Traduzione De bello gallico, Cesare, Versione di Latino, Libro 05; 33-58

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 05; paragrafi 33-58 dell'opera De bello gallico di Cesare

DE BELLO GALLICO: TRADUZIONE DEL LIBRO 05; PARAGRAFI 33-58

Allora finalmente Titurio, come chi non aveva previsto nulla prima, trepidava, correva qua e là, organizzava le coorti, tuttavia queste stesse cose timidamente e da sembrare che tutto gli veniva meno; e questo per lo più è solito accadere a quelli che sono costretti a prendere una decisione nel momento cruciale. Ma Cotta,come colui che aveva riflettuto che tutte queste cose potevano capitare durante la marcia e per tale motivo non era stato lideatore della partenza, in nessuna cosa veniva meno alla comune salvezza, assolveva sia i compiti di comandante nel chiamare ed esortare i soldati sia di soldato, nello scontro. Essendo meno facile per la lunghezza della schiera affrontare tutto da parte loro e non potendo provvedere a cosa si dovesse fare in ogni luogo, ordinarono di annunciare di lasciare i carriaggi e di schierarsi in cerchio. Anche se tale decisione in un caso di tal genere non è da biasimare, tuttavia accadde disastrosamente.Infatti e diminuì la speranza per i nostri soldati e rese i nemici più arditi allo scontro, perché ciò sembrava fatto non senza grandissimo timore e disperazione.Inoltre accadde cosa che era necessario accadesse che naturalmente i soldati si allontanassero dalle insegne, e le cose che ognuno considerava più care, si affrettasse a cercare e arraffare dai carriaggi, e tutto fosse pieno di grida e pianto. Ma ai barbari non mancò la determinazione.Infatti i loro capi ordinarono per tutto laccampamento che si dicesse che nessuno sallontanasse dal luogo; che era loro preda ed era loro riservato qualunque cosa i Romani avessero lasciato; infine pensassero che tutto era riposto nella vittoria. Erano sia per valore che per numero pari. I nostri anche se erano abbandonati da guida e sorte, tuttavia riponevano ogni speranza di salvezza nel valore, ed ogni volta che qualche coorte correva avanti, da quella parte un gran numero di nemici cadeva. Capita tale situazione, Ambiorige ordina che si dica di lanciare giavellotti da lontano e di non andare troppo vicino e di ritirarsi in quella parte in cui i Rimani avessero dato lassalto;per la leggerezza delle armi e lesercizio quotidiano nulla poteva nuocere loro; di inseguire di nuovo quando i Romani si ritiravano presso le insegne. Eseguito da loro questo ordine molto scrupolosamente, quando una coorte era uscita dal cerchio ed aveva fatto lattacco, i nemici molto velocemente fuggivano. Intanto era necessario che si scoprisse quella parte e ricevere giavellotti dal lato scoperto. Quando di nuovo avevano cominciato a ritornare in quel luogo, da cui erano usciti erano attorniati sia da quelli che si eran ritirati che da quelli che eran stati vicini; se invece volevano tenere il luogo non era lasciato posto né per il coraggio, né stretti potevano evitare i giavellotti lanciati da una moltitudine così grande. Tuttavia oppressi da tante avversità, ricevute molte perdite, resistevano e passata gran parte del giorno, essendosi combattuto dalla prima luce allora ottava, nulla commettevano che fosse indegno per loro. Allora a Balvenzio, che lanno precedente aveva guidato la prima schiera, uomo forte e di grande prestigio, viene trafitta luna e laltra coscia da un giavellotto; Lucanio dello stesso ordine, combattendo molto energicamente, mentre soccorre il figlio circondato, viene ucciso; il legato Cotta mentre esorta tutte le coorti e gli ordini è ferito da una fionda in pieno volto. Spaventato da queste cose Titurio avendo visto da lontano Ambiorige che esortava i suoi, manda a lui il suo interprete Pompeo per chiedere che risparmi se ed i soldati. Egli chiamato risponde: se volesse parlare con lui, era lecito; sperava si potesse ottenere dalla moltitudine, quello che riguardava la salvezza dei soldati; a lui Titurio non si sarebbe nuociuto per nulla e per tale cosa interponeva la sua parola. Egli parla con Cotta, se sembri opportuno, di uscire dallo scontro e