Traduzione De bello civili, Cesare, Versione di Latino, Libro 03; 11-20

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino del Libro 03; paragrafi 11-20 dell'opera De bello civili di Giulio Cesare

DE BELLO CIVILI: TRADUZIONE DEL LIBRO 03; PARAGRAFI 11-20

[11] Vibullio, dopo avere riferito queste proposte [a Corcira], ritenne non meno necessario informare Pompeo dell'improvviso arrivo di Cesare affinché potesse prendere decisioni in merito prima di iniziare a esaminare l'ambasceria; E così, senza interrompere il cammino né di giorno né di notte e, per andare veloce, cambiando i cavalli in tutte le stazioni, si dirige da Pompeo per annunziargli l'arrivo di Cesare. In quel momento Pompeo era a Caldavia e dalla Macedonia si dirigeva ad Apollonia e a Durazzo nei quartieri invernali. Ma, turbato dall'avvenimento inatteso, con marce più veloci cominciò a dirigersi ad Apollonia affinché Cesare non si impadronisse delle città della costa. Ma Cesare, sbarcate le truppe, nel medesimo giorno si dirige a Orico. Quando vi giunse, L Torquato, che per ordine di Pompeo era a capo della città e qui teneva un presidio di Partini, fece chiudere le porte e tentò di difendere la città; quando ordinò ai Greci di salire sulle mura e di prendere le armi, quelli dissero di non avere intenzione di combattere contro l'autorità del popolo romano; poi spontaneamente i cittadini tentarono di accogliere Cesare; Torquato, perduta ogni speranza di aiuto, aprì le porte e consegnò la città e se stesso a Cesare, che lo lasciò incolume. [12] Capitolata Orico, Cesare si dirige senza alcun indugio ad Apollonia. Alla notizia del suo arrivo L Staberio, che qui comandava, cominciò a fare portare acqua nella rocca e a fortificarla e a richiedere ostaggi dagli abitanti di Apollonia. Ma questi dissero che non glieli avrebbero dati e che non avevano intenzione di chiudere le porte al console né di assumere deliberazioni contrarie a quelle dell'intera Italia [il popolo romano]. Conosciuto il loro parere, Staberio fugge di nascosto da Apollonia. Gli abitanti mandano ambasciatori a Cesare e lo accolgono in città. Seguono il loro esempio gli abitanti di Billide, di Amanzia e le altre città vicine e tutto l'Epiro; mandati ambasciatori a Cesare, promettono di eseguire i suoi ordini. [13] Ma Pompeo, venuto a conoscenza di quanto era avvenuto a Orico e ad Apollonia e temendo la perdita di Durazzo, vi si dirige marciando giorno e notte, mentre si andava dicendo che Cesare si avvicinava. Una paura tanto grande si impadronì del suo esercito che, poiché nella fretta faceva della notte giorno, non interrompendo la marcia, quasi tutti i soldati dell'Epiro e quelli provenienti dalle regioni vicine disertavano, parecchi gettavano le armi e la marcia pareva simile a una fuga. Ma quando Pompeo si fermò presso Durazzo e ordinò di porre il campo, poiché l'esercito era ancora in preda al terrore, Labieno per primo si fa avanti e giura di non lasciarlo e di essere pronto ad andare incontro alla medesima sorte che la Fortuna avesse riservato a Pompeo. Lo stesso giuramento fanno gli altri luogotenenti; li seguono i tribuni dei soldati e i centurioni e il medesimo giuramento fa tutto l'esercito. Cesare, visto che la marcia su Durazzo era stata prevenuta da Pompeo, finisce di marciare in fretta e pone il campo presso il fiume Apso nel territorio degli Apolloniati, perché le città benemerite fossero difese da fortini e posti di guardia [a difesa] e stabilisce di aspettare qui l'arrivo delle altre legioni dall'Italia e di svernare in tenda. Altrettanto fa Pompeo e, posto il campo al di là del fiume Apso, vi conduce tutte le milizie e le truppe ausiliarie. [14] Caleno, imbarcate a Brindisi legioni e cavalleria, quel tanto che le navi potevano contenerne, come era stato comandato da Cesare, salpa e, allontanatosi un po' dal porto, riceve una lettera da Cesare che lo informa che i porti e tutto il litorale sono in mano alla flotta nemica. Venuto a conoscenza di ciò, fa ritorno in porto e richiama tutte le navi. Una di esse, che continuò la navigazione e non obbedì al comando di Caleno, poiché non c'erano soldati a bordo ed era comandata da un privato, spintasi fino a Orico, fu presa da Bibulo che sfogò il proprio odio sui servi e su tutti gli uomini