Traduzione De divinatione, Cicerone, Versione di Latino, Libro 02; 04

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 02; parte 04 dell'opera De divinatione di Cicerone

DE DIVINATIONE: TRADUZIONE DEL LIBRO 02; PARTE 04

Ma gli arùspici sono indovini; quando Tiberio Gracco, a causa De divinationes della morte improvvisa di colui che era stramazzato al suolo mentre raccoglieva i voti della centuria che votava per prima, li convocò in senato, essi dissero che il 'rogatore' non si era uniformato alle regole. Innanzi tutto rifletti se non si siano voluti riferire a colui che era stato il rogatore della prima centuria; quello, difatti, era morto, e che ciò costituisse un'irregolarità potevano dirlo senza avere doti divinatorie, per semplice interpretazione delle regole.In secondo luogo, forse dissero così per caso, e il caso non si può mai escludere in fatti di questo genere. E in effetti, che cosa potevano sapere degli arùspici etruschi quanto al modo giusto di erigere la tenda o alle leggi sull'attraversamento del pomerio?In verità, io mi trovo d'accordo con Gaio Marcello piuttosto che con Appio Claudio - entrambi furono miei colleghi come àuguri - e ritengo che il diritto augurale, sebbene all'inizio sia stato costituito in base alla credenza nella divinazione, sia stato poi conservato e rispettato per utilità politica.Ma, su ciò, più a lungo altrove: ora basta.Esaminiamo piuttosto gli augurii stranieri, che non appartengono tanto alla divinazione artificiale, quanto alla superstizione.Gli stranieri, per lo più, badano a tutti gli uccelli, noi a pochissimi; alcuni augurii sono considerati favorevoli da loro, altri dai nostri. Deiòtaro era solito chiedermi notizie sulla nostra dottrina augurale, io sulla loro.Per gli dèi immortali, quante differenze!, fino al punto che alcuni precetti erano addirittura opposti.Ed egli ricorreva agli auspicii sempre: noi, tranne nel periodo in cui abbiamo il diritto di trarre gli auspicii, ricevuto dal popolo, in qual misura vi ricorriamo? I nostri antenati stabilirono che non si procedesse ad alcuna azione di guerra senza aver prima tratto gli auspicii; ma da quanti anni ormai vengono condotte guerre da proconsoli e propretori, che non hanno diritto agli auspicii?Perciò, né prendono gli auspicii prima di attraversare corsi d'acqua, né ricorrono al tripudio.Dov'è andata a finire, dunque, la divinazione tratta dagli uccelli?Dal momento che le guerre sono condotte da chi non ha alcun diritto agli auspicii, sembra che tale divinazione sia stata mantenuta in vigore da chi si occupa del governo civile, soppressa nelle azioni militari.Ché quanto all'auspicio tratto dalle punte delle lance, che è esclusivamente di carattere militare, già Marco Marcello, quello che fu console cinque volte, lo trascurò del tutto: eppure fu ottimo comandante, ottimo àugure.E invero egli diceva che se talvolta voleva portare a compimento una spedizione militare, era solito viaggiare in una lettiga coperta, per non essere impedito dagli auspicii.A questo comportamento somiglia ciò che noi àuguri raccomandiamo, di far togliere dal giogo i giumenti, perché non càpiti un auspicio aggiogato.Che cos'altro è, questo non voler essere avvertiti da Giove, se non fare in modo che un auspicio non possa avvenire o, qualora avvenga, non sia veduto?Quell'altra cosa, poi, è estremamente ridicola: che, secondo te, Deiòtaro non si è pentito di aver dato retta agli auspicii che ricevette al momento di partire per il campo di Pompeo, poiché, tenendo fede alla lealtà e all'amicizia col popolo romano, compì il suo dovere, e considerò più importante l'onore e la gloria che il mantenimento del suo regno e dei suoi possessi. Questo io lo credo senz'altro, ma non ha niente a che vedere con gli auspicii: non fu certo una cornacchia che col suo gracchiare poté insegnargli che faceva bene a battersi per la libertà del popolo romano: era lui che ne era convinto, come dimostrò coi fatti. Gli uccelli predicono eventi sfavorevoli o favorevoli; Deiòtaro, io