parlare insieme con Ambiorige; sperava di poter impetrare da lui per la salvezza propria e dei soldati. Cotta rifiuta di andare da un nemico che è armato ed insiste su questo. Sabino, comanda ai tribuni dei soldati che al momento aveva attorno a sé ed ai centurioni dei primi ordini di seguirlo ed essendo andato abbastanza vicino ad Ambiorige, comandato a gettare le armi esegue lordine e comanda che gli altri facciano lo stesso. Intanto mentre trattano tra loro delle condizioni e da parte di Ambiorige viene tenuto un discorso piuttosto lungo, a poco a poco circondato viene ucciso. Allora davvero secondo il loro costume gridano vittoria ed alzano un ululato e fatto un assalto contro i nostri scompigliano gli ordini. Lì Cotta viene ucciso mentre combatte con la maggior parte dei soldati.Gli altri si ritirano negli accampamenti, donde erano usciti. Tra questi laquilifero Petrosidio, essendo incalzato da una grande moltitudine di nemici, getta laquila dentro il trinceramento, egli, combattendo molto energicamente davanti agli accampamenti viene abbattuto.Quelli a fatica sostengono lassalto fino a notte; di notte tutti fino allultimo, disperata la salvezza, si uccidono. Pochi sfuggiti dalla mischia per passaggi incerti attraverso le selve giungono dal legato Labieno negli accampamenti invernali e lo informano delle azioni avvenute. Esaltato da questa vittoria, Ambiorige subito con la cavalleria parte verso gli Atuatuci, che erano confinanti del suo regno; non si ferma né di giorno né di notte ed ordina alla fanteria di seguirlo. Illustrata la situazione e sobillati gli Atuatuci, il giorno dopo giunge tra i Nervi ed esorta di non perdere loccasione di liberarsi per sempre e di ripagare i Romani per quegli oltraggi che avevano ricevuto; rivela che eran stati uccisi due ambasciatori e gran parte dellesercito era perduti; non cera alcunché di problema che la legione, che svernava con Cicerone, sorpresa allimprovviso fosse fatta fuori. Dichiara di essere promotore per quella cosa. Facilmente con questo discorso persuade i Nervi. Così inviati immediatamente dei messaggeri a Ceutroni, Grudi, Levaci, Pleumossi, Geudumni, che sono tutti sotto il loro comando, raccolgono le maggiori squadre che possono ed allimprovviso volano agli accampamenti invernali di Cicerone, non essendo ancora stata riferita a lui la notizia circa Titurio. Anche a costui accadde cosa che fu destino che alcuni soldati che per la raccolta della legna e la fortificazione serano allontanati nelle selve, fossero intercettati dallarrivo improvviso dei cavalieri. Circondati questi con un grosso manipolo, Eburoni, Nervi, Atuatuci ed i soci di tutti questi ed i clienti cominciano ad attaccare la legione. I nostri velocemente corrono alle armi, salgono il triceramento. A fatica quel giorno si resiste, perché i nemici ponevano tutta la speranza nella velocità e ottenuta questa vittoria confidavano che sarebbero stati vincitori per sempre. Vengono inviate subito a Cesare lettere da parte di Cicerone, offerti grandi premi, se le avessero portate; bloccate tutte le vie, i messaggeri sono intercettati. Di notte con quel materiale che avevano portato per la fortificazione, vengono alzate addirittura cento venti torri; con incredibile velocità; le cose che sembravano mancare alla fortificazione, sono completate.I nemici il giorno dopo radunate truppe molto maggiori assediano gli accampamenti, riempiono il fossato. Da parte dei nostri si resiste con la stessa tattica del giorno prima.Questa stessa cosa si fa poi negli altri giorni.Nessuna parte del periodo notturno è sospeso per il lavoro; non è data possibilità di riposo né a malati, nè a feriti. Qualsiasi cosa sia necessaria allassedio del giorno successivo, è preparata di notte; molti pali con punte bruciate, si prepara un gran numero di giavellotti murali;le torri son coperte di tavolati, merli e parapetti si intrecciano di graticci.Lo stesso Cicerone, essendo di debolissima salute, neppure si lasciava per il riposo il tempo di notte, cosicché era costretto dalla spontanea folla e frasi dei soldati a salvaguardarsi. Allora i capi e principi dei Nervi, che avevano