?Sicché, se pur potesse esistere una verace interpretazione dei sogni, costoro, che la professano, non sarebbero capaci di compierla: sono infatti gente del tutto priva di serietà e ignorantissima.I tuoi stoici, d'altra parte, dicono che nessuno, tranne il sapiente, può essere indovino.Crisippo definisce la divinazione con queste parole: Una facoltà di conoscere, ravvisare e spiegare i segni che vengono mostrati dagli dèi agli uomini; e aggiunge che il còmpito della divinazione è di sapere in precedenza quali predisposizioni abbiano gli dèi verso gli uomini, di che cosa li avvisino con quei segni, in che modo si possa ovviare ai cattivi presagi ed espiarli.Ancora Crisippo definisce così l'interpretazione dei sogni: una capacità di scorgere e di spiegare che cosa gli dèi intendono presagire agli uomini nei sogni.E che, dunque? Per raggiungere un simile scopo basta un'intelligenza mediocre o ci vuole un ingegno eccezionale e un sapere perfetto? Ma un interprete fornito di tali doti non l'ho conosciuto mai.Attento, dunque: anche se un giorno ti avrò concesso che la divinazione esiste - ma non lo farò mai -, rischieremo di non trovare nessun vero indovino.Di che sorta è, poi, codesta provvidenza degli dèi, dal momento che nei sogni non ci indicano né cose che siamo capaci di comprendere da noi, né cose per le quali possiamo ricorrere a un interprete degno di fede?Se gli dèi ci mettono innanzi dei segni dei quali non abbiamo né conoscenza né qualcuno che ce li spieghi, si comportano come cartaginesi o spagnoli i quali venissero a parlare nel nostro senato senza interprete.E insomma, a che servono le oscurità e gli enigmi dei sogni?Gli dèì avrebbero dovuto volere che noi comprendessimo ciò di cui ci preavvisavano per il nostro bene.Ma, tu dirai, forse nessun poeta, nessun filosofo della Natura è oscuro? Certo, quel famoso Euforione è oscuro anche troppo; ma non lo è Omero: quale dei due è miglior poeta? estremamente oscuro Eraclìto, non lo è per nulla Democrito: si può fare tra loro un paragone?Per il mio bene mi dai un avvertimento che io non sono in grado di capire: con che frutto, dunque, mi avverti?Sarebbe come se un medico prescrivesse a un malato di prender come cibo la nata dalla terra, strisciante sull'erba, portatrice della propria casa, priva di sangue invece di dire, come diciamo tutti, lumaca.E dopo che l'Anfione della tragedia di Pacuvio ha detto in modo assai oscuro:una bestia quadrupede, dal cammino lento, selvatica, bassa di statura, ruvida, dalla testa corta, dal collo simile a quello d'un serpente, dall'aspetto truce, privata delle viscere, inanimata eppure capace di emettere un suono come un essere animato, gli attici replicano: Non comprendiamo, se non lo dici apertamente.E quegli, allora, con una sola parola: una tartaruga.Non avresti dunque potuto, o citaredo, dire ciò fin dal principio?Un tale riferisce all'interprete di aver sognato che un uovo era appeso a una fascia del suo letto (il sogno è narrato da Crisippo nel suo libro).L'interprete risponde che sotto il letto è seppellito un tesoro: quello scava, trova una certa quantità d'oro, circondata d'argento;manda come compenso all'interprete un pochino di argento, non più di quanto gli sembrava bastante.Allora l'interprete: E del tuorlo dell'uovo non mi dài niente?poiché riteneva che questa parte dell'uovo designasse l'oro, il resto l'argento. Nessun altro, dunque, sognò mai un uovo?Perché, allora, soltanto questo tale trovò un tesoro? Quanti poveri, meritevoli d'un aiuto degli dèi, non sono indotti da alcun sogno a trovare un tesoro!E per qual motivo quel tale fu messo sull'avviso da un sogno così difficile, in modo che dall'immagine dell'uovo sorgesse per analogia