Traduzione De bello gallico, Cesare, Versione di Latino, Libro 01; 03-33

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 01; paragrafi 03-33 dell'opera De bello gallico di Giulio Cesare

DE BELLO GALLICO: TRADUZIONE DEL LIBRO 01; PARAGRAFI 03-33

Spinti da queste cose e scossi dal prestigio di Orgetorige stabilirono di preparare quelle cose che servissero per partire, di comprare il maggior numero possibile di carri e di giumenti, di fare le maggiori seminagioni possibili, perché la scorta di cereali bastasse durante la marcia, di rafforzare la pace e lamicizia con le popolazioni vicine.Per completare quelle cose ritennero esser loro sufficiente un biennio, stabiliscono per legge la partenza per il terzo anno.Per completare quelle cose è scelto Orgetorige. Egli si assume lambasceria per le popolazioni. In quel viaggio persuade Castico, seguano, figlio di Catamantalede, il cui padre aveva tenuto il potere per molti anni tra i Sequani e dal senato era stato chiamato amico del popolo romano, di prendere nella sua nazione il potere, che prima aveva avuto il padre; così pure persuade leduo Dumnorige, fratello di Diviziaco, che in quel tempo deteneva il primato nella nazione ed era particolarmente gradito al popolo, perché faccia lo stesso e gli dà sua figlia in matrimonio.Assicura loro esser facilissimo da farsi realizzare gli sforzi, per il fatto che egli stava per ottenere il potere della sua nazione: non esserci quindi dubbio, che gli Elvezi potevano il massimo di tutta la Gallia; rassicura che lui con le sue truppe ed il suo esercito avrebbe loro agevolato il potere.Spinti da questo discorso si scambiano tra loro garanzia e giuramento e sperano, occupato il potere, di poter impadronirsi del comando di tutta la Gallia per mezzo di tre potentissimi e sicurissimi popoli. Tale cosa fu rivelata agli Elvezi con una denuncia. Secondo le loro tradizioni costrinsero Orgetorige a difendersi in tribunale in catene; bisognava che se condannato scontasse la pena di essere bruciato col fuoco. Il giorno stabilito della difesa in tribunale Orgetorige da ogni parte raccolse per il processo tutta la sua tribù, circa diecimila persone, e condusse là tutti i clienti ed i suoi debitori, di cui aveva un gran numero; per mezzo di essi si sottrasse per non affrontare il processo. Poiché la nazione colpita da quella situazione tentava di eseguire la propria legge ed i magistrati raccoglievano dalle campagne una moltitudine di persone, Orgetorige morì; e non manca il sospetto, come pensano gli Elvezi, che egli si sia dato la morte. Dopo la sua morte, non di meno, gli Elvezi tentano quello che avevano stabilito di fare per uscire dai loro territori. Quando essi ritennero di essere già pronti per quella impresa, incendiano tutte le loro città, circa dodici, i villaggi, circa cinquecento, i restanti edifici privati, bruciano tutto il frumento, eccetto quello che avevano intenzione di portare con sé, perché, tolta la speranza del ritorno in patria, fossero più pronti ad affrontare tutti i pericoli; comandano che ciascuno porti da casa per sé cibarie macinate per tre mesi. Persuadono i Rauraci, i Tulingi ed i Latobrigi, confinanti, che utilizzando lo stesso piano, bruciate le loro città e villaggi, partano insieme con loro e si associano i Boi, che avevano abitato oltre il Reno ed erano passati nel territorio norico e assediavano la Noria, dopo averli uniti a loro. Cerano in tutto due itinerari, per i quali itinerari potessero uscire dalla patria: uno attraverso i Sequani, stretto e difficile, tra il monte Giura ed il fiume Rodano, dove a stento singoli carri passavano, inoltre sovrastava un monte altissimo, tanto che facilmente in pochissimi potevano bloccare; laltro attraverso la nostra provincia, molto più facile e spedito, per il fatto che tra i territori degli Elvezi e degli Allobrogi, che da poco erano stati pacificati, scorre il Rodano ed esso in alcuni luoghi si passa a guado. Ginevra è lultima città degli Allobrogi e vicinissima ai territori degli Elvezi. Da quella città un ponte arriva agli Elvezi. Pensavano che avrebbero o persuaso gli Allobrogi, che non sembravano ancora di buon animo verso il popolo romano, o li avrebbero costretti con la forza perché permettessero che essi passassero per i loro territori. Fatti tutti i preparativi per la partenza, stabiliscono il giorno, nella quale giornata tutti si raccolgano sul Rodano.Quel giorno era il 28 marzo, sotto il consolato di L Pisone ed A Gabinio. Essendo stato annunciato questo a Cesare, che essi tentavano di fare una marcia attraverso la nostra provincia, si affretta a partire dalla città di Roma ed a marce quanto più possibili, forzate, si dirige verso la Gallia transalpina e giunge a Ginevra. A tutta la provincia ordina il maggior numero possibile di soldati nella Gallia transalpina cera in tutto una