vedo che ricorse agli auspicii della virtù, la quale vieta di badare alla fortuna, quando si deve tener fede alla parola data.Ché se gli uccelli gli predissero eventi favorevoli, lo ingannarono senza dubbio.Fu sconfitto in battaglia e costretto alla fuga al pari di Pompeo: tempi terribili!Si separò da lui: evento luttuoso! Accolse Cesare nello stesso tempo come nemico e come ospite: quale situazione più umiliante di questa? Cesare, dopo avergli strappato la tetrarchia dei Trocmi per darla a non so quale suo servitorello di Pergamo, dopo avergli tolto l'Armenia datagli dal senato, dopo essere stato da lui accolto con ospitalità suntuosissima, lasciò ridotto in miseria e l'ospite e il re.Ma sto divagando un po' troppo: ritornerò al mio argomento.Se badiamo agli eventi, che si cerca di prevedere in base al volo degli uccelli, gli eventi non furono in alcun modo favorevoli a Deiòtaro; se invece badiamo al compimento del dovere, esso fu suggerito a quel re dalla sua virtù, non dagli auspicii.Lascia da parte, dunque, il lituo di Romolo, che, a quanto dici, non bruciò nemmeno in quel grandissimo incendio; non tener conto della cote di Atto Navio.Nella filosofia non dev'esserci spazio per storielle inventate;un'altra cosa, piuttosto, sarebbe stata compito di un vero filosofo: innanzi tutto indagare la natura di tutta la teoria augurale, poi rintracciarne l'origine, infine vedere se abbia una coerenza interna.Qual è, dunque, la legge di natura che fa volare gli uccelli da ogni parte, di qua e di là, allo scopo di dare dei segni e di vietare talvolta di far qualcosa, di comandarlo talaltra, o col canto o col volo? E perché ad alcuni uccelli è stato dato il potere di fornire un auspicio valido dalla parte sinistra, ad altri da destra?E come, quando, da chi diremo che siano state scoperte queste cose?Gli Etruschi, almeno, considerano come fondatore della loro dottrina quel bimbetto spuntato su dal solco durante un'aratura; noi a chi ci appelleremo? Ad Atto Navio?Ma furono più antichi di vari anni Romolo e Remo, ambedue àuguri, come ci è tramandato. Oppure diremo che queste dottrine sono state scoperte dai pisidii o dai cilici o dai frigi? Ammetteremo dunque che genti prive di civiltà umana siano state autrici di una scienza divina?Ma tutti i re, i popoli, le genti ricorrono agli auspicii.Come se ci fosse qualcosa di tanto diffuso quanto il non capir nulla, o come se anche tu, nel giudicare su qualche problema, ti attenessi all'opinione della moltitudine! Quanti sono quelli che negano che il piacere sia un bene?secondo i più, è addirittura il sommo bene.Dunque il loro gran numero induce gli stoici ad abbandonare la loro dottrina?O, d'altra parte, la moltitudine segue per lo più, nel modo di comportarsi, l'autorità degli stoici?Qual meraviglia, dunque, se a proposito degli auspicii e di ogni genere di divinazione le menti deboli accolgono tutte queste credenze superstiziose e non sono capaci di scorgere la verità? Quale coerenza, poi, basata su accordo e comunanza di idee, c'è fra gli àuguri? Uniformandosi all'usanza della nostra pratica augurale, Ennio disse: Allora tuonò da sinistra nel cielo perfettamente sereno.Ma l'Aiace omerico, lamentandosi con Achille della combattività dei troiani, si esprime press'a poco così: Ad essi Giove diede presagi favorevoli con lampi inviati da destra.Dunque, a noi i segni da sinistra sembrano più propizi, ai greci e ai barbari quelli da destra; beninteso, non ignoro che i presagi favorevoli li chiamiamo talvolta sinistri, anche se vengono da destra; ma certamente i nostri chiamarono sinistro l'auspicio e gli stranieri lo chiamarono destro, perché nella maggior parte dei casi esso sembrava loro migliore. Che grave discordanza!E che dire del fatto che dànno valore a uccelli diversi, a segni diversi, seguono metodi d'osservazione diversi, pronunciano responsi diversi?Non bisognerà ammettere che una parte di queste divergenze derivi da errori, un'altra da superstizione, molte da volontà d'imbrogliare?E