l'idea del tesoro, e non gli si consigliò apertamente di cercare un tesoro, come apertamente Simonide fu ammonito a non imbarcarsi?I sogni oscuri, dunque, non si addicono affatto alla maestà degli dèi.Eccoci ai sogni chiari e palesi, come quello riguardante l'amico ucciso dall'oste a Megara, come quello toccato a Simonide, il quale fu sconsigliato di imbarcarsi da quel tale che egli aveva seppellito, come anche quello concernente Alessandro, che mi meraviglio tu abbia omesso.Un suo amico intimo, Tolomeo, era stato colpito in battaglia da una freccia avvelenata e a causa di quella ferita, con sommo dolore di Alessandro, stava morendo,mentre gli sedeva accanto, a un certo momento Alessandro fu vinto dal sopore. Allora, si narra, gli apparve in sogno quel serpente che sua madre Olimpiade teneva con sé: esso recava in bocca una piccola radice, e nello stesso tempo disse ad Alessandro in quale luogo nasceva (era non molto distante da dove si trovavano allora); tale era il potere di quella radice, da guarire facilmente Tolomeo. Alessandro, svegliatosi, narrò agli amici il sogno; furono mandati in giro degli uomini a cercare la radice; fu trovata, e si dice che da essa furono guariti sia Tolomeo, sia molti soldati che erano stati feriti da frecce intinte in quel medesimo veleno.Tu hai menzionato anche molti altri sogni tratti da narrazioni storiche: della madre di Falaride, di Ciro il vecchio, della madre di Dionisio, del cartaginese Amilcare, di Annibale, di Publio Decio; notissimo è inoltre quel sogno riguardante il prèsule, e così pure quello di Gaio Gracco e l'altro, recente, di Cecilia figlia di Metello Balearico. Ma questi sogni sono estranei a noi e perciò ci rimangono ignoti; alcuni forse sono anche inventati: chi ne è il garante?Quanto ai nostri sogni, che cosa possiamo dire?Tu puoi menzionare quello riguardante me e il mio cavallo che vedesti riemergere e venire a riva, io quello di Mario, che, coi fasci ornati d'alloro, ordinava che io fossi condotto nel tempio da lui edificato.Di tutti i sogni, caro Quinto, una sola è la causa; e noi, per gli dèi immortali, stiamo attenti a non oscurarla con la nostra superstizione e con le nostre idee distorte.Quale Mario tu pensi che io abbia visto in sogno?Una sua sembianza, credo, una sua immagine, come ritiene Democrito. Donde sarebbe provenuta codesta immagine? Democrito sostiene che dai corpi solidi e da oggetti ben delimitati si emanano le immagini; a che cosa si era, dunque, ridotto ormai il corpo di Mario? L'immagine, replicherà un democriteo, provenne da quello che era stato il corpo di Mario.Era dunque codesta l'immagine di Mario che mi si fece incontro nella pianura di Atina?Tutto lo spazio è pieno d'immagini: nessuna percezione è concepibile senza che qualche immagine colpisca la nostra vista.Ma, dunque, codeste immagini sono talmente obbedienti ai nostri ordini da accorrere appena noi lo vogliamo?Anche le immagini di quelle cose che non esistono?Ma quale figura c'è, tanto giammai veduta, tanto inesistente, che l'anima non possa costruirsi con la fantasia, di modo che noi possiamo rappresentarci dentro di noi cose che non abbiamo mai visto, città collocate in una data posizione, sembianze di uomini? Quando, dunque, penso alle mura di Babilonia o al volto di Omero, è forse una loro immagine che viene a colpirmi?In tal caso, tutto ciò che vogliamo può esserci noto, poiché non c'è niente a cui non possiamo pensare; nessuna immagine, dunque, s'insinua dal di fuori nelle anime dei dormienti, né, in generale, si distacca dai corpi solidi; e io non ho avuto notizia di alcuno che con maggiore autorità dicesse cose senza senso.Alle anime appartiene il potere e la caratteristica di essere