sola legione ; comanda che il ponte che cera presso Ginevra fosse tagliato. Quando gli Elvezi furono informati del suo arrivo, gli mandano come ambasciatori i più nobili della nazione, Nammeio e Veruclezio tenevano il ruolo principale di quella ambasceria, perché dicessero che loro avevano in animo di fare una marcia attraverso la provincia senza nessun danno, per il fatto che non avevano nessuna altra strada; chiedevano che col suo permesso fosse lecito fare questo. Cesare, poiché ricordava che il console Cassio era stato ucciso ed il suo esercito sconfitto dagli Elvezi e mandato sotto il giogo, non riteneva si dovesse concedere; neppure giudicava che uomini di animo ostile, concesso il permesso di fare una marcia attraverso la provincia, si sarebbero astenuti dalloltraggio e dal danno. Tuttavia, perché potesse frapporsi un intervallo, fin che i soldati che aveva ordinato si riunissero, rispose agli ambasciatori che avrebbe preso il tempo per decidere; se volessero qualcosa, ritornassero il 13 aprile. Intanto con quella legione, che aveva con sé, e coi soldati che si eran radunati dalla provincia, traccia una muraglia ed un fossato di diciannove mila passi e di sedici piedi di altezza, dal lago Lemanno, che sfocia nel Rodano, al monte Giura, che divide i territori dei Sequani dagli Elvezi. Conclusa quellopera, dispone guarnigioni, fortifica torri perché potesse bloccare più facilmente se tentassero di passare, essendo lui contrario. Quando quella giornata, che aveva stabilito con gli ambasciatori, giunse e gli ambasciatori ritornarono da lui, dice che lui, secondo la tradizione e lesempio del popolo romano, non può concedere ad alcuno il passaggio attraverso la provincia e qualora tentassero la forza, dichiara che lavrebbe proibito. Gli Elvezi delusi da quella speranza, unite delle navi e fatte parecchie zattere, alcuni per i guadi del Rodano, dove la profondità del fiume era minima, talvolta di giorno, più spesso di notte tentando se potessero forzare, respinti dalla fortificazione dellopera e dallaccorrere e dalle armi dei soldati desistettero da tale tentativo. Era rimasta una sola via attraverso i Sequani, attraverso cui non potevano andare per le strettoie,essendo contrari e Sequani. Non potendo persuadere costoro spontaneamente, mandano ambasciatori alleduo Dumnorige, perché, essendo lui intercessore, lottenessero dai Sequani. Dumnorige presso i Sequani poteva moltissimo per il favore e la liberalità ed era amico degli Elvezi, perché da quella popolazione aveva condotto in matrimonio la figlia di Orgetorige e spinto dalla voglia di potere cercava nuovi cambiamenti e voleva avere obbligate alla sua riconoscenza il maggior numero possibile di nazioni. Pertanto prende liniziativa e chiede ai Sequani che permettano che gli Elvezi passino dai loro territori e fa sì che si scambino ostaggi: i Sequani perché non blocchino gli Elvezi nella marcia, gli Elvezi, perché passino senza danno ed oltraggio. A Cesare viene annunciato che gli Elevzi hanno in animo di fare la marcia per il terreno dei Sequani e degli Edui verso i territori dei Santoni, che non distano molto dai territori dei Tolosati, e questa popolazione è nella provincia. Se accadesse ciò, capiva che sarebbe capitato con grande rischio della provincia, che avessero come confinanti uomini bellicosi, avversari del popolo romano, in zone aperte e soprattutto cerealicole. Per tali motivi mette a capo di quella fortificazione, che aveva fatto, il legato T Labieno; egli si dirige a marce forzate in Italia ed arruola lì due legioni e ne richiama dagli accampamenti invernali tre, che svernavano attorno ad Aquileia e, per dove la marcia verso la Gallia transalpina era più vicina attraverso le Alpi, decide di andare con queste cinque legioni. Qui i Neutroni, i Graioceli ed i Caturigi, occupati i luoghi superiori, tentano di bloccare lesercito durante la marcia. Sconfitti costoro con parecchi combattimenti, da Ocelo, che è lestremità della provincia cisalpina, giunge nei territori dei Voconzi della provincia transalpina al settimo giorno; di lì nei territori degli Allobrogi, dagli Allobrogi guida lesercito tra i Segusiavi. Questi sono i primi fuori della provincia al di là del Rodano. Gli Elvezi avevan già fatto passare le loro truppe attraverso le gole ed i territori dei Sequani ed erano giunti nei territori degli Edui e devastavano i loro campi.Gli Edui non potendo difendere se stessi ed i loro beni, mandano ambasciatori da Cesare per chiedere aiuto: essi in ogni tempo avevano così meritato riguardo al popolo romano che i campi non avrebbero dovuto essere devastati quasi al cospetto del nostro esercito, i loro figli essere condotti in schiavitù, le città espugnate.Nello stesso tempo gli Ambarri, parenti e consanguinei degli Edui, informano Cesare che loro, devastati i campi, non facilmente bloccavano