Traduzione De bello gallico, Cesare, Versione di Latino, Libro 01; 34-54

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 01; paragrafi 34-54 dell'opera De bello gallico di Giulio Cesare

DE BELLO GALLICO: TRADUZIONE DEL LIBRO 01; PARAGRAFI 34-54

Perciò gli piacque di mandare ambasciatori da Ariovisto, che gli chiedessero di scegliere un qualche luogo in mezzo ad entrambi per un colloquio: che egli voleva trattare con lui sullo stato e su importantissimi affari di entrambi. A quella ambasceria Ariovisto rispose: che se avesse bisogno di Cesare, egli sarebbe andato da lui; se lui voleva qualcosa, bisognava che lui venisse alla sua presenza. Inoltre egli non osava venire senza esercito in quelle parti della Gallia che Cesare possedeva, e non poteva concentrare in un solo luogo lesercito senza una grande carovana e sforzo. Gli sembrava poi strano che interesse ci fosse per Cesare o insomma per il popolo romano nella sua Gallia che aveva vinto con la guerra. Riportate queste risposte a Cesare di nuovo manda alui degli ambasciatori con queste istruzioni: poiché era stato trattato con così grande benevolenza sua e del popolo romano, essendo stato nominato dal senato durante il suo consolato re ed amico, restituiva a lui ed al popolo romano questo favore che invitato rifiutava di venire a colloquio e non pensava dover parlare ed approfondire su un argomento comune, erano queste le cose che da lui richiedeva: primo, di non far passare oltre il Reno il Gallia più nessuna folla di persone; secondo, di restituire gli ostaggi che aveva dagli Edui e di permettere ai Sequani che fosse loro lecito con la sua autorizzazione restituire quelli che loro avevano; di non provocare con loltraggio gli Edui e non dichiarare ed esse ed ai loro soci guerra. Se così si fosse comportato, con lui ci sarebbe stata riconoscenza ed amicizia perpetua per lui Cesare e per il popolo romano; se non lotteneva, egli in persona, poiché sotto il consolato di Messala e Pisone il senato aveva stabilito che chiunque governasse la Gallia, potesse agire per il bene del popolo romano, difendesse gli Edui e gli altri amici del popolo romano, egli non avrebbe trascurato gli oltraggi degli Edui. A queste cose Ariovisto rispose: che era diritto di guerra, che quelli che avevano vinto comandassero su quelli che avevano vinto, come volessero; ugualmente il popolo romano era solito comandare ai vinti non secondo la decisione di un altro, ma secondo il proprio arbitrio. Se egli non prescriveva al popolo romano come servirsi del proprio diritto, non bisognava che lui fosse ostacolato nel suo diritto dal popolo romano. Gli Edui, poiché avevano tentato la sorte della guerra ed erano venuti alle armi e sconfitti, erano diventati suoi tributari.Cesare gli faceva un grave oltraggio, che col suo arrivo gli rendeva peggiori le sue entrate. Egli non avrebbe restituito agli Edui gli ostaggi e non avrebbe dichiarato guerra né a loro né ai loro alleati contro giustizia, se fossero rimasti a quello che avevano convenuto, ed ogni anno pagassero il tributo. Se non lavessero fatto, per loro il nome fraterno del popolo romano sarebbe stato molto lontano. Poichè Cesare gli dichiarava che non avrebbe trascurato gli oltraggi degli Edui, nessuno si era misurato con lui senza danno. Volendo, si scontrasse: avrebbe capito cosa potevano in valore i Germani invincibili, molto esercitati nelle armi, che per 14 anni non erano entrati a casa. Nello stesso tempo venivano riferite a Cesare queste missive giungevano ambasciatori sia dagli Edui che dai Treviri: gli Edui a lamentarsi che gli Arudi che da poco erano stati portati in Gallia, devastavano i loro territori; che loro, neppure dopo aver dati gli ostaggi, avevano pototo ottenere la pace di Ariovisto; i Treviri invece riferivano che cento cantoni di Suebi si erano insediati presso le rive del Reno per tentare di passare il Reno; li comandava Nasua e Cimberio, fratelli. Cesare, fortemente turbato da