qualche possibilità di parlare e motivo di amicizia con Cicerone, dicono di voler parlare.Dato il permesso ricordano le stesse cose che Ambiorige aveva trattato con Titurio: che tutta la Gallia era in armi; i Germani avevano passato il Reno; gli accampamenti invernali di Cesare e degli altri erano assediati. Aggiungono anche circa la morte di Sabino; ostentano Ambiorige per far fede.Dicono che sbagliano se sperano alcunché di aiuto da coloro, disperano della propria situazione;tuttavia essi nei confronti di Cicerone e del popolo romano essi erano di questo atteggiamento, di rifiutare nulla se non gli accampamenti invernali e non volevano che tale abitudine diventi tradizione; era possibile per essi grazie a loro allontanarsi incolumi dagli accampamenti invernali e partire per qualunque direzione volessero senza paura. Cicerone a questo rispose solo una cosa:non esser abitudine del popolo romano accettare dal nemico armato alcuna condizione; se volessero desistere dalle armi, usino lui come tramite e mandino ambasciatori da Cesare; sparavano per la sua giustizia di ottenere quello che chiedevano. Delusi da questa speranza i Nervi cingono gli accampamenti invernali con una trincea di 10 piedi ed un fossato di 15 piedi. Avevano imparato queste cose da noi dalla abitudine degli anni precedenti ed ottenuti alcuni prigionieri tra lesercito erano istruiti da loro. Ma a causa di nessuna quantità di utensili di ferro che fosse adatto per questo usa, erano costretti a tagliare le zolle con le spade, a raccogliere la terra con le mani e con i sai.Certamente da quella cosa si potè capire la quantità di gente; infatti completarono in meno di tre ore una fortificazione di 15 mila piedi di perimetro.Negli altri giorni cominciarono a preparare e fare torri secondo laltezza del vallo, falci e testuggini, che gli stessi prigionieri avevano insegnato. Nel settimo giorno di assedio, levatosi un vento fortissimo, cominciarono a gettare con fionde delle ghiande incandescenti di argilla fusa e giavellotti incendiari contro le capanne, che secondo luso gallico erano coperte di paglie.Queste velocemente presero fuoco e per la violenza del vento e si propagarono per tutto il luogo degli accampamenti. I nemici con grande urlo, come per una vittoria già partorita e gustata, cominciarono a spingere le torri e le testuggini e salire con scale sul trinceramento. Ma fu così grande leroismo dei soldati e tale la presenza di spirito, che, mentre da ogni parte erano scottati dalla fiamma ed incalzati da una grandissima gragnola di giavellotti e capivano che tutti i loro carriaggi e tutti i beni bruciavano, non solo nessuno si ritirava dalla trincea per sottrarsi, ma quasi neppure uno guardava indietro e tutti allora combattevano molto aspramente ed energicamente. Questo giorno per i nostri fu di gran lunga il più pesante; ma tuttavia ebbe questo risultato, che in quel giorno il maggior numero di nemici veniva ferito ed ucciso, dal momento che si erano stipati sotto lo stesso trinceramento e gli ultimi non davano la possibilità di ritirata ai primi. Interrotta poi un poco la fiamma e da una postazione spinta una torre e che toccava il trinceramento, i centurioni della terza coorte da quel luogo dove stavano si ritirarono e rimossero tutti i loro, col cenno e con frasi cominciarono a chiamare i nemici se volessero entrare; ma nessuno di loro osò avanzare.Allora furono scompigliati da ogni parte dalle pietre lanciate e la torre fu bruciata. Cerano in quella legione uomini fortissimi, i centurioni che ormai si avvicinavano ai primi ordini, Tito Pullone e Lucio Voreno.Questi avevano tra loro perpetue liti, chi superasse laltro, e tutti gli anni litigavano con grandissima rivalità per il grado. Tra questi Pullone, mentre si combatteva molto aspramente presso le fortificazioni, Perché esiti, disse, Voreno? O quale momento aspetti di provare il tuo valore? Questo giorno giudicherà sulle nostre liti.Avendo detto ciò, avanza fuori dalle fortificazioni ed irrompe là dove la parte dei nemici che sembrò serratissima. Nemmeno Voreno allora si trattiene nel trinceramento, ma temendo il giudizio di tutti, segue. Lasciato