la violenza dei nemici dalla città. Ugualmente gli Allobrogi che avevano villaggi e possedimenti oltre il Rodano, in fuga si rifugiano da Cesare e dichiarano che essi non avevano nulla di rimanente al di fuori del suolo del terreno. Spinto da tali fatti Cesare decise di non dover aspettare, fin che, rovinate tutte le ricchezze degli alleati, gli Elvezi giungessero tra i Santoni. LArar è un fiume, che confluisce nel Rodano attraverso il territorio degli Edui e dei Sequani, con incredibile lentezza, così che con gli occhi non si possa giudicare in quale parte scorra. Gli Elvezi, congiunte barchette e zattere, lo attraversavano. Quando attraverso gli esploratori Cesare fu informato che ormai per tre parti gli Elvezi avevan attraversato il fiume, ma che una quarta parte era rimasta al di qua del fiume Arar, alla terza veglia, partito con tre legioni allaccampamento, giunse da quella parte che non aveva ancora passato il fiume. Aggreditili mentre erano impediti e non se laspettavano abbattè gran parte di essi; i restanti si diedero alla fuga e si nascosero nelle selve vicine. Quel cantone si chiamava Figurino; infatti ogni popolazione elvetica è divisa in quattro parti o cantoni. Questo cantone da solo, essendo uscito dalla patria, al tempo dei nostri antenati, aveva ucciso il console Cassio e mandato il suo esercito sotto il giogo. Così sia per caso sia per provvidenza degli dei immortali, quella parte della popolazione elvetica che aveva inflitto una famosa sconfitta al popolo romano, quella per prima pagò il fio.In quel caso Cesare non solo vendicò le offese pubbliche, ma anche le private, perché i Figurini nella stessa battaglia con cui avevano ucciso Cassio, avevano ucciso anche il legato Pisone, avo di suo suocero Pisone. Fatta questa battaglia, per poter inseguire le restanti truppe degli Elvezi, fa costruire un ponte sullArar e così fa passare lesercito.Gli Elvezi, colpito dal suo arrivo improvviso, comprendendo che ciò che essi avevavo fatto molto faticosamente in 20 giorni, per passare il fiume, lui laveva fatto in un giorno solo, gli mandano ambasciatori.Di tale ambasceria fu capo Divisone, che nella guerra Cassiana era stato comandante degli Elvezi. Egli così trattò con Cesare:se il popolo romano facesse pace con gli Elvezi, gli Elvezi sarebbero andati e lì si sarebbero stanziati, in quella parte dove Cesare avesse deciso e avesse voluto che fossero; se invece perseverasse nella guerra, si ricordasse del vecchio inconveniente del popolo romano e dellantico valore degli Elvezi. Che allimprovviso avesse assalito un cantone unico, mentre quelli che avevano attraversato il fiume, non potevano portare il loro aiuto, non lo attribuisse troppo per tale motivo al suo valore o li disprezzasse. Loro così avevano imparato dai loro antenati, di misurarsi più col coraggio che con linganno o appoggiarsi alle trappole. Perciò non permettesse che quel luogo dove si eran fermati non prendesse il nome dalla sconfitta del popolo romano e dalla disfatta dellesercito e ne tramandasse il ricordo. A queste parole Cesare così rispose:per questo gli era dato minor dubbio, perché quei fatti, che gli ambasciatori elvetici avevan ricordato, li sapeva a memoria e tanto più dolorosamente li tollerava, quanto meno erano accaduti per colpa del popolo romano. Se egli fosse stato cosciente di qualche oltraggio, non sarebbe stato difficile guardarsene; ma era srtato sorpreso in questo, che capiva che da parte sua non era stato commesso nulla di cui temere, e non credeva si dovesse aver paura senza motivo. Che se volesse dimenticarsi dellantica offesa, forse poteva togliere il ricordo anche dei recenti oltraggi, che, pur essendo lui contrario avevano tentato il passaggio attraverso la provincia con la violenza, che avevano danneggiato gli Edui, che avevano danneggiato gli Ambarri, che avevano danneggiato gli Allobrogi? Che si gloriassero tanto insolentemente della loro vittoria e che si stupivano che lui tanto a lungo avesse sopportato gli oltraggi, arrivava allo stesso punto. Infatti gli dei immortali erano soliti, perchè più dolorosamente gli uomini si addolorino dei cambiamenti delle cose, che talvolta concedano situazioni più fortunate ed una più lunga impunità a coloro che vogliono vendicare per il loro misfatto. Stando così le cose, tuttavia se da parte loro gli vengano dati ostaggi, tanto da capire che essi faranno quanto promettono, e se diano soddisfazione agli Edui per le offese che hanno recato loro ed agli alleati, e se ugualmente iano soddisfazione agli llobrogi, lui avrebbe fatto la pace con loro.Divicone rispose: che gli Elvezi sono stati educati dai loro antenati tanto da esser abituati a ricevere ostaggi, non a darli; di tale tradizione il popolo romano era testimone.Data questa risposta se ne andò. Il giorno dopo tolgono laccampamento da quel luogo.Lo