Traduzione Apologia, Apuleio, Versione di Latino, parte 13-15

Di Redazione Studenti.

Traduzione in italiano del testo originale in latino, parte 13-15, dell'opera Apologia di Apuleio

APOLOGIA: TRADUZIONE DELLA PARTE 13-15

[XIII] Perdona dunque a Platone filosofo quei suoi versi di amore, perché io non abbia bisogno, contro il precetto del Neottolemo enniano, di filosofeggiare con molte parole; se non vuoi, reggerò facilmente di farmi incolpare per siffatte poesie in compagnia di Platone. A te, Massimo, ti ringrazio infinitamente per la tanta attenzione onde hai ascoltato anche queste supplementi della mia difesa, per questo necessarie, perché fanno da elemento compensatore alle accuse. Ed io ti chiedo di ascoltare ancora, come hai fatto finora, volentieri e attentamente, ciò che mi resta a dire prima ch'io venga alle accuse maggiori. Segue dunque quel lungo e censorio discorso intorno allo specchio, per cui, dinanzi all'atrocità della cosa, Pudente per poco non è esploso gridando: ha uno specchio il filosofo, possiede uno specchio il filosofo! Orbene, ammettendo pure di averlo, perché tu non creda di aver mossa, se lo smentirò, una seria obiezione, non è tuttavia necessario concludere che io sia solito anche abbigliarmi allo specchio. E che? Se io possedessi tutto un vestiario scenico forse ne argomeriteresti che io sia solito indossare il manto del tragico, la gialla tunica dell'istrione, la variopinta casacca del mimo? Non credo. Così al contrario, moltissime sono le cose che non possiedo ma che adopero. Se il possesso non è una prova dell'uso e la mancanza di possesso non esclude l'uso, giacché non tanto il possesso dello specchio si incolpa, quanto il fatto di specchiarsi, questo è necessario che tu mi provi: quanto e in presenza di chi io mi sia guardato allo specchio, dico questo perché in realtà tu decreti che per un filosofo la vista di uno specchio è un sacrilegio peggiore che per un profano vedere gli oggetti sacri dei misteri di Cerere. [XIV] Dimmi: se io confesso di essermi guardato, quale delitto è conoscere la propria immagine e, anziché tenerla racchiusa in un delimitato luogo, portarla dovunque tu voglia, visibile e manifesta, in un piccolo specchio? Ignori che per una creatura umana nulla è più degno di essere riguardato che la propria figura? Anche dei figli so che sono più cari quelli che somigliano ai genitori; e le città fanno dono ai benemeriti cittadini delle loro immagini, perché possano osservarle. Altrimenti che significato hanno le statue e le immagini con varia arte raffigurate? A meno che per avventura ciò che è stimato lodevole quando sia elaborato dall'arte, non sia da giudicarsi vizioso quando venga offerto dalla natura, dove è pure assai più meravigliosa la facilità e la somiglianza. Giacché in ogni ritratto si lavora a lungo, eppure la somiglianza non apparisce così viva come negli specchi; manca infatti alla creta il vigore, alla pietra il colore, alla pittura il rilievo e a tutte quante il moto che rende con singolare fedeltà la somiglianza: mentre nello specchio si vede l'immagine mirabilmente riportata, che rassomiglia e si muove e obbedisce a ogni cenno della persona; e quella immagine, di coloro che si mirano è coetanea sempre, dalla nascente infanzia alla morente vecchiaia; tante mutazioni di tempo essa riveste, così vari aspetti della persona comporta, tante espressioni riflette di letizia e di dolore. Ma ciò che è modellato o fuso nel bronzo o scolpito nel sasso o impresso nella cera o steso su coi colori o identificato con qualsiasi altro artificio, dopo un breve intervallo di tempo non rassomiglia più e, a guisa di salma, serba una sola ed immobile faccia. Di tanto, rispetto alla somiglianza, supera le arti figurative quella modellatrice levigatezza e quella creatrice lucentezza dello specchio. [15] Dobbiamo, dunque, segvire lintento del solo Agesilao, il Lacedemone, il quale dubitando del suo aspetto non si lasciò mai né dipingere né scolpire o è da mantenere il costume di tutti gli uomini nel bene accogliere le statue e le immagini, e in tal caso, perché ritieni si debba vedere la propria immagine nella pietra e non nell'argento: in un quadro e non in uno specchio? Oppure pensi tu sia brutta cosa studiare con assidua contemplazione la propria forma? Socrate, il filosofo, incitava, come si dice, i giovani a ammirarsi spesso nello specchio perché chi si fosse compiaciuto della propria bellezza badasse attentamente a non disonestare coi mali costumi la dignità del corpo; chi si ritenesse poco raccomandabile nell'aspetto, si adoprasse a nascondere la bruttezza con le qualità morali? Tanto quell'uomo, il più sapiente fra tutti, si valeva dello specchio per la disciplina dei costumi. E Demostene, il principe dell'arte della parola, chi non sa che egli sempre dinanzi allo specchio quasi davanti a un maestro ridiceva le sue orazioni: così quel sommo oratore, dopo aver attinto da Platone filosofo l'eloquenza e appreso da Eubolide dialettico l'arte dell'argomentazione, chiese per ultimo allo specchio l'armoniosa dignità della pronuncia. Credi tu dunque che nel far valere la sua orazione debba curare maggiormente il decoro della forma l'avvocato che litiga o il filosofo che ammonisce; colui che discute per un momento davanti a giudici sorteggiati o quello che disserta sempre dinanzi agli uomini tutti, uno che contesta i limiti di un campo o uno che insegna i limiti del bene e del male? Né soltanto per questo un filosofo deve riguardare lo specchio; spesso è necessario non solo esaminare la propria rassomiglianza, ma considerare anche le ragioni della somiglianza: bisogna vedere se, come afferma Epicuro, le immagini movendo dai nostri corpi con perenne flusso, come leggeri tessuti, allorché hanno urtato un che di liscio e di solido, schiacciate, si riflettano e risaltino per di dietro rovesciate; o, come sostengono altri filosofi, se i nostri raggi, sia emanati dal centro dei nostri occhi e con la luce esterna commisti e unificati, come pensa Platone: sia semplicemente usciti dagli occhi, senza alcun appoggio di luce esterna, secondo la opinione di Archita, sia condotti attraverso il fluido dell'aria, come pensano gli Stoici; se questi raggi, dunque, quando cadono su un corpo solido e brillante e liscio rimbalzino con angoli uguali all'angolo di incidenza, ritornando indietro alla figura donde sono partiti, in modo che ciò che essi toccano e vedono all'esterno raffigurino dentro lo specchio.