uno piccolo spazio, Pullone scaglia un giavellotto contro i nemici e trapassa uno della ressa che correva avanti. Essendo questi colpito e tramortito, i nemici proteggono costui con gli scudi, tutti scagliano su di lui Pullone i giavellotti e non danno possibilità di avanzare.A Pullone viene trapassato lo scudo ed un giavellotto si pianta sul cinturone. Questo colpo sposta la vagina e blocca la mano a lui che tenta di estrarre la spada ed i nemici lo circondano, bloccato. Lo soccorre lavversario Voreno e lo aiuta in difficoltà. Tutta la moltitudine da Pullone si rivolge subito a costui; pensano sia trapassato dal giavellotto. Voreno affronta la situazione con la spada corpo a corpo ed uccisone uno respinge un poco gli altri; mentre incalza troppo ardentemente, inciampato in un luogo più basso cade.A costui a sua volta circondato porta soccorso Pullone ed entrambi incolumi, dopo averne ammazzati parecchi, con grande onore si ritirano dentro le fortificazioni. Così la sorte avvolse entrambi nella lite e nel duello, cosi che uno avversario dellaltro fosse di aiuto e di salvezza e non si potesse decidere, quale sembrasse da preferire allaltro per coraggio. Quanto di giorno in giorno era più pesante e più aspro lassedio e soprattutto, poiché essendo gran parte dei soldati colpita da ferite la cosa era giunta alla pochezza di difensori, tanto più frequenti lettere e messaggeri si mandavano a Cesare.Parte di questi catturata era uccisa con tortura al cospetto dei nostri soldati. Cera allinterno un nervio di nome Perticone, nato da buona famiglia, che dallinizio dellassedio sera rifugiato da Cicerone e gli aveva garantito lealtà.Costui persuade uno schiavo con la speranza della libertà e grandi premi, di portare lettere a Cesare.Egli porta le lettere legate dentro un giavellotto e comportandosi da gallo tra Galli senza nessun sospetto giunse da Cesare. Da lui conosce dei pericoli di Cicerone e della legione. Cesare ricevute le lettere circa alla undicesima ora del giorno subito manda subito un messaggero tra i Bellovaci al questore Crasso, i cui accampamenti invernali erano lontani da lui 25 mila passi; ordina che la legione parta a mezzanotte e arrivi velocemente da lui. Crasso esce col messaggero.Ne manda un altro al legato Fabio, perché porti la legione nei territori degli Atrebati, dove sapeva di dover fare la marcia. Scrive a Labieno, se lo potesse fare per il bene dello stato, di venire con la legione nei territori dei Nervi. Laltra parte dellesercito, poiché era un poco più lontano, non crede di doverla aspettare; raduna dai vicini accampamenti invernali circa quattrocento cavalieri. Circa allora terza informato dalle staffette dellarrivo di Crasso avanza in quel giorno circa20 mila passi. Mette a capo di Samarobriva Crasso e gli affida la legione, perché lì lasciava i carriaggi dellesercito, gli ostaggi delle nazioni, le lettere pubbliche e tutto il vettovagliamento per affrontare linverno. Fabio, fermatosi così non molto, come era stato comandato, gli va incontro con la legione.Labieno, saputa la morte di Sabino e la strage delle coorti, essendo giunte da lui tutte le truppe dei Treviri, temendo che, se avessero fatto una partenza dagli accampamenti invernali simile ad una fuga, non potrebbe sostenere lattacco dei nemici, soprattutto sapendo che quelli si esaltavano per la recente vittoria, rispedisce lettere a Cesare, dicendo)con quanto grande pericolo stesse per trarre la legione dagli accampamenti invernali, gli comunica limpresa tra gli Eburoni, informa che tutte le truppe della fanteria e della cavalleria si erano fermati lontano dai suoi accampamenti tre mila passi. Cesare, approvata la sua decisione, anche se deluso dallidea di tre legioni era ritornato a due, tuttavia poneva lunico aiuto della comune salvezza nella velocità. Viene a marce forzate nei territori dei Nervi. Qui sa dai prigionieri quelle cose che avvengono presso Cicerone e in quanto grave pericolo sia la situazione.Allora persuade uno dei cavalieri galli con grandi premi, che porti una lettera a Cicerone. Manda questa scritta in alfabeto greco, perché, intercettata la nostra