stesso fa Cesare e manda avanti tutta la cavalleria, in numero circa di quattro mila, che aveva raccolto da tutta la provincia, dagli Edui e dai loro soci, per vedere in quali direzioni i nemici facciano la marcia. Essi avendo inseguito troppo ardentemente la retroguardia su postazione estranea attaccano battaglia con la cavalleria degli Elvezi, e pochi tra i nostri cadono.Inorgogliti da quello scontro, gli Elvezi, poichè con cinquecento cavalieri avevano ricacciano una così grande moltitudine di cavalieri, talvolta cominciarono fermarsi più audacemente e con la retroguardia a provocare i nostri allo scontro.Cesare tratteneva i suo dallo scontro e considerava sufficiente impedire al momento i nemici da rapine e saccheggi.Per circa quindici giorni fecero la marcia così, che tra la retroguardia dei nemici e la nostra avanguardia non intercorresse più di cinque o sei mila passi. Intanto cesare quotidianamente richiedeva agli Edui il frumento che essi pubblicamente avevano promesso. ifatti per i freddi poiché la Gallia, come prima è stato detto, è situata a settentrione non solo i cereali nei campi non erano maturi, ma neppure bastava a sufficienza la grande quantità di foraggio.Inoltre di quel frumento, che aveva trasportato con navi sul fiume Arar, poteva servirsi di meno per il fatto che gli Elvezi avevano sviato la marcia rispetto allArar, ma da essi non voleva allontanarsi. Gli Edui rimandavano di giorno in giorno: dicevano che si raccoglieva, si trasportava, arrivava.Quando capì che si tirava troppo per le lunghe ed era imminente il giorno, giorno in cui bisognava distribuire il frumento ai soldati, convocati i loro capi, e nellaccampamento ne aveva gran quantità, tra questi Diviziaco e Lisco, che presiedeva la massima carica, e che gli Edui chiamano vergobreto, e che viene nominato annualmente ed ha potere sui suoi di vita e di morte, li accusa pesantemente perché, non potendosi né comprare né prendere dai campi, in un momento così urgente, essendo i nemici così vicini non veniva aiutato da loro, soprattutto avendo intrapreso la guerra spinto per gran parte dalle loro preghiere. Si lamenta ancor più fortemente perché è stato ingannato. Allora finalmente Lisco, spinto dal discorso di Cesare, presenta quello che prima aveva taciuto: he ci sono alcuni il cui prestigio presso il popolo vale moltissimo, che privatamente possono più che gli stessi magistrati. Costoro con discorso fazioso e malvagio terrorizzano la folla, che non portino il frumento, che devono: che è meglio, se ormai non possono ottenere il primato della Gallia, tollerare il comando dei Galli che dei Romani; che non devono dubitare che se vincessero gli Elvezi, i Romani avrebbero tolto la libertà agli Edui insieme con la restante Gallia.Dagli stessi erano denunciati ai nemici tutti quei nostri piani che si decidono nellaccampamento; costoro non possono essere bloccati da loro. Anzi perché costretto a dichiarare una cosa importante a Cesare, lui capiva con quanto rischio lo aveva fatto e per tale motivo aveva taciuto fin che aveva potuto. Cesare con questo discorso di Lisco capiva che si designava Dumnorige, fratello di Diviziaco, ma perché non voleva che quelle cose si offrissero a troppi presenti, velocemente congeda lassemblea, trattiene Lisco.Chiede a lui solo quello che aveva detto nella riunione. arla piuttosto liberamente ed audacemente. Le stesse cose le chiede agli altri segretamente; trova che son vere: che era proprio Dumnorige, di audacia estrema, col grande favore presso la plebe per la liberalità, voglioso di fatti nuovi.Per parecchi anni egli aveva appaltato a poco prezzo le dogane e tutte le altre tasse degli Edui, per il fatto che, quando lui faceva lasta, nessuno osava fare una offerta contro. Con questi metodi da una parte aveva aumentato il proprio patrimonio famigliare e dallaltra aveva accumulato grandi disponibilità per fare elargizioni; manteneva un gran numero di cavalleria sempre a sua spesa e la teneva attorno a sé; e non solo in patria, ma anche presso le popolazioni vicine poteva influentemente ed a causa di questa potenza aveva collocato la madre tra i Bituirgi per un personaggio lì mobilissimo e potentissimo, lui stesso aveva una moglie dagli Elvezi, aveva collocato la sorella da parte di madre e le sue parenti per sposarle in altre popolazioni. Favoriva ed assecondava gli Elvezi a causa di quella parentela, odiava pure Cesare ed i Romani per un suo motivo, perché col loro arrivo la sua potenza era diminuita ed il fratello Diviziaco era stato restituito nellantico ruolo di favore e di onore.Se accadesse qualcosa ai Romani, correva nella grande speranza di ottenere il potere per mezzo degli Elvezi; per la supremazia del popolo romano non solo disperava per il potere, ma anche del favore che aveva. Nellindagare Cesare scopriva anche che, per quello