queste cose, pensò che dovesse affrettarsi perché se il nuovo manipolo di Suebi si fosse unito alle vecchie truppe di Ariovisto, meno facilmente si poteva resistere. Così, preparata al più presto che potè il vettovagliamento, a marce forzate di diresse contro Ariovisto. Essendo avanzato per una marcia di tre giorni, gli fu annunciato che Ariovisto con tutte le sue truppe si avviava ad occu pare Besanon, che è la città maggiore dei Sequani, e si era avanzato dai suoi territori per una marcia di tre giorni.Perché ciò non accadesse, Cesare pensava doversi premunire ampiamente.Infatti di tutte quelle cose che erano di utilità per la guerra, in quella città cera grandissima abbondanza e quella era così fortificata dalla configurazione del sito, che offriva grande facilità a condurre una guerra, per il fatto che il fiume Doubs circonda quasi tutta la città tracciato attorno come con un compasso; lo spazio restante, che non è maggiore di mille seicento piedi, dove il fiume cessa, lo occupa un monte di grande altezza, tanto che da entrambe le parti le rive del fiume raggiungono i piedi di quel monte. Un muro costruito attorno rende questo monte un roccaforte e lo congiunge con la città. Qui Cesare si dirige a marce forzate diurne e notturne ed occupata la città li pone una guarnigione. Mentre si ferma pochi giorni presso Besanon per il rifornimento ed il vettovagliamento, dal racconto dei nostri e dalle chiacchiere dei Galli e dei mercanti, che raccontavano che i Germani erano di straordinaria statura fisica, di incredibile valore ed esercizio nelle armi dicevano che spesso incontratisi con loro non avevano potuto sopportare né il volto né lacutezza degli occhi , improvvisamente un così grave terrore prese tutto lesercito, da turbare non poco la mente ed i cuori di tutti.Questo terrore anzitutto cominciò dai tribuni militari e dagli altri capi, che dalla città di Roma seguendo Cesare per amicizia non avevano grande pratica nella realtà militare.Portato uno un motivo, laltro un altro, che diceva essere impellente per partire, chiedeva che fosse permesso col suo assenso di partire; alcuni spinti dalla vergogna, per evitare il sospetto della paura, restavano.Questi non potevano fingere laspetto nè talvolta trattenere le lacrime; nascosti nelle tende o si lamentavano del proprio destino o coi loro famigliari compiangevano il comune rischio. Pubblicamente in tutto laccampamenti si firmavano testamenti.Alle chiacchiere ed al timore di questi a poco a poco anche quelli che nellaccampamento avevano grande famigliarità, soldati, centurioni e quelli che comandavano la cavalleria, erano turbati.Quelli tra loro che volevano esser stimati meno timidi, dicevano di non temere il nemico, la le difficoltà della marcia e la enormità delle selve che si frapponevano tra loro ed Ariovisto, oppure il vettovagliamento, che si potesse portare abbastanza facilmente. Alcuni addirittura riferivano a Cesare che se avesse ordinato di levare laccampamento e partire portare le insegne, i soldati non sarebbero stati obbedienti allordine e per la paura non avrebbero portato le insegne non sarebbero partiti. Essendosi accorto di questo, convocata lassemblea e chiamati i centurioni di tutti gli ordini a quella assemblea, li attaccò violentemente:che anzitutto perché dovevano chiedere oppure pensare o in quale parte o con quale piano fossero guidati.Ariovisto, quando lui era console, aveva richiesto molto ardentemente lamicizia del popolo romano;perché qualcuno pensava che tanto temerariamente si sarebbe allontanato dal suo dovere? Senzaltro egli era persuaso che sapute le sue richieste e valutata lequità delle condizioni quello non avrebbe rifiutato né il suo né il favore del popolo romano.Che se spinto da furore e pazzia avesse dichiarato guerra, cosa temevano in fondo?Oppue perché disperavano del proprio valore e della sua di Cesare accortezza? Il pericolo di quel nemico era accaduto al tempo dei nostri antenati, quando, sconfitti