lettera, i piani non fossero scoperti dai nemici. Se non potesse giungere, avverte di lanciare un giavellotto con la lettera legata alla correggia dentro le fortificazioni degli accampamenti. Nella lettera scrive che partito con le legioni sarebbe arrivato velocemente; esorta che mantenga lantico valore.Il gallo temendo il pericolo manda la lettera come era stato ordinato. Questa per caso si infisse alla torre e non notata dai nostri per due giorni, al terzo giorno è vista da un soldato, tolta è portata a Cicerone. Egli la legge nellassemblea dei soldati ed una grandissima gioia prende tutti.Allora si vedevano attorno i fumi degli incendi, questo fatto cacciò ogni dubbio dellarrivo delle legioni. I Galli saputa la cosa dagli esploratori lasciano lassedio, si dirigono contro Cesare con tutte le truppe. Queste armate erano circa 60 mila uomini. Cicerone, data la possibilità, dallo stesso Verticone trova il gallo, che prima ricordammo, che porti lettere a Cesare; lo avvisa di fare il viaggio cautamente ed attentamente; scrive nelle lettere che i nemici erano partiti da lui e tutta la moltitudine si volgeva verso di lui Cesare. Portate quelle lettere circa a mezza notte, Cesare informa i suoi e li sprona a combattere con coraggio.Il giorno dopo alla prima luce muove gli accampamenti ed avanzatosi circa quattro mila passi intravede al di là di una valle e di un torrente la moltitudine dei nemici.La situazione era di grande pericolo combattere in luogo sfavorevole con piccole truppe; allora, poiché sapeva Cicerone liberato dallassedio, riteneva che con animo tranquillo bisognasse rallentare per la velocità; si fermò e, fortifica gli accampamenti nella posizione più favorevole che può e anche se questi erano piccoli in sé, appena sette mila uomini, soprattutto senza alcun carriaggio, tuttavia stringe quanto più possibile con le strettezze delle vie, con questo piano di arrivare al massimo disprezzo per i nemici.Intanto mandate vedette in tutte le parti esplora, per quale strada possa attraversare la valle al meglio. In quel giorno fatte piccole scaramucce di cavalleria vicino allacqua, entrambi si tengono al loro posto: i Galli perché aspettavano maggiori truppe, che non erano ancora arrivate, Cesare se per caso per simulazione di paura potesse attirare verso la sua postazione i nemici, per scontarsi in battaglia davanti agli accampamenti al di qua della valle; se non potesse far ciò, pensava di passare la valle ed il torrente col minore pericolo, essendo stati esplorati i passaggi. Alla prima luce la cavalleria dei nemici si avvicina agli accampamenti ed attacca battaglia con i nostri cavalieri. Cesare deliberatamente ordina che i cavalieri cedano e si ritirino negli accampamenti; contemporaneamente da tutte le parti comanda che gli accampamenti siano fortificati con un trinceramento più alto e nelleseguire queste azioni si corresse al massimo possibile qua e là e si agisse con finzione di paura. I nemici invitati da tutte queste cose fanno passare le truppe e schierano lesercito in luogo sfavorevole, ma poiché i nostri si ritirano anche dal trinceramento si avvicinano di più e lanciano armi dentro la fortificazione da ogni parte e mandati araldi attorno comandano che si dica che qualunque gallo o romano volesse passare da loro prima dellora terza, poteva senza pericolo; dopo quel tempo non ci sarebbe stata possibilità. E così disprezzarono i nostri che, essendo state da noi costruite le porte per finta con semplici file di zolle, poiché sembrava che di là non si potesse irrompere, alcuni cominciavano a rompere il trinceramento con le mani, altri a riempire le fosse.Allora Cesare fatta una sortita da tutte le porte e lanciata la cavalleria manda velocemente i nemici in fuga così che nessuno assolutamente resisteva per combattere, e ne uccide un gran numero e tutti li spoglia delle armi. Temendo di inseguirli più a lungo, poiché ceran di mezzo selve e paludi e non vedeva che non si lasciava nessun luogo anche per un piccolo danneggiamento , essendo tutti i suoi incolumi, nello stesso giorno giunge da Cicerone.Si stupisce delle torri costruite, delle testuggini e