sempre attive e vigilanti, non per un impulso esterno, ma per il proprio movimento straordinariamente veloce.Quando le anime hanno al loro servizio le membra, il corpo, i sensi, vedono, pensano, percepiscono tutto con più nitidezza. Quando questi ausilii vengono meno e l'anima rimane sola per il sopore del corpo, rimane da sola in stato di attività.Perciò in essa si presentano visioni e azioni, e all'anima sembra di ascoltare molte cose, di dirne molte.Queste numerose impressioni, confuse e modificate in ogni maniera, si agitano nell'anima indebolita e abbandonata a se stessa; e quelli che soprattutto si muovono e agiscono nelle anime sono i resti di ciò che abbiamo pensato o fatto quando eravamo svegli;per esempio, in quell'epoca io pensavo molto a Mario, ricordando con quale grandezza d'animo, con quale fermezza aveva affrontato la sua grave sventura.Questa, credo, fu la ragione per cui io lo sognai.In un periodo, poi, in cui tu pensavi a me con preoccupazione, ti apparii in un sogno, improvvisamente emerso da un fiume. Nell'anima tua come nella mia, dunque, c'erano tracce di pensieri che avevamo avuto da svegli.Ma nei nostri sogni si aggiunse qualcosa in più: nel mio sogno il tempio fatto edificare da Mario, nel tuo il fatto che il cavallo sul quale io viaggiavo, sommerso insieme a me, riemerse anch'esso all'improvviso. O tu credi che ci sarebbe mai stata anche una sola vecchierella tanto svanita di mente da credere ai sogni, se non capitasse qualche volta che essi, per puro caso, corrispondessero alla realtà?Ad Alessandro sembrò che un serpente parlasse.La cosa può essere completamente falsa, può essere anche vera; ma, anche ammesso che sia vera, non è prodigiosa: Alessandro non sentì parlare il serpente, ma gli parve di sentirlo; e, perché il fatto sembri ancor più straordinario, parlò tenendo in bocca una radice; ma nulla è straordinario per chi sogna!Vorrei sapere, poi, perché ad Alessandro capitò un sogno così chiaro, così sicuro, ma egli stesso non ne ebbe mai in altre circostanze, e non ne ebbero molti di questa sorta le altre persone; a me, certo, tranne quel sogno di Mario, non ne sono capitati altri, che io ricordi.Invano, dunque, ho consumato tante notti, in una vita così lunga!Adesso, per l'interruzione dell'attività forense, ho eliminato le veglie trascorse nel preparare i discorsi e mi sono concesso dei sonnellini pomeridiani, ai quali prima non ero abituato; e, pur dormendo tanto, non sono stato preavvisato da alcun sogno, nonostante tutto quel che è accaduto; quando vedo i magistrati nel foro o il senato nella Curia, allora sì, mi sembra di sognare come non mai.Inoltre (passiamo, secondo la nostra ripartizione, al secondo punto) che cos'è questa compattezza e concordia generale della natura, che, come ho detto, chiamano sympátheia, tale che un uovo debba essere il segno di un tesoro nascosto?I medici comprendono, in base a certi sintomi, l'approssimarsi e l'aggravarsi di una malattia; dicono anche che alcuni tipi di sogni possono fornire certe indicazioni sullo stato di salute, per esempio anche questa, se siamo ben pasciuti o denutriti. Ma un tesoro, un'eredità, un conseguimento d'una carica, una vittoria in battaglia, e molte altre cose di questo genere, da quale affinità naturale sono collegate ai sogni?Si narra che un tale, mentre sognava di congiungersi sessualmente con una donna, emise dei calcoli dalla vescica. Qui vedo la sympátheia: in sogno gli apparve una visione tale che l'evento realmente accaduto fu prodotto da un impulso della natura, non da un'illusione erronea.Ma quale forza naturale fece apparire a Simonide quel sogno dal quale fu sconsigliato di imbarcarsi?O quale connessione con la natura