i Cimbri ed i teutoni da parte di Mario sembrava che lesercito avesse meritato non minore lode dello stesso comandante; era accaduto recentemente in Italia durante la rivolta degli schiavi, ma tuttavia li aiutava in qualche modo la pratica e la disciplina, che avevano imparato da noi, e da ciò si poteva giudicare quanto abbia di buono in sé la costanza, per il fatto che quelli che talvolta senza motivo avevano temuto inermi, questi poi li avevano superati anche se armati e vincitori. Infine questi erano gli stessi Germani, coi quali spesso gli Elvezi avevano vinto non solo nei propri, ma anche nei loro territori, e questi gli Elvezi tuttavia non poterono essere pari al nostro esercito. Se la battaglia sfortunata e la fuga dei Galli spaventava qualcuno, questi, se indagavano, potevano scoprire che Ariovisto, essendosi trattenuto per molti mesi negli accampamenti e nelle paludi e non avendo dato la possibilità di sé di attaccarlo, mentre per la lunghezza della guerra i Galli erano spossati, li aveva vinti mentre ormai disperavano della battaglia e dopo averli assaliti allimprovviso più con la tattica e la strategia che con il valore. Quella strategia ebbe spazio contro uomini barbari ed inesperti, ma con essa neppure lui non può sperare che i nostri eserciti si possano prendere.Quelli che attribuiscono il loro timore nella scusa del vettovagliamento e nelle difficoltà della marcia, lo fanno arrogantemente, o perché non hanno fiducia nel dovere del comandante oppure osano dargli istruzioni. Egli ha a cuore questo; Sequani, Leuci, Linoni procurano il frumento ed ormai i cereali sono maturi nei campi; sulla marcia fra breve tempo giudicheranno.Quanto al fatto che si dica che non saranno obbedienti al comando, della cosa non era turbato per nulla;sapeva infatti che a quelli a cui lesercito non fu obbediente al comando, o finita male limpresa la sorte li ha abbandonati o lavidità, scoperto qualche delitto, fu dimostrata. La sua innocenza è stata dimostrata da tutta la vita, la fortuna dalla guerra degli Elvezi. Così lui svelerà quello che avrebbe rivelato ad una data più lontana e la notte seguente alla quarta veglia avrebbe levato laccampamento per capire il prima possibile se presso di loro fosse più forte la vergogna ed il dovere o il timore.Che se poi nessuno lo seguisse, tuttavia lui sarebbe andato con la sola decima legione, di cui non dubitava e per lui sarebbe stata la coorte pretoria. Cesare soprattutto preferiva questa legione e per il valore vi confidava moltissimo. Tenuto questo discorso in modo straordinario tutti i cuori cambiarono e si inserì una grandissima ansia e volontà di far la guerra, e la decima legione per prima lo ringraziò per mezzo dei tribuni militari, e poiché su di lei aveva dato un ottimo giudizio, confermò pure di essere prontissima per far la guerra.Poi le altre legioni coi tribuni militari ed i centurioni dei primi ordini fecero in modo di scusarsi con Cesare per mezzo di loro; loro non avevano mai dubitato né temuto né pensato che sulla strategia di guerra valesse il loro giudizio, ma quello del generale. Accolta la loro scusa e scelto litinerario per mezzo di Diviziaco, perche tra i Galli aveva in lui la massima fiducia, partì alla quarta veglia, come aveva detto, per condurre lesercito in zone aperte con un giro più lungo di cinquanta miglia.Al settimo giorno, non interrompendo la marcia, fu informato dagli esploratori che le truppe di Ariovisto distavano dalle nostre venti quattro mila passi. Conosciuto larrivo di Cesare, ariovisto gli manda ambasciatori: quello che aveva prima chiesto circa il colloquio, ciò da parte sua era possibile si facesse, poiché si era avvicinato di più e lui pensava che si potesse fare senza rischio.Cesare non respinse la condizione, e pensava che ormai tornasse a ragionevolezza, offrendo spontaneamente ciò che prima aveva rifiutato e giungeva ad ampia speranza, grazie ai suoi e del popolo romano favori verso