a queste superstizioni non hai esitato ad aggiungere anche i presagi tratti da certe frasi pronunciate senza intenzione: Emilia disse a Paolo che Persa era morto, e il padre intese la frase come un presagio; Cecilia disse alla figlia di sua sorella che le cedeva il proprio posto.E poi quelle altre frasi: Fate silenzio e la centuria prerogativa, presagio dei comizi. Questa è proprio un voler essere eloquente e facondo contro se stesso.Se ti metti a fare attenzione a codeste cose, quando potrai aver l'animo tranquillo e sgombro da ansietà, in modo da avere come guida nell'agire non la superstizione, ma la ragione?Ma davvero, se un tale dirà qualcosa appartenente ai suoi affari e a un suo discorso, e una sua parola si potrà adattare per caso a quel che farai o penserai tu, questa coincidenza ti spaventerà o ti incoraggerà? Quando Marco Crasso faceva imbarcare il proprio esercito a Brindisi, un tale che, nel porto, vendeva fichi secchi di Caria provenienti da Cauno, andava gridando: Cauneas! Diciamo pure, se ti fa piacere, che quel tale ammoniva Crasso di guardarsi dal partire, e che Crasso non sarebbe morto se avesse dato retta al presagio involontario.Ma se accettiamo idee di questo genere, dovremo stare attenti a tutte le volte che inciampiamo, che ci si rompe la stringa d'una scarpa, che starnutiamo.Rimangono ancora le sorti e i Caldei, per passare poi ai profeti invasati e ai sogni.Credi dunque che ci si debba soffermare sulle sorti? Che cos'è una sorte? press'a poco lo stesso che giocare alla morra, ai dadi, alle tessere: cose nelle quali vale l'azzardo e il caso, non il ragionamento o la riflessione.Tutta questa faccenda è un'invenzione ingannatrice, allo scopo di far quattrini o di fomentare la superstizione o di trarre in errore la gente.E, come abbiamo fatto a proposito dell'aruspicina, vediamo un po' la tradizione sull'origine delle sorti più famose.Gli annali di Preneste raccontano che Numerio Suffustio, uomo onesto e bennato, ricevé in frequenti sogni, all'ultimo anche minacciosi, l'ordine di spaccare una roccia in una determinata località;atterrito da queste visioni, nonostante che i suoi concittadini lo deridessero, si accinse a fare quel lavoro;dalla roccia infranta caddero giù delle sorti incise in legno di quercia, con segni di scrittura antica.Quel luogo è oggi circondato da un recinto, in segno di venerazione, presso il tempio di Giove bambino, il quale, effigiato ancora lattante, seduto insieme con Giunone in grembo alla dea Fortuna mentre ne ricerca la mammella, è adorato con grande devozione dalle madri.E dicono che in quel medesimo tempo, là dove ora si trova il tempio della Fortuna, fluì miele da un olivo, e gli arùspici dissero che quelle sorti avrebbero goduto grande fama, e per loro ordine col legno di quell'olivo fu fabbricata un'urna, e lì furono riposte le sorti, le quali oggidì vengono estratte, si dice, per ispirazione della dea Fortuna.Che cosa di sicuro può esserci dunque in queste sorti, che per ispirazione della Fortuna, per mano di un bambino vengono mescolate e tratte su?E in che modo codeste sorti furono poste entro quella rupe?Chi tagliò, chi squadrò quel legno di quercia, chi vi incise quelle scritture?Non c'è nulla, rispondono, che la divinità non possa fare. Magari la divinità avesse elargito la saggezza agli stoici, per evitare che prestassero fede a tutto con superstiziosa ansia e infelicità!Ma ormai l'opinione pubblica non dà più credito a questo genere di divinazione: la bellezza e l'antichità del tempio mantiene ancora in vita la fama delle sorti prenestine, e soltanto tra il popolino. Quale magistrato, oggi, o quale uomo di un certo prestigio ricorre a quelle sorti?In tutti gli altri luoghi, poi, l'interesse per le sorti si è raffreddato completamente: ciò appare dal detto di Carneade, riferito da Clitomaco, che non aveva visto in nessun luogo una Fortuna più fortunata di quella di Preneste. Lasciamo perdere, dunque, questa forma di divinazione, (XLII) veniamo alle mostruose