scontro equestre sfortunato che era accaduto pochi giorni prima, linizio della fuga era stato fatto da Dumnorige e dai suoi cavalieri infatti Dumnorige era a capo della cavalleria, che gli Edui avevano mandato in aiuto a Cesare; con la loro fuga il rimanente dei cavalieri era stato terrorizzato. Conosciuti questi fatti, poiché a questi sospetti si aggiungevano fatti sicurissimi, cioè che aveva fatto passare gli Elvezi per i territori dei Sequani, che aveva provveduto a scambiarsi tra loro gli ostaggi, che tutte quelle cose non solo le aveva fatte senza il suo di Cesare ordine e della nazione, a anche mentre loro non lo sapevano, riteneva esserci sufficiente motivo perché o in persona Cesare prendesse provvedimenti contro di lui oppure ordinasse alla nazione di prenderne.A tutte queste cose una sola si opponeva, il fatto che aveva conosciuto la somma devozione del fratello Diviziaco verso il popolo romano, il sommo affetto verso di lui, la lealtà straordinaria, la giustizia, la moderazione; infatti temeva che colla sua condanna offendesse lanimo di Diviziaco. Così prima di tentar qualsiasi cosa, comanda che gli sia chiamato Diviziaco ed allontanati gli interpreti quotidiani parla con lui tramite Valerio Troucillo, capo della provincia della Gallia, suo amico, in cui aveva la massima fiducia di tutte le cose; contemporaneamente lo informa di quelle cose che eran state dette su Dumnorige nelassemblea dei Galli, lui presente e rivela quelle cose che separatamente ognuno davanti a lui Cesare aveva detto sul suo conto.Chiede ed esorta senza offesa del suo animo o in persona decida su di lui, fatto un processo, oppure ordini che la nazione decida. Diviziaco con molte lacrime abbracciando Cesare cominciò a scongiurare di non decidere nulla di troppo doloroso contro il fratello: che sapeva che quelle cose eran vere, che nessuno riceveva più dolore di lui da quel fatto, per il fatto che, mentre egli in patria e nella restante Gallia poteva moltissimo per il favore, quello Dumnorige pochissimo per la giovinezza, era cresciuto grazie a lui, servendosi di quelle ricchezze e mezzi non solo per diminuire il prestigio, ma quasi per la sua rovina.Lui però era scosso e per lamore fraterno e per la stima del volgo. Che se gli fosse accaduto qualcosa di troppo doloroso da parte di Cesare, mentre lui teneva quel ruolo di amicizia presso Cesare, nessuno avrebbe creduto non esser capitato per sua volontà. Perciò sarebbe accaduto che gli animi di tutta la Gallia si sarebbero allontanati da lui. Chiedendo queste cose a Cesare piangendo, con molte parole, Cesare prende la sua destra; consolandolo prega di porre fine al pregare; dimostra che presso di sé il suo favore vale tanto che condona loffesa allo stato ed il suo dolore al suo affetto e preghiere. Chiama a sé Dumnorige, si vale del fratello; dichiara quello che rimprovera in lui; espone quello che lui sa, quello che la nazione lamenta; ammonisce di evitare per il tempo restante tutti i sospetti; dice che perdona le cose passate grazie al fratello Diviziaco. Dispone sorveglianti per Dumnorige per poter sapere cosa faccia e con chi parli. Nello stesso giorno informato dagli esploratori che i nemici si erano appostati sotto il monte ad ottomila passi dal suo accampamento, inviò ad esaminare quale fosse la conformazione del monte e quale attorno la via per salire. Si riferì che la salita era facile. Alla terza veglia ordina che il legato Labieno pro pretore salisse sulla sommità del monte con due legioni e con quei capi che avevano ispezionato il passaggio; chiarisce quale sia il suo piano.In persona alla quarta veglia per lo stesso passaggio, attraverso cui eran transitati i nemici, si dirige verso di loro e manda davanti a sé tutta la cavalleria.Conidio, che era considerato espertissimo di tecnica militare ed era stato nellesercito di Silla e poi in quello di M Crass, viene mandato avanti con gli esploratori. Alla aprima luce dellalba, essendo in monte occupato da Labieno, lui in persona distando dallaccampamento dei nemici non più di mille e cinquecento passi, come poi viene a sapere dai prigionieri, o perché il suo arrivo o quello di Conidio era stato scoperto, Conidio, lanciato il cavallo, corre da lui, dice che il monte che avrebbe voluto fosse occupato da Labieno, era tenuto dai nemici: aveva saputo ciò dalle armi galliche e dalle insegne. Cesare porta le sue truppe sul colle vicino, dispone lo schieramento.Labieno, come gli era stato ordinato da Cesare di non attaccare battaglia se non fossero state viste le sue truppe vicino allaccampamento dei nemici, perché da ogni parte in un solo istante si facesse lattacco, occupato il monte, aspettava e si tratteneva dal combattimento.Infine a giorno inoltrato attraverso gli esploratori Cesare seppe e che il monte era tenuto dai suoi e che gli Elvezi avevano levato