di lui, che, sapute le sue richieste, avrebbe desistito dalla arroganza,Fu fissato il giorno per il colloquio, in quinto a partire da quello. Intanto poiché si inviavano da una parte e dallaltra degli ambasciatori, Ariovisto chiese che Cesare non portasse alcun fante al colloquio: temeva di essere circondato con tranelli;ognuno venisse con la cavalleria; con altro patto, lui non sarebbe arrivato.Cesare, perché non voleva che il colloquio fosse annullato per interposto motivo e non osava affidare la sua incolumità alla cavalleria dei Galli, stabilì essere molto conveniente, sottratti tutti i cavalli ai cavalieri galli, mettervi i soldati legionari della decima legione, sui cui contava moltissimo, per avere la guarnigione più fidata, se ci fosse bisogno di qualcosa.Accadendo questo, qualcuno dei soldati della decima legione osservò non senza scherzo che Cesare gli concedeva più di quanto aveva promesso: avendo promesso di considerare la decima legione come coorte pretoria, la promuoveva al cavalierato. La pianura era grande ed in essa cera unaltura abbastanza esteso.Questa postazione distava quasi lo stesso spazio dagli accampamenti di entrambi.Là, come era stato detto, vennero per il colloquio. Cesare fermò la legione, che aveva portato a cavallo, a duecento passi da quellaltura; similmente i cavalieri di Ariovisto si fermarono ad uguale intervallo.Ariovisto chiese che si parlasse a cavallo e conducessero con sé al colloquio dieci cavalieri ciascuno. Come si giunse là, Cesare inizialmente ricordò i favori suoi e del senato verso di lui, che era stato chiamato re dal senato ed amico, che eran stati inviati doni con magnificenza; ricordava che quel fatto era capitato sia a pochi sia si soleva attribuire per grandi servizi di uomini;lui, pur non avendo diritto né giusto motivo di chiederlo, aveva ottenuto quei riconoscimenti per favore e liberalità sua e del senato. Ricordava anche quanti antichi e quanti giusti motivi di amicizia intercorressero tra loro Romani e gli Edui, quali decreti del senato quante volte e quanto onorevoli eran state emanate per loro, tanto che gli Edui in ogni tempo avevano occupato il primato di tutta la Gallia, prima ancora di chiedere la nostra amicizia.Che era questa una tradizione del popolo romano, che gli alleati e gli amici non solo non perdevano nulla del loro, voleva che fossero più grandi di favore, dignità, onore;quello dunque che avevano portato per lamicizia del popolo romano, questo chi poteva permettere fosse loro tolto?Chiese infine le stesse cose, che aveva dato agli ambasciatori nelle istruzioni: di non dichiarare guerra o agli Edui o ai loro alleati, restituire gli ostaggi, se nessuna parte dei Germani poteva rimandare in patria, non permettesse però che alcuni passassero più il Reno. Ariovisto alle richieste di Cesare rispose poco, molto proclamò sui suoi meriti: (che ) lui aveva passato il Reno non spontaneamente, ma pregato e chiamato dai Galli; non senza grande speranza e grandi premi aveva lasciato patria e parenti;aveva sedi in Gallia concesse da loro stessi, ostaggi dati dalla loro volontà; riceveva tributi per diritto di guerra, che i vincitori sono soliti imporre ai vinti.Non lui ai Galli, mai Galli gli avevano dichiarato guerra;tutte le nazioni della Gallia erano venute per assediarlo ed avevano mosso gli accampamenti contro di lui; tutte quelle in un solo scontro eran state da lui sconfitte e vinte.Se volessero tentare di nuovo, lui era di nuovo pronto a scontrarsi; se volessero valersi della pace, era ingiusto rifiutare sul tributo, che a quel tempo avevano pagato di propria volontà. Era necessario che l'amicizia del popolo romano fosse per lui di onore e di difesa, non di danno, lui stesso l'aveva richiesta con questa speranza. Se per mezzo del popolo romano veniva interrotto il tributo e venivano sottratti i tributari, non meno volentieri avrebbe rifiutato l'amicizia del popolo romano di quanto l'aveva richiesta. Che favesse