immaginazioni dei Caldei; Eudosso, seguace di Platone, superiore a tutti nell'astronomia per concorde giudizio dei più dotti, ritiene, e lo ha scritto, che non bisogna minimamente credere ai Caldei quanto alla predizione e alla determinazione della vita di ciascuno in base ai segni del giorno della nascita.Anche Panezio, l'unico degli stoici che negò fede alle predizioni astrologiche, ricorda Anchialo e Cassandro, i maggiori astronomi suoi contemporanei, i quali, mentre eccellevano in tutte le altre branche dell'astronomia, non vollero servirsi di questo genere di predizioni.Scilace di Alicarnasso, amico intimo di Panezio, astronomo eccellente e capo eminente della sua città, ripudiò tutto questo genere caldàico di predizione.Ma lasciamo da parte gli autori e ricorriamo al ragionamento; codesti difensori delle predizioni natalizie dei Caldei argomentano così: è insita, dicono, nel cerchio delle costellazioni che in greco si chiama zodiaco, una forza di tal natura, che ciascuna parte di quel cerchio influenza e trasforma il cielo in un modo diverso, a seconda delle diverse stelle che si trovano in quelle parti e nelle parti finitime in un dato tempo; e quella forza viene variamente modificata da quelle stelle che son chiamate erranti; e quando le costellazioni sono venute in quella parte dello zodiaco coincidente con la nascita di colui che viene alla luce, oppure in una che abbia qualche contiguità o affinità con quella, le figure che allora si formano sono chiamate dagli astrologi triangoli e quadrati.Inoltre, poiché nel corso di un anno e delle varie stagioni avvengono così notevoli rivolgimenti e mutamenti del cielo per l'avvicinarsi e l'allontanarsi delle stelle, e poiché questi fenomeni che vediamo sono causati dall'influsso del sole, gli astrologi ritengono non solo verosimile, ma vero, che, a seconda della composizione dell'aria, i bambini che nascono siano animati e conformati in un certo modo, e che da essa risultino plasmati i caratteri, le qualità morali, l'anima, il corpo, lo svolgersi della vita, i casi e gli eventi di ciascuno.Oh delirio incredibile! (ché non ogni errore può esser chiamato semplicemente stoltezza).E ad essi anche Diogene stoico concede qualcosa, cioè che sappiano predire soltanto quale carattere avrà ciascun singolo nato e a quale attività sarà particolarmente idoneo; nega, invece, che si possa in alcun modo sapere tutto il resto che essi pretendono di determinare: difatti, egli dice, i gemelli hanno costituzione fisica eguale, ma vita e sorte quasi sempre differenti; Procle ed Euristene, entrambi re di Sparta, furono fratelli gemelli; ma non vissero lo stesso numero di anni (Procle morì un anno prima di suo fratello) e Procle fu molto superiore al fratello per la gloria delle imprese compiute.Ma io sostengo che è impossibile sapere anche quelle cose che l'ottimo Diogene concede ai Caldei per una specie di accordo sottobanco. Se la luna, come essi stessi dicono, regola le nascite dei bambini, e i Caldei osservano e prendono nota di quelle costellazioni che influiscono sulle nascite e che appaiono in congiunzione con la luna, allora essi giudicano con l'ingannevolissima sensazione della vista ciò che avrebbero dovuto vedere col ragionamento e con l'intelletto.I calcoli degli astronomi, che costoro avrebbero dovuto conoscere, mostrano quanto sia bassa l'orbita della luna, tanto da sfiorare quasi quella della terra, quanto la luna sia lontana da Mercurio, che è la stella più vicina, e molto più lontana da Venere, e ancora un grande intervallo la separi dal sole, dalla cui luce si ritiene che sia illuminata; gli altri tre intervalli, poi, sono infiniti ed immensi: dal sole a Marte, da Marte a Giove, da Giove a Saturno; e di qui alla volta celeste, che è il limite estremo e ultimo dell'universo. Quale influsso, dunque, vi può essere da una distanza pressoché infinita fino alla luna, o, piuttosto, alla terra?E ancora. Quando dicono - e devono dirlo per forza - che tutte le nascite di tutti coloro che