liberi, non risparmiando neppure i fanciulli, uccidendo tutti. Così da un breve intervallo di tempo e da un caso accidentale dipese la salvezza di tutto l'esercito. [15] Bibulo, come si è visto sopra, era sulla flotta presso Orico e come egli impediva a Cesare la via di mare e l'ingresso ai porti, così era impedito a lui stesso lo sbarco in tutti i punti di quelle regioni; Infatti collocati qua e là dei presidi, tutte le coste erano in mano a Cesare e non vi era modo né di fare legna e acqua né di ormeggiare le navi. La situazione era di estrema difficoltà e i Pompeiani erano tormentati dalla totale mancanza del necessario sì da essere costretti a portare da Corcira con navi da carico oltre che i viveri anche legna e acqua; Ciò nonostante sopportavano pazientemente e di buon animo queste difficoltà e ritenevano di non dovere togliere la sorveglianza alle coste e lasciare i porti. Ma trovandosi nelle difficoltà che ho detto e essendosi unito Libone a Bibulo, entrambi, dalle navi, dialogano con i luogotenenti M Acilio e Stazio Murco, dei quali l'uno era preposto alla difesa delle mura della città, l'altro alle difese di terra: dicono di volere discutere con Cesare di cose della massima importanza, se a loro viene concessa la possibilità. A conferma di ciò aggiungono poche parole per mostrare di avere intenzione di negoziare un trattato. Frattanto chiedono un armistizio e lo ottengono. Di grande importanza infatti sembrava la proposta che presentavano e sapevano che la cosa era molto desiderata da Cesare e si pensava che si sarebbe ottenuto qualche risultato dalle proposte di Vibullio. [16] Cesare in quel tempo, partito con una sola legione per ricevere la sottomissione delle città più meridionali e per procurarsi del frumento di cui aveva penuria, si trovava nei pressi di Butroto, città di fronte a Corcira. Qui, informato per lettera da Acilio e Murco delle richieste di Libone e Bibulo, lascia la legione e fa ritorno a Orico. Giuntovi, i Pompeiani vengono convocati a colloquio. Libone si fa avanti e porge le scuse per l'assenza di Bibulo, poiché questi era di carattere fortemente iracondo e aveva con Cesare un'inimicizia anche privata nata al tempo dell'edilità e della pretura; per questo motivo aveva evitato il colloquio affinché la sua irascibilità non turbasse il negoziato che si sperava di grandissima utilità, dice, e fu sempre grandissimo desiderio di Pompeo che si venisse a un accordo e si deponessero le armi; essi non hanno nessun potere per trattare, perché secondo il decreto del consiglio il comando supremo della guerra e di tutto il resto era stato affidato a Pompeo. Ma, una volta conosciute le richieste di Cesare, essi le avrebbero fatte pervenire a Pompeo e Pompeo, esortato da loro, avrebbe da solo preso le rimanenti decisioni. Durasse frattanto l'armistizio in modo che si potesse fare ritorno da Pompeo e nessuno dei due avversari potesse danneggiare l'altro. A ciò aggiunge poche parole sulle ragioni del conflitto e sulle proprie truppe e milizie ausiliarie. [17] A queste ultime considerazioni Cesare non ritenne di dovere per il momento rispondere né pensiamo ora che ci sia un motivo sufficiente per ricordarle. Cesare chiedeva che gli fosse possibile mandare ambasciatori a Pompeo senza pericolo e che essi stessi garantissero il buon esito della cosa oppure li prendessero in consegna e li conducessero alla presenza di Pompeo.Per quanto concerneva la tregua, la situazione della guerra era in questi termini che essi con la flotta erano di ostacolo alle sue navi e alle truppe ausiliarie, mentre egli li teneva lontani dalla terraferma e dall'approvvigionamento di acqua.Se volevano che questo ostacolo venisse tolto, rinunziassero al blocco navale; se essi tenevano duro, anch'egli aveva intenzione di tenere duro.Ciò nonostante si poteva trattare dell'accordo, anche senza concessioni e ciò non era per loro un impedimento. Libone rispose di non potere né accettare la tutela degli ambasciatori di Cesare né garantire per la loro sicurezza; faceva ricadere ogni responsabilità su Pompeo: su un solo punto insisteva, la tregua che esigeva con grande insistenza.Quando Cesare comprese che egli aveva ordito tutto il suo discorso per ovviare al pericolo presente e alla mancanza di provviste e