passare una folla di Germani in Gallia, lo faceva per premunirsi, non per combattere la Gallia; di quel fatto era prova che non era venuto se non pregato e che non aveva dichiarato guerra, ma si era difeso.Lui era venuto in Gallia prima del popolo romano.mai prima di quel tempo l'esercito del popolo romano era uscito dai territori della provincia della Gallia. Cosa voleva (Cesare) per sé? Perché era venuto nei suoi possedimenti?Questa Gallia era sua provincia, come l'altra la nostra.Come non bisognava si concedesse a lui, se avesse fatto un assalto nei nostri territori, così noi eravamo ingiusti, perché ci intromettevamo nel suo diritto.Per quanto (Cesare) diceva che gli Edui eran stati chiamati da lui amici, non era tanto barbaro ed inesperto della realtà da non sapere che nella recente guerra degli Allobrogi né gli Edui avevan dato aiuto ai Romani, né che essi in quelle contese che gli Edui hanno avuto con lui e con i Sequani, si eran serviti dell'aiuto del popolo romano.Lui doveva sospettare che Cesare, simulata l'amicizia, il fatto che avesse un esercito in Gallia, l'aveva per abbattere lui (Ariovisto). Che se (Cesare) non partisse e ritirasse l'esercito da quelle regioni, egli non lo considererà per amico, ma per nemico. Che se uccidesse lui (Cesare), avrebbe fatto cosa gradita a molti nobili e capi del popolo romano questo lo aveva scoperto dagli stessi grazie ai loro messi, e con la morte di lui( di Cesare) poteva riscattare il favore e l'amicizia di tutti.Che se fosse partito e gli avesse concesso libero possesso della Gallia, l'avrebbe ripagato con un grande premio e qualunque guerra volesse che si facesse, l'avrebbe compiuta senza nessun suo sforzo e rischio. Molte cose furon dette da Cesare in questo senso, perché non poteva desistere da quel dovere; non era né consuetudine sua né del popolo romano permettere di abbandonare alleati ottimamente benemeriti né poteva ritenere che la Gallia fosse più di Ariovisto che del popolo romano. Gli Arverni ed i Ruteni erano stati vinti in guerra da Fabio Massimo, ed il popolo romano aveva loro perdonato né li aveva ridotti in provincia né aveva imposto il tributo.Che se bisognasse guardare qualsiasi epoca antichissima, il potere del popolo romano era stato giustissimo in Gallia; se si dovesse osservare il giudizio del senato, la Gallia doveva essere libera, e aveva voluto che seppur vinta con una guerra godesse delle sue leggi. Mentre queste cose si discutevano nel colloquio, fu annunciato a Cesare che i cavalieri di Ariovisto venivano più vicino allaltura e cavalcavano verso i nostri, lanciavano pietre e frecce.Cesare pose fine al discorso e si ritirò dai suoi ed ordinò ai suoi di non rilanciare assolutamente arma contro i nemici.Infatti anche se vedeva che uno scontro con la cavalleria sarebbe avvenuto senza rischio della decima legione prescelta, tuttavia riteneva di non attaccare, perché respinti i nemici si potesse dire che essi eran stati da lui circondati in buona fede durante il colloquio. Dopo che fu rivelato alla folla dei soldati quale arroganza usando durante il colloquio, Ariovisto aveva proibito ai Romani tutta la Gallia ed i suoi cavalieri avevan fatto un attacco contro i nostri e quella situazione aveva sciolto il colloquio, molta maggiore ansia e maggiore voglia di combattere si insinuò nellesercito. Due giorni dopo Ariovisto manda ambasciatori da Cesare: che voleva trattare con lui su quegli argomenti che si eran cominciati a trattare fra loro e non seran conclusi;che o di nuovo stabilisse un giorno per il colloquio o se non lo volesse, mandasse da lui qualcuno tra i suoi ambasciatori.A Cesare non parve un motivo di colloquiare e tanto più che il giorno precedente a quello i Germani non avevano potuto trattenersi dal lanciare armi sui nostri. Un ambasciatore tra i suoi, riteneva che lavrebbe con grande rischio e lavrebbe offerto ad uomini feroci.Gli sembrò molto opportuno inviargli Valerio Procillo, figlio di