son generati in ogni parte della terra abitata sono identiche, e che necessariamente accadranno le stesse cose a tutti quelli che siano nati sotto la stessa posizione del cielo e degli astri, non rivelano, codesti interpreti del cielo, di non conoscerne neanche la struttura?Poiché quelle circonferenze che dividono, per così dire, il cielo a metà e limitano la nostra visuale (i greci le chiamano horízontes, noi possiamo con tutta esattezza chiamarle limitanti) hanno la massima varietà e sono diverse da un luogo all'altro, ne consegue che la nascita e il tramonto delle costellazioni non può avvenire dappertutto nello stesso tempo. E se per il loro influsso il cielo assume ora una, ora un'altra composizione, come possono quelli che nascono ricevere una medesima impronta, dal momento che tanto grande è la dissimiglianza del cielo?In questa parte del mondo che noi abitiamo la Canicola sorge dopo il solstizio d'estate, anzi parecchi giorni dopo; ma nel paese dei trogloditi, a quanto si legge, sorge prima del solstizio; cosicché, se anche ammettiamo che l'influsso del cielo si esplichi in qualche modo su coloro che nascono in terra, gli astrologi dovrebbero pur riconoscere che coloro che nascono contemporaneamente possono avere caratteri diversi per la dissimiglianza del cielo;ma non hanno alcuna voglia di riconoscerlo: pretendono che tutti i nati nel medesimo tempo, qualunque sia il luogo della loro nascita, siano votati alla stessa -sorte.Ma che follìa è questa, di credere che, mentre si prendono in considerazione i più grandi movimenti e mutamenti del cielo, non importino nulla le differenze tra i venti, le piogge, i climi di ciascun luogo? Perfino in località vicine tra loro tante sono le disparità tra questi fenomeni, che spesso le condizioni meteorologiche a Tuscolo sono diverse da quelle di Roma; i naviganti se ne accorgono più che mai quando, nel doppiare un promontorio, avvertono spesso un grandissimo cambiamento del vento.Perciò, se il clima è così variabile, ora sereno, ora perturbato, si può considerare sano di mente chi non dice che ciò influisca sulle nascite dei bambini (e in verità non vi influisce), ma sostiene poi che eserciti un influsso sulle nascite stesse quel non so che di evanescente, che non può in alcun modo essere oggetto di sensazione, a mala pena anche di attività pensante, cioè la composizione del cielo prodotta dalla luna e dagli altri astri?E il non capire che, ragionando così, si riduce a nulla l'influsso dei semi generativi, che ha un'importanza decisiva nel concepimento e nella procreazione, è forse un errore di poco conto?Chi, infatti, non vede che i figli ritraggono dai genitori la complessione fisica, il carattere, tanti modi di atteggiarsi da fermi e di muoversi? Ciò non accadrebbe se queste caratteristiche non provenissero dall'influsso e dall'efficacia dei generanti, ma dal potere della luna e dalla composizione del cielo.E il fatto che i nati nell'identico istante hanno caratteri e vicende della vita dissimili, è forse una prova di poco conto a favore della tesi che il tempo della nascita non c'entra nulla con lo svolgimento successivo della vita? A meno che, forse, riteniamo che nessuno sia stato concepito e sia nato nello stesso momento di Scipione l'Africano.C'è stato, in effetti, qualcuno da mettergli a confronto?Può esser messo in dubbio, poi, che molti, nati con qualche parte del corpo deforme e anormale, siano stati guariti e riportati alla normalità dalla Natura, che ha corretto se stessa, o dalla chirurgia e dalla medicina? Per esempio, ad alcuni, che avevano la lingua attaccata al palato così da non poter parlare, quell'organo è stato reso libero con un taglio di bisturi. Molti altri eliminarono un difetto di natura mediante la continua applicazione e l'esercizio, come Demetrio Falereo riferisce quanto a Demostene, il quale, non essendo in grado di pronunciare la lettera erre, col continuo esercizio riuscì a pronunciarla perfettamente. Se quei difetti fossero stati prodotti e trasmessi