Traduzione De bello civili, Cesare, Versione di Latino, Libro 03; 51-60

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 03; paragrafi 51-60 dell'opera De bello civili di Giulio Cesare

DE BELLO CIVILI: TRADUZIONE DEL LIBRO 03; 51-60

51 Frattanto P Silla, che Cesare alla sua partenza aveva messo a capo del campo, informato dei fatti venne in aiuto alla coorte con due legioni; al suo arrivo i Pompeiani furono respinti con facilità. E infatti non ressero alla vista e all'impeto dei nostri e, mentre le prime file furono sbaragliate, gli altri volsero le spalle e abbandonarono la posizione. Ma Silla chiamò indietro i nostri che si erano dati all'inseguimento perché non andassero troppo avanti. Ma i più ritengono che la guerra avrebbe potuto finire proprio in quel giorno, se egli avesse voluto inseguire con più tenacia. Ma la sua decisione non sembra da biasimare. infatti diversi sono i compiti del luogotenente e del comandante supremo: il primo deve agire in tutto e per tutto secondo gli ordini, il secondo deve liberamente decidere in base alla situazione generale. Silla, che era stato lasciato da Cesare nell'accampamento, una volta liberati i suoi, fu contento e non volle venire alle armi, anche se vi era la possibilità di un felice esito dell'azione, e fece ciò per non dare l'impressione di avere assunto le funzioni del comandante supremo. Una circostanza rendeva ai Pompeiani molto difficile la ritirata. Infatti, partiti da una posizione più bassa, si erano fermati sulla cima di un colle: se si fossero ritirati per il pendio, temevano l'inseguimento dei nostri da una posizione più elevata; inoltre non mancava molto al tramonto perché, nella speranza di concludere l'azione, avevano protratto il combattimento quasi fino alla notte. Pertanto Pompeo, decidendo in base alla necessità del momento, occupò una collinetta abbastanza distante dal nostro fortilizio tanto da non potere essere a tiro dei proiettili scagliati dalle macchine da guerra. vi si fermò, fortificò la posizione e vi riunì tutte le milizie. 52 Nel medesimo tempo, inoltre, si combatté in due luoghi; Infatti Pompeo aveva assalito più fortilizi contemporaneamente per dividere le forze in modo da impedire l'invio di soccorsi dai presidi vicini. Nel primo di questi luoghi Volcacio Tullo con tre coorti sostenne l'impeto di una legione e la respinse; nel secondo i Germani, usciti dalle nostre fortificazioni, uccisero parecchi nemici e ritornarono sani e salvi dai loro. 53 E così in un solo giorno furono combattute sei battaglie, tre presso Durazzo, tre presso le fortificazioni; fatto il bilancio di tutti questi combattimenti, ci risultava che le perdite pompeiane erano di circa duemila uomini, fra cui veterani richiamati e parecchi centurioni, fra i quali Valerio Flacco L figlio di colui che aveva ottenuto la pretura in Asia; furono prese sei insegne militari. Non più di venti dei nostri uomini caddero in tutte queste battaglie. Ma nel fortilizio non vi fu nessun soldato che non venisse ferito e quattro centurioni della coorte ottava persero gli occhi. Volendo, inoltre, rendere testimonianza delle fatiche e del pericolo da essi sostenuti, contarono davanti agli occhi di Cesare circa trentamila frecce lanciate contro il fortilizio, inoltre sullo scudo del centurione Sceva, presentato a Cesare, furono trovati centoventi fori. Cesare gli donò, per i suoi meriti verso di lui e verso lo stato, duecentomila denari e pubblicamente lo promosse da centurione di ottavo ordine a centurione di primo ordine (infatti era chiaro che il fortilizio era stato salvato sopra tutto per il suo contributo); poi elargì alla coorte un doppio stipendio e, con grande generosità, frumento, vestiario, cibo e decorazioni militari; 54 Pompeo, accresciute poderosamente di notte le fortificazioni, nei giorni seguenti costruì delle torri e, fatti edificare i baluardi alti quindici piedi, coprì con vinee quella parte dell'accampamento; Cinque giorni dopo, approfittando di un'altra notte nuvolosa, fece ostruire tutte le porte del campo per sbarrare il passaggio e, poco dopo mezzanotte, condusse fuori l'esercito in silenzio e si rifugiò nel campo precedente. 55 Tutti i giorni successivi Cesare fece uscire nella pianura l'esercito in formazione di combattimento, caso mai Pompeo volesse venire a battaglia, e spinse le legioni fin quasi sotto il suo campo: la sua prima fila distava dalle fortificazioni del campo di Pompeo quel tanto da essere fuori dalla portata di proiettili scagliati a mano o con macchine da guerra. Pompeo, a sua volta, per non perdere la propria reputazione e credibilità presso i soldati, schierava l'esercito davanti al campo in modo che la terza fila fosse a ridosso del vallo e tutto l'esercito schierato potesse essere difeso con i proiettili lanciati dal vallo stesso. 56 Una volta ricevute in sottomissione l'Etolia, l'Acarnania e l'Anfilochia, grazie, come abbiamo detto, a Cassio Longino e Calvisio Sabino, Cesare ritenne opportuno attaccare l'Acaia e procedere un poco oltre. E così mandò colà Q Caleno insieme a Salino e Cassio con le loro coorti. Alla notizia del loro arrivo Rutilio Lupo, che era stato mandato da Pompeo a governare l'Acaia, diede ordine di fortificare l'istmo per tenere Fufio lontano dall'Acaia. Caleno ottenne la sottomissione spontanea di Delfi, Tebe e Orcomeno; prese alcune città con la forza, si adoperò, mediante l'invio di ambasciatori, per portare le altre a un accordo con Cesare. Queste attività assorbivano quasi completamente Fufio. 