che non recava alcuna speranza o condizione di pace, ricondusse il suo pensiero alla guerra. [18] Bibulo, al quale da molti giorni era impedito lo sbarco, gravemente ammalato a causa della fatica e del freddo, non potendo essere curato e non volendo abbandonare l'incarico assunto, non sopportò la virulenza della malattia. Dopo la sua morte nessuno ebbe da solo il comando supremo, ma ciascuno comandava le proprie navi autonomamente e secondo il proprio giudizio. Vibullio, sedato il tumulto suscitato dall'improvviso arrivo di Cesare, appena il momento gli parve opportuno, assistito da Libone, L Lucceio e Teofane, con i quali Pompeo era solito consultarsi sugli affari della massima importanza, cominciò a discutere delle proposte di Cesare.Aveva appena cominciato a parlare quando Pompeo lo interruppe e gli impedì di proseguire oltre il discorso. Che importa a me, disse della vita o dei diritti civili, se sembreranno da me posseduti per la benevolenza di Cesare? E questa opinione non potrà essere cancellata, poiché sembrerà che io sia stato ricondotto a forza in Italia, dalla quale mi sono allontanato. Terminata la guerra, Cesare venne a conoscenza di questi fatti da coloro che furono presenti al colloquio; Ciò nonostante tentò in altro modo di fare trattative di pace mediante abboccamenti. [19] Tra i due campi di Pompeo e di Cesare vi era soltanto il fiume Apso e i soldati avevano fra di loro frequenti colloqui e, come da loro comune accordo, non veniva nel frattempo scagliato alcun dardo. Cesare manda il luogotenente P Vatinio sulla riva del fiume stesso per fare ciò che gli pareva essere più utile per la pace: domandare, più volte e a gran voce, se non era lecito a cittadini romani inviare ad altri cittadini romani ambasciatori per trattative di pace, cosa che è concessa anche agli schiavi che fuggono dai Pirenei e ai predoni, sopra tutto perché tentavano di impedire che ci fosse uno scontro armato fra concittadini. Parlò a lungo con tono supplichevole, come egli doveva, trattandosi della salvezza sua e di tutti, e fu ascoltato in silenzio da entrambi gli eserciti.Dai Pompeiani fu risposto che Aulo Varrone dichiarava che il giorno dopo sarebbe andato al colloquio e che insieme a loro avrebbe esaminato in che modo gli ambasciatori potessero venire senza pericolo ed esporre ciò che volevano; Viene fissata una certa ora per l'incontro.E il giorno dopo quando ci si incontrò da entrambe le parti si radunò una grande folla; grande era l'attesa dell'evento e l'animo di tutti sembrava rivolto alla pace. In mezzo a questa moltitudine avanza Tito Labieno e con tono moderato incomincia a parlare di pace e a discutere con Vatinio.All'improvviso dardi scagliati da ogni parte interrompono a metà i loro discorsi; Vatinio, riparato dalle armi dei soldati, li evita; tuttavia vengono feriti molti, fra i quali Cornelio Balbo, M Plozio, L Tiburzio, alcuni centurioni e soldati.Allora Labieno: Smettetela dunque di parlare di accordi; infatti nessuna pace vi può essere con noi se non quando verrà portata la testa di Cesare. [20] In quel medesimo tempo il pretore M Celio Rufo si assunse la causa dei debitori e, all'entrata in carica, pose il suo seggio accanto a quello di Caio Trebonio, pretore urbano, e, se qualcuno ricorreva in appello sugli estimi e sui pagamenti imposti dal giudice, prometteva di aiutarlo secondo quanto Cesare aveva stabilito quando era a Roma. Ma per l'equità del decreto e l'umanità di Trebonio, che riteneva che in quelle circostanze si dovesse esercitare il diritto con clemenza e moderazione, avveniva che non si poteva trovare chi per primo si appellasse contro le sentenze. Infatti è forse proprio di un animo mediocre prendere a pretesto la povertà e lamentarsi delle disgrazie proprie o di quelle dei tempi e mettere avanti le difficoltà di vendita all'asta, ma mantenere intatti i propri beni, quando si riconoscono i propri debiti, quale coraggio o impudenza richiede? E così non si poteva trovare nessuno che presentasse tale richiesta. E Celio si mostrò più duro di quelli stessi ai quali la cosa era d'utilità. E, dopo un simile inizio, per non sembrare di essersi dato inutilmente a una causa ingiusta, promulgò una legge che prevedeva il pagamento dei debiti entro sei anni senza interesse.