Traduzione De bello civili, Cesare, Versione di Latino, Libro 03; 41-50

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 03; paragrafi 41-50 dell'opera De bello civili di Giulio Cesare

DE BELLO CIVILI: TRADUZIONE DEL LIBRO 03; PARAGRAFI 41-50

[41] Cesare, venuto a sapere che Pompeo era ad Asparagio, si diresse qui con l'esercito, ed espugnata lungo il percorso la città dei Partini, dove Pompeo aveva un presidio, il terzo giorno raggiunse Pompeo [in Macedonia] e pose il campo vicino a lui e il giorno dopo, condotte fuori tutte le truppe e schieratele in ordine di battaglia, offrì a Pompeo l'occasione di combattere. Quando comprese che egli se ne stava sulle sue posizioni, ricondotto l'esercito nell'accampamento, pensò di dovere seguire un altro piano. E così il giorno dopo partì alla volta di Durazzo con tutte le milizie, facendo un grande giro lungo un percorso difficile e angusto, con la speranza di potere o ricacciare Pompeo in Durazzo o tagliarlo fuori da quella città, dove egli aveva trasportato tutte le vettovaglie e il materiale necessario per tutta la guerra; E così accadde: Pompeo infatti in un primo momento, ignorando il piano di Cesare e vedendo che era partito in direzione opposta a quella della città, pensava che se ne fosse andato via per mancanza di cibo; informato in seguito da esploratori, il giorno dopo levò il campo con la speranza di andargli incontro per una via più breve. Cesare, sospettando che sarebbe accaduto ciò, esortò i soldati a sopportare di buon animo la fatica e, sospesa la marcia solo per un breve periodo della notte, al mattino giunse a Durazzo, proprio mentre si vedeva da lontano l'avanguardia di Pompeo, e qui pose il campo. [42] Pompeo, tagliato fuori da Durazzo, quando vede fallito il suo primo piano, ne utilizza un secondo e, in una zona elevata, detta Petra, che offre un piccolo accesso alle navi e le protegge da alcuni venti, fortifica il campo in una posizione elevata. Dà ordine che colà si riunisca parte delle navi da guerra e sia portato frumento e vettovaglie dall'Asia e da tutte le regioni in suo potere. Cesare, pensando che la guerra si sarebbe trascinata troppo alle lunghe e disperando di avere rifornimenti dall'Italia, poiché tutte le coste erano sorvegliate con grande diligenza dai Pompeiani e tardavano ad arrivare le sue navi fatte costruire durante l'inverno in Sicilia, in Gallia e in Italia, inviò in Epiro per l'approvvigionamento i luogotenenti Q Tillio e L Canuleio e, poiché queste regioni erano troppo lontane, stabilì di creare granai in determinati posti e divise fra le città vicine il compito di trasportare il frumento. Parimenti ordinò di requisire il frumento che si trovava a Lisso e fra i Partini e in tutti i villaggi. Era pochissimo sia per la natura del terreno stesso, poiché i luoghi sono aspri e montuosi e per lo più si usava frumento importato, sia perché Pompeo aveva previsto ciò e nei giorni precedenti aveva depredato i Partini e aveva fatto trasportare a Petra dai cavalieri tutto il frumento raccolto dopo avere depredato e spogliato le case dei Partini. [43] Venuto a conoscenza di ciò, Cesare studia un piano tenendo conto della natura del luogo. Circondavano infatti il campo di Pompeo moltissime colline elevate e scoscese. In un primo momento le occupò con dei presidi e vi fece costruire dei fortilizi. Poi, come richiedeva la conformazione di ciascun luogo, fatte condurre linee fortificate da un fortilizio all'altro, iniziò a circondare Pompeo con un vallo, mirando a questi fini: poiché il vettovagliamento scarseggiava e Pompeo aveva a disposizione molti cavalieri, rifornire da ogni parte, con minore pericolo, frumento e vettovaglie all'esercito, impedire contemporaneamente il foraggiamento a Pompeo e rendere la sua cavalleria impossibilitata ad agire, in terzo luogo sminuire il prestigio di cui Pompeo sembrava godere sopra tutto presso le popolazioni straniere, poiché si sarebbe diffusa in tutto il mondo la notizia che Pompeo era assediato da Cesare e non osava venire a battaglia. [44] Pompeo non voleva allontanarsi né dal mare né da Durazzo, dove aveva concentrato tutto il materiale da guerra, i proiettili, le armi, le macchine e dove faceva portare con le navi il frumento per l'esercito, né poteva d'altra parte impedire le opere di fortificazione di