Valerio Caburo, giovane di grandissimo valore e cultura, il cui padre era stato insignito della cittadinanza da Valerio Flacco e per la lealtà e la conoscenza della lingua gallica, che Ariovisto ormai da lunga abitudine usava molto e perché i Germani non avevano motivo di sbagliare con lui, ed inviare insieme M Mezio, che si serviva dellospitalità di Ariovisto. Ad essi ordinò di conoscere quello che dicesse Ariovisto e glielo riferissero. Quando Ariovisto li vide negli accampamenti davanti a sé, presente il suo esercito gridò: Perché venivano da lui?Forse per spiare? Mentre tentavano di parlare, li bloccò e li gettò in catene. Lo stesso giorno fece avanzare gli accampamenti e si stabilì sotto il monte a sei mila passi dagli accampamenti di Cesare.Il giorno seguente a quello trasferì le sue truppe oltre gli accampamenti di Cesare e pose gli accampamenti più avanti di lui a duemila passi con il piano di bloccare Cesare dal frumento e rifornimento, che veniva portato dai Sequani e dagli Edui.Da quel giorno per cinque giorni consecutivi Cesare fece uscire le sue truppe davanti agli accampamenti e tenne lesercito schierato, perché, se Ariovisto volesse scontrarsi in battaglia, non gli mancasse la possibilità. Ariovisto in tutti quei giorni tenne lesercito negli accampamenti, ogni giorno attaccò con scontro di cavalleria. Questo era il genere di battaglia in cui i Germani si erano esercitati: cerano sei mila cavalieri, altrettanti di numero fanti velocissimi e fortissimi, che da tutta la truppa si sceglievano a vicenda per la propria incolumità; con essi si trovavano in scontri, i cavalieri si ritiravano tra questi; questi, se cera qualcosa di troppo pericoloso, accorrevano; se uno, ricevuta una ferita piuttosto grave, era caduto da cavallo, lo attorniavano; se cera da avanzare troppo lontano o ritirarsi troppo velocemente, era tale la loro velocità con lesercizio, che sollevati dalle criniere dei cavalli ne eguagliavano la corsa. Quando Cesare capì che lui si teneva negli accampamenti, scelse un luogo adatto agli accampamenti per non restare bloccato dal vettovagliamento più a lungo, al di là della postazione, nella quale postazione serano insediati i Germani, a circa seicento passi da loro, e schierato lesercito su triplice schiera, venne a quel luogo. Ordinò che la prima e la seconda schiera restassero in armi, che la terza fortificasse gli accampamenti.Questa postazione distava dal nemico, come è stato detto, circa seicento passi.Là Ariovisto inviò circa sedicimila fanti leggeri con tutta la cavalleria, perché quelle truppe terrorizzassero i nostri e bloccassero la fortificazione. Nondimeno Cesare, come aveva deciso prima, ordinò che le due schiere tenessero lontano il nemico, che la terza completasse lopera. Fortificati gli accampamenti, lasciò lì due legioni e parte delle truppe ausiliarie, le restanti quattro legioni li riportò negli accampamenti maggiori. Il giorno seguente, secondo suo sistema, Cesare fece uscire le sue truppe da entrambi gli accampamenti e avanzatosi un poco dagli accampamenti maggiori schierò lesercito e diede ai nemici la possibilità di combattere.Quando capì neppure allora essi uscivano, a mezzogiorno circa, riportò lesercito nellaccampamento.Allora finalmente Ariovisto inviò parte delle sue truppe, che assediasse gli accampamenti minori. Si combattè aspramente da entrambe le parti fino a sera. Al calar del sole Ariovisto, date e ricevute molte perdite, ricondusse le sue truppe negli accampamenti. Cesare interrogando i prigionieri, per quale motivo Ariovisto non si battesse in uno scontro, scopriva questa causa, che presso i Germani cera questa tradizione, che le madri di famiglia dichiarassero con i loro sortilegi e profezie, se fosse di vantaggio che si attaccasse battaglia o no;che esse così dicevano: non essere volontà divina che i Gemani vincessero, se avessero attaccato con uno scontro prima delle luna nuova. Il giorno seguente a quello Cesare lasciò