da un influsso astrale, niente li avrebbe potuti correggere.E la differenza dei luoghi non produce differenti tipi umani?Di tali differenze è facile dare esempi, mostrare quanto son diversi nel corpo e nel carattere gli indiani e i persiani, gli etìopi e i siri, a tal punto che le varietà e le dissimiglianze sono addirittura incredibili.Da ciò si comprende che, riguardo alle nascite, le diverse località della terra valgono più dei contatti della luna. E quanto a ciò che si dice, che i babilonesi continuarono a osservare e a sperimentare tutti i bambini che via via nascevano per la durata di anni, è una menzogna: se lo avessero fatto davvero per tanto tempo, non avrebbero smesso;non abbiamo, d'altronde, alcun testimone autorevole che ci assicuri che ciò venga fatto o sappia che sia stato fatto in passato.Come vedi, non riferisco le argomentazioni di Carneade, ma quelle di Panezio, il più eminente degli stoici. Io, poi, domando anche se tutti quelli che caddero nella battaglia di Canne erano nati sotto la stessa costellazione: poiché certo ebbero tutti una morte uguale.E quelli che hanno in dote un ingegno e una virtù eccezionali, nascono anche loro sotto la stessa costellazione?Quale istante c'è, in cui non nascono innumerevoli bambini?Eppure nessuno di loro è stato all'altezza di Omero. E se ha importanza sapere sotto quale composizione del cielo e congiunzione delle stelle ciascun essere vivente nasca, bisogna che ciò valga non solo a proposito degli uomini, ma anche delle bestie; si potrebbe dire una cosa più assurda di questa?Lucio Taruzio di Fermo, mio intimo amico, perfetto conoscitore della dottrina caldèa, faceva risalire anche il giorno natalizio della nostra città a quelle feste di Pale, in concomitanza delle quali si dice che essa fu fondata da Romolo, e diceva che Roma era nata mentre la luna si trovava nella costellazione della Libra, e non esitava a cantarne i destini.Oh straordinaria potenza dell'errore!Anche il giorno natalizio d'una città dipendeva dall'influsso delle stelle e della luna?Ammetti pure che, riguardo a un bambino, abbia qualche importanza lo stato del cielo nel quale egli abbia tratto il primo respiro; ma la stessa cosa avrebbe potuto valere anche per i mattoni o per le pietre con cui Roma fu costruita? Ma a che scopo dilungarsi?Ogni giorno simili profezie risultano smentite.Quante cose mi ricordo che furono predette dai caldei a Pompeo, quante a Crasso, quante a Cesare stesso, poc'anzi ucciso,nessuno di loro sarebbe morto se non da vecchio, se non nel suo letto, se non nel pieno splendore della sua gloria. Cosicché mi sembra estremamente strano che vi sia qualcuno che ancora creda a costoro, le cui predizioni egli stesso, ogni giorno, vede che sono confutate dalla realtà e dagli avvenimenti.Rimangono due forme di divinazione, che, a quanto si dice, ci provengono dalla natura, non dall'arte: i vaticinii e i sogni; discutiamone, dissi, Quinto, se ti piace. Rispose Quinto: Certo che mi piace;in effetti io mi sento del tutto d'accordo con quel che hai sostenuto finora e, per esser sincero, quantunque le tue parole abbiano rafforzato la mia opinione, tuttavia anche prima, dentro di me, consideravo troppo superstiziosa la dottrina stoica sulla divinazione;mi seduceva di più quest'altra teoria, quella dei peripatetici: del vecchio Dicearco e di Cratippo che attualmente è nel pieno fiore della sua fama; essi ritengono che vi sia nelle menti degli uomini una sorta di oracolo che faccia presentire il futuro, quando l'anima o è esaltata da una divina follìa o, rilassatasi nel sonno, può muoversi liberamente e senza vincoli corporei.Sarei davvero desideroso di sentire che cosa pensi di queste forme di divinazione e con quali argomenti le confuti.Quando egli ebbe detto ciò, io a mia volta, quasi rifacendomi di nuovo dall'inizio, così presi a dire: Non ignoro, Quinto, che tu hai sempre pensato così: sei stato dubbioso sulle altre forme di divinazione, hai ritenuto vere soltanto queste due, dell'esaltazione