può aver avuto il sogno che, a quanto si tramanda, fece Alcibiade?Egli, poco prima di morire, sognò di essere ravvolto nel mantello della sua amante.Quando il suo cadavere giacque buttato a terra con spregio, insepolto e abbandonato da tutti, l'amante lo ricoprì col suo mantello.Ciò dunque era stato determinato in precedenza e aveva cause naturali, oppure per un mero caso avvennero sia il sogno, sia l'evento?Del resto, le previsioni degli interpreti non indicano anch'esse le varie sottigliezze di costoro anziché il potere e l'interconnessione della natura?Un corridore che si riprometteva di andare alle Olimpiadi sognò di esser trasportato da una quadriga.La mattina dopo, eccolo dall'interprete. Vincerai, gli disse costui; la velocità e l'impeto dei cavalli hanno questo significato. Poi si recò da Antifonte. destinato gli rispose che tu perda; non capisci che nel sogno quattro corridori ti precedevano? Ecco un altro corridore (e di questi sogni e di altri della stessa specie è pieno il libro di Crisippo, pieno quello di Antipatro; ma ritorniamo al nostro corridore): riferì a un interprete che aveva sognato di essere trasformato in un'aquila.E quello: Hai bell'e vinto; ché nessun uccello vola con più impeto di questo.Ma Antifonte: Stupido, non capisci che sei già sconfitto? Quest'uccello, l'aquila, poiché insegue e dà la caccia agli altri uccelli, vola sempre per ultima rispetto a loro. Una matrona che desiderava aver figli, incerta se fosse o no incinta, sognò di aver la natura sigillata.Lo disse a un interprete.Quello rispose che, poiché era sigillata, non aveva potuto concepire.Ma un altro le disse che era incinta, perché non si usa sigillare alcun recipiente vuoto.Che razza d'arte è questa, dell'interprete che con le sue sottigliezze si fa beffe della gente?Gli esempi che ho citato, e gli innumerevoli altri che gli stoici hanno raccolto, dimostrano forse qualche altra cosa se non l'acume di uomini che, in base a una certa analogia, rivolgono la loro interpretazione ora in un senso, ora in un altro?I medici conoscono certi sintomi tratti dalle pulsazioni delle vene e dal respiro del malato, e in base a molti altri indizi prevedono l'andamento della malattia; i navigatori, quando vedono i tòtani guizzare a fior d'acqua o i delfini affrettarsi verso il porto, capiscono che è indizio di burrasca.Questi fatti possono essere spiegati razionalmente ed essere ricondotti a cause naturali; ma quelli che ho citato poco fa non lo possono in alcun modo.Ma l'assidua osservazione, con la registrazione dei fatti, creò l'arte divinatoria: questa è l'ultima difesa che resta da prendere in esame.Ma lo credi davvero? I sogni si possono osservare. In che modo? Ve ne sono innumerevoli varietà.Non si può immaginare niente di così assurdo, incoerente, mostruoso che non possa apparirci in sogno: in che modo queste visioni infinite e sempre nuove si possono ricordare o registrare mediante l'osservazione?Gli astronomi hanno potuto notare i movimenti dei pianeti: nei loro movimenti, infatti, si è scoperta una regolarità di cui prima non si aveva alcuna idea.Ma dimmi un po' quale è l'ordine o la coincidenza dei sogni; in che modo, poi, si possono distinguere i sogni veri dai falsi, poiché gli stessi sogni dànno luogo a risultati diversi per le diverse persone, e nemmeno per la stessa persona l'evento è sempre uguale?Sicché mi sembra stranissimo che, mentre a un bugiardo siamo soliti non credere nemmeno quando dice la verità, codesti fautori dei sogni, se una volta tanto un sogno si è avverato, non neghino fede a quell'unico fra tanti, invece di legittimarne innumerevoli sul fondamento di uno solo. Se, dunque, né la divinità è causa dei sogni, né vi è alcuna