laccampamento e che Conidio terrorizzato dalla paura, quel che non aveva visto, glielo aveva annunciato per visto. In quel giorno con lintervallo che era solito, segue i nemici e pone laccampamento a tremila passi dal loro accampamento. Il giorno seguente a quello, perché in tutto restavano due giorni, dovendo distribuire il frumento allesercito e perché da Bibratte, città degli Edui di gran lunga la maggiore e la più ricca, non distava più di 18 mila passi, pensando si dovesse pensare allapprovvigionamento devia la marcia rispetto agli Elvezi e vuole arrivare a Bibratte. Quel fatto viene comunicato ai nemici per mezzo dei disertori di Emilio, decurione dei cavalieri dei Galli.Gli Elvezi o perché pensassero che i Roamani terrorizzati dalla paura si scostavano da loro, ancor più perché il giorno prima, pur occupate le postazioni superiori non avevano attaccato battaglia, sia perché confidavano che si potesse bloccare il vettovagliamento, cambiata strategia e fatto dietro front, cominciarono ad inseguire i nostri ed a provocarli dalla retroguardia . Dopo che si accorse di ciò, Cesare conduce le sue truppe sul colle vicino e mandò la cavalleria, che sostenesse lattacco dei nemici. Lui stesso intanto a metà del colle allestì una triplice schiera delle quattro legioni veterane; ordinò che sulla sommità del giogo si schierassero le due legioni, che recentemente aveva arruolato nella Gallia cisalpina, e tutte le truppe ausiliarie, così da riempire sopra di sé tutto il monte di uomini, ordinò che intanto si riunissero i bagagli in un solo posto e che quello fosse controllato da quelli che si eran scierati nella formazione più alta. Gli elvezi seguendo con tutti i loro carri portarono le salmerie in un solo posto; essi con una schiera serratisssima, respinta la nostra cavalleria, fatta una falange, si avvicinarono alla nostra prima schiera. Cesare prima allontanato il suo, poi allontanati dalla vista i cavalli di tutti, perché, eguagliato il rischio, togliesse la speranza di fuga, esortati i suoi, attaccò battaglia. I soldati scagliati i giavellotti dalla postazione più alta facilmente sbaragliarono la falange dei nemici. Spezzata quella, con le spade sguainate mossero loro lattacco.I Galli avevano di grande impedimento per la battaglia, il fatto che essendo stati trafitti parecchi loro scudi dallunico colpo dei giavellotti e legati insieme, e non potevano né strrapparli, né combattere abbastanza agevolmente con la sinistra bloccata, sicchè molti, scosso a lungo il braccio, preferivano lasciar cadere dalla mano gli scudi e compare a corpo scoperto. Finalmente spossati dalle ferite cominciarono sia a ritirare il piede sia, poiché il monte era distante circa mille passi, a ritirarsi là. Preso il monte e incalzando i nostri, i Boi ed i Tulingi, che con circa 25 mila uomini chiudevano la schiera dei nemici ed erano di protezione alla retroguardia, aggredendo i nostri dalla marcia sul fianco aperto li attorniavano e vedendo ciò gli Elvezi, che si erano rifugiati sul monte, di nuovo cominciarono ad incalzare e riprendere il combattimento.I Romani su due fronti portarono contro le insegne: la prima e la seconda fila per resistere ai vinti ed agli sbandati, la terza per affrontare quelli che arrivavano. Così a lungo si combattè con combattimento incerto ed aspramente. Non potendo sostenere a lungo gli attacchi dei nostri, alcuni, come avevano iniziato, si ritirarono sul monte, altri si recarono alle salmerie ed ai loro carri. Infatti in tutto questo scontro, essendosi combattuto dallora settima a sera, nessuno potè vedere il nemico volto in fuga.Si combattè fino anche a notte inoltrata presso le salmerie, per il fatto che avevano posto i carri come una trincea e dalla postazione più alta lanciavano armi contro i nostri che arrivavano ed alcuni tra i carri e le ruote scagliavano matare e targole proiettili e ferivano i nostri. Essendosi combattuto a lungo, i nostri si impadronirono delle salmerie e dellaccampamento. Qui la figli di Orgetorige ed uno dei figli fu catturato.Da quella battaglia sopravvissero circa 130 mila uomini e per tutta quella notte viaggiarono. Per nessuna parte della notte interrotta la marcia, al quarto giorno arrivarono nei territori dei Linoni, mentre sia per le ferite dei soldati, sia per la sepoltura degli uccisi i nostri, fermatisi per tre giorni non avevan potuto inseguirli.Cesare inviò ai Linoni lettere e messaggeri, che non li aiutassero con frumento o altra cosa: se li avessero aiutati, egli li avrebbe considerati allo stesso modo degli Elvezi.Egli passati tre giorni cominciò ad inseguirli con tutte le truppe. Gli Elvezi spinti dalla mancanza di ogni cosa gli mandarono ambasciatori per la resa.Avendolo incontrato durante la marcia ed essendosi prostrati ai piedi parlando supplichevolmente e piangendo avendo chiesto la pace e avendo