Cesare, a meno di non volere venire a battaglia: cosa che aveva stabilito per il momento di non dovere fare. Non rimaneva che ricorrere all'estrema risorsa della guerra: occupare il maggior numero di colline, tenere presidi su una zona il più possibile vasta e frazionare, quanto più poteva, le truppe di Cesare; e così accadde. Infatti vennero costruiti ventiquattro fortilizi, che abbracciavano una zona di quindici miglia, entro cui si effettuava il foraggiamento e che comprendeva molti luoghi coltivati, che potevano servire al momento per pascolare il bestiame. E come i nostri avevano costruito da un fortilizio all'altro fortificazioni ininterrotte, affinché in nessun posto i Pompeiani facessero irruzione assalendoli alle spalle, così quelli, nel loro spazio interno, costruivano linee fortificate ininterrotte perché i nostri non potessero in nessun posto penetrare e attaccarli alle spalle. Ma i Pompeiani erano più veloci nei lavori, poiché erano superiori per numero di soldati e, essendo all'interno, avevano un perimetro minore da fortificare. E quando Cesare doveva prendere una di quelle posizioni, Pompeo, sebbene avesse deciso di non impiegare nel contrasto tutte le sue forze e di non attaccare battaglia, tuttavia mandava in posizioni strategiche arcieri e frombolieri, di cui aveva un gran numero; E molti dei nostri rimanevano feriti e s'era diffusa una grande paura delle frecce e quasi tutti i soldati si erano confezionate tuniche o coperture con imbottiture, coperte e pelli per evitare i dardi. [45] Entrambi si impegnavano con grande sforzo per occupare buone posizioni: Cesare per stringere Pompeo in uno spazio il più possibile ristretto, Pompeo per impossessarsi del maggior numero di colline in un perimetro il più ampio possibile; e per questo motivo le scaramucce si facevano frequenti. In una di queste, una volta, avendo la nona legione di Cesare occupato una certa posizione, di cui aveva iniziata la fortificazione, Pompeo, che si era impadronito di un colle vicino che fronteggiava questo luogo, cominciò a impedire ai nostri il lavoro; E, dal momento che aveva da una parte un accesso quasi pianeggiante, dapprima dispose intorno arcieri e frombolieri, poi inviò una grande moltitudine di soldati armati alla leggera e fece avanzare le macchine da guerra, ostacolando i nostri lavori; non era infatti facile per i nostri contemporaneamente difendersi e lavorare. Cesare, vedendo che i suoi uomini venivano da ogni parte colpiti, ordinò la ritirata e l'allontanamento dalla zona. La ritirata si faceva per un pendio. Così i Pompeiani incalzavano con più accanimento e non permettevano ai nostri la ritirata, poiché a loro sembrava che i nostri lasciassero la posizione mossi da paura. Si dice che in quell'occasione Pompeo, pavoneggiandosi con i suoi, affermasse che accettava di essere giudicato comandante di nessun valore, se le legioni di Cesare fossero riuscite, senza ricevere un grandissimo danno, a ritirarsi da dove s'erano temerariamente spinte. [46] Cesare, temendo per la ritirata dei suoi, ordinò di portare graticci verso l'estremità della collina di fronte al nemico, collocandoli a sbarramento e, protetti così i soldati, al di qua dei graticci fece scavare un fossato di media larghezza e rendere ovunque il terreno quanto più possibile impraticabile. Egli stesso collocò in luoghi adatti dei frombolieri che fossero di aiuto ai nostri nella ritirata. Compiute queste operazioni ordinò alla legione di ritirarsi. I Pompeiani, quindi, con maggiore insolenza e audacia incominciarono a premere e incalzare i nostri e, per superare i fossati, abbatterono i graticci collocati a difesa. Cesare, accortosi di ciò, temendo che sembrasse non una ritirata, ma una fuga e che ne derivasse un danno maggiore, quasi a metà del percorso, fatti esortare i suoi da Antonio, che era a capo della legione, ordinò di dare con la tromba il segnale di combattimento e di attaccare i nemici. I soldati della nona legione, ritrovata d'un tratto l'intesa, scagliarono dardi e, con una corsa veloce risalito il pendio dalla posizione più bassa, respinsero a precipizio i Pompeiani costringendoli alla fuga, Ma i graticci rovesciati, i pali nascosti e le fosse scavate furono di grande impedimento alla loro ritirata. I nostri invero, ai quali bastava ripiegare senza