connessione fra la natura e i sogni, né la scienza dei sogni si è potuta stabilire mediante l'osservazione, la conclusione è che ai sogni non si deve attribuire assolutamente alcun valore, tanto più che quelli che fanno sogni non sanno prevedere nulla in base a essi, quelli che li interpretano ricorrono a spiegazioni vaghe, non a leggi naturali, e il caso, nel volgere di innumerevoli secoli, ha prodotto in ogni campo più effetti mirabili che nelle visioni dei sogni, e niente è più incerto dell'interpretazione, la quale si può trascinare in varie direzioni, spesso in direzioni addirittura opposte.Si cacci via,e dunque,e anche la divinazione basata sui sogni, al pari delle altre. Ché, per parlare veracemente, la superstizione, diffusa tra gli uomini, ha oppresso gli animi di quasi tutti e ha tratto profitto dalla debolezza umana. L'ho detto nell'opera Della natura degli dèi e ne ho trattato più particolarmente in questa discussione. Ho pensato che avrei arrecato grande giovamento a me stesso e ai miei concittadini se avessi distrutto dalle fondamenta la superstizione.Né, d'altra parte (questo voglio che sia compreso e ben ponderato), con l'eliminare la superstizione si elimina la religione. Innanzi tutto è doveroso per chiunque sia saggio difendere le istituzioni dei nostri antenati mantenendo in vigore i riti e le cerimonie; inoltre, la bellezza dell'universo e la regolarità dei fenomeni celesti ci obbliga a riconoscere che vi è una possente ed eterna natura, e che il genere umano deve alzare a essa lo sguardo con venerazione e ammirarla.Perciò, come bisogna addirittura adoprarsi per diffondere la religione che è connessa con la conoscenza della natura, così bisogna svellere tutte le radici della superstizione.Essa incalza e preme e, dovunque tu ti volga, ti perseguita, sia che tu abbia dato ascolto a un indovino, sia a un detto casuale, sia che abbia compiuto un sacrificio o abbia veduto un uccello, o abbia appena scòrto un caldeo, un arùspice, o abbia visto lampi o udito tuoni, o un luogo sia stato colpito dal fulmine, o sia nato o si sia prodotto qualcosa di simile a un prodigio; qualcuno di questi eventi è inevitabile che spesso accada, cosicché non è mai possibile sostare con animo pacato. Può sembrare che lo scampo da tutti i travagli e le ansie sia il sonno.Ma anche da esso sorgono in gran copia affanni e timori, i quali, di per se stessi, avrebbero minor forza e si potrebbero più facilmente trascurare, se i filosofi non avessero assunto il còmpito di avvocati difensori dei sogni; e non parlo di quei filosofi disprezzati da tutti, ma di quelli particolarmente acuti e capaci di vedere le coerenze e le contraddizioni, di quelli che sono ormai ritenuti perfetti e superiori a tutti. Se alla loro arroganza non avesse fatto fronte Carneade, forse sarebbero ormai considerati gli unici filosofi degni di questo nome. Contro di essi è rivolta quasi tutta questa mia veemente discussione, non perché io li disprezzi più degli altri, ma perché può sembrare che essi difendano le loro idee con più acume e dottrina di tutti.Siccome, d'altra parte, è un principio basilare dell'Accademia non imporre mai alcun proprio giudizio, dare il proprio assenso a quelle tesi che più appaiono vicine alla verità, mettere a confronto le ragioni di ciascuno ed esporre ciò che si può dire contro ciascuna opinione, lasciare agli uditori il loro giudizio libero e illeso senza far pesare in alcun modo su di essi la propria autorità, manterremo questa consuetudine ereditata da Socrate e la metteremo in pratica tra di noi - se a te, fratello mio Quinto, piacerà - il più spesso possibile.Per me, rispose Quinto, nulla può essere più piacevole. E, detto ciò, ci alzammo.