ordinato che aspettassero il suo arrivo in quel luogo dove allora si trovavano, obbedirono.Dopo che Cesare giunse là richiese ostaggi, armi, gli schiavi che eran fuggiti da loro. Mentre cercano quelle cose e le portano, trascorsa la notte, circa sei mila uomini di quel cantone che si chiama Verbigeno, o spaventati dal terrore che, consegnate le armi, fossero colpiti dal supplizio, o spinti dalla speranza di salvezza perché pensavano che in una così grande folla di arresi La loro fuga o si potesse nascondere o ignorare del tutto, allinizio della notte usciti dallaccampamento degli Elvezi si diressero verso il Reno ed i territori dei Germani. Quando Cesare seppe questo, ordinò a quelli per i cui territori erano passati di scovarli e di consegnarli, se volevano essere da lui giustificati; i riconsegnati li considerò nel novero dei nemici; tutti gli altri, consegnati gli ostaggi, le armi, i disertori, li accettò per la resa. Comandò agli Elvezi, ai Tulingi, ai Latobici di ritornare nei loro territori da cui erano partiti e poiché, perduti tutti i raccolti, in patria non cera nulla con cui sopportare la fame, comandò agli Allobrogi che dessero loro una quantità di frumento;ordino che loro stessi ricostruissero le città ed i villaggi che avevano incendiato. Fece questo soprattutto per tale motivo, perché non volle che quel luogo da cui Gli Elvezi se nerano andati fosse libero, che a causa della fertilità dei terreni i Germani che abitano oltre il Reno passassero dai loro territori nei territori degli Elvezi e diventassero confinanti della provincia della Gallia e degli Allobrogi. Concesse ai Boi, chiedendolo gli Edui, perché erano conosciuti per il loro straordinario valore, che porli nei loro territori; essi diedero loro campi e li accolsero poi a pari condizione di diritto e di libertà di come erano loro stessi. Negli accampamenti degli Elvezi furono trovati dei registri scritti in lettere greche e portati a Cesare, ed in quei registri era stato segnato minutamente quale numero fosse partito dalla patria, chi di essi potesse portare armi e similmente separatamente i ragazzi, gli anziani e le donne.La somma di rutti quei dati era di duecento sessanta tremila persone degli Elvezi, trenta sei mila di Tulingi, tredici mila di Latobrici, venti tre mila di Rauraici, 32 mila di Boi; tra essi quelli che potevano portare armi circa novanta mila. La somma di tutti furono circa trecento sessantotto mila. Di quelli che erano ritornati in patria, tenuto il censimento come Cesare aveva ordinato, si calcolò un numero di cento diecimila. Conclusa la guerra degli Elvezi, i capi di quasi tutta la Gallia vennero da cesare come ambasciatori per congratularsi: essi capivano, anche se per gli antichi oltraggi degli Elvezi contro il popolo romano egli aveva fatto pagare il fio con la guerra, tuttavia quella cosa era accaduta non meno per il vantaggio della terra della Gallia che del popolo romano, per il fatto che gli Elvezi avevano abbandonato le loro case con ricchezze floridissime, per dichiarare guerra a tutta la Gallia, impadronirsi del potere e per scegliere tra tanta possibilità per domicilio il luogo che tra tutta la Gallia avevano giudicato il più vantaggioso ed il più ricco e tenere le altre popolazioni come tributarie. Chiesero che indicesse per loro unassemblea di tutta la Gallia per un giorno stabilito e poteva fare questo secondo il volere di Cesare; che essi avevano alcune cose che per comune assenso volevano chiedergli. Permesso questo, stabilirono il giorno e con giuramento, che nessuno parlasse se non a quelli che avevano il mandato per decisione comune, lo sancirono tra loro. Congedata quella riunione, gli stessi capi delle nazioni, che cerano stati prima, ritornarono da Cesare e chiesero che fosse loro permesso secretamente di parlare con lui della salvezza loro e di tutti in privato.Ottenuto questo, tutti piangendo si buttarono ai piedi di Cesare:che essi insistevano e si preoccupavano perché quello che dicevano non si rivelasse, non meno di quanto chiedessero ciò che volevano, per il fatto che, se si fosse rivelato, vedevano che essi sarebbero incappati in una estrema sofferenza.Per loro parlò leduo Diviziaco: che cerano due partiti di tutta la Gallia: di uno di questi avevano la supremazia gli Edui, dellaltro gli Arverni. Scontrandosi questi tra loro per molti anni sull primato, è accaduto che dagli Arverni e dai Sequani erano stati assoldati i Germani con denaro. Dapprima circa 15 mila di questi avevano attraversato il Reno; dopo che uomini feroci e barbari avevano bramato campi, civiltà e ricchezze dei Galli, ne erano passati di più; ora cera in Gallia un numero di circa cento venti mila. Contro costoro gli Edui ed i loro clienti più e più volte si erano scontrati con le armi;sconfitti avevan subito un grave danno, avevano perso tutta la nobiltà, tutto