a difesa per entrambi gli accampamenti, quello che sembrò esser sufficiente, schierò tutti gli alari al cospetto dei nemici di fronte agli accampamenti minori, poichè disponeva meno di quantità di soldati legionari in rapporto al numero dei nemici, in modo da usare gli alari per diversivo; in persona schierata la triplice schiera si avvicinò fino agli accampamenti dei nemici. Allora finalmente inevitabilmente i Germani fecero uscire le loro truppe dagli accampamenti e li schierarono per tribù ad uguali intervalli Arudi, Marcomani, Triboli, Mangioni, Nemesi, Sedusi, Suebi -, e circondarono tutta la schiera con vetture e carri, perché non rimanesse alcuna speranza nella fuga. Là vi posero le donne, che piangendo a mani aperte imploravano quelli che partivano per la battaglia, perché non li consegnassero in schiavitù ai Romani. Cesare mise a capo delle singole legioni altrettanti delegati ed un questore, perché ognuno li avesse come testimoni del proprio valore; lui, in persona, dallala destra, perché aveva capito che quella parte dei nemici non era assolutamente salda, attaccò battaglia. I nostri soldati, dato il segnale fecero lattacco così aspramente, ed i nemici corsero avanti così improvvisamente e celermente, che non era concesso lo spazio di lanciare i giavellotti contro i nemici. Lasciati i giavellotti si combattè corpo a corpo con le spade. Ma i Germani velocemente secondo la loro abitudine, fatta una falange, sostennero gli assalti delle spade.Si trovarono parecchi dei nostri, che saltarono sopra la falange e strappavano gli scudi con le mani e ferivano da sopra.Essendo stata sbaragliata e messa in fuga la schiera dei nemici dallala sinistra, dallala destra incalzavano violentemente con una moltitudine dei loro la nostra schiera.Essendosi accorto di ciò P Crasso, il giovane, che era a capo della cavalleria, poiché era più libero di quelli che si trovavano tra la schiera, mandò in aiuto ai nostri che erano in difficoltà la terza scihera. Così si riprese lo scontro e tutti i nemici volsero le spalle e non smisero di fuggire prima che giungessero al fiume Reno a circa cinque mila passi da quel luogo. Qui pochissimi o confidando nelle forze cercarono di passare a nuoto o trovate delle imbarcazioni si trovarono la salvezza.Tra questi vi fu Ariovisto, che raggiunta una barchetta legata presso la riva, fuggì con essa; i nostri inseguendo con la cavalleria uccisero tutti gli altri. Vi furono le due mogli di Ariovisto, una di nazionalità svea, che aveva portato con sé dalla patria, laltra norica, sorella del re Voccione, che aveva portato in Gallia, mandatagli dal fratello: luna e laltra morì in quella fuga; due furono le figlie: una di queste fu uccisa, la seconda catturata. C Valerio Procillo, mentre era trascinato con tre catene dalle guardie in fuga, simbattè nello stesso Cesare che inseguiva i nemici. Certamente tale fatto portò a Cesare non minore piacere della stessa vittoria, perché vedeva restituito a sé il personaggio più stimato della provincia della Gallia, suo amico ed ospite, strappato dalle mani dei nemici né la sorte aveva diminuito nulla con la sua disgrazia di così grande piacere e gioia. Egli diceva che, alla sua presenza, tre volte si era deciso con le sorti se fosse mandato subito al rogo e fosse conservato per unaltra occasione; che era incolume per la fortuna delle sorti. Ugualmente M Mezio fu trovato e ricondotto da lui. Riferita questa battagli al di là del Reno, i Svevi, che erano arrivati alla riva del Reno, cominciarono a ritornare in patria. Appena quelli che abitano vicini sul Reno, li seppero terrorizzati, inseguendoli ne uccisero un gran numero. Cesare in una sola estate, concluse due grandissime guerre, un poco più presto di quanto il periodo dellanno richiedeva, portò lesercito negli accampamenti invernali nei Sequani. Agli accampamenti invernali mise a capo Labieno, lui in persona partì per la Gallia cisalpina per tenere le sessioni giudiziarie.