profetica e del sogno, che sembrano derivate dalla mente libera dal gravame del corpo. Dirò, dunque, il mio parere anche su questi due generi di divinazione; ma prima cercherò di esaminare il valore dell'argomentazione logica degli stoici e del nostro Cratippo.Hai detto che Crisippo, Diogene stoico e Antipatro argomentano così: Se gli dèi esistono e non fanno sapere in anticipo agli uomini il futuro, o non amano gli uomini, o ignorano ciò che accadrà, o ritengono che non giovi affatto agli uomini sapere il futuro, o stimano indegno della loro maestà preavvertire gli uomini delle cose che avverranno, o nemmeno gli dèi stessi sono in grado di farle sapere.Ma non è vero che non ci amino (sono, infatti, benèfici e amici del genere umano), né è possibile che ignorino ciò che essi stessi hanno stabilito e predisposto, né si può ammettere che non ci giovi sapere il futuro (ché, se lo sapremo, saremo più prudenti), né essi ritengono che ciò non si confaccia alla loro maestà (niente è, difatti, più glorioso che fare il bene), né possono essere incapaci di prevedere il futuro.Dunque, dovremmo concludere, non esistono gli dèi e non ci predìcono il futuro. Ma gli dèi esistono; dunque predìcono.E se dànno indizi del futuro, non è ammissibile che ci precludano ogni mezzo di interpretare tali indizi (ché darebbero gli indizi senza alcun frutto), né, se essi ci forniscono quei mezzi d'interpretazione, è possibile che non vi sia la divinazione: dunque c'è la divinazione. Oh, uomini acuti! Come credono che in poche parole l'affare sia bell'e sbrigato!Per giungere alla loro conclusione, dànno per accettate delle premesse nessuna delle quali vien data loro per buona.Si deve approvare la conclusione di un ragionamento solo se il problema controverso viene risolto partendo da premesse sicure.Guarda un po' come Epicuro, che gli stoici sogliono considerare sciocco e rozzo, ha dimostrato che quello che nella natura chiamiamo il tutto è infinito.Ciò che è finito egli dice ha un'estremità.Chi non è disposto ad ammettere questo? Ciò che ha un'estremità si può vedere da un punto che si trovi al di fuori.Anche questo bisogna ammetterlo. Ma ciò che è il tutto non può essere veduto da un punto che si trovi al di fuori del tutto. Nemmeno questo si può negare.Non avendo, dunque, alcuna estremità, è necessariamente infinito.Vedi come, prendendo le mosse da premesse che tutti ammettono, giunge a dimostrare una cosa di cui si dubitava?Non così procedete voi dialettici; e non solo non partite, per svolgere le vostre argomentazioni, da premesse che tutti concedono, ma presupponete cose che, anche se vi venissero concesse, egualmente non vi farebbero raggiungere la conclusione da voi voluta.Incominciate, difatti, con questo presupposto: Se gli dèi esistono, sono benèfici verso gli uomini.Chi ve lo darà per sicuro?Forse Epicuro, il quale nega che gli dèi abbiano alcuna preoccupazione sia per gli altri, sia per se stessi oppure il nostro Ennio, il quale fa dire a un suo personaggio, mentre la folla degli spettatori dimostra il proprio assenso con grandi applausi: Io ho sempre detto e sempre dirò che esiste la stirpe degli dèi celesti, ma credo che essi non si curino di quel che fa il genere umano.E aggiunge sùbito il motivo di questa sua opinione; ma non è necessario che io reciti il seguito; basta solamente che si capisca che costoro presuppongono come certo ciò che è dubbio e controverso.Segue quest'altro assunto: che gli dèi non ignorano niente, perché tutto è stato stabilito da loro.Ma su questo punto quanta polemica c'è da parte di uomini dottissimi, i quali non ammettono che questa realtà sia stata stabilita dagli dèi!Ma è nel nostro interesse sapere il futuro. C'è un'ampia opera di Dicearco che sostiene che è meglio ignorare il futuro che saperlo.Ancora, gli stoici negano che sia alieno dalla maestà degli dèi: certo, andare a spiare dentro le casupole di tutti noi mortali, per giudicare che cosa sia utile a ciascuno! Né possono essere incapaci di prevedere