fortificazioni dei nemici; introdotta la legione, si rende conto che ogni dieci soldati solo uno è senza ferita; da tutte queste cose comprende con quanto grande pericolo e quanto grande eroismo siano state condotte le cose. Elogia Cicerone per il suo merito e la legione; chiama singolarmente i centurioni ed i tribuni dei soldati, il cui coraggio aveva saputo esser stato straordinario su testimonianza di Cicerone. Sulla sorte di Sabino e Cotta viene a sapere meglio dai prigionieri. Il giorno dopo tenuto un discorso presenta limpresa, consola i soldati e li rincuora:il fatto che il danno sia stato ricevuto per la colpa e la leggerezza di un legato, insegna che questo devessere sopportato con animo più sereno, perché per grazia degli dei immortali e per il loro eroismo, espiato il danno, non restava né una lunga gioia per i nemici né un dolore troppo lungo per loro stessi. Intanto viene riferita a Labieno attraverso i Remi con incredibile velocità la notizia delle vittoria di Cesare, che essendo lontano dagli accampamenti di Cicerone circa 60 mila passi e essendo Cesare giunto là dopo la nona ora del giorno, prima della mezzanotte si sentiva alle porte degli accampamenti un grido, col qual grido da parte dei Remi si faceva la segnalazione della vittoria e la congratulazione a Labieno. Essendo questa notizia riferita ai Treviri, Induziomaro, che aveva deciso di assediare il giorno dopo gli accampamenti di Labieno, fugge di notte e riconduce tutte le truppe dai Treviri. Cesare rimanda Fabio con la sua legione negli accampamenti invernali, egli con tre legioni decise di svernare attorno a Samarobriva in tre accampamenti invernali, e poiché i moti della Gallia erano stati così gravi, stabilì di rimanere per tutto linverno presso lesercito. Infatti riferito quel disastro di Sabino, quasi tutte le nazioni della Gallia si consultavano sulla guerra, mandavano messaggeri ed ambascerie in tutte le parti ed esploravano quale altra decisione prendere e da dove si facesse linizio della guerra ed in luoghi deserti tenevano riunioni notturne. E quasi nessun momento di tutto linverno passo senza la preoccupazione di Cesare, che ricevesse qualche notizia su piani o moto della Gallia. Tra questi fu informato dal questore Roscio, che aveva messo a capo della tredicesima legione, che grandi truppe di Galli di quelle nazioni che si chiamano Aremoriche, si erano riunite per assediarlo e non erano distanti dai suoi accampamenti invernali più di otto mila passi, ma che erano partiti, sentita la notizia della vittoria di Cesare, tanto che la partenza sembrava simile ad una fuga. Ma Cesare chiamati a sé i capi di qualunque nazione, terrorizzandone alcune, denunciando di sapere le cose che si facevano, rincuorando altre, mantenne gran parte della Gallia nel dovere. Tuttavia i Senoni, che è una nazione potente tra le prime e di grande prestigio tra i Galli, tentando di uccidere con pubblica decisione Cavarino, che Cesare aveva decretato come re presso di loro, il cui fratello Moritasgo allarrivo di Cesare in Gallia ed i cui antenati avevano mantenuto il potere, avendolo egli subodorato ed essendo fuggito, inseguitolo fino ai confini lo cacciarono dal potere e dalla patria ed inviati ambasciatori a Cesare per scusarsi, avendo egli ordinato che venisse da lui tutto il senato non furono obbedienti allordine.Tanto valse presso uomini barbari che fossero stati trovati alcuni promotori del fare la guerra e portò così grande mutamento di volontà che eccetto gli Edui ed i Remi che Cesare trattò sempre con speciale onore, gli uni per antica e perpetua lealtà verso il popolo romano, altri per recenti impegni della guerra gallica quasi nessuna nazione non fu trovata sospetta per noi. E questo non so se a tal punto ci sia da meravigliarsi sia per parecchi altri motivi, sia soprattutto perché coloro che per valore erano superiori a tutti i popoli, molto pesantemente saddoloravano di aver tanto perduto del loro prestigio, da tollerare i comandi da parte del popolo romano. Ma i Treveri ed Induziomaro non interruppero nessun momento dellinverno dal mandare ambasciatori oltre il Reno, sobillare le nazioni, promettere