il senato, tutta la cavalleria. Rovinati da quei combattimenti e disfatte, quelli che per il proprio valore e per lospitalità del popolo romano in Gallia prima avevano potuto moltissimo, eran stati costretti a dare come ostaggi ai Sequani i più nobili della nazione e a legare la nazione con giuramento, che essi non avrebbero richiesto gli ostaggi, né avrebbero implorato laiuto del popolo romano, né si sarebbero sottratti, poiché per sempre erano sotto il loro potere e supremazia. Cera lui solo di tutta la nazione degli Edui, che non si potè obbligare a giurare o a dare i suoi figli come ostaggi. Per tale motivo era fuggito dalla nazione ed era venuto a Roma dal senato a chiedere aiuto, perché lui solo non era tenuto dal giuramento e dagli ostaggi.Ma era accaduto di peggio ai Sequani vincitori che agli Edui vinti, per il fatto che Ariovisto re dei Germani si era insediato nei loro territori ed aveva occupato la terza parte del terreno seguano, che era il migliore di tutta la Gallia ed ora ordinava che i Sequani se ne andassero da unaltra terza parte per il fatto che pochi mesi prima 24 mila uomini Arudi erano giunti da lui, per i quali erano preparati luogo e sede. In pochi anni sarebbe accaduto che tutti verrebbero cacciati dalla Gallia e tutti i Germani avrebbero attraversato il Reno;e non si poteva paragonare il gallico con il terreno germanico, né labitudine di vita si poteva confrontare con quella.Inoltre Ariovisto come aveva vinto una volta le truppe dei Galli, combattimento che era avvenuto presso Magetobriga, comandava superbamente e crudelmente, chiedeva come ostaggi i figli di qualunque nobile e promuove contro di essi tutti gli esempi e le punizioni, se una cosa non sia stata fatta secondo il suo cenno o la sua volontà. Era un personaggio barbaro, iracondo, temerario; i suoi dispotismi non si potevano sopportare a lungo.Se non ci fosse qualcosa di aiuto in Cesare e nel popolo romano, tutti i Galli devon fare la stessa cosa che han fatto gli Elvezi, emigrare dalla patria, cercare un altra dimora, altre sedi, lontane dai Germani e tentare la sorte, qualunque capiti.Se queste cose fossero state riferite ad Ariovisto, non dubitava che per tutti gli ostaggi, che cerano presso di lui, darebbe una dolorosissima punizione.Cesare poteva o col suo prestigio e con la vittoria anche recente dellesercito o con la fama del popolo romano atterrirlo, perché una maggiore moltitudine di Germani attraversasse il reno, e poteva difendere tutta la Gallia dalloltraggio di Ariovisto. Tenutao questo discorso da Diviziaco, tutti quelli che eran presenti con grande pianto cominciarono a chiedere aiuto a Cesare. Capì Cesare che i Sequani da soli fra tutti non facevano nulla di quelle cose che gli altri facevano, ma tristi a capo abbassato guardavano a terra. Stupito chiese loro quale fosse il motivo di quel fatto.I Sequani non rispondevano nulla, ma rimanevano silenziosi nella stessa tristezza. Interrogandoli più volte e non potendo assolutamente far uscire nessuna frase, lo stesso eduo Diviziaco rispose: che per questo la sorte dei sequani era più misera e più grave di quella degli altri, perché da soli neppure in privato non osavano lamentarsi né implorare aiuto e aborrivano la crudeltà di Ariovisto assente come se fosse presente, per il fatto che agli altri almeno era data la possibilità della fuga, ai sequani invece, che avevano accolto Ariovisto allinterno dei loro territori, le cui città erano tutte in suo potere, avrebbero patito tutte le atrocità. Conosciute queste situazioni, Cesare rinfrancò con parole gli animi dei Galli e promise loro che quella situazione gli sarebbe stata a cuore; che egli aveva una grande speranza e che Ariovisto spinto dal suo intervento e prestigio avrebbe posto fine agli oltraggi. E dopo queste molte cose lo convincevano, per cui credeva che quel fatto doveva considerarlo e risolverlo, anzitutto perché vedeva che gli Edui, chiamati molto spesso dal senato fratelli e parenti, erano tenuti in schiavitù ed in sudditanza dei Germani e capiva che i loro ostaggi erano presso Ariovisto ed i Sequani; e questo in un dominio così grande del popolo romano credeva che fosse per lui e per lo stato molto vergognoso.Vedeva come pericoloso per il popolo romano che a poco a poco i Germani si abituavano a passare il Reno e giungeva in Gallia una loro gande moltitudine, e riteneva che uomini feroci e barbari non si sarebbero trattenuti, dopo aver occupata tutta la Gallia, come prima avevano fatto i Cimbri ed i Teutoni, dallo sconfinare nella provincia e di lì dirigersi verso lItalia, dal momento che il Rodano divideva i Sequani dalla nostra provincia; per tali motivi dunque pensava si dovesse intervenire al più presto possibile. Lo stesso Ariovisto poi aveva assunto così gravi animosità, e cì grave arroganza, che no sembrava sopportabile.