il futuro.E invece ciò è contestato da quei pensatori che ritengono che il futuro non sia predeterminato con certezza. Vedi, dunque, che i punti dubbi sono dati per certi e per ammessi da tutti?Poi rovesciano l'argomentazione e ragionano così: Dunque, dovremmo concludere, gli dèi non esistono né indicano il futuro: credono che non sia ammissibile altra possibilità.Poi soggiungono: Ma gli dèi esistono; e anche questo non è ammesso da tutti.Dunque predìcono; nemmeno questa è una conseguenza necessaria: potrebbero non darci alcuna predizione e tuttavia esistere. Aggiungono anche che, se inviano segni premonitori, non è possibile che non ci forniscano qualche mezzo per interpretarli.Ma invece anche questo è possibile, che conoscano questi mezzi, ma non li forniscano agli uomini; perché, in effetti, li avrebbero dati agli etruschi più che ai romani?Né, se essi ci forniscono quei mezzi d'interpretazione, è possibile che non esista la divinazione. Ammetti pure che gli dèi ce li forniscano, il che è già assurdo: a che serve, se noi non possiamo comprenderli?Ed ecco il finale: Dunque la divinazione esiste.Sia pure il finale, ma non è il raggiungimento della dimostrazione: ché da false premesse, come abbiamo appreso proprio da loro, non si può giungere alla verità. Tutta l'argomentazione, dunque, giace a terra.Veniamo ora al nostro amico e ottimo uomo, Cratippo.Dice: Se senza occhi non può svolgersi la funzione e il còmpito degli occhi, e tuttavia può accadere talvolta che gli occhi non adempiano bene al loro còmpito, chi anche una volta sola ha usato gli occhi in modo da scorgere le cose come sono in realtà, possiede il senso della vista capace di percepire la realtà.Allo stesso modo, dunque, se, non esistendo la divinazione, non può svolgersi la funzione e il còmpito della divinazione stessa, e tuttavia può accadere talvolta che qualcuno, pur dotato di capacità divinatorie, erri e non veda la realtà, è sufficiente a dimostrare l'esistenza della divinazione che anche una volta sola un fatto sia stato divinato in modo tale da non sembrare che ciò possa in alcun modo attribuirsi al caso.Ma ci sono esempi innumerevoli di questo genere: bisogna dunque ammettere che la divinazione esiste. Arguto e conciso!Ma dopo che per due volte ha enunciato un presupposto arbitrario, per quanto possa aver trovato in noi degli amici disposti a concedergli molto, non è tuttavia assolutamente possibile concedergli ciò che vuole aggiungere nella sua argomentazione.Egli dice, dunque: Se qualche volta gli occhi vedono male, tuttavia, siccome qualche volta hanno visto bene, sono forniti della capacità di vedere; del pari, se uno ha detto anche una volta sola qualcosa di giusto nel divinare, sebbene altre volte si sbagli, dev'essere ritenuto dotato della capacità di divinare.Guarda un po', ti prego, caro Cratippo, quale somiglianza ci sia tra queste due argomentazioni; poiché io non riesco a vederla.Gli occhi, quando vedono giusto, si servono di una sensazione dataci dalla natura; le anime, se qualche volta o nell'esaltazione o nel sogno han visto cose che poi si avverano, hanno avuto dalla loro la fortuna e il caso; a meno che tu non creda che quelli che considerano i sogni nient'altro che sogni, ti concederanno che, se talvolta un sogno si avvera, ciò non sia accaduto fortuitamente.Ma concediamoti pure quei due presupposti (che i dialettici chiamano lemmi con parola greca, ma io preferisco parlar latino); in ogni caso l'aggiunta (che quelli chiamano próslepsis) non ti sarà concessa. L'aggiunta di Cratippo è questa: Vi sono innumerevoli presentimenti non casuali.Io, invece, dico che non ce n'è nemmeno uno: vedi quanto è grande il dissenso; e, una volta che quell'aggiunta non viene concessa, nessuna conclusione si può raggiungere. Ma, secondo lui, sono io uno sfrontato, nel non voler ammettere quell'aggiunta, mentre è tanto evidente. Che cosa è evidente? Che molte predizioni risultano vere, risponde.E che dire allora del fatto che molte di più risultano false?