danno, dopo avere ucciso molti nemici e perduti soltanto cinque uomini, si ritirarono in tutta tranquillità e, occupate altre colline un poco al di qua di quel luogo, condussero a compimento i lavori di fortificazione. [47] Era un modo di combattere nuovo e fuori dal comune sia per il grande numero di fortilizi, per la vastità dell'area, per le imponenti fortificazioni, per le complesse tecniche di assedio, sia per altri motivi. Infatti chiunque tenta un assedio, serra il nemico incalzandolo dopo che esso è stato fiaccato o indebolito o superato in battaglia o provato da qualche insuccesso, forte della sua superiorità nel numero di soldati e cavalieri; scopo poi dell'assedio di solito è questo: impedire il vettovagliamento ai nemici. Ma in quel frangente Cesare, con un numero inferiore di soldati, serrava un esercito integro, in buona salute e che aveva abbondanza di tutto; infatti ogni giorno una gran numero di navi giungeva da ogni parte a portare provviste e non poteva soffiare alcun vento che non fosse favorevole almeno a una parte delle navi. Cesare invece, consumata tutta la scorta di frumento raccolta in lungo e in largo nella zona, si trovava in grandissime difficoltà. Ciò nonostante i soldati sopportavano questa situazione con straordinaria resistenza. Ricordavano infatti che nell'anno precedente in Spagna con gli stessi patimenti, e con la loro fatica e resistenza, avevano portato a termine una guerra durissima; non dimenticavano di avere sofferto una grande carestia presso Alesia, una ancora più grande presso Avarico e di essere risultati vincitori di popoli fortissimi. Ed essi non rifiutavano l'orzo e i legumi, quando venivano loro distribuiti, ma gradivano molto il bestiame, proveniente dall'Epiro, dove ve ne è in grande abbondanza. [48] Gli uomini che facevano parte delle truppe ausiliarie trovarono anche un tipo di radice, detta cara, che, unita al latte, alleviava molto la mancanza di cibo. Ne facevano una specie di pane. Ve ne era in grande quantità. Pani fatti con questa radice, quando i Pompeiani rivolgevano loro parole di scherno rinfacciando ai nostri la fame, venivano scagliati da ogni parte contro di loro per frustrare la loro speranza. [49] E ormai il frumento incominciava a maturare e la speranza stessa aiutava a sopportare la carestia, poiché i nostri confidavano di avere entro breve tempo abbondanza di cibo; e durante le veglie e nei dialoghi si sentiva dire spesso dai soldati che, piuttosto che lasciarsi sfuggire di mano Pompeo, avrebbero mangiato la corteccia degli alberi. Con piacere venivano anche a sapere dai disertori che i cavalli dei nemici venivano tenuti in vita, ma che il restante bestiame era tutto morto e che i nemici stessi non erano più in buona salute, tormentati come erano dalla mancanza di spazio, dal puzzo nauseabondo proveniente da una moltitudine di cadaveri, dalle fatiche quotidiane, loro che non erano avvezzi a lavorare, e dall'assoluta mancanza di acqua. Infatti tutti i fiumi e i ruscelli che si dirigevano al mare Cesare o li aveva fatti deviare o li aveva sbarrati con grandi lavori ed essendo le valli, a causa delle asperità dei luoghi, strette e di difficile transito, egli le aveva sbarrate, piantando per terra dei pali e ammassando contro di essi della terra per trattenere l'acqua. E così i nemici erano per necessità costretti a cercare luoghi bassi e paludosi ove scavare dei pozzi e questa fatica si aggiungeva ai lavori quotidiani, Ma quelle sorgenti si trovavano troppo lontane da alcuni presidi e, inoltre, per il caldo velocemente si prosciugavano. Al contrario l'esercito di Cesare godeva ottima salute, aveva acqua in grande abbondanza e vettovaglie di ogni genere, ad eccezione del frumento, in grande quantità; Stando così le cose, vedevano ogni giorno la situazione migliorare e, col maturare del grano, aumentare la speranza. [50] In questo nuovo tipo di guerra nuovi metodi di combattimento venivano escogitati da entrambe le parti. I nemici, poiché avevano capito dai fuochi notturni che le nostre coorti bivaccavano presso le fortificazioni, si avvicinavano in silenzio e lanciavano una pioggia di frecce sulla moltitudine, ritirandosi subito presso i loro. In seguito a queste vicende in nostri, resi accorti dall'esperienza, ricorrevano a questo rimedio, accendere altrove i fuochi.