denaro, dire che, uccisa gran parte del nostro esercito, ne rimaneva una parte molto minore. Ma non potè tuttavia persuadere nessuna nazione dei Germani a passare il Reno, dicendo di aver sperimentato con la guerra di Ariovisto ed il passaggio dei Tenteri, che non avrebbero più tentato la sorte. Deluso anche da questa speranza, Induziomaro nondimeno cominciò a radunare truppe, esercitarle, procurare cavalli dai confinanti, legare a sé gli esuli ed i condannati in tutta la Gallia con grandi premi. E con queste cose ormai si era procurato in Gallia una così grande autorevolezza, che da ogni parte accorrevano ambascerie e chiedevano favore ed amicizia privatamente e pubblicamente a nome dello stato. Quando capì che si veniva spontaneamente da lui, che da una parte Senoni e Carnuti erano istigati dalla consapevolezza del misfatto, che dallaltra Nervi ed Atuatuci preparavano la Guerra ai Romani, che a lui non sarebbero mancati truppe di volontari, se avesse cominciato ad avanzare dai suoi territori, indice un concilio armato. Con tale usanza cè linizio di guerra dei Galli.Da questa legge comune sono obbligati a riunirsi armati tutti i maggiorenni; chi arriva tra gli ultimi, al cospetto della moltitudine, colpito da torture è ucciso. In quel concilio Cingetorige, capo dellaltra fazione, suo genero, che dicemmo prima seguendo la protezione di Cesare non sera allontanato da lui, lo giudica come nemico e ne confisca i beni. Concluse queste cose nel concilio dichiara di esser stato chiamato da Senoni e Carnuti e da parecchie altre nazioni della Gallia; sarebbe giunto qui attraverso i territori dei Remi ed avrebbe saccheggiato i loro campi, e prima di fare ciò, avrebbe espugnato gli accampamenti di Labieno; ordina quel che vuole si faccia. Labieno, tenendosi in accampamenti munitissimi sia dalla natura del luogo che dallimpegno, non temeva nulla circa un pericolo suo e della legione e rifletteva di non lasciare una qualche occasione di concludere bene la cosa. Così saputo da Cingetorige e dai suoi parenti il discorso di Induziomaro, che aveva tenuto nel concilio, manda disposizioni alla nazioni confinanti e fa venire da ogni parte cavalieri; per questi stabilisce il giorno preciso di riunirsi. Intanto quasi quotidianamente Induziomaro con tutta la cavalleria girava sotto i suoi accampamenti, da una parte per conoscere la postazione degli accampamenti, dallaltra per parlare o impaurire. I cavalieri per lo più scagliavano da lontano giavellotti dentro la palizzata. Labieno tratteneva i suoi dentro le fortificazioni ed aumentava lidea di paura con tutte le cose che poteva. Mentre Induziomaro si avvicinava giorno per giorno con maggiore disprezzo agli accampamenti, Labieno, fatti entrare in una sola notte i cavalieri di tutte le città confinanti, che sera premurato di chiamare, con tanta attenzione trattenne tutti i suoi con vigilanze dentro gli accampamenti, che in nessun modo quella cosa potesse rivelarsi o riferirsi ai Treveri. Intanto secondo la quotidiana abitudine Induziomaro si avvicina agli accampamenti e qui passa gran parte del giorno; i cavalieri lanciano giavellotti e con grande insolenza di parole sfida i nostri al combattimento. Non essendo data nessuna risposta dai nostri, quando parve bene, verso sera se ne vanno sparpagliati e divisi.Subito Labieno da due porte fa uscire tutta la cavalleria, ordina ed ingiunge, terrorizzati i nemici e messili in fuga cosa che vedeva sarebbe capitata come avvenne di cercare tutti il solo Induziomaro e nessuno ferisse qualcun altro prima di vederlo ammazzato, perché non voleva che col ritardo degli altri lui fuggisse colto il momento; promette a quelli che lavessero ucciso grandi premi; manda coorti in aiuto ai cavalieri.La dea Fortuna approva il piano delluomo, e cercando tutti uno solo, catturato sullo stesso guado del fiume, Induziomaro viene fatto fuori e la sua testa viene portata negli accampamenti.Ritornando i cavalieri inseguono quelli che possono e li uccidono. Saputa questa cosa, tutte le truppe di Eburoni e Nervi, che si erano radunate, si allontanano, poco dopo tale fatto Cesare ebbe una Gallia più quieta.