57 Mentre questi fatti accadevano in Acaia e presso Durazzo, si viene a sapere che Scipione era giunto in Macedonia; Cesare, non dimentico del primitivo disegno, gli invia Aulo Clodio, amico comune, che, da lui presentato e raccomandato fin da prima, era considerato uno dei suoi intimi. Gli consegna una lettera e messaggi per Scipione, che così in breve si possono riassumere: egli tutto aveva tentato per la pace, pertanto pensava che, se non si era concluso nulla, era solo per colpa di quelli che egli aveva voluto fossero gli artefici della trattativa, poiché essi avevano timore di recare i suoi messaggi a Pompeo in momento non opportuno. Ma Scipione aveva tanta autorità non solo per esporre liberamente il suo pensiero, ma anche, in larga misura, per fare pressione e correggere chi sbagliava; d'altra parte era a capo di un suo esercito e, oltre all'autorità, aveva anche le forze per fare opera di costrizione. Se avesse fatto ciò, la pace dell'Italia, la quiete delle province, la salvezza della nazione sarebbero state attribuite da tutti a lui solo. Clodio porta a Scipione questa ambasciata e, nei primi giorni viene ascoltato volentieri, almeno sembrava, nei successivi non è più ammesso al colloquio, poiché Scipione era stato rimproverato da Favonio, come poi si seppe a guerra finita; tornò quindi da Cesare senza avere portato a termine l'incarico. 58 Cesare, per immobilizzare più facilmente la cavalleria di Pompeo presso Durazzo e impedirle il foraggiamento, sbarrò con grandi opere di fortificazione i due accessi, che, come abbiamo detto, erano molto stretti e innalzò qui dei fortilizi. Pompeo, dopo alcuni giorni, quando s'accorse che la cavalleria non gli era di alcun vantaggio, la fece di nuovo rientrare con le navi presso di sé all'interno delle fortificazioni. La penuria di foraggio era grandissima, così che nutrivano i cavalli con foglie raccolte dagli alberi e tenere radici di canna pestate; infatti avevano consumato tutto il frumento che era stato seminato entro le fortificazioni; Erano costretti a fare giungere frumento da Corcira e dall'Acarnania con un lungo tragitto per mare, e, poiché la quantità era inferiore al bisogno, erano costretti ad aggiungere orzo e a nutrire i cavalli in questo modo. Ma quando vennero a mancare non solo l'orzo e il foraggio e l'erba tagliata in tutti i campi, ma anche le foglie sugli alberi e i cavalli erano consunti dalla magrezza, Pompeo giudicò di dovere fare un tentativo di sortita. 59 Vi erano presso Cesare, nella sua cavalleria, due fratelli Allobrogi, Roucillo ed Eco, figli di Adbucillo, che per molti anni era stato al comando del suo popolo, uomini di singolare valore, della cui opera, eccellente e valorosissima, Cesare si era servito in tutte le guerre galliche. A costoro in patria, per questi motivi, aveva fatto affidare cariche molto importanti e li aveva, eccezionalmente, fatti eleggere senatori; aveva dato loro in Gallia terreni sottratti ai nemici e grandi premi in denaro, facendoli, da poveri che erano, ricchi. Costoro, per il loro valore, erano non solo stimati da Cesare, ma anche considerati dall'esercito; ma, fiduciosi dell'amicizia di Cesare e trascinati da una stolta arroganza tipica dei barbari, disprezzavano i loro compagni, defraudavano la paga dei cavalieri e sottraevano tutto il bottino per mandarlo a casa. I cavalieri, irritati da questi fatti, andarono tutti insieme da Cesare e si lamentarono pubblicamente dei loro soprusi e in più aggiunsero che da quelli era stato dichiarato un falso numero di cavalieri per appropriarsi indebitamente della loro paga. 60 Cesare, giudicando che quello non era il momento per punizioni, con atto di grande condiscendenza per il loro valore, differì l'intera disputa; li rimproverò privatamente per i guadagni sui cavalieri, ricordando loro che dovevano attendersi ogni bene solo dalla sua amicizia e sperare, come per il passato, in altri suoi favori. Questa vicenda tuttavia recò loro grande offesa e il disprezzo da parte di tutti, e tale disprezzo lo coglievano sia dai rimproveri degli altri sia dal giudizio e rimorso della propria coscienza. Spinti da questa vergogna e credendo forse di non essere assolti, ma di venire risparmiati solo temporaneamente, decisero di allontanarsi da noi e tentare una nuova sorte, sperimentando nuove amicizie. E accordatisi con qualche loro cliente, che osarono mettere a parte di una simile azione delittuosa, dapprima tentarono di uccidere il prefetto di cavalleria C Voluseno, come in seguito, a guerra finita, si venne a sapere, per potere trovare rifugio da Pompeo con qualche benemerenza; quando la cosa apparve troppo difficile e non vi era possibilità di condurla a termine, preso a prestito quanto più denaro poterono, come se volessero dare soddisfazione ai loro compagni e restituire il mal tolto, dopo avere comprato molti cavalli, passarono dalla parte di Pompeo con i complici del loro piano.